Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE ANTICA

NELL'ISOLA DELLE SENE

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NELL'ISOLA DELLE SENE

 

Scrisse già dei Bardi e dei Druidi una eccellente notizia Ugo Foscolo; di Eugenio Camerini poi, rimpiattato, come a lui piaceva, sotto uno di que' suoi tanti pseudonimi, più numerosi degli avatâri di Vishnu, abbiamo un libro curiosissimo: Il Mago Merlino (Il Mago Merlino, Memorie, tradizioni, leggende, raccolte da Carlo Haugwitz, aggiuntavi la tregenda di Merlino la notte del 19 marzo 1865, Milano, Corradetti, 1865); dove, non senza molto mescolarvi di bizzarre fantasie e dotte piacevolezze alla maniera sua, egli ha riunito il meglio delle erudizioni del Visconte Hersant de la Villemarquée (Les Bardes Bretons, la Légende celtique, etc., Paris, Didier, 1860-64), di quelle del Pratt (The Druids illustrated, Edinburgh, 1861), e di quell'altre di più vecchia data dell'Higgins (The Celtic Druid, etc., London, 1829), sulla religione degli antichi Celti. In un primo Saggio, Druidi e Bardi, non contento del pseudonimo, il nostro Eugenio vuole anche darci a credere ch'ei non faccia se non tradurre da uno scrittore inglese, di cui tace il nome; ma fatto sta che doveva essere un fiore di scolaro, come gl'Inglesi dicono, colui che in quel Saggio ci fa passare innanzi con tanta disinvoltura tutto quanto mai novellarono dei Druidi Strabone, Cesare, Cicerone, Plinio il Vecchio, Lucano, Tacito, Luciano e quanti altri antichi scrittori ne hanno tôcco parola, giù fino ad Ausonio, ad Eusebio, ad Ammiano Marcellino ed a Flavio Vopisco.

Però da questa filatessa di nomi non mi pigliate, vi prego, in sospetto di premeditare un trattato sul Druidismo. Salterò a piè pari i boschi sacri, la grande assemblea dei Carnuti, i simulacri giganteschi di vimini, la lunga disciplina dei novizii con le migliaja di versi loro inflitti da imparare a memoria, il gran farmaco e talismano dell'oro di serpente, l'alfabeto ogham, e tutte l'altre maraviglie di quei misteriosi fratelli celti. Discorrerne neppur si potrebbe senza risalire a quei remotissimi sacerdozii orientali dei Bramini e dei Magi, con cui i Druidi hanno cotante attinenze, e dai quali pare che trasferissero sulle loro pietre augurali il segno dei due circoli legati da un cinturino e attraversati da una sbarra, sigla famosa, che gli ingenui montanari del paese di Galles chiamano buonamente gli occhiali. Io mi di dirvi questo solo, che per lo più, leggendo gli antichi, si resta indecisi se ragionino di Druidi o di Druidesse; che ad ogni modo le donne druide sono più volte nominate distintamente, come una specie di Sibille succedute a' più vetusti oracoli; e che tutte appariscono infiammate del più indomito e bellicoso amor patrio.

Quando l'isola di Mona che oggi chiamano Anglesey (terra gallese anch'essa, perchè una medesima stirpe celtica tenne di qua dallo Stretto l'Armorica, e, assai più a nord, il paese di Galles), quando Mona fu invasa da Svetonio Paolino, luogotenente di Nerone, sappiamo da Tacito che quei fieri legionarii romani furono atterriti da uno stuolo di donne irrompenti in mezzo a loro come Furie, le quali, scarmigliate, in gramaglie, agitavano fiaccole; mentre intorno ad esse i Druidi, levate le mani al cielo, mormoravano le terribili loro invocazioni. Già un secolo innanzi, Cesare ne aveva avuto buona caparra: e più volte s'era trovato in faccia sul campo di battaglia non meno formidabili donne di quelle Cimre, che avevano dato a Mario cotanto travaglio; le quali (lo racconta, sgomênto quasi di sì fiera tragedia, Plutarco), lanciavansi dall'alto dei carri di guerra, armate di spade e di scuri, digrignando i denti di rabbia e di dolore, mettendo orribili strida; vibravano i loro colpi addosso del pari a chi fuggiva e a chi inseguivale, a quelli come a traditori, a questi come a nemici; gettandosi nella mischia afferravano con le mani ignude le corte spade dei Romani, strappavano loro gli scudi, lasciavansi ferire e tagliare a pezzi senza dar segno di cedere, e fino alla morte mostravano un coraggio invincibile.

La religione presso quei popoli, non solo si mescolava sempre con l'amore della patria; ma (secondo ricordano, sulla fede di quei nostri antichi che soli ne lasciarono qualche prossima testimonianza, tutti i grandi storici moderni della Francia, i due Thierry, il Michelet, il Quinet, Henri Martin), al rozzo culto primigenio della Natura più alte dottrine s'erano venute innestando. «Insegnavano i Druidi — così Amedeo Thierry — che la materia e lo spirito sono eterni; che l'universo, perpetuamente mutevole nelle forme, è inalterabile e indistruttibile nella sostanza; che l'acqua e il fuoco sono gli agenti potentissimi di quelle variazioni, e operano, con l'alterno loro predominio, le grandi rivoluzioni della Natura; che infine l'anima umana, uscendo dal corpo, va a dar vita e moto ad altri esseri. L'idea morale di premio e di pena non era estranea al loro sistema di metempsicosi; consideravano i gradi inferiori di trasmigrazione delle anime come stati di prova o di castigo; e imaginavano un mondo oltre tomba, con le speranze del quale alimentavano ad un tempo fiere superstizioni e abnegazioni mirabili; pretendevano infine conoscere la natura delle cose, i moti degli astri, la virtù delle piante, i segreti dell'avvenire(Histoire des Gaulois depuis les temps les plus reculés jusqu'à l'entière soumission de la Gaule à la domination romaine, par M. Amédée Thierry, Paris, Labitte, 1844, tome II, 2e partie, chap. I).

Un altro nobile ingegno di quella medesima generazione di forti intelletti, che non dissociavano il culto dell'idea democratica dalla ricerca di un ideale transumano, Jean Reynaud, aggiunge sul Druidismo altri particolari nella Encyclopédie Nouvelle. «Il più alto cerchio druidico (Cylch y Ceugant), Cerchio dell'immensità, dell'infinito, non appartiene che a Dio; il secondo (Cylch y Gwynfyd), Cerchio della felicità, comprende gli esseri rivestiti del grado superiore della santità, è il paradiso; il terzo cerchio (Cylch yr Abledd), Cerchio dell'efficienza, abbraccia tutto l'ordine naturale. , nel fondo degli abissi, nei grandi oceani dello spazio, comincia il primo sospiro dell'uomo; posto subito fra il bene ed il male, egli si esercita lungamente nelle prove di quel cerchio, uscendo dall'una prova colla morte, ricomparendo in un'altra col rinascere: la mèta proposta al suo coraggio è di acquistare il punto, come dicono, di libertà, l'equilibrio tra i doveri e le passioni. Arrivato a tale grado di eccellenza, egli lascia finalmente il cerchio delle prove, per salire a quello della salute. Non c'è inferno; l'anima degradata o malvagia ricade in una condizione inferiore d'esistenza; v'hanno nel vasto cerchio dell'umanità abbastanza supplizii, da rendere superfluo l'imaginare un luogo separato di pena

E in un'opera di filosofia trascendentale, il cui titolo Terre et Ciel (Paris, Furne, 1854), presterà a molti, ma non a Voi, Donne gentili, l'occasione d'uno scettico sorriso: «Perchè non lo confesserei? — soggiunge lo stesso autore. — Il vecchio Druidismo parla al mio cuore. Questo suolo medesimo che noi oggi abitiamo, ha, prima del nostro avvento, portato un popolo d'eroi, soliti a considerarsi come di lunga mano esperti dell'universo avanti la loro incarnazione attuale, e però abituati a fondare sul convincimento della preesistenza la speranza della immortalità. Essi non sono nostri predecessori soltanto, ma padri nostri; il loro sangue pulsa ancora nelle nostre vene, e forse è desso che predispone istintivamente la nostra razza a quell'ardente possessione della vita e insieme a quella superba indifferenza per la morte, che le sono cotanto insite e proprie. Ne abbia o no coscienza il nostro spirito, chi ne dice che la loro tradizione non sia viva negli arcani recessi delle nostre anime? Obbliata in mezzo ai trambusti del medio evo, non per questo essa ha cessato, noi inscienti, di esistere; e forse non aspetta che il segno della risurrezione. La Francia, figlia sempre, nel midollo suo, della Gallia, ne ha raccolto per davvero il retaggio; respingerlo alla leggiera come una lezione vieta e inutile, sarebbe venir meno alla pietà nazionale

In effetto, quel che rimane delle tradizioni druidiche e bardiche spira amor di patria ardentissimo. Dice un inno, celebrando una battaglia infelice: «Le anime sublimi de' nostri padri pendevano sopra di voi e vi contemplavano: vinti o vincitori, che rileva? Bensì palpitavano per la vostra fama, temendo che avreste anteposta la servitù del prigioniero alla morte dell'eroe: ma io dissi a quelle ombre che se la vittoria vi volgeva le spalle, la gloria vi avrebbe circondati sempre. Udirono i vostri congiunti le mie promesse; e le mogli, le madri ed i figliuoli vennero intorno a voi, e furono spettatori della battaglia: il nemico vinse, e danzò sopra il sangue de' prodi; ma i loro cadaveri furono raccolti da mani amorose: i Bardi cantarono sovr'essi il carme funereo, e diffusero sui loro nomi l'eterna luce della memoria. Sorrisero gli spettri di quegli eroi, ed aggirandosi sul campo di battaglia, infondono nel petto de' nemici lo spavento della sconfitta: — all'armi, tornate all'armi

E noi, confessiamolo a volta nostra: è bello questo culto della tradizione, quando si marita così bene alla devozione verso la patria. Or quanta parte, la Dio mercè, non ci aveste Voi Donne! Cooperatori efficaci dei Druidi erano i Vati ed i Bardi; ma quanto più potenti quelle Profetesse, delle quali, per noi vecchi Belliniani incorreggibili, sopravvive nella «veggente Norma» l'imagine! Rendevano oracoli, presedevano a sagrifizii, compivano misteriosi riti; il mare agitavasi o si calmava a loro talento, i venti quetavano o levavansi a un loro cenno; ma il terribile Iddio che le armava di una sì arcana potenza in mezzo alla loro gente guerriera, astringevale a un perpetuo conflitto con le leggi medesime della Natura. Consacrate, le più, a verginità perpetua, avevano stanza sopra scogli selvaggi, in mezzo alle tempeste dell'arcipelago armoricano; il navigatore non accostava senza terrore quelle isole temute, ed era fama che qualche audace, il quale ne aveva tentato le spiaggie, fosse stato da formidabili uragani, da fulmini, e da più spaventose visioni, respinto. (Plutarco, De oraculor. defectu).

Nessuno ce le ha raffigurate più vive, queste viragini celtiche, e meglio le ha fatte spiccare sul fondo delle loro selve e delle loro marine spettrali, di quello che uno scrittore recente, Edoardo Schuré, l'autore delle Grandi Leggende di Francia (Les Grandes Légendes de France, par Edouard Schuré, Paris, Didier, 1892); un libro, che, se non si fosse agli sgoccioli della vita, metterebbe davvero addosso una gran voglia di emularlo, sicuri di non posseder materia minore, colle Grandi Leggende d'Italia. Ma per tirar via senza imbottar nebbia, e per tenercene a quel che altri più giovane e più solerte ha potuto e compiuto, tollerate ch'io vi consigli una scorsa almeno attraverso i quattro capitoli dedicati dallo Schuré alla descrizione ed alla storia del Mont Saint-Michel; un isolotto appunto della costa settentrionale di Francia, alla quale è riunito oggidì la mercè di una diga, e che fu tra le sedi più famose del Druidismo muliebre.

In mezzo a quella baja turchina di Normandia, la blue savage Norman Bay dello Shakespeare, la quale anche de' miei pochi ricordi di viaggio resta uno de' più eminenti, balza da un fantastico scoglio una sorta di castello medioevale o di turrita abbazia, che fu detta un tempo la maraviglia dell'Occidente. Normanni e Bretoni, secondo racconta lo Schuré, se ne sono disputata la gloria, santuario che fu dell'Arcangelo guerriero protettor della Francia; e gli uni appongono a capriccio del fiume che lo costeggia l'averlo messo, mutando alveo, in Normandia:

 

Le Couësnon dans sa folie

A mis le Mont en Normandie,

 

e gli altri, di ripicco:

 

Si bonne n'était Normandie,

Saint Michel ne s'y serait mis.

 

Non siamo soltanto noi Italiani, si vede, a bezzicarci come i capponi di Renzo. Ma fatto sta che i nomi stessi d'altre fiumane sboccanti in quella contesa marina, la Sée e la Sélune, rendono testimonianza manifesta di origini celtiche; e ricordano quelle Sene che quivi ebbero sede, e ottennero tra le Druidesse solennissima rinomanza.

La baja era un tempo meno profonda: una fitta foresta occupava i greti che oggi sono a vicenda coperti or dall'alta marea, or da un melettone anche più insidioso delle acque; e l'estremo scoglio granitico che a mo' di piramide vi sorge, avendo allora a tergo la selva selvaggia e davanti l'Oceano, era stato consacrato dai Druidi, quasi monumento spontaneo della Natura, a quel loro Iddio solare, Beleno, o Bel Heol, del quale balza agli occhi subito la parentela col Belo assiro e col Belial della Scrittura. Tombeleno, così chiamavano l'isolotto, che diventò poi Mons Tumba o Tumulus Beleni, chiudeva entro le sue viscere una cripta, il Neimheid, o santuario dei Maggiori, tutto rilucente di fasci d'arme, di spoglie nemiche e di patrii stendardi. Un collegio di nove Profetesse, le Sene, vegliava colà, invocando auspice ai notturni incanti Korivena, il pallido nume lunare, e scontando col sagrificio d'ogni amore terreno la venerazione paurosa che il circondava. Vi sovvenga come fosse creduto che l'audacissimo, il quale, a rischio della vita, arrivasse mai a profanare l'isola fatata e a vincere il cuore d'alcuna di quelle solitarie vittime, otterrebbe da lei, meglio che dalle venali custodi d'altri altari, il segreto dell'avvenire. Or come dentro al sacro circolo dei dolmen, in mezzo alla ridda di coteste Sibille intente alle incantagioni loro e a' loro filtri, penetrasse, e con che fortuna, un giovane guerriero gallese, non ve lo ridirò in prosa, dopo avere osato di farmigli compagno (in versi) all'attentato sacrilego: mi piace piuttosto soggiungere una parola di quel lento trasfondersi della leggenda celtica nella cristiana, che non è dei meno curiosi fenonemi dell'istoria.

Erano, tollerate ch'io lo ripeta, ordini inferiori del sacerdozio druidico i Vati (od Ovates o Eubages o Eubages, che in tanti modi lo si scrive), ed i Bardi (da Bardd, che vorrebbe dire ramo fronzuto). Quelli più propriamente addicevansi al culto esterno ed all'arte augurale; questi a un ufficio non dissimile dalla professione dei rapsodi greci, all'andar celebrando le gesta degli eroi, e distribuendo biasimo e lode colla libertà che solo si poteva attingere ad un carattere più o meno sacro. I Vati colle reliquie del culto antico si dispersero presto; anche dei Bardi l'autorità andò certamente sminuita dalle invasioni, che mescolarono alla razza gallese altri sangui, e dalla gelosia di mestiere dei nuovi preti; ma che non sia del tutto dileguata mai, basterebbe la memoria che ne serbano viva in Cambria, dove certi iniziati, i quali la pretendono a loro remoti discepoli, celebrano ancora ogni anno un sembiante di gara dei cantori (gorseddau awenyddion), in un convegno che ha origine e nome antichissimo anch'esso, l'eisteddfod; ma più assai lo attesta l'altissimo grido ottenuto in tutto l'Occidente cristiano dalle profezie di quel gallese Myrd'hinn, che Alessandro Vescovo di Lincoln volle voltate in latino circa un secolo dopo il Mille. Di quelle profezie passarono in Francia, accolte con riverenza anche in taluni monasteri, anche in quello del Mont Saint-Michel; e, cosa anche più notevole, fece loro buon viso nell'abbazia medesima di San Dionigi il famoso priore Suger o Sigieri, omonimo del dottor brabanzone celebrato da Dante nostro per gl'invidiosi veri che sillogizzava in Sorbona.

Ma ho io bisogno, Signore mie, di ricordarvi il buon mago Merlino, che altri non è se non lui il gallese Myrd'hinn? Non ne sapete voi quanto me, per poco che vi tiriate in mente quel tantino d'Orlando furioso che vi avranno dato da leggere in collegio? Laggiù purtroppo, me lo immagino, invece di tante deliziose ottave, vi sarà toccato digerirvi quelle nojose genealogie degli Estensi, messe in bocca dal buon messer Lodovico al Bardo celtico, pur di contentare la vanità de' suoi signori e padroni. Quello che non siete punto in obbligo di conoscere, e che sono io invece in dovere di presentarvi, è Taliesino, un altro Bardo, nel cui nome io v'ho fatto intoppare.

Taliesino o Taliesinn, come dicono, fu il proprio maestro di Merlino. Io non vi racconterò tutta la sua leggenda, e come, raccolto bimbo sull'acqua da Elfin, il figliuolo infelice di un re, egli a quindici anni meravigliasse della sua dottrina il mondo, e ripagasse poi il benefattore riconducendogli nelle braccia la sposa traviata. Più importa a sapersi che Taliesino è, secondo la tradizione, in perpetuo conflitto col monaco e vescovo Gilda, l'anatemizzatore di Merlino; è una sorta di filosofo, intento a sostenere i diritti del pensiero e del libero esame; e rappresenta bene l'antagonismo dell'antico col nuovo sacerdozio. Di un Canto del mondo, attribuito a Taliesino, Jean Reynaud cita il brano seguente: «Io dimanderò ai Bardi qualche cosa del mondo. E perchè i Bardi non mi risponderebbero? Io domanderò loro: Chi è che sostiene il mondo? perchè privo di sostegni esso non precipita? E se precipita, quale via segue? Ma chi potrebbe a lui servir di sostegno? Oh il gran viaggiatore che è il mondo! Mentre si rivolge senza riposo, esso rimane tranquillo nella sua orbita. E come la forma di cotale orbita è ammirevole, perchè il mondo non cada fuorviando in nessuna direzione

Lascio al dotto francese, s'intende, il rendersi mallevadore dell'autenticità di questo documento; se fosse incontroverso, giustificherebbe l'entusiasmo del Reynaud per colui del quale egli fa un precursore di Keplero. Questo è certo, che le idee prevalse nel medio evo furono tutt'altre: e il trasformarsi del vecchio mondo celtico nel mondo medioevale non potrebbe avere più parvente imagine di quell'isolotto, già sede del Dio solare (Tom-Beleno), il quale si tramuta, durante la sanguinosa tregenda de' tempi merovingiani, in Sacro Monte dell'Arcangelo Michele. Fu, dicono, nell'ottavo secolo. Un Vescovo d'Avranches, Sant'Oberto, recandosi a meditare sotto l'ombra della misteriosa foresta, v'ebbe una visione che lo lasciò assai agitato e perplesso: un guerriero in atto minaccioso imponevagli di erigere un tempio in suo onore. Egli, pauroso d'insidie diaboliche, stette lungamente in forse; prima obbedì che non fosse sforzato e segnato dall'Arcangelo medesimo, con un dito cacciatogli dentro alla fronte. Eresse così quasi per forza un altare sul Mons Tumba, con una pietra mandata a prendere fino da noi in Italia al monte Gàrgano, ove San Michele aveva avuto il primissimo culto. Ma Sant'Oberto non fu il solo renitente; assai peggio ripugnarono e resistettero agl'influssi cristiani gl'invasori Normanni, allorchè, un secolo dopo, presero a depredare quelle spiaggie. A poco a poco però, conquisi dalle donne del luogo che sposarono, finirono anch'essi con lasciarsi convertire. Hauk, il loro fiero capitano, vide egli pure il suo miracolo: la testa di Sant'Ildeberto, da lui fatto buttare nelle fiamme, salirne fuori, e venire a posarsi in grembo alla sua donna.

Riprincipiavano, si vede, l'amore e il terrore a edificare a que' nomadi una patria; risorsero a difenderla la tenacità e la prodezza antica, quando essa ebbe nuovamente provato il cimento dell'invasione. Tre volte, e sempre indarno, assediarono gl'Inglesi Mont Saint-Michel, che già era divenuto fortilizio nel XIII secolo, senza cessare d'esser convento; e la più nobile figura di cavaliere che il Monte ricordi è Bertrando du Guesclin, il prode dei prodi. Del quale tutta la vita, a principiare con l'infanzia ribelle, per arrivare di vittoria in vittoria sino alla immeritata accusa di fellonia ed alla morte, può passare per un romanzo di cavalleria de' più fantasiosi. ci manca la Sibilla profetizzante, una nomade Ebrea, che al fanciullo, mal gradito a' suoi, predice gran cose; la donna amata, Tiphaine Ravenel, la bella di Dinan, come la chiamano, di cui dice il cronista «qu'elle avait du sens d'astronomie et de philosophie, était bien écolée, et c'était la plus sage et la mieux endoctrinée du pays». Bertrando le fece costruire sul Monte San Michele un ritiro; e non è da dubitare che la non sia stata, quanto bien écolée et endoctrinée, altrettanto leggiadra, nel suo lungo strascico bianco e sotto la sua alta capperuccia bretone.

Checchè ne sia, non vogliate, prego, sapermi male, gentili Donne, di questa correria per mezzo alle forti e vaghe sorelle vostre di Francia, da Ena, la Druidessa innamorata, alla dolce e fida Tiphaine.

 


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