Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE ANTICA

NIGRA SED FORMOSA

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NIGRA SED FORMOSA

 

Il Cantico dei Cantici! Appena forse taluna delle mie amabili Lettrici ne avrà udita qualche fervida strofa scoccare dalle labbra di due giovani attori, sull'impiantito di un teatro; e chi sa se non avrà poi dovuto scontare in quaresima quell'involontario peccato di carnevale. Ma si rassicuri. Uno dei grandi luminari della Chiesa, quel Bossuet, che i Francesi chiamano l'aquila di Meaux, nel Commentario che ne scrisse, ammette che al Cantico dei Cantici possano attribuirsi due sensi, l'uno naturale e l'altro mistico. Egli esprime anzi una opinione che perfettamente si combina cogli ultimi risultati della critica moderna: questa cioè, che il Cantico solesse cantarsi in Palestina durante le festività delle nozze, e fosse diviso in più Giornate, come appunto più Giornate duravano presso gli Ebrei, e in qualche contrada d'Oriente ancora durano, le feste dello sposalizio. Non dissimili giuochi scenici, misti di canti, di danze, di banchetti, di fiaccolate, di cori, usano tuttavia in occasione di nozze tra Musulmani a Damietta e in altri paesi della Siria, e si protraggono per sette giorni, durante i quali la sposa comparisce ogni vestita in foggia diversa: il coro è cantato dagli invitati. Ecco dunque che il Cantico dei Cantici può senza scrupolo tornare al teatro d'ond'è uscito; e che del senso naturale, di quello che anche il rigorosissimo Vescovo francese ammetteva, possiamo cercar noi pure d'intendere qualche cosa di più, senza peccato mortale.

Già d'allegoria non s'è principiato a discorrere che nel secondo secolo; e la più compiuta fu messa insieme nel terzo da Origene, che aveva pur troppo buone ragioni per non acconciarsi a riconoscere nudo e crudo un epitalamio in un libro canonico della Scrittura. Ma il fatto è che il mondo semita, massime nel suo periodo più genuino, conobbe assai poco di quell'esaltazione erotico-mistica, da cui scaturirono, in un'età più affatturata, certi poemi dell'India e della Persia.

Giusta gli studii dei sapienti moderni — e potrei citarvi da Herder giù fino all'ottimo e sempre rimpianto Renan, passando per Jacobi, Velthausen, Umbreit, Ewald, Hitzig e tutti gli altri, una serqua di nomi altrettanto autorevoli quanto poco melodiosi — il Cantico dei Cantici risale, nientemeno a nove avanti l'êra volgare: a quella età più schietta e più libera, in cui il genio d'Israele, non ancora sopraffatto dal pietismo, serbava assai del vecchio lievito repubblicano, e ripugnava, massime nel Regno del Nord, agli influssi delle fastose monarchie orientali, di cui Gerusalemme s'era venuta imbevendo. La vita pastorale, i costumi semplici della tribù, l'amore della libertà agreste, ben naturale in una bella contrada come è quel verde paese del Libano, ricco di selve, di pascoli, di acque correnti, dovevano di per , come osserva bene il Réville, dare impulso a una vigorosa poesia popolare.

Non si può certo da questa pretendere che conoscesse il ritegno, le mezze tinte, le delicatezze di età più colte; ma nemmanco è da confondere l'ardore dei sensi che vi regna, col vizio; la ingenua sincerità di una innamorata fanciulla, coi lenocinii della corruzione. Anzi, quando la critica, stabilita ch'ebbe la divisione del Cantico in Giornate, fece un di più, e si travagliò di distinguere le varie persone del dramma, e di ricostituire, nonostante le incoerenze di un'arte primitiva, l'azione, quel che poteva parere inverecondia diventò lotta virtuosa d'un amor vero contro le seduzioni dell'aremme, resistenza di una gagliarda e sana gioventù contro libidini senili, fedeltà inconcussa di capraja a pastore, in faccia alle dovizie tentatrici e alle deluse concupiscenze di un Sultano; e la moralità uscì trionfante ad asserirsi in quella sentenza da provetto Savio, che sembra riassumere tutto quanto il significato del poema: niente resistere all'amor sincero: quando il ricco pretende comprar l'amore, egli non compera che la vergogna.

Di tutti i dottissimi uomini poi, che lavorarono intorno alla interpretazione umana del Cantico, e gli rifecero, anche dai coppi in giù, una onesta riputazione, nessuno ha più merito del Renan, il quale venne scernendone ad una ad una le fila intricate, le ragguppò per bene, le rimise nel giusto loro assetto; e voltatone, per dir così, di sotto in su il canovaccio, dove l'occhio volgare non iscorgeva che un viluppo confuso, mostrò leggibile, netto, distinto, anzi rilevato in tutta la gloria de' suoi smaglianti colori, un incomparabile tessuto orientale. E si può bene credere al dilicatissimo ingegno di un cotanto artista e sì inespugnabile critico, allorchè rivolge a' suoi lettori una dichiarazione, che, lui vivente (quando il suo gran nome non mi suonava acerbo rimpianto, ma dolcissimo conforto d'amica indulgenza), io mi reputavo felice di togliere a prestanza da lui: «Il mio scopo non fu di sottrarre alla venerazione una imagine, santificata dai secoli, ma di spogliarla un momento de' suoi veli, per farne ammirare la casta nudità agli amatori dell'arte anticaCastos conjugum amores, aveva già detto un commentatore tedesco, il buon Michaelis, fin dalla prima metà del secolo scorso.

Cui piacesse poi d'investigare la trama delle ingegnose interpretazioni che si son venute contessendo al Cantico per cavarne un senso mistico ed allegorico, non potrebbe meglio soddisfarsi che nella erudita opera del Torelli (Sul Cantico dei Cantici, Congetture di Achille Torelli, Napoli, Giannini, 1892), la più erudita e copiosa forse che sia venuta in luce di questi ultimi tempi.

 


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