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Quante formalità al giorno d'oggi, quante cautele, quante ricerche, prima di condannare un uomo! Ma avete voi mai pensato a quel cumulo d'iniquità e di stoltezze che qualunque accusa, anche la più pazza, provocava nei secoli andati? Per nostra mortificazione bisogna confessarlo: ogni popolo semi-selvaggio o rimbarbarito inclina sempre a credere alla reità, quasi fosse lusingato ne' suoi istinti feroci dal poterli attribuire ad altrui. Ed anche è notevole come presso le cieche moltitudini il primo impulso non sia mai di ricercare la verità o la falsità dell'accusa con quei criterii che l'esperienza e la ragione suggeriscono; ma di rimettersene piuttosto a qualche forza ignota, a qualche evento indipendente dalla volontà, al caso in una parola, di cui volentieri si foggiano non so che interprete d'una potestà superiore e transumana. Non manca del resto mai, ci s'intende, un uomo, un gruppo d'uomini, una casta, che rinfocoli la mala inclinazione dei volghi in proprio beneficio; e così si son viste durare interi secoli, e si veggono pur troppo fin sotto i nostri occhi risorgere, per vituperio di questa nostra sedicente civiltà, errori popolari, i quali si tramutarono in passato sempre, e per poco ancora adesso non si tramutano, in atrocità giudiziarie.
Ricordo di aver letto, in un Viaggio di Mungo-Park, che presso certe tribù del centro dell'Africa (come del resto si vede dalla Scrittura che accadeva anche in Palestina), alla donna sospetta d'adulterio e all'uomo sospetto di latrocinio i Magi dànno a bere non so che pozione; se rei, rimane inteso che moriranno; e se innocenti, che la Natura li ajuterà a liberarsene. Così in molte altre tribù, a Loango, nel Monomotapa, presso i Quojas della Guinea. Sulla costa del Malabar gittano gli accusati in un fiume che abbonda di pesci voraci, e chi n'esce a salvamento, buon per lui. I litorani del Reno e anche quelli del Po, come attesta Polibio, avevano per costume di provare in un modo analogo la legittimità de' figliuoli, abbandonandoli, quando ne dubitassero, legati sopra una tavola in balìa della corrente. Non è da maravigliare che il medio evo, tornato ch'ebbe a seppellire il mondo in tenebre tanto fitte da ridurvisi a un mero spiraglio la gran luce della romana sapienza, abbia ricondotto alla barbarie anche i procedimenti penali.
Roma medesima non era stata monda di una gran macchia: aveva inflitto agli schiavi, ma agli schiavi soltanto, la tortura. Fino a Cesare, il cittadino libero era per converso circondato d'ogni maggiore guarentigia contro le accuse ingiuste. «La delicatezza de' legislatori — dice benissimo il Filangieri, uno dei tanti precursori che dimentichiamo — la delicatezza de' legislatori escludeva dalla confidenza della legge quei testimonii che potessero avere coll'accusato rapporti di famiglia, d'amicizia, di dipendenza, d'odio, di servitù, i complici nel delitto, i condannati per colpe infami, per venalità, per libello famoso, persino i sospetti di malevolenza.» (Filangieri, Scienza della legislazione, Lib. III, cap. IX). E rispetto agli schiavi, Roma almeno era schietta nella sua ingiustizia: li considerava come cose. Un carrattere che il medio evo possiede invece tutto in proprio, è il cavillo teologico, col quale i suoi Dottori, nell'atto stesso che offendono ogni senso d'umanità, procurano di abbujare ogni criterio di ragione. Quel bel sillogismo dell'Arcivescovo di Reims, per cui si deve credere che l'acqua, come sostanza pura, non possa far di meno di respingere a galla il colpevole, cumulo d'impurità, è uno dei tanti giojelli, di cui s'ingemma il suo eterno Memoriale sul divorzio di re Clotario e della regina Teutberga. Ve ne offro qui il testo latino perchè, quando vogliate prendere di qualche importuno una allegra vendetta, gliene infliggiate la penitenza: «Qui veritatem mendacio cupit obtegere, in aquis, super quas vox Domini Dei majestatis intonuit, non potest mergi, quia pura natura aquae naturam humanam per aquam baptismatis ab omni mendacii figmento purgatam, iterum mendacio infectam, non recognoscit puram, et ideo eam non recipit, sed rejicit ut alienam.» (Hincmari Remensis Archiepiscopi Opera omnia, juxta editionem Sirmondianam ad prelum revocata. Opusc. De Divortio Hlotarii regis, et Tetbergae reginae, anno dcccxxxvii, Interrogatio sexta, 609. Patrolog. Cursus complet. curante J. P. Migne, Parisiis, 1879, tom. CXXV).
Nè la prova dell'acqua fredda era la sola, era anzi la mitissima di tutte: vi lascio imaginare quelle delle braccia in croce, dell'acqua bollente, dei vomeri arroventati, dei roghi accesi tra cui si doveva passare senza scottarsi. A tutto questo armamentario delle ordalìe non mancava però il corredo di una sequela di benedizioni, esorcismi, scongiuri senza fine, di cui il caposaldo era, beninteso, sempre nelle mani del sacerdote. Alla Lunga, la casta guerriera, che non pativa il giogo del sacerdozio senza tentare tratto tratto di scuoterselo di dosso, se ne stancò; e all'ordalìa, tutta chiesastica, s'impuntò di sostituire il duello, ch'era almeno affar suo. È curioso a vedersi nelle storie il contrasto durato lunga pezza tra questi due assurdi. «Da una parte — dice il Montesquieu — gli ecclesiastici avevano a cuore che in tutti gli affari del secolo si facesse ricorso alle chiese e agli altari; dall'altra una superba nobiltà amava di sostenere le proprie cause colla spada.» Papi e Imperatori entrarono di mezzo; il duello finì con prevalere; all'ordalìa successe il judicium Dei per mezzo dell'armi. Gondebaldo, re di Borgogna, fu di tutti i re quello che il favorì da vantaggio. «Presso una nazione unicamente guerriera — continua l'acuto autore dello Spirito delle leggi — la codardia suppone altri vizii... chi sia ben nato non mancherà, di solito, della destrezza che deve allearsi colla forza, nè della forza che deve andar di pari col coraggio... E la forza, il coraggio e il valore essendo in una nazione guerriera stimati sopra ogni cosa, delitti veramente odiosi saranno quelli che nascono dalla codardia.» Così accadde che «quest'usanza mostruosa del duello giudiziario — sono ancora parole del Montesquieu — fu ridotta a principii, e formò un corpo di singolare giurisprudenza. — Gli uomini, in fondo ragionevoli — conclude egli poi con la sua facile contentatura solita — sottopongono a regole i loro pregiudizii medesimi. Nulla era più contrario al buon senso che il duello giudiziario; eppure, ammesso una volta il punto, l'applicazione ne fu fatta con una certa prudenza.»
Ma poichè gli errori si tirano dietro l'un l'altro, da quel primo un altro ne scaturì, e voglio farvelo dire, con quel brio che gli è proprio, dallo stesso arguto Presidente. «Trovo scritto — egli dice — nella legge dei Longobardi, che se uno dei due campioni aveva addosso erbe atte agli incanti, il giudice gliele facea togliere, e gli faceva giurare di non averne più. Questa legge non poteva essere fondata che sull'opinione dominante: fu la paura, della quale è stato detto che ha fatto inventare tante cose, quella che fece imaginare cotesti prestigii... Di qui nacque il meraviglioso nel mondo della cavalleria.» (Montesquieu, De l'Esprit des Lois, Lib. XXVIII, cap. 16 a 26).
E il meraviglioso, non c'è da dire, ha dei bei lati: i paladini, i negromanti, le fate, gl'ippogrifi, i palazzi incantati, gli uomini invulnerabili, e tutto il resto. Belli però alla lontana: ma per quei poveretti e quelle poverette che ci vissero in mezzo, cagione di infiniti orrori, che si compendiano in quattro parole: i processi di sortilegio. Leggete, Signore mie, se già non l'avete letta da un pezzo, la Sorcière del Michelet: e vedrete come la donna fosse nata fatta per essere la prima vittima della superstizione, e la più infelice di tutte.
«Il solo medico del popolo — dice quel venerando istorico non della Francia soltanto, ma del pensiero umano — il solo medico del popolo fu, durante mille anni, la strega. Gl'Imperatori, i Re, i Papi, i Baroni più ricchi avevano qualche dottore di Salerno, dei Mori, degli Ebrei: ma la moltitudine d'ogni ceto, il mondo, si può dire, non consultava che la Saga, la buona donna, la bella donna. Accadde a lei come alla pianta che ne porta il nome, e ad altri salutari veleni ch'essa adoperava, e che furono l'antidoto dei grandi flagelli del medio evo. Il fanciullo, l'ignaro viandante, maledice quei tetri fiori prima di conoscerli... Eppure sono i fiori delle consolanti (le solanacee), che, amministrate con discrezione, hanno guarito tanto spesso, hanno almeno addormito tanti mali. Voi le trovate nei più sinistri luoghi, reconditi, di mala fama, presso gli abituri, presso le rovine. Anche questa è una somiglianza con colei che le adoperava. Dove avrebb'ella vissuto, se non nelle lande selvaggie, la disgraziata che perseguitavano tanto, la maledetta, la proscritta, l'avvelenatrice che guariva, che salvava; la fidanzata del Diavolo e del Male incarnato, che tanto ha fatto di bene, a detta del gran medico del Rinascimento? Quando Paracelso a Basilea, nel 1527, bruciò tutti i vecchiumi della medicina, disse di non saper altro se non quello che dalle streghe aveva imparato.
«Meritavano un premio, e l'ebbero. Furono pagate di torture e di roghi. S'inventarono per loro dei supplizii apposta; s'inventarono dei dolori apposta per loro. Le si giudicavano in massa, le si condannavano su una parola. Senza parlare della Spagna, terra classica dei roghi, dove il Moro e l'Ebreo non vanno mai scompagnati dalla strega, se ne bruciano settemila a Treveri, non so quante a Tolosa, a Ginevra cinquecento in tre mesi (1513), ottocento a Wurtzburgo, quasi in una sola infornata, millecinquecento a Bamberga, due piccolissimi vescovadi. Ferdinando II medesimo, il bigotto e crudele Imperatore della guerra dei Trent'anni, fu costretto a sorvegliare que' buoni Vescovi, che gli avrebbero bruciati i sudditi tutti quanti. E nella lista di Wurtzburgo trovo uno stregone di undici anni, che andava a scuola, una strega di quindici; a Bajona due di diciassett'anni, dannatamente belle. — Notate poi che in certi tempi con questa sola parola: strega, l'odio uccide chi vuole. Gelosie di donne, cupidità d'uomini s'impadroniscono di un'arma tanto comoda. La tale è ricca?... Strega. La tale è bella?... Strega. Vedrete una piccola mendica, la Murghi, con questa pietruzza segnare in fronte per il patibolo la gran dama, ahimè troppo bella, la castellana di Lancinena...»
E vengo al taglio senz'altro, o vi trascriverei tutto il libro. Fra la gran dama e la poveretta io ho lasciato la scelta a voi, sicuro che le compiangereste del pari. Ed anche vi lascerò scegliere fra due Giudizii di Dio celebri nella letteratura, che, in un mondo dove i grandi adulano i minimi, possono bene servire di commento a' miei quattro segni. Non dirò già questa volta che le vostre nonne, dirò che le vostre bisnonne anch'esse si sono intenerite, e quanto! sulla sorte della povera Rebecca, l'ebrea accusata dal Templario che la adora, e salvata dal buon cavaliere sassone, al quale essa è indifferente. Aprite, lì sullo scorcio dell'ultimo volume, l'Ivanhoe, un romanzo che ha fatto le delizie di tre generazioni. Io n'ho voluto rileggere almeno quell'ultimo capitolo; e devo confessarlo, il color locale me n'è parso sbiadito assai, in confronto ai miracoli degli ultimi ricostruttori alla Flaubert. Ma una gioventù immortale, perchè è la gioventù vera del genio, la troverete invece in tutto il canto là d'Ariodante e Ginevra, nell'Ariosto:
Oh quanto ha il Re,
quanto il suo popol caro
Che Ginevra a provar s'abbia innocente!
Tutti han speranza che Dio mostri chiaro
Ch'impudica era detta ingiustamente.
Crudel, superbo, e riputato avaro
Fu Polinesso, iniquo e fraudolente;
Sì che ad alcun miracolo non fia
Che l'inganno da lui tramato sia.
Sta Polinesso colla
faccia mesta,
Col cor tremante e con pallida guancia
E al terzo suon mette la lancia in resta.
Così Rinaldo inverso lui si lancia,
Che disïoso di finir la festa
Mira a passargli il petto colla lancia:
Nè discorde al disir seguì l'effetto,
Chè mezza l'asta gli cacciò nel petto.
Fisso nel tronco lo
trasporta in terra
Lontan dal suo destrier più di sei braccia:
Rinaldo smonta subito, e gli afferra
L'elmo pria che si levi, e glielo slaccia:
Ma quel che non può far più troppa guerra,
Gli domanda mercè con umil faccia,
E gli confessa, udendo il Re e la Corte,
La fraude sua, che l'ha condotto a morte.
Ecco di che modo codesti fattucchieri di poeti possono costringervi ad applaudire con entusiasmo perfino l'esito di un Giudizio di Dio. In verità, Platone non aveva torto quando li voleva cacciar via, con una corona di rose in testa, dalla sua Repubblica.