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Confesso candidamente di essermi ispirato per questo quadro, che, se non nell'atto, è atroce pur troppo nell'aspettazione (ma i canoni anche più ortodossi dell'arte lo consentono), a un vecchio scrittore sepolto in un oblìo altrettanto profondo quanto fu sterminata la voga d'un giorno: Eugenio Sue. Rassicuratevi peraltro, pie Gentildonne. Se vi fanno paura i suoi Misteri del popolo, ecco che già, lunga pezza innanzi, un savio e grave alemanno, il Böttiger, facendovi assistere con la sua Sabina alla teletta di una dama romana, vi ha ammannito uno spettacolo non dissimile; e la stessa scena, o a un di presso, potete rileggere persino nella edificante Fabiola del cardinal Wiseman.
«Faustina (io ho scritto Valeria) indossava due gonnelle di seta di Tiro, una lunga e bianca ricamata d'oro, l'altra più corta di colore verde chiaro ricamata d'argento... i sandali dalla suola d'oro quasi sparivano sotto le tante pietre preziose delle quali erano ornati.
«La gran dama, così mollemente adagiata sui suoi cuscini... disse con voce sdilinquita:
«— Ho sete.
«Subito parecchie delle sue donne si precipitarono verso le credenzine d'avorio; l'una mise una coppa di mhure sopra un vassojo di diaspro; un'altra prese un vaso di oro, intanto che altre portavano uno dei grandi bacili d'argento pieni di neve, dove stavano in fresco le anforette d'argilla di Sagunto. Faustina accennò col dito che ella voleva bere di quel vino ghiacciato. Una delle schiave stese la coppa, che da un'altra fu tosto riempita; ma nell'affrettarsi a recare quel rinfresco alla sua padrona, la giovinetta inciampò contro uno de' cuscini, la coppa versò qualche poco, e alcune goccie del liquore gelato caddero sui piedi di Faustina. Corrugò essa il sopracciglio, e nel prendere la tazza con una delle mani bianche e magrette luccicanti di preziosi anelli, additò con l'altra alla schiava la macchia umida del vino sul suo calzaretto; poi lentamente centellando vuotò la coppa, senza intanto mai tôrre il nero e profondo suo sguardo di dosso alla schiava, la quale cominciò a tremare e impallidire...
«Appena la gran dama ebbe bevuto, che molte mani si stesero a gara per ricevere la coppa... Buttatasi allora svogliatamente all'indietro e appuntellatasi col gomito a un cuscino... Faustina... si mise a sorridere con ghigno crudele; quel riso lasciò apparire due fila di piccoli denti bianchissimi tra le labbra vermiglie... di un rosso di sangue... Finalmente ella disse alla schiava che aveva sbadatamente versate le poche goccie del vino:
«— Filenia (io scrissi Atìde) qua, in ginocchio...
«La schiava atterrita, tremando, obbedì.
«— Qua, più vicina — disse Faustina — anche più vicina... che io ti possa arrivare.
«Filenia nuovamente obbedì ...
«Faustina la contemplò alcuni istanti con certa compiacenza feroce, poi disse:
«— Il ghiomo.
«A quelle parole, la schiava stese le mani supplichevoli verso la sua padrona; ma questa, senza manco parere si accorgesse di quel gesto di preghiera, disse a un Negro gigante:
«— Erebo, scoprile il petto... e tienila ben ferma.
«Il Moro, pieno di lasciva gioja, eseguì con compiacenza gli ordini della signora, la quale prese allora di mano da una delle sue donne un singolare ed orribile strumento di tortura. Era questo una lunga bacchettina d'acciajo flessibilissima, terminata da una piastra d'oro rotonda, sulla quale era aggomitolato un ghiomo di seta rossa... in tale ghiomo erano infitti, ben disgiunti l'uno dall'altro, un gran numero di sottilissimi aghi, accomodativi in modo che le aguzze loro punte uscivano un tantinello dal ghiomo invece di rimanervi piantate dentro.
«Il Negro aveva afferrato Filenia... La poveretta, pallida come una morta, non fece il minimo atto di resistenza... Il bianco suo petto fu scoperto nudo. Allora, in mezzo al più perfetto silenzio di tutti, perchè ognuna sapeva quale severo castigo fosse riservato al più lieve segno di compassione, Faustina col gomito appuntellato al cuscino e la guancia appoggiata sulla sinistra, prese colla destra il ghiomo, impresse all'elastico manichetto un certo balzellamento verticale, e ne percosse il petto a Filenia, trattenuta tra le braccia nervose del Moro postosi ginocchione dietro di lei. Al dolore acuto delle spesse punture, la disgraziata fanciulla mise un acuto strido, ed il candore del suo petto di neve si tinse di alquante goccioline di sangue, che apparirono quasi trasudando a fior di pelle...
«Alla vista di quel sangue, allo strido della vittima, i neri occhi di Faustina fino allora quasi spenti, ripresero un vivo sfolgorio;... e rizzandosi a sedere, disse con una specie di ferocità sdolcinata e piena di passione:
«— Strilla... dolce tesoro mio! strilla... Strilla dunque, mia bella Lesbiota... strilla, strilla, la mia colombella! che piacere a sentirti a strillare così! via dunque, strilla!
«E sempre nel dire: Strilla, strilla, Faustina raddoppiava la celerità di quel suo picchiettare, cosicchè il petto della schiava in un momento fu tutto crivellato di punture, e tutto quanto coperto di una vaporosa rugiada di sangue...»
Oh fosse questa nient'altro che una truce fantasia di romanziere! Ma le testimonianze de' contemporanei sovrabbondano. Ovidio ha un bel ricordare, forse per contrapposto alla corruttela de' suoi tempi, la pudica Lucrezia, esempio d'assidua filatrice alle sue serve; hanno un bel sorgere maestose, nelle Decadi di Tito Livio, le Veturie e le Cornelie; troppo presto l'austera patrizia, inebbriatasi alla tazza della voluttà, ruppe il freno; e certi eccessi che ne raccontano Marziale, Giovenale ed altri scrittori, non esclusi i primi Padri della Chiesa, mi guardi Iddio dal citarveli altrimenti che sotto l'usbergo della impeccabilità pariniana:
Sai delle donne esimie
Onde sì chiara ottenne
Gloria l'antico Tevere,
Silvia, sai tu che avvenne
Poi che la spola e il
frigio
Ago e gli studii cari
Mal si recâro a tedio,
E i pudibondi lari,
E con baldanza
improvvida,
Contro agli esempii primi,
Ad ammirar convennero
I saltatori e i mimi?
Pria tolleraron facili
I nomi di Tereo,
E della maga colchica,
E del nefario Atreo.
Ambìto poi spettacolo
Ai loro immoti cigli
Pur nelle orrende favole
i trucidati figli.
Quindi, perversa
l'indole,
E fatto il cor più fiero,
Dal finto duol, già sazie.
Corser sfrenate al vero.
E là dove di Libia
Le belve in guerra oscena
Empiean d'urla e di fremito
E di sangue l'arena,
Potè all'alte patrizie,
Come alla plebe oscura,
Giocoso dar solletico
La soffrente natura.
Che più? Baccanti e
cupide
D'abbominato aspetto,
Sol dall'uman pericolo
Acuto ebber diletto;
E dai gradi e dai
circoli,
Co' moti e con le voci
Di già maschili, applausero
Ai duellanti atroci:
Creando a sè delizia
E delle membra sparte
E degli estremi aneliti
E del morir con arte.
Copri, mia Silvia
ingenua,
Copri le luci; ed odi
Come tutti passarono
Licenzïose i modi.
Il gladiator, terribile
Nel guardo e nel sembiante,
Spesso fra i chiusi talami
Fu ricercato amante.
Così, poi che dagli
animi
Ogni pudor disciolse,
Vigor dalla libidine
La crudeltà raccolse...
E nessuno ne provò da vantaggio i furori, che le povere schiave. «Io non ti vieto — dice Ovidio alla sua dolce scolara nell'Arte d'amare — io non ti vieto di farti acconciar il capo in cospetto d'altrui, sì che le chiome spargansi diffuse per le tue spalle: ma bada di non essere in quel mentre iraconda, di non disfare troppo sovente l'opera dell'ornatrice; e la poverina non sia malmenata. Odio colei che le infigge l'ugne nel viso, e le braccia le trapassa, furente, con l'ago; sì che la misera tutta sanguinolenta ripiglia, tacitamente maledicendo, il suo ufficio.» Un altro poeta degli amori, Properzio, rimprovera alla sua Cinzia, ferocemente gelosa, d'avere inflitto a un'altra poveretta un vie più crudele supplizio: «Lalage, sospesa per i capelli, è flagellata. Perchè? Per questo solo che osò supplicarti in nome mio.» E il più fiero, ma più verace dei satirici (porrò fine, per pietà di Voi gentili, con questa citazione), «Porta il pregio — dice — di sapere che cosa vadano in tutto il giorno facendo e agitando, codeste dame. Dormì stanotte come un tronco il marito? Sventura a te, maggiordoma, e voi, cameriere, nudate i dorsi. Che tardi, o flagellatore? Su, paghino il fio dell'altrui sonno. E le verghe volano in frantumi, e s'arrossano staffili e fruste. Ella intanto percuote, e s'imbelletta in pari tempo il viso; discorre con le amiche, si consulta intorno al largo passamano d'oro della veste ricamata, e percuote; legge, lunga distesa, il giornale, e percuote; fino a che, stanchi i flagellatori, grida un terribile: Uscite! chè la sua lettura della cronaca cittadina è finita. Davvero è questa una casa non più mite di una Luogotenenza di Sicilia. Un'altra e più complicata pettinatura ci vuole per andarne ai Giardini, o che val meglio, ai Misteri d'Iside compiacente. Orsù, Pseca infelice, tu che avesti testè strappati i capelli, acconcia i suoi; e bada di non t'accostare se non ignuda gli omeri e le mammelle.» (Giovenale, VI, 484, VII, 475).
Anche queste — direte voi, Donne pietose — sono vecchie storie; e neppure in Roma pagana si poteva poi essere antropofagi, da buttare una schiava in pasto a pesci, che un dì o l'altro, infine, s'avevano a dare in tavola. Tant'è. Del gitto a' pesci, a quelle murene, a quelle spaventose lamprede, dalla bocca a succiatojo come i tentacoli delle piovre, neppur io vorrei crederlo, in una Roma di Virgilio, di Mecenate, d'Augusto: ma pur troppo è storia quella che si racconta di Vadio Pollione, amico d'Augusto appunto, il qual Pollione in casa propria ne aveva fatta una consuetudine. Tantochè una sera che Augusto cenava da lui, rotto per disgrazia da uno schiavo non so che bicchiere, il dolce anfitrione volea che si facesse giustizia secondo il solito; nè, intercessore Augusto, accennava a cedere; onde questi, il quale non sempre era carnefice, emancipò lì per lì lo schiavo, e fece rompere, dicono, in casa dell'ospite crudele tutte le stoviglie.
Quanto poi al mettere ogni cosa sulle spalle al paganesimo, me ne riferisco a quella buona signora Beecher Stowe, che ha fatto tanto piangere le vostre nonne sulla sorte dello zio Tom, di Elisa la mulatta, e di tutta l'altra povera gente color dell'ebano. Antiche o moderne, tutte le storie di schiavi si rassomigliano. E siamo noi ben certi che, pur dato di frego all'arbitrio erile sulle tavole della legge, qualcosa non ne resti in fondo ai cuori?...