Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

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SERIE MODERNA

 

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

 

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

 

 

 

FRA GLUCK E ROBESPIERRE

 

(1791).

 

 

Ruvida un giorno, indomita progenie,
Che ancor tenea de le natìe foreste,
Sotto il gran rezzo di protesi rami

Piantava il campo.

 

E, qual governa de l'aguzza lancia
I suoi puledri pastor di Comarca,
Tal que' feroci, dall'antico scanno,

Re Faramondo.

 

Tristo il figliuol di beccajo che scese
Verso Parigi, col fatal suo giglio!
Il giglio altero a le procelle crebbe,

Crebbe a la falce.

 

Te non battaglie, non fulgor di trono,
Non ferreo giogo, non dorata assisa,
Ch'hanno i Baroni al regio carro avvinti,

Plebe, non hanno.

 

Fracide etère dominar la reggia,
Epe satolle il lagrimato pane
Vorar gioconde a' tuoi figliuoli ignudi,

Madre, vedesti.

 

Ma giorno venne che pugnaci sofi
Spianaron franca al tuo livor la via:
Salisti fuori. Preparate inferie,

O Capetingi.

 

Arde la state. Sopraggrava il cielo
La mugghïante di sinistre voci
Voci di belve ribellate al claustro

Tumida Senna.

 

O mal, regina, male a l'Istro tolta,
Non tentar l'antro de l'orsa plebea!
Treman già, smunte nei palagi aviti,

Le gentildonne.

 

Due di gran sangue e di regal costume,
D'amor germane e di beltà compagne,
Veggo aspettanti. E a deprecare il Fato

L'una pispiglia:

 

«Lüisa, tu che l'arpicordo amico
Tratti con mano al modulardotta,
Deh, le söavi del divino Orfeo

Lagrime oranti,

 

«Propizïando, mentre il giorno tace,
Pietosi i Genii de l'esilio al buono
Profugo Prence e a l'innocente prole,

Desta, sorella

 

E a la sorella che sì dolce prega
Lisa, ecco, arpeggia. Le amorose larve
Salgono in vista a l'umide pupille,

Salgon söavi.

 

Bionda Euridice più del peplo bianca,
Perchè al pöeta, che d'amore ardendo
Già ti redime, allenti il piè, ministra

Sol di querele?

 

Affretta, affretta! E tu, divino saggio,
Tu al mondo cieco auspice autore e duce,
Che del sostare e del voltarsi intendi

L'alto periglio;

 

Che più t'indugi? Che più posi e resti? —
L'onda così melodïando dice:
Ma la gentile che pur mo' col ritmo

Fantasïava,

 

un balzo, un grido, e «Lisa, sta!» balbetta;
«Non odi? Accosto la fiumana mugge,
Già già divalla, precipita, irrompe,

Giunge, ecco è giunta.

 

«Lambe già l'arme de la nostra Casa
Non lo stendardo giglïato, il rosso
Berretto frigio de le picche in cima,

Torvo saluto.

 

«Queste che lente a' vituperii in mezzo
Rotano grevi periglianti rote,
Queste il Re nostro, non al trono, a l'onta

Rendon stridendo

 

Ammuta Lisa, e il suono ammuta. I glauchi
Deh non levar da la tastiera, o pia,
Occhi sereni a quel che in alto pende

Tetro presagio.

 

Resuscitata da pennel sovrano
La palestina Eumenide vedresti
Rider crudele; e sul bacil d'argento

Pallida, austera,

 

Gli occhi socchiusi da le fonde occhiaje
Volger solenne ver' l'occidua luce
La profetante nel deserto indarno

Testa recisa.

 


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