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Per chi ama la leggenda, per chi corre dietro ai fantasmi, per un sognatore che cerca dei documenti d'un mondo che non è più, per un rigattiere di frasi antiche e di ricordi perduti nella notte dei tempi, il nome di Cotrone che si sente gridato vicino al mare tra i colli cinerei e sabbiosi della Calabria Ultra Seconda, sui quali si arrampicano e strisciano i grassi fichi d'India e si cominciano a scorgere i colossali aloè in fiore, i ricini a larghe foglie tagliuzzate e variopinte, e gli agrumi di un verde scintillante; per chi in una parola viaggia come un touriste o un artista, il nome di Cotrone, che col suo Capo delle Colonne chiude l'estremità superiore del golfo di Taranto, ti invita a discendere per riposarti, per vedere, per ricordare, per rifare un po' di storia e di filosofia. Fu qui che insegnò Pitagora, fu qui dove nacque Milone, il re degli atleti. Qui dipinse Zeusi la storia di Elena, qui Orfeo, il poeta epico, scrisse e amò: qui ci furono le colonne d'oro e la tavola di bronzo che narrava i fasti d'Annibale; qui Ercole seppellì il Crotone che diede il nome alla città forte e magnanima; da qui partì la prima scintilla che distrusse Sibari voluttuosa; da qui la prima conoscenza dell'anatomia umana; da qui la prima divinazione del moto della terra. Chi non si fermerebbe a Cotrone almeno ventiquattr'ore?
«Dell'antica grandezza, nulla: dell'antica salubrità, ancora meno; della bellezza che diede a Zeusi le cinque più belle vergini della Magna Grecia per dipingere Elena seduttrice, il viaggiatore non ne sa punto: delle sacre boscaglie di pini popolate dai Genii e dalle Driadi salvatichette e gentili, non v'è più neppure la rimembranza nella tradizione malfida; ma le colossali ricchezze di molte famiglie ivi nate e cresciute, famose, nel libro d'oro della prosperità nazionale, e che sarebbero principesche a Londra e a Pietroburgo, dimostrano che la tavola pitagorica vi è tuttora in onore. Le grosse mandre delle più belle d'Italia vi venarono a svernare dalla Sila immensa, e vi hanno interminabili magazzini pei classici formaggi di Cotrone, sul porto arenoso, che ne fa un commercio lautissimo colla bassa Italia e coll'Oriente.
«Non ho veduto gli atleti e vi trovai la febbre: ma valeva la pena di prenderla in quel tramonto d'oro, che si rifletteva nelle acque tremolanti d'un mare tranquillo e pieno di misteri.»
Così col suo vigoroso talento d'artista e con la vivace sua facondia di donna, una viaggiatrice che vale per dieci archeologi (Caterina Pigorini-Beri, In Calabria, Casanova, Torino, 1892). Che vi saprebbero mai ricostruire questi barbassori dottissimi, delle magnificenze di una regione italica ora troppo negletta, e in tempi quasi preistorici onorata dai coloni d'Acaja più della stessa madre patria, col nome glorioso di Grecia grande? Sono in piedi, è vero, i magnifici tempii di Posidonia, improntati dell'austera bellezza che il genio dorico ha saputo infondere nelle loro linee, anche serbando una maschia parsimonia di fregi: ma di quelle più squisite eleganze in cui si vennero assottigliando ed infemminendo le propaggini achee là nella Lucania, nella Messapia e nel Bruzio, chi ci ragiona, chi ci parla agli occhi, all'infuori di qualche vaso fittile relegato nei Musei o a rarissimi intervalli tratto novellamente alla luce?
Gli scavi più recenti — lo dicono schietto le stesse Relazioni ufficiali — non furono fortunati a Taranto e a Sibari quanto a Falera e sulla costa occidentale della Sicilia. Quelle fibule e fibulette a drago, a scudetto, a voluta, quelle rozze oinocoe, quelle fusaruole, quei grani di vetro, quelle cuspidi di lancia possono fare le delizie dei Pigorini e dei Fiorelli, che sanno leggervi le analogie e le differenze fra Italici del Mezzogiorno e Italici di quella valle del Po da cui tutti discesero: ma pressochè nulla dicono, neppure a loro, della civiltà greca rigermogliata lì accanto. O come più di quei dotti cocci e ferravecchi a Voi tornerebbe preziosa, gentili Donne, ed a me una di quelle tuniche crocee, o una di quell'altre sì fine da esserne diafane, che le belle patrizie di Roma faceansi ancora mandare dalla lontana Taranto, quando già questa regina dell'Jonio era diventata città vassalla! E che non dareste per aver sott'occhio alcun ricordo autentico delle beltà natìe di quelle contrade, in qualche frusto di tavola o in qualche falda di muro che serbasse traccie della spatula da encausto di un greco maestro!
Ahimè, l'arte dei colori è muta; e di Mirto, la bella Tarentina, non vi resta se non dimandare un elegiaco rimpianto a quei versi dello Chénier, melodiosi come un'eco della lira d'Orfeo:
Pleurez doux alcyons! ô vous, oiseaux sacrés!
Oiseaux chers à Thétis, doux alcyons, pleurez!
Elle a vécu, Myrto, la belle Tarentine,
Un vaisseau la portait aux bords de Camarine:
Là l'hymen, les chansons, les flûtes lentement
Devaient la reconduire au seuil de son amant:
Une clef vigilante a, pour cette journée,
Sous le cèdre enfermé sa robe d'hyménée,
Et l'or dont au festin ses bras seront parés,
Et pour ses blonds cheveux ses parfums préparés.
Mais, seule sur la proue, invoquant les étoiles,
Le vent impétueux qui soufflait dans ses voiles
L'enveloppe: étonnée et loin des matelots,
Elle tombe, elle crie, elle est au sein des flots.
Elle est au sein des flots, la belle Tarentine!
Son beau corps a roulé sous la vague marine…
E voi, rileggendo la dolce e veramente attica elegia, ritroverete quella profumata atmosfera che io avrei voluto farvi respirare nello Studio, o, come egli avrebbe forse detto, nella pinacoteca di maestro Zeusi.
Nulla, nulla delle opere di questo gran cultore della beltà femminina ci è rimasto. Degli Egizii, che pretendevano aver dipinto seimila anni prima dei Greci, non solamente abbiamo ancora templi e palazzi dalle pareti istoriate e dai lacunari azzurri costellati di stelle; ma troviamo ritratti d'uomini e di donne fin sugli involucri delle mummie, e miniature fin sul libro dei morti. Gli stucchi della torre di Khorsabad, i mattoni riccamente smaltati delle reggie di Nimrod, di Ninive, di Susa, ci fanno passare innanzi, coi loro caratteristici profili, con le armi loro, nei loro abbigliamenti, nelle foggie loro più smaglianti e bizzarre, i soldati, i prigionieri, le donne di Sargon, di Artaserse, di Dario. (Cfr. Perrot e Chipiez, Histoire de l'Art dans l'antiquité, Paris, Hachette, 1882-1890). Ma che sappiamo mai, de visu, della pittura greca? Dobbiamo accontentarci di averne raccolto da pochi anni i più remoti incunabuli, anteriori forse ad Omero, nell'isola di Santorino, l'antica Thera, dove un cataclisma ce li serbò seppelliti sotto un alto strato di pomici; ma del grande periodo pericleo ogni traccia è scomparsa. Micene e Tirinto ci attestano co' loro ori mirabilmente lavorati una perizia nel comporre, che suppone già inoltrata assai anche l'arte del dipingere; ma poi l'invasione dorica fa sovrincombere alla cultura achea una sorta di medio evo; sospinge nell'isole, a Cipro, a Rodi, a Scio, a Taso, l'arte fuggitiva; e poco più che nulla sappiamo della pittura greca fino al sesto secolo avanti Cristo. Sullo scorcio del quale, una luce quasi subitanea irradia da Corinto e da Atene; e la ceramica, e le stele dipinte, e l'invasione della policromia negli edifizii, sono come squilli sonori che ci annunziano la pittura risorta. (Cfr. Gérard, La peinture antique, Paris, Quantin, 1892).
Per verità, un cent'anni innanzi, e certo prima che Polignoto ritraesse nel Pecile sotto la veste dell'epopea omerica la recente vittoria di Maratona, doveva la Magna Grecia avere veduto l'aurora di quel meriggio; chè la pittura presso i Greci (lo si ha dagli scrittori che ne videro, come Pausania e Plinio il Vecchio, i capi d'opera ancora intatti), la pittura seguì sempre la plastica da vicino, più gelosa assai del disegno che non lo fosse del colore; e quando la forma umana apparisce, come presso le genti italiote, non pur correttamente ma squisitamente segnata sulle metope dei tempii e sui vasi fittili, si può avere per fermo che dovesse esserlo con non minore perizia nella pittura murale. Imaginate poi in un tempo e presso un popolo che non occultavano con sciocca ritrosia quel modulo eterno dell'arte che è una bella persona; anzi ne facevano degno vanto in quei virili esercizii, per cui vedevasi accorrere ad Olimpia il fiore della gioventù di ogni greca contrada.
Crotone fu celebrata come Egina per la prestanza e l'agilità de' suoi atleti: che nella bellezza muliebre non restasse addietro, è troppo facile intendere: nessuna meraviglia dunque che dovesse valere non meno nel ritrarne le forme. Peraltro quel Zeusi che lavorò per i Crotoniati la famosa sua Elena, e n'ebbe tanto invidiata copia di bellezze tra cui scegliere, si sa bene che fu contemporaneo dei grandi artisti di Atene, ma non si sa con certezza di dove fosse. Dicono di Eraclea, che potrebbe essere una città non molto lunge da Crotone medesima, su quel medesimo golfo di Taranto; ma una Eraclea vi ebbe anche in Grecia propria, e un'altra in Asia Minore; sì che voi vedete libertà, anzi latitudine infinita, che è lasciata alla fantasia. Più importerebbe di sapere quale si fosse il valor vero del maestro; io ve ne dirò quel poco che è risaputo.
Non voglio di certo aggiunger io la cresima a quel battesimo più che un tantino libero (Corbellerie classiche, o giù di lì), che un brioso nostro artista ha compartito alle troppo note storielle dell'uva di Parrasio bezzicata dagli uccelli, e della cortina di Zeusi voluta scostare da Parrasio medesimo; ma certo cotesti aneddoti, che fecero da Plinio in giù la delizia di tutti i biografi, poco o punto rilevano alla critica dell'arte; e più avveduto assai del buon Dati, il quale amorosamente se li raccolse, era stato Leon Battista Alberti, quando dei meriti attribuiti a Zeusi giudicò che il più solido senza dubbio fosse quello d'aver saputo quasi per il primo intendere e render bene, non i contorni soltanto, ma sì anche il rilievo. «Io veramente affermo — dice Leon Battista, e lo dice tanto a proposito e a modo, che non so tenermi dal ripetere le sue parole — io veramente affermo che la varietà et la abondantia de colori arreca molta gratia, et molta leggiadria alla Pittura. Ma io vorrei che i valenti Pittori giudicassero che si debbe porre ogni industria et ogni arte nel disporre et nel collocar bene il bianco et il nero, et che in collocar questi bene et bene accomodargli, si deve por tolto l'ingegno et qualsivoglia estrema diligentia. Imperoche si come lo avvenimento de lumi et dell'ombre fa che ei si vede in qual luogo le superficie si rilievino, et in quali elle sfondino, et quanto ciascuna delle parti declini o si pieghi; così lo accomodar bene del bianco et del nero fia quello che era attribuito a lode a Nitia Pittore Atheniese, et quel che la prima cosa ha da desiderare il maestro, che le sue Pitture apparischino di gran rilievo. Dicono che Zeusi nobilissimo et antichissimo Pittore, fu quasi il primo che seppe tener questa regola de lumi et de le ombre.»
Di una cotanto autorevole apologia del bianco e del nero voi intendete bene, gentili Donne, come io, trovandomela così a mano, non mi potessi passare; posciachè di nero appunto e di bianco, e di niente altro, io abbia qui procurato di accomodarvi. Avrebbe forse valso o varrebbe di più il ritesservi l'elenco di opere non viste? Una cosa sola mi par che giovi notare, perchè prova come l'evoluzione delle arti plastiche sia andata sempre di pari con quella del teatro, e in generale della coltura. Zeusi non lascia, è vero, da parte i soggetti mitici e omerici, i Marsia, i Pane, i Borea, i Menelai e gli Agamennoni; ma anche alla mitologia s'ingegna di dare, quando può, un'interpretazione umana. Di Ercole infante che strozza le serpi mandategli da Giunone gelosa, egli fa un fanciullo precoce, di cui babbo e mamma restano ammirati e sgômenti: il vecchio spauracchio de' Greci, imagine quasi della ferocia barbarica, il Centauro, egli lo tramuta in un buon padre di famiglia, che si diporta sull'erba tra la consorte e l'ancor piccina figliuolanza. Così la commedia nuova e domestica succedeva alla politica e antica.
E' si sarebbe quasi tratti a credere che Zeusi (il quale tenne, si sa, non breve dimora ad Atene e fu in dimestichezza con Socrate), avesse da lui udito qualcosa delle calzantissime argomentazioni con le quali, se vogliamo prestar fede a Senofonte, il grande interrogatore avrebbe un giorno messo alle strette l'emulo di Zeusi, Parrasio.
«Dimmi tu — avrebbe detto al pittore il filosofo — la pittura non è ella un'imitazione delle cose che si veggono?
«A cui il pittore: Tu di' il vero, o Socrate; e per questo?
«E Socrate: E se tutte cose dovete, o pittori, imitare, imitate voi anche la sembianza dell'animo persuasiva, dolce, grata, desiderabile, dolorosa?
«E in qual maniera — soggiungeva il pittore — puossi egli imitare quello che non ha nè proporzione, nè colore, e che a niun patto si può vedere?
«Ma — replicava il filosofo — non si dà egli alle volte il caso che altri guati alcuno con viso giocondo o con burbero?
«Così mi pare — rispondeva Parrasio.
«Adunque — ridicea l'altro — negli occhi è un non so che possibile ad esprimersi?
«Indi il filosofo: Ma negli accidenti prosperi o sinistri degli uomini, ti par egli ch'abbia il medesimo sembiante chi è impensierito e chi no?
«No — soggiunse l'altro — perocchè allegri nelle cose felici e mesti nelle avverse divengono.
«E Socrate incalzando il discorso: Anche queste dunque son di quelle cose che si possono rappresentare imitando, molto più che nel volto e nel portamento degli uomini o fermi o moventi, traspare il genio e l'indole magnifica, e la vile, la nobile, la gretta, la continente, l'avveduta, la sfacciata, la furibonda, le quali tutte possono esprimersi a forza d'imitazione.»
Non sembra per verità che Parrasio a un cotanto loico replicasse gran che di conclusivo; ma, se non con le parole, che non è il forte dei pittori, Zeusi rispose, a quel che sembra, con le opere. Ed io, con quella facile erudizione che si pesca nei libri, avrei potuto assai agevolmente accattare dai musaici di Villa Adriana, dai monocromi d'Ercolano e dalle tempere di Pompei, per fregiarne la pinacoteca del mio Zeusi, qualcuna delle composizioncelle di quei decoratori, i quali si pretende (senza argomenti gran che sicuri per dimostrarlo), che alla bell'e meglio venissero calcando l'orme degli antichi maestri, e lucidando in digrosso le loro composizioni. Ho preferito, e me lo perdonerete, un mio ghiribizzo. Disperato di somigliare ai grandi in altro che negli errori, ho voluto farla alla Paolo, se non per quel giuoco d'ombre e di luce in cui il Veronese valse cento Zeusi, almeno per quei geniali spropositi che gli facevano mettere Turchi, cavalieri di Malta e suonatori di viole d'amore nelle Nozze di Cana. Onde anch'io, insieme con un dittico pompejano, ho dunque appeso nello Studio di Zeusi un Olimpo del Sabatelli e un mascherone di Michelangelo; l'uno però tanto somigliante alle terre cotte di Tanagra, scoperte tre secoli dopo, da farci intendere come i veramente grandi abbiano il dono della divinazione; e l'altro tanto prettamente classico, da far proprio pensare a que' Greci, che, se non erano vaghissimi coloristi, erano bene arcipotenti disegnatori.
Che se infine in quel primo tablino del maestro voi vedete quattro fanciulle soltanto, abbiatelo come testimonianza che io non m'ho preso ardire di lineare la quinta ch'egli elesse; perchè io sto con coloro i quali pensano essersi potuto bensì su cinque esemplari di bellezze maturar in cuore una sapiente elezione, non già mettere insieme, ricopiando alla lettera, un non so quale musaico di membra scompagnate ed aneuritmiche.
Or m'accommiato, o non la finirei più. E abbandono alla misericordia di Dio, dubitando un poco della vostra, il nome di quel povero di spirito, ancora che valoroso artista, il quale, per ubbidienza alla santocchieria a' suoi dì dominante (come domina a' nostri una licenziosità goffa e volgare), non si peritò di metter le brache a' terribili e più che umani ignudi del Giudizio finale. Altri vi dirà tuttavia a sua discolpa, e dirà il vero, che fu quello il solo spediente per salvare il capolavoro di Michelangelo dalla distruzione, che Paolo IV aveva deliberata. (Cfr. Nibby, Roma nell'anno MDCCCXXXVIII, Roma, Tip. delle Belle Arti, 1841, Parte II, pag. 443. Vasari, Le Vite, ecc., Firenze, Sansoni, 1881, tom. VII, pag. 65).