Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE ANTICA

ESTÁ ENCENDIDO

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ESTÁ ENCENDIDO

 

Il secolo e mezzo che va dalla fine delle Crociate alla presa di Costantinopoli (1291-1453) passa per essere, nel linguaggio consueto degli storici, bello e buon medio evo; ma tale certo non fu per l'Italia, che, se ha toccato in quel periodo il supremo grado di effervescenza di que' suoi tanti ganglii nervosi, i Comuni e le Signorie, vi ha svolto altresì il più bel fiore del suo magnifico risorgimento nelle lettere e nelle arti. O perchè — mi domanderete — di quel nobilissimo periodo nostro non ci date nulla? Le Cinziche e le Stamure erano già passate, è vero, fra le memorie; ma le Beatrici, ma le Laure, ma le Fiammette erano di questo mondo, e lo facevano somigliare quando al divino e quando al terreno Paradiso. E se queste no, come collocate troppo in alto per voi, nel cielo dell'arte, perchè non dirci almeno qualcosa delle loro madri, delle loro avole, di quelle matrone dei Berti, dei Nerli, dei Del Vecchio, così pie, così sante, così contente? Perchè, in mezzo a tante mestizie, e peggio, a tante nefandità di cui ci volete spettatrici, mai una scena gioconda, mai un viso lieto, mai un sorriso?

Voi lo diceste, Donne mie, le grandi figure che l'arte ha transumanate, bisogna lasciarle coi loro nimbi nel cielo; di quelle poi che furono l'imagine vivente delle semplici e domestiche virtù, io potrei dirvi che per Voi basta, unico poeta, lo specchio, dal quale anche Voi, come quelle immacolate, venite via «senza il viso dipinto.» Ma per non essere sospetto di piacenteria, vi dirò invece che l'osare di ritrarvele sarebbe stato, anche per un migliore ingegno del mio, superba stoltezza: poichè Voi non avete da far altro, per trovarvele davanti belle e vive, se non aprire le pagine del vostro Dante:

 

O fortunate! E ciascuna era certa
Della sua sepoltura, ed ancor nulla
Era per Francia nel letto deserta.

 

L'una vegghiava a studio della culla
E consolando usava l'idïoma
Che pria li padri e le madri trastulla:

 

L'altri träendo alla rocca la chioma
Favoleggiava con la sua famiglia
De' Trojani e di Fiesole e di Roma.

 

Chi, dopo questi versi, non butterebbe via la tavolozza e i , non che la penna? E poi, credetelo, la letizia, che già di per stessa non è punto loquace, ama ancor meno la loquacia in altrui. S'io Vi avessi tolte, pour vous conter fleurette, ai vostri dolci pensieri, alle vostre cure amorose, a quelle gioje del focolare, o a quell'altre della conversazione e della danza, che sapete raccontare Voi sole, perchè Voi solo sapete crearle — Chi è — avreste detto — questo importuno, che parla di noi come il cieco dei colori? Faccia a brani le sue pagine, e ci lasci a questa nostra dormiveglia divina, che sappiamo a nostro grado popolare noi di tutte le larve dell'amore, della felicita e del trionfo.

Ma l'afflizione, Signore mie, ma l'ambascia, ma la sventura, (che in perpetuo ignorino la via, non che la soglia, di casa vostra), queste sì, giova di conoscerle in istoria e in imagine, per compiangerle, per consolarle, e quando non si possa altro, per dare un fiore alla memoria di chi ha patito. Io, più che altra cosa — ve ne dovete essere a quest'ora accorte — ho voluto racontarvi l'odissea delle vostre sorelle infelici: potevo io punto dimenticare colei che per diciotto secoli fu l'infelicissima di tutte, l'Ebrea?

Sapete che non soltanto tutte le palme della bellezza, tutti gli omaggi della cortesia, tutte le soddisfazioni della eleganza e della vita gentile, ma le negavano la libertà stessa del cuore, il rispetto del mondo, l'affetto della patria; e quante voltelasciando stare i vituperii, gli obbrobrii, i supplizii, le morti snaturate de' suoi — quante volte non le fecero della maternità stessa il più crudele dei tormenti, strappandole i figli! Siete, dicevano, di nessun paese; e le loro famiglie erano per lo più piantate, radicate nel paese, oltre ogni umana memoria: siete ignobili; e discendevano tutte da ben più antica stirpe che non le figliuole dei Crociati: siete ree; e nessuna figlia più rispettosa, nessuna sposa più fedele, nessuna madre più sviscerata di quelle poverette, per le quali il mondo si compendiava nella casa.

Pigliate per un esempio la Spagna. È una storia illustre la storia degli Ebrei in Ispagna; ed è insieme il più patetico dei poemi. In quella penisola, dove non ce ne resta pur uno, essi furono dei primissimi abitatori. Uno storico portoghese, Faria y Souza, assevera che erano a Lucena fino dal tempo dei Fenicii, con cui discesero sulle spiaggie iberiche ab immemorabili; certo assai prima, non che dei Goti, degli stessi Romani. Essi, prima dei Mori, poi insieme con questi, poi pressochè soli, quando i Mori a mano a mano disparvero, essi hanno dato vita all'industria, fomite al commercio, impulso anche — quel che pochi sanno — all'agricoltura, nerbo e splendore alle scienze naturali, che laggiù decaddero, e per poco non perirono, insieme coi Mori e con loro. Essi, cosa ancora più ignota o dimenticata, essi hanno sparso il loro sangue, prima che fosse da mani cittadine versato, ed anche assai tempo dopo che il fu, su molti campi di battaglia; e col sangue, con l'ingegno e con l'opera hanno contribuito, non meno certamente e forse più che con l'oro, al riscatto della terra spagnuola dalla dominazione saracena, la quale tuttavia era verso di loro assai meno crudele.

Gli è che non si vive a lungo in un paese senza attaccarvisi, senza inviscerarvisi, senza amarlo. Dite agli abitanti di Resina o a quelli di Nicolosi che vivrebbero in meno angoscie altrove: vi piglieranno a disdegno. voglio che crediate solamente a me. Uno storico diligentissimo, che è tanto fervente spagnuolo e fervente cattolico quanto onest'uomo, il signor Amador de los Rios, ha narrato per filo e per segno tutta l'epopea, che è quanto dire tutto il martirologio degli Ebrei in Ispagna, spendendovi quasi duemila pagine, corredando ogni volume di cifre e di documenti giustificativi. (Historia social politica y religiosa de los Judíos de España y Porturgal por el il.mo señor Don José Amador de los Rios; 3 vol. in-8 grande, Madrid, Fortanet, 1875-78). Io ve ne cito qui appena una ventina di linee, tali e quali, nella sua bella lingua, che tutti, la Dio mercè, fratelli in latinità come siamo, sappiamo leggere quasi alla pari colla nostra:

«La existencia del pueblo hebreo en el suelo español fué realmente util al desarrollo de la civilizacion española, ya por contribuir eficazmente á la obra de la Reconquista, primero y principalissimo fin de la rehabilitacion politica y social inaugurada por Pelayo, ya por haber tenido parte no despreciable, en union con la grey mudejar (con la stirpe araba), en la creacion de una industria rica, acticva y mas perfecta de lo quo el vulgo de los doctos supone, fomentando así las fuentes de la riqueza publica y dando vida á la agricoltura y al comercio, ya enfin por haber concurrido á despertar el espíritu de los pueblos cristianos del letargo intelectual en que yacían, con el cultivo de las ciencias y de las letras». Ma non per questo fu loro fatta ragione, ed i Principi, «arrastrados por ultimo en la invencible corriente del fanatismo, prefirerion, no sin ingratitud, el arrojar (lo sbandire) de la Pennísula á la raza perseguida, á emplearse, como eran obligados de justicia, en su amparo y defensa, combatiendo y extirpando los errores y supersticiones del vulgo

Non vale ch'io ricordi un ambasciatore di Abderamo a Costantino VIII e a Ottone Imperatore, Aben Hasdai, ch'era ai suoi giorni il solo medico in grado di tradurre un Dioscoride avuto in dono dalla Corte di Costantinopoli; e tal medico era, che, per avere liberato don Sancho re di Navarra da una sozza malattia reputata insanabile, ne conciliò al Galiffo l'amicizia e l'alleanza; non Aben Gan, un semplice tessitore di drappi di seta, ch'ebbe nome di «padre dei poveri e signore dell'ospitalità» e che dominò, colla potenza dell'ingegno, lo stesso terribile Almanzor; non quei Nagrela, quegli Albalia, quegli Aben Esra, che alle Corti di Saragozza, di Granata, di Toledo, tennero ufficio di ministri e titolo di Principi (Nassi), se anche quasi tutti in fine pagassero il pericoloso onore colla vita; non quell'Aben Xalib, che inviato da Alfonso VI, l'Emperador de Leon y Castilla (così s'era da intitolato quel prode Re), a esigere da un gran vassallo moro il tributo, — «Per il mio Re io non pigliodisse alteramente — se non oro puro; e quest'altr'anno non piglierò se non città;» e fu, contro il diritto delle genti, messo dal Moro in croce. Ma voglio bensì ricordare che nell'esercito dell'Emperador quarantamila Ebrei militavano, e grazie al valore spiegato sui campi di Sacraliasno exíguo valor, vendiendo caras la victoria y la vida»), quand'anche la sorte dell'armi volgesse quel giorno contraria, conquistarono alla loro gente, nella Carta de fueros del Regno di Leon, le prime sudate franchigie.

Anche mi piace di soggiungere che le simili furono in Catalogna ottriate alla solerzia nelle arti industriali e alla dottrina di giurisperiti e di medici; singolare tra i primi un Aben Reuben, barcellonese, che dettò (siamo, badate, in pieno XII secolo), un trattato di Diritto commerciale e un trattato di Diritto civile. Intanto un Ebreo navarrino percorreva arditamente regioni pressochè ignote d'Europa, d'Africa e d'Asia, illustrandole con que' suoi Viaggi, che diffusero in tutte le lingue colte il nome di Beniamino de Tudela; e Jehúda Ha Levi, maritando l'ispirazione biblica al proprio genio di trovatore, ridestava sotto il cielo di Castiglia l'arpa dei Profeti. Pochi anni ancora, e un altro Ebreo dalle opposte rive del Mediterraneo, Giovanni da Capua, volgarizzerà per tutto l'Occidente, la mercè della sua traduzione latina, il tesoro degli apologhi orientali.

Ma dove lascio, Donne mie, quelle figure che vi devono interessare di più, le gentili figure muliebri? Basti per tutte doña Fermosa, o Formosa come noi diremmo più correttamente, la bella Ebrea di Toledo; la quale, correndo tempi in cui i Concilii punivano di scomunica e di morte quel che oggi il Sindaco benedice, tanto prese di Re Alfonso VIII, il fidanzato di Leonora d'Inghilterra, l'eroe della battaglia di las Navas, che (secondo narrò quarantasei anni dopo un cronista ch'era della famiglia e che cinse anch'egli, nientemeno, corona, Re Alfonso el Sabio nella sua Estoria de Espanna) «non se podíe partir d'ella por ninguna manera, nin se pagava tanto de otra cosa ninguna.» S'ella corrispondesse al regale amante, o se fosse stata, che è assai più probabile, rapita, non si sa: questo può aversi per certo — poichè in fatto di storia spagnuola niente vale di più della tradizione popolare — che anch'ella scontò colla morte il funesto dono della bellezza. Ve lo racconti per me il Romancero: «Alfonso, l'atleta di las Navas, sta ginocchioni, con in mano la spada che altri ha tinto nel sangue di una donna: cruda fedeltà de' suoi ha con violento agguato, per giovare le sorti del Regno, strappato al Re l'anima sua.»

 

En femenil sangre tinta
Magüer que de otri, la espada,
Está de hinojos Alfonso
El lidiador de las Navas.
Crudo fieldad de lus suyos
Con rebatosa asechanza
Por guisar la pro del Reino
Le ha mengado al Rey el alma.

 

E continua:

 

De Raquel los amorios

(Porque vos membe la causa),

A Alfonso tollian las mientes

Que mucho, si mucho amaba!...

 

E narra dei cavalieri, i quali, invasa la camera e accostato il letto, la uccidono. Il Re accorre:

 

Ay angel, de aquesta guisa

Se ha parado mi amistanza,

Que la fermosura es culpa

Cuando abonda la desgratia!...

 

Vi risparmio l'altre lamentazioni, e l'inutile sforzo che la Formosa fa d'aprire le glauche pupille,

 

Ella los sus verdes ojos

Magüer quiso abrir, non basta,

 

e il tentar tre volte di levarsi sul letto, e tre volte ricadere, come la regina di Cartagine. La forma della ballata di frate Hortensio Paravicinio è, si vede, poveramente accademica; il contenuto però ha nella leggenda una non dubbia radice. (Cfr. Bibliot. de Autores españoles, tom. XVI, II del Romancero de Duràn, ns. 928 e 929).

Intanto e Concilii toledani e consiglieri della Romana Curia ribadivano sui polsi ai miseri le catene; Roma pontificia esitava qualche volta, come depositaria che avrebbe voluto essere di una grande tradizione d'umanità; e, titubante fra il diritto naturale e la violenza feudale, fra l'equità e la persecuzione, or sanciva, e provocava anche, le interdizioni più stolide, or le revocava come surrettizie od orrettizie. Le plebi però sguinzagliate, aizzate negli istinti più ferini, davano alle inique predicazioni commenti di sangue. Si principiò a Toledo, sotto gl'impeti d'una Crociata che moveva di Francia; e dice il Re Sabio nella sua cronaca quasi contemporanea, «que fazien muchos males et muchas soberbias por la cibdat et mataban los Judíos et decían muchas follías.» Questi massacri, queste furibonde matanzas, singolare spettacolo di ferocia in lotta con una vitalità anche più pertinace, seguitano ad alternarsi attraverso i secoli con le continue rinnovazioni di fueros, di concordias, di promesse sempre violate, di interdizioni sempre deluse.

A quel modo che il Rey Sabio giace in un magnifico cenotafio, rivestito di una quadruplice epigrafe, latina, castigliana, araba ed ebraica, così la Spagna viveva di quadruplice vita, e cercava spesso al cervello ebreo il proprio indirizzo. Per la conquista di Majorca il re d'Aragona si consulta con un don Jahudano, uomo di grandissima reputazione: «el Rey don Jaimedice un altro cronistale consultaba con mucha frequencia los negocios de Estado.» E intanto se avesse avuto dimestichezza costui con donna cristiana, lo si sarebbe bruciato vivo; e pubblicamente bruciavansi i libri di Maimonide, l'emulo di Averroè, Gloria Orientis et Lux Occidentis, il quale aveva scritto: nulla esservi nella legge di Dio che non abbia una ragione o fisica, o morale, o storica, o metafisica, e nessuna esservi di queste ragioni a cui non si possa giungere col nostro intelletto.

Contemporaneamente, a Toledo astronomi ebrei compilavano le famose Tavole Alfonsine, raggio di luce nelle tenebre dei tempi; medici ebrei erano da per tutto, «introducidos por igualdice il Riosen los palacios de Reyes, proceres y prelados,» e tanti al servizio delle città, che non si potrebbero numerare «sin formar interminable catalogospesso in mano di tesorieri ebrei era la collettoria generale del Reame, e larghissimi sussidii «a fuerzasoggiunge lo stesso autorede laboriosidad y de perseverancia» fluivano dalle Comunità ebraiche al Tesoro, sempre esausto dalle imprese di guerra. Per l'irrigazione della Vega di Tudela un Rabbi Azag aveva fornito gli studii idraulici; i suoi correligionarii erano a Toledo valenti armajuoli ed orefici, celebri cuojai à Ocaña ed a Cordova, fabbricatori di tappeti a Borja ed a Salamanca, cambiatori e prestatori da per tutto, in molte parti coltivatori di terre e allevatori di bestiame; e senza mettere in conto le arti minori che tutte esercitavano, principalmente attendevano in Catalogna alla tintura e alla tessitura dei panni, delle tele, delle sete.

Come vi durassero poi è un miracolo, avendo alle coste le bande del Mezzodì francese, che spesso irrompevano. Nel castello di Montreal, a tre leghe da Pamplona, sostennero un vero assedio, e le respinsero. Nondimeno quella scellerata guerra de los Pastores costò loro diecimila vittime. Tennero gagliardamente per Re don Pedro di Castiglia contro le insidie e le ribellioni de' bastardi suoi fratelli, massime del Trastamara, il quale finì con vincere e atrocemente punirli d'essere stati fedeli; ma don Pedro stesso, che è orribile a dirsi, dopo avere avuto dal suo maggior tesoriere, un Levi, prove di devozione sconfinata, e concessigli onori e potere, aveva voluto estorcerne più danaro che non possedesse; e il forte uomo, «de puro coraje sin proferir palabraera perito nei tormenti. Così vivevano, così morivano quei grandi venturieri del lavoro e del pensiero.

Pestilenze, carestie, calamità, disfatte, e, se occorre, anche festività, gazzarre, vittorie, pretesi prodigii, tutto diventò occasione a manometterli nella proprietà e nella persona; venne giorno in cui s'arrivò sino a venderli: «tambien vender, como cautivos.» Un don Ferran Martinez, arcidiacono della cattedrale di Siviglia, correndo il 1382, ne predicava apertamente la distruzione. L'onesto Arcivescovo di quella diocesi lo ammonì, lo interdisse, ritirò al prete ribelle ogni ufficio; ma Arcivescovo, Re, il Pontefice stesso, poterono contro quel forsennato; e l'incendio ch'egli attizzò con una predicazione quindicenne finì con diffondersi per la Spagna intiera, «inflamandos los animosdice il Riospor el contagio del fanatismo, y exaltada la popular codicia con la esperantia del facil medro

Trista cupidigia, infausta preda. «El hierro, el saqueo y el incendiocontinua il Riosdegollaban, aniquilaban y destruian, con prodigiosa rapidez, cuanto se oponia al paso de la furiosa muchedumbreDi Siviglia la fiamma s'apprese a Cordova: botteghe, fabbriche, opificii, abitazioni, tutto andò a ferro e a fuoco. «Riendas, fabricas, talleres, moradas, todo fué a la vez inundado de sangue y fuego, desvaneciendose en breves horas y antes que las autoridades pensaran en la defensa de los Israelitas, las immensas riquezas que daban celebridad a la industria cordobesa en muy apartadas regiones; los niños, las doncellas, los ancianos, los sacerdotes, los jueces, todos caían al golpe del hierro exterminador, embotado en aquel frenetico populacho el sentimiento de la caridad y de la misericordia.» E come a Siviglia ed a Cordova, così a Valenza, a Barcellona, a Palma, a Majorca, a Lerida, a Burgos, a Saragozza, in tutta la Spagna, «hollados todos los derechos (calpestati tutti i diritti), conculcadas todas la leyes, escarnecida toda justiciaÈ fama che le vittime immolate non siano state meno di cinquantamila. «E non s'accorgevano gli Spagnuolisoggiunge il loro storico più volte citato — che distruggendo d'un colpo tutte quelle sorgenti di pubblica prosperità e di ricchezza, affievolivano all'estremo le forze dello Stato. Incapaci di sostituire a quella sperimentata industria un'altra più esercitata e più florida, a quel commercio intelligente un altro più attivo e abbondevole, attentavano al benessere comune distruggendo coloro i cui capitali già erano stati con un'improvvida legge sottratti all'agricoltura

Ma di queste solenni verità, delle quali la mente poderosa e lucida del nostro Cattaneo s'è fatta fra noi banditrice già un mezzo secolo addietro, non presaga certo che potessero essere oggidì, nella piena luce dei tempi, disconosciute, di queste verità Voi non avete bisogno, gentili Donne, per sentire l'offesa recata ad ogni legge divina ed umana. Quale fosse la sincerità dei neofiti che Fra Vincenzo Ferrer, occupate di viva forza le sinagoghe, venne di que' giorni raccattando, è facile imaginare: se non che fu visto allora uno spettacolo il quale nella storia ha ancora meno facile riscontro che non ne abbiano le carneficine consumate per lo innanzi. A mano a mano che si restringeva il cerchio di ferro in cui leggi insensate chiudevano, soffocavano, gl'infelici sopravvissuti a quelle sevizie, come un fiume che ristretto da una chiusa si precipita attraverso la sola uscita che gli rimanga, così uomini di non volgari attitudini intellettuali, ai quali la vita ridotta in quelle angustie diventava insopportabile, afferratisi alla conversione come ad unica tavola di salute, presero ad ostentare, senza pietà alcuna degli antichi confratelli, tutti gli ardori dello zelo cattolico; e in breve tempo, mirabile a dirsi, quegli stessi uomini testè respinti peggio che zebe, con quelle chiavi del sapere e dell'avere che aprono tutte le porte, si furono intromessi nella Reggia, nei municipii, nelle cancellerie, in cattedre e rettorati d'Università, in abbazie e vescovadi; i nuovi casati dei da la Caballeria, dei Santa Maria, dei Santa , dei Sant'Angel, dei D'Avila, velando appena le antiche parentele con la casa di Davidde e della Madonna, s'allearono alle famiglie del più lindo sangue ispano-latino e visigoto, fregiate di corone comitali e ducali.

Per dire un solo esempio, don Pablo de Santa Maria, Vescovo di Burgos, ieri ancora Selemoh Ha Levî, fu legato a latere del Papa per tutta la Penisola; il maggiore de' suoi figli, Procurador a Córtes; il secondo, uno dei signori del Real Consejo; il terzo, dottore in ambo le leggi e ambasciatore in Portagallo; il minore, uno dei cavalieri della Guardia Reale e buon soldato di ventura, cui toccò la gloria d'impossessarsi del castello di Lara, antico nido di faziosi gran vassalli.

Ma queste gonfiature aristocratiche non valevano le laboriose Borserie, Pelliccerie, Coltellerie, Frenerie, Argentarierie, Cuojerie, delle vecchie Aljamas ebraiche; non bastava ai conversi il rincalzo di qualche nuova bellezza, come fu quella doña Estenza Conoso, figliuola di un mercante di Saragozza, che impalmò, rigenerata col nome di Maria, un figlio del Re don Giovanni di Navarra; bisognava, per puntellarsi nelle alte dignità, conquistate quasi d'assalto, eccedere, trasmodare, imbizzarrire contro i rejetti. E purtroppo non ci mancarono; fierissimo di tutti quel Fra Alonso de Espina, che, violando la dottrina canonica, sostenne «tutti dover essere obbligati a ricevere la fede;» e sui recalcitranti, e sugli occulti, — così incominciavansi a chiamare i troppo favoriti dalla fortunainvocò pena il fuoco, tribunale l'Inquisizione.

E l'Inquisizione sorse. Quanto formidabile, quanto inesorabile, quanto desolatrice, tutto il mondo sa. Già i furori di parte l'avevano precorsa. Al grido di Viva la fe' de Dios! Cristiani vecchi avevano in più città menato strage di Cristiani nuovi, se anche molta e fiera gioventù si noverasse fra questi, che sui campi di battaglia di Rubinat, di Beses, di Toga, si aveva conquistato gli sproni d'oro. Non valse che don Mosen Pedro, uno della insigne famiglia de la Caballeria, menasse a buon fine il gran negoziato che riunì i regni d'Aragona e di Castiglia; non valse che Ximeno Gordo, un suo parente, Podestà, o come li dicono, Eletto, e per non poco tempo dittator popolare in Saragozza, capitaneggiando dugento cavalieri, liberasse la città da una scorribanda francese, che aveva messo in serie distrette il Re don Giovanni: il turbine s'addensava, e scoppiò.

«Se quaggiù non si puniscano colle fiammetempestava il d'Espina — gli occulti cadranno poi nelle fiamme eterne;» e neppure tollerò che si ammettessero fra gl'Inquisitori i Vescovi diocesani, i Padri Gerolamiti; al tribunale implacabile non volle che partecipassero se non gl'implacabili Domenicani. Stimolo alla delazione il terzo delle confische, che accompagnavano ogni condanna; strumento, la tortura più spietata, «come su corpo morto», como su cadaver; baluardo contro tutto il mondo, il segreto; neppure al sicuro i defunti, che, fatto loro il processo, si dissotterravano per bruciarne le ossa. E quali le accuse? Una sola: giudaizzare, come dicevano, o aver giudaizzato; e a segni della colpa bastavano certe abitudini di cibi, la ritrosia a certi altri, l'accento, il gesto. Frate Luis de Leon, (era un Vives), che gli Spagnuoli tengono per una delle loro glorie letterarie, penò così quattr'anni in carcere, e ne uscì per miracolo, dissotterratogli intanto l'avo, e bruciatene al solito le ossa. E fossero state ossa soltanto quelle che si consegnavano al rogo! Ma furono, lo sapete, dal 1481 al 1498, centoquattordicimila quattrocento una, tra quemados e desterrados, le vittime umane viventi, che rappresentavano, dice il Rios, un numero prossimamente uguale di famiglie al tutto annichilate; e in altri venticinque anni, dopo la morte del Torquemada, la spaventosa cifra si accrebbe d'altre dugentotrentaquattro mila e cinquecento. Tutti i conversi illustri (e di alcuni il Rios ha dato le liste), tutti, uomini e donne, ci passarono; anche, con la moglie sua, quel Luis de Santangel, senza del quale Cristoforo Colombo non avrebbe salpato da Palos; chè alla regina Isabella (la quale, pur dopo avere impegnati i giojelli, era sempre al verde), imprestò il Santangel del suo diciassettemila ducati, per la grande impresa, della quale era fautore entusiasta.

«Il fuoco è accesolasciò scritto un cronista ingenuamente crudele, un preticciuolo di campagna, il curato del piccolo villaggio di Los Palacios: — il fuoco è acceso; e non s'estinguerà finchè ci sia legna secca da rosolare e da ardere quanti mai giudaizzarono, che non ne resti nessuno; ed anche i loro figli, da vent'anni in su; e, se fossero tòcchi dalla stessa lebbra, anche i più piccoliEl fuego está encendido; quemará fasta que falle cabo al seco de la leña, que será necesario arder fasta que sean desgastados é muertos todos los que judaizaron, QUE NO QUEDE NINGUNO; é aun sus fijos, de los que seyan de veinte años arriba, é si fueron tocados de la misma lepra, aunque tuviesen menos.

C'è purtroppo sempre della belva nell'uomo. Lo seppero anche quelle povere madri rimaste ebree, alle quali non poteva parere che più in giù nella sventura si potesse scendere: e pur si scese. Erano le loro famiglie ridotte a vivere sotto una sorta di scomunica perpetua, che le interdiceva si può dir da ogni cosa, fino dall'aria, avaramente contesa anche quella, eppur la speranza, che non sapeva morire, inspirò ai loro uomini di farsi strenui ajutatori all'impresa di Granata, che doveva essere la corona della Reconquista. Un Senior e un Abarbanel furono i provveditori degli eserciti. Tutto arrivò, tutto abbondò a Santa , sotto le mura assediate. La città s'arrese; a tutti gli abitanti fu guarentita libera e pacifica dimora. Pur tre mesi non erano compiuti da che l'opera del gran riscatto, come dicevano, aveva raggiunto la mèta, non senza essere stata ajutata assai, con nuevos y grandes servicios, dice il Rios, da' concittadini vituperati e rejetti; tre mesi non eran corsi, e l'ultima ora suonava per tutti costoro. Il decreto d'espulsione dava tempo tre mesi per vendere ogni possesso, mobile od immobile, ed uscire di Spagna tutti, pena la morte e la confisca a chi indugiasse o tornasse; uscire, ma senza portar seco oro, nèt argento, moneta qual che si fosse: «con excepcion de todo oro, plata, y moneda amonedadaTant'era dire, con quattro stracci. Quel medesimo curato così compassionevole che ho citato dianzi, mi dispensa, con la sua ingenua descrizione, da ogni elegia: «Ibanscrive lui, testimonio oculareIban unos cayendo, otros levantando, unos muriendo, otros naciendo, otros enfermando: que no habia cristiano que no oviesse dolor dellos. É siempre por donde iban les convidaban al bautismo, é algunos se convertian é quedaban, pero, muy pocos. É los Rabbies los iban esforçando; é façian cantar á las mujeres é mançebos, é tañer panderos é adufes (e toccar tamburi e cimbali) para alegrar la gente.» Così, a' primi di agosto del 1492, da quattrocentomila anime, uomini, donne, vecchi, fanciulli, furono espulsi dalla terra che i loro padri avevano abitata intorno a duemila anni. A Segovia, s'erano fermati tre nel Cimitero, a piangere su quelle povere ossa.

Qui vedo — non fra Italiani — qualcheduno che abbozza un sogghigno furbesco, e biascica fra i denti un «Così sia.» No, fratel mio buono, così non sarà. Non per nulla Galileo ha detto: «Eppur si muove!» E quando a sospingere il mondo nella sua orbita venisse meno la Virtù che il governa, Voi sottentrereste, gentili Donne, Voi, le inspirate dal Primo Amore; e dopo Lui, le onnipotenti. Sareste Voi gli angioli della fraternità e della giustizia. «Ce que femme veut, Dieu le veut

 


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