Tullio Massarani
L’odissea della donna

NOTE ALLA SERIE ANTICA

NOTTI VENEZIANE

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NOTTI VENEZIANE

 

Io non credo che vi sia luogo ove meglio si possa veder vivere Venezia d'un secolo e mezzo fa, un po' smemorata e leggiera, ma tutta incanto di socievolezza e di passatempi, che nei Sermoni e nelle Lettere di Gaspare Gozzi: quel core amico, come io oso chiamarlo per conto mio, quasi lo avessi conosciuto a tu per tu, il qual visse a' suoi giorni tanto poco in dimestichezza colla fortuna quanto sempre in pace colla coscienza; atto sì poco a orientarsi per i suoi interessi nel mondo reale, quanto avrebbe potuto esserlo un abitator di quello delle fiabe, consuete a Carlo suo fratello; ma per quel che fosse di conoscerlo, il mondo, di descriverlo, anzi di sviscerarlo, tal pittore foderato di tal maestro d'anatomia, da non temer confronti con Luciano con Teofrasto.

 

Come dal fosso l'acqua sbocca, quando

È la chiavica aperta, ecco ch'io veggo

A torme a torme fuor d'ogni callaia

Sboccar le donne. Non com'uom del volgo

Studio però nomi e casati. Ardisco

Di più: gli animi leggo, intendo e rido.

Due file io veggo: le più belle vanno

Dove la luna co' suoi rai percuote;

Stan l'altre all'ombra, e la patente luce

Odian per onestà. Santa onestade!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Grata commedia! Ah qual commedia e farsa

E spettacol sublime io veggo insieme

Ne' diversi vestiti! E grido: È questa

Scena in Francia o in Lamagna? e sono donne

Queste, nostre, chinesi, o di Mombazza? . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . Una è in capelli,

E della cuffia sulle tempia all'altra

Svolazzan l'ale Tristanzuola e macra

Questa cammina, e l'imbottita tela

Mi segna appena ove s'innalza il fianco;

Quella procede, anzi veleggia intorno

Qual caravella con immenso grembo

Di guardinfante, pettoruta e gonfia.

Ha ciascheduna passeggiando intanto

Due maschi a lato, e men felice turba

Che indietro segue. La bëata coppia

Confitta a'fianchi, ad ogni muover d'anca

Della signora sua, misura i passi.

Ella talvolta indietro guarda, e nota

S'ha la sua schiera; e la seguace gente

D'esser seco s'applaude, e umil cammina.

 

Non si direbbe che quel povero Favretto, così presto scomparso dalla sua Venezia con cui faceva tutt'uno, abbia vista co' proprii occhi la sirena quando dipinse il Liston, tal quale come la vide il buon conte Gaspare? Ma se quella goccia d'oro che fu il Gozzi (non senza un impercettibile gocciolino d'argento vivo, che lo faceva risentire a tempo e luogo), se Voi avete l'animo, gentili Donne, a conoscerlo da vicino e proprio per bene, cercatene le lettere: e da qualcuna di esse intenderete altresì che damina seducente fosse quella Procuratessa Caterina Tron, da non confondere colla Cecilia, che a volta sua fu a un punto di far uscire di cervello il nostro Parini:

 

Invano invan la chioma
Deforme di canizie
E l'anima già doma
Dai casi, e fatto rigido
Il senno da l'età,

 

Si crederà che scudo
Sien contro ad occhi fulgidi,
A mobil seno, a nudo
Braccio, e all'altre terribili
Arme della beltà.

 

Ma per tornare al Gozzi, con tutta la familiarità di cui lo degnava Sua Eccellenza la Procuratessa, dandogli persino amorevolmente di babbo, o, secondo suona il gentile dialetto veneziano, di pare, gli toccava pur tuttavia di sorbirsene ufficii poco meglio che da cameriere. Se li pigliava con quello spirito che illeggiadrisce ogni cosa, e pare che almeno gli fruttassero — come il merito non fosse bastato — quel posticino di sopracciò dell'Arte de' Libraj, che in una lettera a Leopoldo Maria Caldani, uno de' Riformatori dello Studio di Padova, egli modestamente dice essere la sola ispezione di cui gli convenga impacciarsi, scusandosi quasi d'essere entrato, perchè richiesto, in più gravi argomenti: «Io ho detto non quello che mi suggerì la fantasia, ma tutto quello che, e l'Eccellentissimo Senato aveva commesso più volte, e quello ch'io veggo essere accetto in altre Università. Spero che i miei Eccellentissimi padroni faranno ubbidire alle cose comandate; anzi ne sono certo. Se mi faranno l'onore di ricercarmi qualche cosa, li ubbidirò con quella schiettezza che ho adoperata sempre: per altro non aprirò mai bocca. La mia ispezione è quella dell'impazzare co' Libraj, non cogli Studii

Con la dama peraltro si sfogava volentieri: «Cerchi a viva forza di fare una vita spensierata; e procuri d'imitare me, suo pseudo-padre: che se v'ha uno al mondo che dovesse aver pensieri, io sono quello. Ma non voglio averne.» E un'altra volta: «I virtuosi che non fanno mai nulla di bene per per altrui, e vivono come le marmotte, sono quelli che stanno in pace; ma quelli che adoperano il loro virtuoso cuore in pro degli altri, vanno soggetti a molte stravaganze di fortuna; e se non procurano di pascersi di quel bellissimo gusto interno che si prova a far del bene, stiano certi che non avranno altri piaceri, e non rideranno mai. Cara figliuola Eccellenza, si dia coraggio, e procuri con esso, non solo la sua intera salute, ma anche la consolazione di questo suo minchione di padre e di tutta la sua famiglia

Il qual «minchione» come sapesse pigliar con pace le brighe, e, che è più difficile, anche i favori, per quanto al disotto di , la è cosa che fa sorridere insieme e sospirare, a udirla confessata da lui con tanta grazia: «La pelliccia fu consegnata giovedì mattina al pellicciajo, che stasera la porterà a qualche ora: e domani Le verrà in una cassettina spedita. Ho dato gli avvisi delle maniche: e veggo che i suoi vestiti si vanno lavorando. Mercoledì sarà terminato l'abito di stoffa; e subito si porrà mano a quello del velluto. Mi godo delle sue grazie del palco: servo di quello la signora Marianna quando le occorre; e mi fo onore con gli amici Marati ed Egidii, vivendo in esso qualche ora con loro. I quali m'imposero di presentarle i loro rispetti. È una bella grandezza per me avere un palco proscenio lettera A majuscola, chiamare un marangone (quel ch'apre i palchi), ed essere ubbidito in un batter d'occhio. Anzi egli è la sola persona al mondo, che mi ubbidisca.» (Scritti di Gasparo Gozzi, con giunta d'inediti e rari, scelti e ordinati da Niccolò Tommaseo, vol. III, pag. 18, e 393

a 407 passim).

Questa la Venezia d'a mezzo il Settecento; e badiamo, era de' meglio siti dove si pregiasse l'ingegno. «Celeberrimoscrive il Molmentiera il casino a San Zulian della Procuratessa Caterina Tron. Ogni lunedì nel suo casino, dove non si sfoggiava alcuna magnificenza e dove bastava un gondoliere a introdurre i visitatori e a smoccolare le candele, notavasi uno strano miscuglio di letterati, di poeti, di Principi, di avventurieri, di cantanti, di ballerini; e avveniva per ciò non di rado che il grave Senatore si trovasse vicino ad una celebre mima. Ognuno chiacchierava, giuocava, prendeva caffè, e faceva gli occhi dolci alle donne. Era una società un po' licenziosetta e leziosa, ma garbata ed amabile. Quel grande movimento d'idee, che s'era manifestato in Francia, aveva un'eco nei crocchi della Procuratessa; i nomi del Voltaire e del Rousseau non vi erano sconosciuti, e, fra i dialoghi pieni di motti e di sali, serpeggiava qualche ardito proposito di riforma sociale; tanto che gl'Inquisitori credettero opportuno chiudere il casino di San Zuliano.

 

Quel gran Luni sociabile,

Quel Luni no gh'è più,

 

diceva una canzone del tempo.» (P. Molmenti, Storia di Venezia nella vita privata, Torino, Roux e Favale, 1880, Parte III, Cap. II). Di Caterina Tron scrisse una bella notizia E. Castelnovo: Una donna veneziana del secolo XVIII, nella Nuova Antologia del 15 giugno 1882. E così conclude: «A ogni modo, non siamo troppo severi con lei. S'ella ebbe facili costumi, spirito inquieto, ambizioso, dominatore, ella fu anche donna singolare per acutezza d'ingegno, per propensione agli studii, per costanza nelle amicizie, per animo liberale e benefico. Molti dei suoi vizii furon vizii dei tempi corrotti, molte delle virtù furon sue. Nel languido tramonto della grande Repubblica, in quell'infiacchirsi dei caratteri, in quello sfasciarsi delle istituzioni, la figura di Caterina Dolfin Tron brilla ancora di luce propria, e alla distanza di oltre un secolo noi comprendiamo com'ella meritasse di sedere al fianco d'uno dei pochi patrizii, che, contrastando virilmente al destino, tenevano alto il nome, non più formidabile, di Venezia

Le Loro Eccellenze Inquisitori, s'è visto, volevano sempre darsi l'aria di severi personaggi: ma quanto non ci correva da essi a' loro grandi antenati! Uno solo restò fra que' Senatori, che sapesse rispondere per le rime al manipolatore di Campoformio: un Giustinian, Procuratore di S. Marco in Terraferma, a Udine: ma dove erano iti tutti que' gagliardi che per dodici secoli, non contando l'ultimo, erano bastati a tutto, alle armi, alle magistrature, ai viaggi, ai commerci, agli studii? Direi quasi che non accade se non di pigliare un nome qual che si sia di quelle grandi famiglie, per trovar materia, ne' suoi annali, a tutte le glorie. Uno scrittore geniale che s'è pigliato per esemplare delle casate veneziane la dinastia de' Barbaro, v'ha potuto noverare un Proveditor da mar, nel XII secolo, che improvvisa il suo stemma col sangue del nemico ucciso di propria mano; un Francesco, che nel XIV è Podestà di Treviso, di Vicenza, di Brescia, e, non contento di liberare da un fiero assedio quest'ultima città connessa al suo governo, è grecista perfetto, e scrittore encomiato di giurisprudenza in materia dotale (de re uxoria); un Nicolò nel XV, che assiste alla presa di Costantinopoli e la racconta; un Giosafatte, ambasciatore presso lo Scià di Persia, che stampa, coi tipi di Antonio Manuzio, i proprii curiosissimi viaggi; intanto che un Jacopo, insigne capitano delle grandi galere, e un Marco, istoriografo reputatissimo, continuano la serie e non la chiudono. (Ch. Yriarte, La vie d'un patricien de Venise au XVIe siècle, Paris, Plon, 1874, Ch. I).

Quei gentiluomini poi erano, se non cultori, amici tutti e per lo più intendentissimi di belle arti; v'era fra essi chi non si reputasse a debito d'arricchir la patria di nuovo decoro, o sia per mano d'artefici nazionali, o grazie al tributo di quelle civilissime spoglie, delle quali, a principiar coi cavalli trovati a Bisanzio, solevano fare il miglior trofeo delle loro vittorie. Non per questo cessavano d'essere uomini d'affari per eccellenza; e il libro mastro andava superbamente di pari, nei fasti di quei cavalieri del negozio, col libro d'oro. Venezia mi darà venia, se, correndo col pensiero a cercar tra' contemporanei qualcuno che somigliasse a que' suoi gloriosi figliuoli, mi sono imbattuto in un forestiere. Egli è uno che, vie più degno d'ammirazione, neppur nacque ricco o patrizio; anzi ne' primi anni d'adolescenza e di gioventù, gli toccò di combattere colle dure necessità della vita; ma, figliuolo anch'egli del mare, si sentì dentro in petto quel genio medesimo, ch'era, un tempo, delle nostre città litorane: singolare mescolanza di spiriti avventurosi, di acume mercantile, e di un intuito artistico meravigliosamente atto a trasformarsi, la mercè di una forte volontà, in soda dottrina.

Ho nominato Enrico Schliemann. Per che trama singolare di casi il giovanetto, acceso d'entusiasmo dalla lettura dell'Iliade, sia riuscito a contessere insieme i viaggi, il commercio, lo studio delle lingue e dei monumenti, e, propostosi di arrivare alla ricchezza, non come ad ultimo fine, ma come a necessario strumento per la sua intrapresa, vi sia vittoriosamente riuscito; con che tenace volontà abbia vinto un mondo d'ostacoli, e di un sogno d'innamorato abbia potuto fare una realtà sapiente; come gli scavi d'Hissarlik concedano a ognuno di collegare, con buon fondamento, secondo dice il Virchow, la descrizione esatta e fedele del vero coi personaggi eroici che vivono eterni nella nostra imaginazione: tutto codesto Voi potete trovarlo, Donne gentili, e con vostro grande diporto, nella magnifica opera che si può dire il più compiuto riassunto degli studii e delle scoperte dell'illustre Mecklemburghese: Ilios, comparsa nel 1881 in tedesco a Lipsia, e contemporaneamente in inglese a Londra e a Nova York, riprodotta poi nel 1885 presso Firmin-Didot a Parigi, col sotto-titolo: Ville et pays des Troyens. Le Trojanische Alterthümer (Lipsia, Brockaus, 1874), ribattezzate lo stesso anno a Londra dal Murray Troy and its remains, erano state come il pronao di quella sorta di museo omerico, per gran parte inviscerato ancora nel suolo ove fu scoperto, dove le rovine di sette città accatastate l'una sull'altra attestano sette successive colonie. Ivi lo Schliemann, scendendo a mano a mano sino a quella che, distrutta dal fuoco, pur serbò miracolosamente intatto, o quasi, il proprio tesoro aureo, potè salutare con un grido di nobile ebbrezza

 

Ilio raso due volte e due risorto.

 

Dieci anni, tanti quanti l'assedio, era durato l'improbo lavoro della scoperta; e il Virchow, che visitò quel sacro terreno, non può restarsi dal venire in questa sentenza: «L'aeda divino, quale che stato egli sia, certo salì sulla collina d'Hissarlik: di guardò il mare e la terra: non avrebbe altrimenti potuto essere così fedele alla natura . . . Intorno al luogo dove fu Ilio, non c'è possibilità di scelta. Deve essere un luogo che risponda a tutti i dati del Poema. Forza ci è dunque di concludere: Qui, sulla collina d'Hissarlik, qui sul luogo delle rovine della città bruciata e ricca d'oroIlio fu qui.»

Con questo documento alla mano, Signore mie, nulla vi contende di accettare per autentico, siccome un giojello della belissima Elena, quel diadema d'oro a più giri di foglioline ed a pendagli, che un critico fastidioso si limiterebbe forse ad attribuire a qualche cospicua dama d'una di quelle sette città. Io per me vi concedo amplissimo indulto di credere. Voi siate tanto cortesi da farmi buona la vecchia trovata del Sogno, che il Porta nel suo frizzante vernacolo ha bollata così spiritosamente:

 

In un secol che asquas tucc i poetta

Se la caven coi sogn e coi vision,

Domà mi dovaroo stà a la stacchetta?

 

Sognatore ad occhi aperti, non mi sarà concesso di avere, almeno una volta su ventiquattro, sognato a occhi chiusi? Rimessa in Voi, Donne gentili, non ho paura della sentenza.

 


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