Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE ANTICA

IRENE IMPERATRICE

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IRENE IMPERATRICE

 

Nel limbo delle storie bizantine, dove a ogni piè sospinto ci s'imbatte in generali eunuchi e in Imperatori teologizzanti, le sole figure che stacchino a contorni decisi su quell'immenso tramonto, sono le donne. Non immacolate, non tenere, non candide amanti, tutt'altro: ma più uomini degli uomini. Belle, certe audaci che salirono in alto, quasi tutte; perchè quei Sovrani sconclusionati che mitigavano la sagrestia con l'aremme, volevano almeno sbramar gli occhi, fino a che qualche emulo non glieli cavasse, in un bel volto, e la concupiscenza in una bella persona: poco importava poi se più degna del circo che della reggia. Eppure, uscite anche dagl'infimi strati sociali, quelle creature che vennero così assunte al trono, per lo più valsero meglio dei loro mariti: quasi a provare che di tanto smascolinata e scellerata Corte ogni ceto era, se non meno corrotto, meno imbecille.

Voi sapete chi fosse Teodora, e quanto ella potesse sull'animo di un Imperatore che passò tra i grandi per avere dato fuori un gran codice di leggi, raggranellate dai suoi giuristi nelle dottrine dei loro maggiori. Circa due secoli dopo, il trono di Costantinopoli fu nuovamente occupato, e con assai più autorità, da una donna, sulla quale nessun Sardou ha ancora fatto convergere la luce falsa della ribalta. Di che famiglia ella uscisse, non si sa bene: si sa che era una povera e bella giovinetta ateniese, e che Costantino V, il quale per aveva scelto una sposa di sangue barbarico, la figliuola del Kan dei Chazari, al proprio figliuolo Leone volle fare il regalo di questa greca Irene, un'orfana di 17 anni, dice il Gibbon, la cui sola fortuna consisteva nelle personali sue doti.

Le nozze di Leone e di Irenecontinuo a compendiarvi qualche pagina del celebrato autore della Decadenza e Caduta dell'Impero romano (Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire, Basilea, 1788) — furono celebrate con regia pompa: ella tosto acquistò l'amore e la fiducia di un debole sposo, e questi nel suo testamento affidò all'Imperatrice la tutela del mondo romano e del proprio figlio Costantino VI, che non aveva più di 10 anni d'età. Durante la puerizia di lui, Irene adempì abilmente e alacremente nella pubblica amministrazione i doveri di madre fedele; e il suo zelo nella restaurazione delle immagini (che gl'Iconoclasti sotto l'impero dello suocero di lei e del costui padre, un altro Leone, detto l'Isaurico, avevano voluto abolire), le acquistò nome ed onori di santa, che ancora occupa nel calendario greco. Tuttavia, il figliuolo, toccata che ebbe la maggiore età, e venutogli in uggia il giogo materno, tentò con alcuni amici di scuoterlo. Ridotto una prima volta all'obbedienza e punito dalla madre come un fanciullo, a percosse, ebbe una seconda volta migliore fortuna: e detronizzata Irene, regnò. Costei peraltro non desistette dal cospirare, tantochè un giorno, impaurito, ei se ne fuggì via dalla Corte; ma sulla spiaggia asiatica venne raggiunto dagli emissarii di lei, assalito nel sonno, e acciecato.

Il regno d'Irene, continua il Gibbon, fu coronato d'estremo splendore, e se tant'è che ella abbia potuto reprimere la voce della coscienza, rimproveri non udì dai contemporanei. L'orbe romano s'inchinò al governo di una donna, e, quando ella compariva nelle vie di Costantinopoli, le redini de' suoi quattro candidi cavalli erano tenute da altrettanti patrizii, che precedevano a piedi il cocchio dorato della loro sovrana. Costoro peraltro, inalzati, arricchiti, investiti delle prime dignità dell'Impero, la ripagarono di mala moneta: uno dei loro, Niceforo, il gran tesoriere, fu segretamente insignito della porpora, poi introdotto nel Palazzo, e dal venale patriarca incoronato in Santa Sofia. Irene, dopo avergli rimproverato la sua ingratitudine, chiese almeno un ritiro decente; ma fu, nel rigoroso verno, mandata a confino in Lesbo, dove strettamente custodita, dovette guadagnarsi uno scarso vitto traendo il filo dalla conocchia.

Costei, chiamata a' suoi dagli scrittori pientissima Imperatrix, acclamata dal Concilio di Nicea come una nuova sant'Elena, tenne sicuramente un gran posto nella storia del mondo. La restaurazione delle immagini, più che all'ortodossia greca, assicurò la vittoria al cattolicismo; e chi tolga a considerare un po' di lontano e dall'alto il moto delle idee e delle cose nella storia, non può disconoscere quale alleato la religione fosse per acquistare nell'arte, e quale patrona l'arte nella religione. Quelle immagini bizantine d'allora erano poco meglio che sgorbii; ma senza la tradizione che, bene o male, in Bisanzio durò, chi sa se Cimabue avrebbe dipinto quella Madonna che mandò in visibilio Borgo Allegri, e se Giotto avrebbe oscurato Cimabue?

L'influsso di quel cervello di donna si fe' a ogni modo largamente sentire anche nel mondo politico. Da Harun al Rascìd, il conquistatore che teneva in pugno (lo attesta un contemporaneo, Eginardo), tutto quasi l'Oriente, eccetto l'India, ella ottenne che le sue provincie non fossero invase: a prezzo d'oro, dicono gli storici; ma è lecito a' poeti di credere che c'entrasse un poco anche il prestigio della bellissima e coraggiosa Imperatrice: e in effetto, toccò tutt'altra sorte a Niceforo, il vile e subdolo suo successore. Poco mancò poi che Irene non riuscisse a riconnettere i due grandi brani dell'Impero antico; perchè aveva tentato di stringere con Carlomagno legami di sangue; e narra Teofane ch'ella mandò nel 781 legati al Re dei Franchi a chiedere per il proprio figlio la figliuola di lui in isposa; e soggiunge che fu fatto placito, e celebrato giuramento d'ambo le parti, e che un Eliseo notaro ed eunuco restò laggiù per erudire la regale fidanzata, Rotrudi di nome, nella lingua e nelle lettere greche; della quale promessa di matrimonio anche presso Eginardo (di nazione Franco, come sapete), è memoria.

Vero è che, rottasi poi per i soliti conflitti tra duchi longobardi e governatori greci nell'Italia meridionale la guerra, e toccata ai Greci, come al solito, la peggio, il matrimonio andò a monte; e a quel suo figliuolo tanto diletto Irene impose (prima d'acciecarlo, beninteso), un altro sposalizio, di tutt'altra natura. Dove mi pare che proprio si veda bene l'indole della donna. È fallito, dovette dire fra e , un matrimonio imperiale. Orsù, nessun mezzo termine; il mio figliuolo sposi una mia pari. E andò a scegliergli in Armenia una Maria, figliuola di un eremita; di un certo Filarete, che era venuto in fama di santità per avere regalato a un suo vicino (più povero di lui, e al quale la bestia era morta), uno de' suoi due unici bovi; sobbarcandosi poscia al giogo lui, con quello che gli restava, per tirare insieme l'aratro.

O non vi pare che la storia dei Santi alletti qualche volta quanto un romanzo? Ma non piccola romanzatrice era anche Irene; decampava facilmente dalle sue utopie. Tramontate le nozze imperiali del figliuolo, pare che le risognasse per . Dicono infatti (fra gli altri uno Zonara, cronista contemporaneo, citato dal Baronio), che nell'anno 802, proprio in quello in cui Irene fu spodestata e cacciata in bando da Niceforo, pervenissero a Costantinopoli oratori di Carlomagno Imperatore e di Leone Magno Pontefice, per istituire negoziati di pace e concordia perpetua, e chiedessero per il sullodato Imperatore in isposa l'augusta Imperatrice; «connubio dal quale ella non era per nulla aliena: ipsamque a tali connubio minime abhorruisse; ma poi, soggiunge il cronista, come se fossero mandati non a stipular nozze ma a vedere una tragedia, tutto sotto i loro occhi d'improvviso mutò, e la stessa Augusta fu rovesciata dal trono

V'ho nominato Eginardo; e per farmi perdonare tante citazioni di nomi barbari, ed anche perchè non vi sembri che ne' miei versi io abbia apposto a que' paladini di Carlomagno una ammirazione troppo stupida in faccia all'orologio mandato in dono al loro signore da Harun al Rascìd, ve la descriverò, questa maraviglia, insieme ad altre parecchie, con le parole di Eginardo medesimo, che deve averle vedute. Era costui, come sapete, lo storiografo in titolo dell'Imperatore; il quale di lettere a dir vero, si piaceva molto, ma ne sapeva pochino; tantochè Eginardo stesso confessa come Sua Magnificenza molto si travagliasse per riuscire a scrivere, ed anzi tenesse sotto l'origliere carta e penna per riprenderne a momenti persi l'esercizio; ma ci riuscisse poco: sed parum successit labor. Checchè ne sia, torniamo all'orologio.

«Nell'anno dunque di grazia ottocentesimo, un legato del Re dei Persiani, Regis Persarum, per nome Abdallâh (Eginardo dice Abdella, ma io leggo Abdallâh), coi monaci di Gerusalemme legati dal patriarca Tommaso, i cui nomi furono Giorgio e Felice, giunsero all'Imperatore portando doni che il predetto Re gli mandava, e cioè un padiglione e le tende per un atrio, di mirabile grandezza e bellezza; imperocchè erano tutte di bisso (byssina, ma il bisso, che lo storiografo toglie a prestanza dai classici, doveva essere un qualche sciamito orientale); tanto le tende quanto anche i loro cordoni, tinti in varii colori. Furono inoltre i doni del prefato Re vesti di seta (pallia serica) molte e preziose, e profumi e unguenti e balsami, e un orologio (ci siamo) di ottone, per arte meccanica meravigliosamente composto. Nel quale il corso delle XII ore volgevasi intorno alla clessidra (probabilmente quel che il cronista, avvezzo agli orologi a polvere, chiama così, dovette essere un quadrante), con altrettante palline d'oro, che al compiersi dell'ore cadevano e facevano tintinnire un cimbalo sottostante alla loro caduta; arrogi nell'orologio medesimo dei cavalieri in egual numero, che per XII fenestre a ora compiuta apparivano, e coll'impeto del loro uscire facevano chiudere altrettante fenestre che prima erano aperte; e nel detto orologio erano molte altre cose che qui l'enumerare sarebbe lungo. (Probabilmente fasi della luna, segni dello zodiaco, ed altre capestrerie in cui il buon Eginardo non avrebbe volentieri intinte le dita consacrate). Furono inoltre tra i prefati doni due candelabri di mirabile grandezza ed altezza, che vennero portati nel palazzo d'Aquisgrana all'Imperatore

Questo nell'anno 800; e notate che tre anni prima, Harun aveva mandato in dono nientemeno che un elefante. Chi sa quale e quanto diletto dovettero pigliare quei bravi Franchi di tante curiosità; massime dopo le fatiche durate in Sassonia con quel loro modo di convertire gl'Infedeli, più spiccio di quello d'Harun: perchè questi insieme coi doni di mero apparato aveva sagacemente provvisto alla loro utilità materiale mandando semi, civaje, margotte di piante fruttifere, et ceteras orientalium terrarum opes, in Europa ignote; e aveva provveduto anche sapientemente, se non alla quiete del proprio paese, per certo al rispetto e alla libertà delle loro credenze, dichiarando di lasciare in potestà loro il Santo Sepolcro; essi avevano proceduto coi Sassoni diversamente; e lo lascerò dire a quel diploma di Lodovico il Pio Imperatore (è il CLXXXVIII dell'anno 812), col quale, mandando Sant'Anscario a scegliere colaggiù in Sassonia il luogo adatto per una sede episcopale, celebrava le lodi dell'augusto suo padre Carlo Magno con queste parole: «Avvegnachè il Genitor nostro di gloriosa memoria, Carlo, abbia tutta la Sassonia ridotta alla religione della Chiesa, e sino ai confini dei Danesi e degli Slavi, domando quei cuori feroci col ferro, abbia loro insegnato il giogo di Cristo: jugumque Christi ad usque ad terminos Danorum atque Slavorum corda ferocia ferro perdomans docuitMetodo che piacque poi altrettanto, in casa e fuori, agli Spagnuoli.

Ci sarebbero ora anche del sullodato Harun, il Rex Persarum delle cronache, da contare molte e molte, se non tutte così cavalleresche storielle; ma io per farla finita, mi piglio licenza di riferirmene a quella genialissima sorella vostra e raccontatrice celeberrima di fiabe, che fu (se non è fiaba essa medesima), la sultana Sceherazade.

 


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