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Deh come arride al tuo
pennello amica
La materna Venezia, o buon Favretto,
Ne le tele gioconde che a l'aprica
Piaggia rapisti, figliuol suo diletto!
Vive ancora per te l'arguzia antica,
Nè l'agil punta al Guardi e al Canaletto
Invidïasti il dì che amor ti prese
Pur di leggiadre inciprïate imprese.
Irrorato di luce alma e
soave
Ben è codesto il portico festante,
Che a piè di mole poderosa e grave
Tanta vede guizzar turba galante:
Oh come ammodo ognun mena sua nave,
Sì che a l'altre veleggi altera innante,
E in tant'onda di rasi e pizzi e talchi
L'altrui, se può, con la sua mostra calchi!
Quanto di veli e di
zendadi e nastri,
Quanto fruscìo di giubbe rabescate,
Quanto brillare ed eclissarsi d'astri,
Eclissarsi com'usano le Fate,
A provocar novelli Zoröastri!
Che baciucchiar di mani ingiojellate!
Che visetti söavi, e che melensi!
Che perpetuo fumar d'arabi incensi!
Ma non vi dolga s'io
lascio sfollare
La muschiata leggiadra compagnia:
Veder mi piace la luna levare,
E solette restarsene a la spia
De' tardi vagheggini in riva al mare
Due Dame, senza stolta ritrosìa:
Chè di sedere in pubblico a Venezia
Rossor non sentirìa manco Lucrezia.
L'una il caffè
centella, e l'altra in rete
Col sorriso trarrìa, non che far doma,
Qual'orsa ispida più seppe Taigete:
Come la Gentildonna anco si noma
Se vi giova saper, forse l'udrete
Da tal, curvo degli anni a l'empia soma,
Che: «Possibile! — sclama — È proprio dessa,
La Cavaliera, la Procuratessa!»
E sèguita: «Eccellenza,
da Sant'Agnolo
Esco ora appunto, e mi son fatto onore
Del suo palco, e battei lo scilinguagnolo
Scialandola stasera da signore:
Ma di fortuna, creda, l'appiccagnolo
S'è perso pe 'l suo Gozzi servitore:
E me la piglio invan con Marc'Aurelio,
Che mi lascia basir fra Ottavio e Lelio.
«Non dico che non sia
rara dolcezza,
Eccellenza, l'aver Lei protettrice:
Il portar, come ho fatto, la bellezza
Di quel suo busto a la ricamatrice;
E il poter darle infin l'alma certezza
Che fu dato al burchiello di vernice:
Ma sarei buono al par, creda, se mai
Soprantendessi a l'Arte de' Librai.»
— «Pare mio
dolce — qui rompe la bega
Dandogli del ventaglio in su le dita
La Tron, damina inver d'esimia lega: —
V'aspettavo quassù con Nene e Tita,
Chè il debol vostro so per la bottega:
Tita è già lesto in gondola, e finita
La disputa farem col buon Caldano,
Discorrendola un poco a San Zuliano.»
E qui levansi e vanno.
Io resto in asso,
Non so se veggo il vero o se mi svario:
Ma come sulla scena Itaca o Nasso
Copre talor di nuvole un sipario,
Che tutto ingombra, infin l'ultimo sasso,
Un bizzarro mi tien sonno nefario;
E solo mi ritrovo e mogio mogio
Come toccan tre bòtti a l'Orologio.
Sono ancora in
Piazzetta: ma la scena
È cupa, ahimè! quant'era in pria ridente:
Non più chiara la notte e non serena;
Fischia da valle e rugghia da ponente:
Io mi scrollo, ristò, guardo se appena
Orma alcuna apparisca di vivente;
E della Carta in su la soglia oscura
Imbacuccata veggo una figura.
Va da sè che per gire a
la scoperta
M'accosto il più che posso, e via di trotto
Al portico solenne che s'innesta
Ne le Procuratìe, m'avaccio sotto;
Là m'imbozzo per ben, se mai l'incerta
Ombra ghermire, o côr potessi motto
Di colui che mi par di strana sorta:
Ma un tratto spalancarsi ecco la porta.
La porta, dico, di
Palazzo, e n'esce
Mirabilmente ritto un personaggio,
Che pur novo al mirar non mi rïesce:
Quel messere m'ho visto nel Viaggio
In Tana e Persia, sovra il qual s'accresce
Di polvere un cotal denso retaggio
Che il nome omai cancellerà degli Aldi,
S'altri non fia che il terga e lo rinsaldi.
«Ugo — il sere favella
— e a la sua voce
Levano il voi certe colombe sparse,
Ch'òspita in fondo in fondo al capocroce
La Basilica d'oro, e par che addarse
Voglian di lui persino l'umil Croce
E quel pajo di torcie che rïarse
Dimandano mercè per la pietosa
Che l'ha offerte alla Madre dolorosa. —
«Ugo, la notte sai
prefissa e l'ora:
Poco può star che il fratel nostro giunga,
Il qual commesso n'è che a la dimora
Meniamo, ove non più breve nè lunga,
Ma eterna il Sol nostra giornata indora,
E non v'ha freccia che a le spalle punga:
Te il divino Alighier, me spinse al volo,
Padre de' naviganti, il nostro Polo.
«Sai chi s'aspetta.
S'Ilio a te fu sacra,
Unico Ellèno che a nimica terra
Sapesti impietosir l'invida e macra
Età cresciuta a ingenerosa guerra,
Ti giovi, ancor che non di Piave o Macra,
Ma figliuol sia del mar dov'Elba sferra,
Aver primiero con l'eroe la posta
Ch'Ilio cavò de la profonda costa.»
«Per Dio! — l'altro
ruggì — Barbaro, e puoi
Tanto fare, o gentil, basso governo
Del nome nostro, o Zantïota o vuoi
Veneto più, che d'ambo io mi concerno,
Da lodarti di questa a' nostri, a' tuoi
Vergogna nuova, che già intendo e sterno?
Più scoverta non v'ha, più rara ed alta
Palma d'onor, che a noi non sia diffalta?
Che più val se fe' in
riva a lo Scamandro
La dell'armi terrene impavid'Ilio
Rediviva il magnanimo Alessandro?
Che, se più bella assai Plinio e Virgilio
Nel cieco de l'età basse mëandro
La tenner desta, e nel latino esilio?
Il glorïoso, in Dante nostro, Ettorre,
Pur ci viene Lamagna invida a tôrre?»
Ma in quella ch'ei
dicea, tacito a riva
Ove Tòdaro e Marco ergon le penne,
Cinto, il come non so, di luce viva,
A gittar gaffe un navicel se n' venne:
Spianò la faccia alteramente schiva
Sorridendo il nocchier, nè più si tenne;
E per lo bujo alto gridò: «Salute,
Madre seconda de la mia virtute!
«Là del Baltico avaro
in su la spiaggia,
Fanciullo un dì, tra nordiche leggende
Non mi presi d'amor per la selvaggia
Saga natìa, sì per quel Sol che accende
Dal lido äonio ogni uman petto, e irraggia
Quanto per lo Infinito si distende:
Pur che pro de l'amor, se al caldo ingegno
Tu non eri, Venezia, esempio e segno?
«Per te seppi che il
regno ampio de' venti
Tesori aduna a chi lo solca audace;
Del traffico per te seppi i valenti
Spiriti maritar con quella face
Che mi traea fra le sepolte genti:
E qual d'inclito imperio e d'alta pace
Fésti San Marco un dì giocondo e altero,
Sì 'l cenere esultar fec'io d'Omero.»
Stette, e al modo che
suol tra 'l popol morto,
Fatta del suo mantel rapida vela,
A' duo fu presso in un balen. — «Vi porto,
— Disse — fratelli, d'onde ancora anela
Il mio pensiero a glorïoso porto,
Voce d'eroi che i forti animi inciela:
Di Priamo padre e d'Ettore il saluto.
Valgane Iddio sovra il mondano luto.»
E il veneto patrizio:
«Alta ventura
È suggellar con quel che ci governa
Amor che in ogni Bello s'infutura
De' buoni e pii la comunanza eterna,
Secondo indisse a' figli suoi Natura;
Cui più che a te convien sede superna,
Che tante hai rese al Sol sacre latèbre?»
Ugo era muto e non battea palpèbre.
Ma, come un poco il
ciel parve inalbarsi,
E, vedovati del natìo stendardo,
Gli alberi fûr, là da San Marco, apparsi,
Abbrunata, solinga, incerto il guardo,
Da piè vide una mesta accoccolarsi:
Ed: «Oh tempi! — proruppe — o popol tardo!
E puoi patire che ti sia quest'essa
La viva imago della Dogaressa?
«Non così 'l giorno io
la sperai, che a schiera
Vidi i Legati de l'ausonie genti,
Ne le pieghe de l'itala bandiera
Ai dì venturi invidia ed ai presenti,
L'urna portarle di Colui che altera
Pur tra un popol di morti e di morenti
Meraviglia l'avea fatta del mondo:
O a buon principio fine inverecondo!»
Il Tedesco taceva. Ugo
la mano
Gli porse, e vôlto al Veneto: «Fa desto,
Se puoi — fremette — il genio päesano:
L'ultimo omai de' Veneziani è questo.»
Sorrise il buon patrizio; e: "Non invano
Rampogni — disse — il secol disonesto:
Pur la misura passi a la tua volta;
Poveri siamo, non siam morti: ascolta.»
Sorgea l'aurora, e
sovra un ciel di rosa
Passar bruno da lunge allegramente
Si vedea per la riva glorïosa
Uno stuolo d'artieri, che la mente
Sfogava, inanellando al Mar la Sposa:
«Vita Italia!» sonar forte si sente;
«Viva gli arsenalotti ed i marini!
Noi si vara diman la Morosini!»
Ove gli spirti? Ov'è
più la Piazzetta?
In piè dal letticciuol solingo io balzo,
Di qua, di là, le imposte caccio in fretta,
E seminudo ancora e ancora scalzo
Mi fo a godere il suon de la cornetta:
Pàssan, pàssano! Il grido e il core innalzo
Anch'io, mandando a peggior tempo i guai:
E m'accorgo che un pezzo, affè, sognai.