Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE ANTICA

"ESTÁ ENCENDIDO"

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"ESTÁ ENCENDIDO"

 

"ESTÁ ENCENDIDO"

 

 

 

"ESTÁ ENCENDIDO"

 

 

Sempre tormenti? E il florido
Sentier che il piè gentile
Preme di donna amabile
Nel suo giocondo Aprile
Non temi di perpetui
Vepri e d'infande larve attraversar?

 

Sol di temprati gemiti
L'aura che dolce spira,
sai d'altra percotere
Canzon la tarda lira
Se non di tal che lùgubre
Ascoltisi per l'ombre rintronar?

 

— Non me, non me, santissimo
Censor, ma il Fato accusa,
Se il Vero, ovunque insegualo
La sconsolata Musa,
A lei ritrosa e supplice
Nefarie scelleranze a pinger .

 

Mira di sangue prodighe
Le genti libie e assire,
Mira de l'aureo Messico
Tornar lente al desire
Coi settennali Aruspici
Le antropofaghe cene in culta età.

 

del romano Cesare
Inorgoglir presumi
Perchè spazzi di galliche
Selve esecrande i fumi,
Se a più crudele eccidio
Tragge d'Alesia il biondo e pro' guerrier.

 

Ma poi che nunzio ai miseri
De la buona novella
Tal scese che dal Golgota
Amore ancor favella,
Forse i cruenti spiriti
Seppe in cristiano petto rattener?

 

Bene a la rea Cartagine
Il vincitor pagano
Fasto di pia vittoria
Patto imponea sovrano,
Che umane non rigassero
Ostie la sconsacrata ara mai più;

 

Bene dal Perso all'Arabo
Sceso Macon tenace,
Giù giù di Mauritania
L'ala spiegando audace,
Fu visto a ibèri margini
Ignote nudricar manse virtù:

 

Ma, non che segno e làbaro
fra la ispana gente
La Croce alta levassero
Al seme uman clemente,
Fatto han l'altar di Mòloco
I Leviti del Cristo ancora ulir.

 

Vaga terra d'Iberia,
Te che irraggiò primiero
D'alto lume semitico
Il pelasgo nocchiero,
Te che le ebree perspicue
Menti da rea desidia rinsanir,

 

Ecco, te prona avvinghia
Sacrandoti al dolore,
Quel che i tuoi sangui assidera
Tremendo Inquisitore:
Fiedi te stessa; ancidasi
Ogni nervo ch'a oprar ti suscitò.

 

Non val non val se fertili
Fece tue sabbie il Moro,
Se licci e spole e calcole
L'Ebreo ti cambia in oro:
Pera ciascun che gli òmeri
A le aspergini sante non chinò.

 

Terre dilette, assidue
Arti abbandoni e case:
Troppo gli è già se al profugo
L'orbe culle rimase
Del mare in mezzo a gl'improbi
Perigli lice a libie arene addur.

 

Prono, s'ei , i limini
Della mortal nemica
Baci, e all'Iddio de' martiri
Neghi la fede antica:
E i morti vilipendere
Giuri, che padri de' suoi padri fûr.

 

Non però il guardo vigile
Eluder pensi mai
Che dall'ara implacabile
Sovra gli pende, o guai!
E per servo ossequio
Mai dall'odio che il tien speri mercè.

 

Indarno, indarno eserciti
L'irrequïeto ingegno,
indarno per la patria
Offra soldato, e pegno
D'alta virtù l'ingenuo
Stemma proclami sua novella :

 

Tremi pur sempre! Inconscia
La pia ch'ei tolse a sposa
Non titillò l'impùdico
Desìo di grinta annosa
Pur or, mentre propizia
Maria pregava al suo pregnante sen?

 

Lei quelle torve impresero
Sitibonde pupille
D'ogni moto, d'ogni umile
Atto a notar. Seguille
Per via l'iniquo, e d'invide
Stillate insidie apparecchiò velen.

 

«Non sei — dicea — di stipite
Ebreo tu pur discesa?
Non son le consanguinee
Nozze proterva offesa?
Lezïoso a la Vergine
Non dirizzavi il bleso accento or'or?

 

«Gran mercè, la Santissima
Fratellanza mi degna
Che a la torsion de' reprobi
Teste e famiglio io vegna:
Ben fia che a dure coltrici
Io le tue membra, o bella, abbia a compor

 

Disse ed oprò. La ferrea
Morsa già si disserra,
Già già la brace crepita,
Già nell'orror s'atterra
De l'imminente strazio
La colombella che il falcon ghermì.

 

Ah, pria che l'alto spasimo,
Misera! a la renda,
Fuggiam, fuggiamo, o candide
Donne, la scena orrenda;
Copra l'ombra dei secoli
Delitto che ne l'ombra ornai vanì.

 

Ma, non indarno trepide,
Il paventato scempio,
Donne gentili, insegnivi
A discacciar dal Tempio
Quella che intorno aggirasi
Belva crudele, e ancor barrendo va.

 


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