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Paolo Mantegazza e Angelo De Gubernatis, amici miei antichi e carissimi, quei visitatori e descrittori dell'India che il mondo sa, potranno essermene testimonii e garanti: una nota che nella poesia indiana vibra costantemente, e senza riscontri se non assai rari e assai meno intensi nell'antichità greco-romana fino a Virgilio, il sentimento della natura; quella sorta di coscienza d'una parentela universale, che avvince l'uno all'altro tutti gli esseri, e, attraverso ogni specie di abitatori della terra, scende ad abbracciare nella infinita sua tenerezza ogni frutto, ogni fiore, ogni germoglio di lei; dalla tenue asoca, nunzia di primavera e di lieta fortuna, che dimanda per ischiudersi il tocco del piede di una vergine, fino alla gigantesca foresta di Suticsna o a quell'altra del monte Citracûta, delle quali il Ramayana di Valmici celebra sì sfoggiatamente la ricchissima flora. Bisogna leggere in quel sovrano dei poemi il capitolo della Discesa del Gange, chi voglia specchiarsi nel più grandioso paesaggio che sia al mondo; oppure il capitolo del soggiorno nell'eremo di Suticsna, chi sia vago del più gentile spettacolo di verzura. Io ho procurato di renderne il meno disadattamente che potei quell'imagine tutta gemme, tutta sfaccettature e sprazzi di luce, che ne trovai nella prosa del Gorresio.
«Un anno intero errò distesa e impetuosa su per la testa del Dio la ninfa Gange, incerta della sua via. Bhagìratho allora propiziò di nuovo il grande Nume consorte d'Umâ, perch'egli aprisse un varco al Gange. Mosso dalle preghiere di lui, sprigionò Siva il fiume, concedendo un'uscita alla corrente col rimuovere una ciocca della sua chioma; per quella via, o Râma, si sparse il Trivio Gange, fiume divino, fausto, immacolato, purificante il mondo. Allora i Devi, i Risci ed i Ghandarvi, li Yacsi e i Siddhi apparvero quivi, o Râma, sopra carri differenti, sopra cavalli ed elefanti eletti: altri Devi s'immergevano nell'onde; e Brahma stesso, gran Genitor dell'universo, teneva dietro alla corrente. Le schiere splendide degli Dei si erano qui raccolte desiderose di contemplare la grande discesa del Gange, miracolo non più veduto al mondo. Il cielo sgombro di nubi, avvivato dalla luce degli Dei fendenti l'aria e dal corruscar dei loro ornati, parve allora come irradiato da cento Soli. Qui cade concitato il fiume; là si avvolge in tortuosi giri: qui crescendo si spazia largamente; là muove ei lento le sue acque; e in alcun sito le onde si percuotono colle onde. Tutto l'etere era cinto, a guisa di baleni sparpagliati, di delfini, di torme di serpenti, di guizzanti pesci; e l'aere inondato da mille sprazzi di spunte biancheggianti splendeva conte un candido cielo d'autunno traversato da schiere di cigni. E intanto, affluendo or alte, or basse, precipitavano sulla terra le acque cadute dal capo di Siva, e si spandevano sovresso il suolo.» (Il Ramayana di Valmici, per Gaspare Gorresio, Milano, 1869, Lib. I, cap. XLV).
E altrove:
«Poi ch'ebbe così detto, l'illustre Râma s'inchinò con Lacsmano e con Sitâ ai piedi del Muni; ma esso sollevandoli, mentr'ei toccavano i suoi piedi, ed abbracciandoli strettamente, così disse con amore: Vanne senza ostacoli pel tuo cammino, o Râma, insieme col Saumitride e con Sitâ che ti seguita come l'ombra; visita, o eroe, i romitaggi di questi asceti maturati da pie austerità, che abitano la selva Dandaca; visita queste varie selve ricche di fiori, di frutti e d'acque, piene di belve mansuete e di stormi d'amabili augelli; gli stagni e i laghi di limpide acque, tutti pieni di fiorenti ninfee e risonanti del clamor delle anitre; i dilettevoli rivi cadenti per lo dorso de' monti, e le foreste amene echeggianti del canto de' pavoni. Vanne felice, o Râma; parti, o Lacsmano diletto; ma dovete poi qui ritornare e rivedere i nostri romitaggi.» (Id. ibid., Lib. III, cap. XII).
Dopo Sâvitri, l'eroina del sacrificio, che, alla pari colla greca Alcesti, pone spontanea la propria vita per redimere dai regni bui quelli dell'uomo che ama, non ha la leggenda indiana figura più soave di Sakuntalâ, la figliuola dell'asceta, nella quale re Dusyanto s'avviene cacciando in una foresta prossima all'eremo, e di cui tosto è preso altrettanto forte, quant'ella di lui; salvo a dimenticarla senza un pensiero al mondo, non appena còltone il fiore. La freschezza idillica del primo incontro non mi pare che sia vinta da alcun antico o moderno capolavoro di poesia. Kâlidâsa ha in quell'unica scena profuso tocchi delicatissimi, che Virgilio stesso (di cui alcuni lo fanno contemporaneo), non disdirebbe. Io credo che mi saprete grado di questo accenno, gentili Donne, se vorrete cercare la fedele versione del teatro di Kâlidâsa, che ha dettata in prosa per la massima parte (non senza tramescolarvi, alla maniera dello Shakespeare, dei versi, per verità un po' pedestri), il nostro Marazzi. (Teatro di Calidasa, tradotto dal sanscrito in italiano da Antonio Marazzi, Milano, 1871).
Uditene intanto qualcosa. Il Re, fatto accorto dagli anacoreti d'essere sul limitare dell'eremo, desiste dal tirare la freccia già incoccata contro una gazzella fuggente, scende dal cocchio, e s'inoltra per fare atto di reverenza. In quel mentre certe leggiadre fanciulle, le figliuole degli anacoreti, s'accostano per inaffiare gli alberi sacri. E il Re: «Oh, a destra di questo viale s'ode un cicalìo; andrò di là.» Una delle compagne, delle quali il poeta argutamente ritrae l'amabile malizia: «Senti, Sakuntalâ — dice alla figliuola del maggior Savio — mi pare che papà Kanvo abbia più premura degli alberi dell'eremo che di te; poichè, essendo tu delicata come un fiore di navamâlicâ (una sorta di gelsomino), pure t'ha incaricata di riempiere d'acqua le fosse di questi alberi.» — «Non è soltanto l'incarico del padre — risponde Sakuntalâ — che mi eccita a ciò: io pure nutro per loro amor di sorella.» E poco stante: «Amica Anasûya, la veste di corteccia, che Priyanvadâ m'allacciò troppo strettamente, m'opprime. Rilassala un poco.» «Subito, ecco fatto» — dice Anasûya. Ma la birichina Priyanvadâ: «Tu non devi farne rimprovero a me, bensì alla gioventù che ti inturgidisce il seno.» Il Re, manco a dirlo, è d'avviso che questa gentile
Ancor che in vesti di corteccia avvolta;
e Anasûya: «Ehi, Sakuntalâ, osserva questa navamâlicâ, alla quale tu hai imposto il nome di vanagiosinia, ossia silvestre raggio di luna, e che spontanea si è sposata ad un mango; tu l'hai dimenticata». — «Se ciò fosse — dice la ingenua — avrei dimenticata me stessa.» — Ma Priyanvadâ: «Sai tu, Anasûya, perchè Sakuntalâ contempli così attentamente Vanagiosinia?... Ella si pensa: In quel medesimo modo che Vanagiosinia s'è unita ad un albero a lei conveniente, io pure troverò un amante degno di me.» L'ingenua non risparmia alle compagne assai graziosi rabbuffi; ma poco stante, assalita da un'ape, le invoca; ed esse ridendo: «Che? dobbiamo proteggerti noi? Non è affar nostro. Chiama Dusyanto; al Re spetta di proteggere i boschi, dimore degli ascetici.» E il resto, attraverso un genialissimo dialogo, cammina più che di passo alla mèta, dal primo comparire del Re, che si dà per un famigliare del Sovrano, fino al ritirarsi delle fanciulle; ultima la santerella, che per attardarsi e volgere ancora il capo verso il gentil pellegrino, inventa un grazioso pretesto: «Anasûya, mi sono ferita un piede colla punta di un giovine cuso, e il mio abito di corteccia è rimasto attaccato ad un ramo di curavasio.»
L'assorellarsi con la gazzella nelle cure di madre m'è parso poi non disconvenire a Sakuntalâ negli anni crudeli della sua solitudine; a lei, che quando s'avviava verso la reggia, tutta fidente nella parola del Sovrano e nell'anello avutone in pegno, «Chi è — diceva che si attacca al mio vestito? — E il padre:
Questa
che l'orme tue lasciar non vuole
È la gazzella che ferita un giorno
Da uno spino di darba nella bocca,
Tu medica pietosa a lei versavi
Olio d'ingudi su l'acerba piaga,
E che poscia coi frutti di sciamaco
Nutrivi, e come pargoletta amavi.
Ond'ella di riscontro: «O cara, a che mi segui ora che sto per abbandonare la casa paterna? Perdesti la madre appena t'ebbe messo al mondo; ora, quand'io sarò lontana, il padre avrà cura di te.» Così diceva la poveretta, e piena di sicurtà se n'andava con orrevole compagnia a richiedere l'adempimento della regale promessa; ma doveva essere duramente respinta. Affatto naturale m'è parso pertanto ch'ella si mostrasse non meno pia verso la dolce compagna nel doloroso ritorno; quando, perso l'anello, e rejetta dall'immemore amante,
In
grigia veste avvolta e colle guancie
Pallide e scarne dagli aspri digiuni,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Intemerata tollera l'assenza
Che dal crudo consorte la separa.
Ma non per sempre; — gioitene, amabili Lettrici. — Un pescatore trovò l'anello; lo portò al Re, al Re la memoria è tornata; e mentre egli viene pellegrinando nella speranza di poter assolvere un dì o l'altro il proprio debito, ecco s'imbatte in un caro fanciullo, che, da vero figliuolo d'eroe, la fa alla familiare con un lioncello datogli per trastullarsi. Il Re a certi segni riconosce il fanciullo per suo, e tantosto ne abbraccia la madre:
Oh
me bëato, ti riveggo alfine,
Amata donna dal volto soave;
La rimembranza dissipato ha il bujo
Dell'error che offuscava la memoria...
E oramai tutto finisce in pace e in letizia, come un tempo la buona usanza voleva che si finisse nelle commedie e nei conti di Fate.