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Dopo avervi travagliate oltre il giusto con una storia di orrenda crudeltà, sento quasi il dovere di scagionarmi verso di Voi, Lettrici care, e verso le grandi antenate vostre di Roma, che furono ben lungi dall'essere tutte tormentatrici delle povere loro schiave. Ce n'ebbe anche di buone, anzi di ottime; se non che, raccontandovi di alcune di queste, e della quasi loro materna e fraterna tenerezza per una fanciulla messa dal destino in loro dizione assoluta, mi piacque di venirvi altresì mostrando che ogni bene, e fino la recuperata libertà personale, è un nulla senza il bene supremo di possedere una patria libera; della quale se un animo bennato sia privo, ha la vita medesima con tutte le sue gioje a vile, nè gli sorride più altra speranza se non quella di una patria celeste.
Poche catastrofi al mondo furono cotanto rapide e disastrose quanto la caduta del Regno Macedone, conquistato dalle armi romane appena centocinquant'anni dopo che aveva con Alessandro il Grande toccato l'apice della potenza e della gloria. Polibio, l'insigne storico che ne fu testimonio oculare, e che, greco di nascita, doveva averla sentita nel profondo dell'animo, come quella con cui le ultime speranze della indipendenza greca rovinarono, cita a questo proposito un filosofo, Demetrio di Falera; il quale in un trattato sulla Fortuna, scritto proprio a' giorni della massima prosperità macedone, era uscito in queste parole: «La Fortuna, questa assoluta padrona della nostra vita, che muta ogni cosa contro il nostro imaginare, e con tanti colpi imprevisti proclama la propria potenza, pare a me che trasportando a' Macedoni la prosperità meravigliosa dei Persiani, abbia voluto dare a intendere che essa non ha fatto se non imprestarne loro il godimento, insino a che le piaccia disporne altrimenti.» Parole, soggiunge Polibio, più di un Dio che di un uomo: perchè, cento cinquant'anni innanzi, predissero esattamente quel che doveva accadere.
Vi risparmio, Donne gentili, i fastidiosi particolari di quel che tra Romani e Macedoni era intervenuto prima dell'ultima guerra, in cui Perseo fu vinto: costui insomma, ultimo Re, avendo tentato di capitaneggiare una riscossa di Greci e d'altri popoli, già a metà soggiogati, contro Roma; e Roma, come soleva, avendo tenacemente proseguito (anche quand'egli tentennò e profferse pace), i propositi suoi di conquista. Era Perseo, dicono gli storici romani, un bell'uomo, destro e forte a tutti gli esercizii del corpo, non dedito come il padre al vino e alle donne. Ma come lui, soggiunge il Mommsen, appassionato e leggiero, tenacissimo nell'adunar tesori per la divisata guerra, ma, all'ora di spenderli, per avarizia restìo: nel concepire l'impresa dell'indipendenza audacissimo, ma allo stringer dei nodi titubante; cattivo generale, ancora che non ispregevole soldato. E Polibio, trascinato da nobile indignazione, gli contende anche questo merito: «Nella giornata di Pidna — egli dice — dove le sorti si decisero, Perseo aveva fermo in sulle prime di vincere o morire; ma, dopo un effimero vantaggio, l'animo gli cadde, e dal campo di battaglia si ridusse in città sotto colore di fare un sagrifizio ad Ercole, come se Ercole non ricusasse le offerte propiziatrici dei vili!» Il tenace Greco loda più volentieri Paolo Emilio, che, vincitore di un tanto Regno, non insuperbì, ma davanti al Re prigioniero disse a' suoi: «Correre dagli insensati ai saggi questo divario: che quelli solamente dai disastri proprii, questi imparano dagli altrui.» (Polyb. Excerpt. Legat. XLVI a XCIV).
Paolo Emilio ebbe in Roma gli onori del trionfo: però con nobili e veramente romane parole, secondo si legge in Tito Livio, «Il mio destino — disse — non meno di quello di Perseo, è insigne documento della sorte serbata ai mortali; avvegnachè costui vedesse bensì i proprii figli trascinati innanzi a sè prigionieri, prigioniero egli stesso; ma sa che son vivi; io dal funerale di un figliuolo ascesi al carro trionfale; e scesi da questo per recarmi presso un altro figlio spirante. Due per adozione sono d'altrui; in casa Paolo, io vecchio e solo rimango. Ma della domestica strage mi consolano le pubbliche fortune.»
Come fosse stato quel trionfo emiliano sopra ogni dire magnifico, per incredibile copia di armi, di monete, di vasellami, di preziosità d'ogni sorta rapite al nemico, è superfluo ch'io vi ricopii: ma non superfluo che udiate dal medesimo istorico romano come a molti degli spettatori di quella processione, e non certo d'animo tenerissimi, fosse stato impossibile trattenere le lagrime allo spettacolo dei figliuoli del re, quasi per l'acerba età ancora ignari della gravezza del proprio destino; ai quali i concaptivi, stendendo le supplichevoli braccia, insegnavano a invocare la compassione del popolo. (Tit. Liv. Hist. XLI a XLVI).
Che uno dei figliuoli di Perseo venisse addetto all'arte del tornio, si legge negli antichi. Il Mommsen con altri aggiunge che finì scrivano. Ma che cosa della posterità di lui accadesse, io potrei dirvi d'averlo scoperto in un papiro ercolanense, se fossi uno scrittore di grido: non lo essendo, e non volendo farla da quel che non sono, vi ammonisco invece di non cercare altrove che ne' miei versi la gente Vulcea, che altrove non trovereste. Lo che non torrà, spero, che alla mia povera Delia vogliate bene quanto gliene vollero Arria e Domitilla mie, gentildonne delle quali nelle più autentiche istorie potrete trovare, se non le uguali, le perfettamente consimili.
Non è da credere che, anche quando, verso la metà del primo secolo, la luce del periodo augusteo fu troppo rapidamente andata in dileguo, tutto il mondo romano fosse perverso. Di un'Arria, omonima della mia, è noto l'eroismo più che muliebre; e se tanto farete di leggere, magari là in riva al Lario, sotto l'ombre deliziose della Pliniana, una lettera, la XVIa del libro IV, che il vecchio padron di casa ne ha scritta, me ne direte novelle. Una Turia, di cui il Mommsen ha pubblicato l'orazione funebre che ne pronunziò il marito medesimo, pare che sia stata un modello di tutte le virtù domestiche. La stessa moglie di Nerone, l'infelicissima Ottavia, morta a vent'anni sotto il coltello dei sicarii, ebbe della propria bontà la attestazione più sicura dalla maggior parte delle sue schiave, che si lasciarono torturare, senza voler macchiarsi di menzogna affermandola rea. Il governo, pessimo a Roma, era poi nelle provincie tollerabile; ivi la probità, massime nel ceto medio, era spesso perfetta. Dice il grande istorico moderno di quei tempi di transizione, un gran savio scomparso dianzi dal mondo, Ernesto Renan (lodato, poco innanzi la morte, con questa sentenza altrettanto paradossale quanto vera: nessuno scrittore, a' nostri giorni, avere meglio servito la causa di Dio), dice dunque il Renan, che ai fanatici, impazienti di strozzare il Cristianesimo in culla, tennero testa i magistrati romani. E tutto, nell'orbe romano, già non finiva con Roma. Le popolazioni greche avevano in orrore gli spettacoli atroci dell'anfiteatro; fra gli Orientali, a principiare con gli Ebrei, il mutuo soccorso era consuetudine; e quella propaganda d'umanità che non sapevano abbastanza fare i moralisti — perchè sino a Marc'Aurelio pochi di non affatturati ne ricomparvero — quella che non voleva fare il tempio antico, tutta cosa del sacerdozio e punto del popolo, il soffio del monoteismo semitico la andava adagio adagio ma invincibilmente infiltrando attraverso le povere plebi.
Le eranie o tiàsi greche, d'Atene, di Rodi, delle isole dell'Arcipelago, belle e buone società di assistenza, di assicurazioni mutue, di pietà, di onesti diporti conviviali e quasi domestici, ebbero bentosto anche sulle rive tirrene il loro riscontro nei collegii o ceti, per lo più di genterella minuta, di veterani, persino di schiavi; che ne' modesti loro convegni, portando alla sala comune, alla schola, come chiamavanla, ciascuno la propria sportula, chi il pane, chi le sardelle, chi l'anforuccia di vino, e menando seco le loro donne, gustavano qualche oretta di riposo e di svago, santificata dal contributo che davano e dal culto affettuoso che promettevano ai comuni sepolcri. Questi furono i primissimi focolari ove il Cristianesimo facilmente attecchì. Portata attorno da gente semplice ma profondamente convinta e devota, una dottrina che in un mondo di lussuriosi, di violenti, di prepotenti, predicava umiltà, fraternità, abnegazione, che a uomini senza patria ne apriva una nel cielo, era sicura di far cammino. Ed una delle prime sue tappe in Occidente fu appunto quella Pozzuoli, ch'era, a dir così, uno scalo di Roma, un convegno di Sirii e di Ebrei, fatto apposta per la predicazione di quel povero tessitore che vi approdò, da detenuto politico, dopo una traversata delle più tempestose. Era stato sfrattato da Gerusalemme, più per quetare i conflitti suoi coi preti di laggiù, che non per importanza seria che gli avesse attribuito il comandante romano della colonia. Un singolar prigioniero dopo tutto, amato dai custodi, visitato, ascoltato, ammirato dal popolino. E io non credo che Eufrate il pilota e neppur Febe sua moglie, se anche fastidita un po' in sulle prime dell'aver perso una serata allegra, abbiano potuto a lungo tardare a esser de' suoi, come già erano quegli altri due poveretti, Aquila e Priscilla, i quali, cacciati da Roma, egli aveva incontrati a Corinto. Se poi non dovesse entrare spontanea, anzi di colpo vinta, nella comunione sua la povera Delia, lascierò che voi giudichiate. Io non ne dirò altro, se non che mi son fatto scrupolo d'attribuirgli parola la quale non possa leggersi testuale nelle Epistole ai Romani ed ai Corintii.
1 Cfr. Epistola di San Paolo a' Romani, VIII, 3 a 13, a' Corintii, XI, 23 a 27.