Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

VITA PER VITA

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VITA PER VITA

 

VITA PER VITA

 

 

VITA PER VITA

 

 

Spirti inquïeti, che perturba e sgarra
Cotesta meno al far che al dire audace
Scontrosa età, proterva
Artefice di sogni,
Se quanto ispida è più, falsa e bizzarra
Di stranie fantasie turba procace,
Che lontan da le case avite ferva
In perduti orizzonti,
Più v'alletta a pospòr luce a bagliore
E a trattar l'ombre come cosa salda:
Non io chiuder le fonti
Crederò de l'inganno e de l'errore
Dottrineggiando in magistral giornea:
Da voi chieggo, da voi, gagliarda e balda
Gioventù, facil presa a l'impromesse,
Che men di Senna e Sprea,
Più vi caglia la voce
Santa de le domestiche memorie;
E, dai padri commesse,
Vi ragionino in cor le vostre istorie.

 

già dimando ch'a l'età più oscure
Il pensier vi rimeni,
E a veder quanto scorno e quanta offesa
Patisse Italia, lungo verno ancella:
le cocenti cure
E i giorni d'ira e vituperio pieni
Vo' che rimembri, quando in rubella
Fu vista discerpar le membra sue:
Che pro — direste — il fastidioso verso?
Che, l'inutile esempio?
Giaccia sotterra l'espïata lue;
Secol novo e diverso
Le senili dispetta agre querele.
No. Men lontano scempio,
Cari, vi traggo a meditar. Vermiglio
Dal ciel lampeggia, non in carte o in tele,
Giove Signore, e Nèmesi gli è accanto:
Tempo egli è ben, che, de' suoi falli intesa
Dal mugghiante periglio,
Sentasi Italia in sua virtù raccesa.

 

Volgea l'ottavodecimo a la china
Secol, di libertà foriero al mondo,
Ma di fraterne sozzo
Cladi asperrime, atroci:
Immune Italia ancor da la rüina,
Sorger credea de' mali suoi dal fondo:
Pria che del franco acciar sentisse il cozzo,
Lume d'alti intelletti
Giù dal lombardo piano al pian flegrèo
Di civile ragion gran seme sparso
Covava; a' nostri petti
Tu sol mancasti, incitator Tirteo.
Temperanza, pietà, senno che vale,
've non sia primiero un Nume apparso
Col brando a vendicar sua la sua terra?
Piacquer graje cicale
Libertade sonanti,
Piacquero a generosi ingenui spirti:
E, a saluto di guerra,
Non d'armi, Italia s'ammajò di mirti.

 

O triste laudi, o misere esultanze
Che celebraste, ahi cieche!
Su le paterne vïolate fosse
Di novo le simonìe!
O baccanali danze,
Ladre insidie coprenti ed arti bieche
Dentro le soglie glorïose e pie!
O del sacro Lïon che in Orïente
L'itala stirpe fatta avea sovrana,
Male avventato in collo
Capestro infame da l'età cadente!
O stolta, o disumana
Contro il palladio suo ciurma indracata
A scoscendere il crollo!
E tu de l'atre veronesi inferie,
Ancora che selvaggia e scellerata,
Lama corrusca di sinistra luce,
Deh qual italo cor fia che non piagna
Se l'itale macerie
Quel sangue sol, che mal versasti, bagna?

 

Santo di libertà, potente, invitto,
Se dal core profondo esulti, il grido:
Invidïabil sorte
Per te, per te morire,
Patria adorata: ma più reo delitto
Sai tu, che far d'altrui questo tuo nido?
Che beverar d'afrodisiaca morte,
Di libertà nel nome,
Queste tue labbia amanti e desïose,
E del bacio pestifero ne l'onta
Rifar mùtile e dome
Le virtù che nel petto Iddio ti pose?
O Càlabro feroce, o Bruzio antico,
Intendo intendo la tua plebe impronta
Che insin per mano furïal di donna
Implacata al nemico
Paga il sangue col sangue!
L'alta che dal Tronto al Garigliano
Febbre di te s'indonna,
Condannar non saprebbe un cor romano.

 

Te benedetto nel tuo carcer tetro
Settembrini mio fiero,
Ch'armi tiranne, immote a la minaccia
D'anglo liberatore, hai benedette!
Degno di miglior pletro
Chi di te più, dopo Catone austero?
Non sì quei fasci io loderò che dette
Platoneggiante Portico gentile,
Già cent'anni, a Partenope. Gl'inermi
Spaldi a repubblicana
Non sua schiera commessi, o qual d'Aprile
Virtù da morti germi,
Quale sperar per dotta arte potea?
Da selva che un'insana
Annosa oblivïon crebbe selvaggia
Spighe germina e fior' forse un'idea?
Mario, eccellenti, il so, parlasti al volgo
Liberi sensi; e tu d'allôr, Cirillo,
Ghirlandasti la spiaggia:
Ma senz'eco rimase il divo squillo.

 

E intanto che sottili ordini e molta
Di söavi pensier' copia trecciando,
Decretavate avelli
A Virgilio e Torquato,
Pane chiedeva, e non amor, la folta:
Mugnea molt'oro, e, dato a' lezii il bando,
Toglieavi l'arme e facea gli occhi felli
Il proconsolo franco:
E di feroce già fiamma nel vivo
Del Rëame fremeva orrido rugghio:
Già, tutta piaghe il fianco,
Questa e quella in contrario impeto un rivo
Cittadi e genti del medesmo sangue
Versavano; e non d'uom, di belve mugghio
Si mesceva al fragor de le ruine:
E tu Ruffo, e tu d'angue
Semenza e cor di tigre,
Mammon selvaggio, rinfrescavi Atreo:
E cacciava le spine
Del suo popolo in cor Prence più reo.

 

Ma forse allor che un poco soprattenne
Virtù di nostre mani
Di cotai fere la sanguigna rabbia,
Hai la pupilla tua forse difesa,
Francia, d'armi e d'antenne?
Ben sepper Sansevero ed Andria e Trani
Come il tuo ferro e il tuo corruccio pesa:
Bene emulâro i capitani tuoi,
Leggi di sangue al nostro suol bandite,
Le regie ire furenti:
Ma poi che lunge il fior de' franchi eroi
E cadder le bastite
d'Insubria sui fiumi ad una ad una,
Volgesti a le più urgenti
Cure le braccia, e a' miseri le spalle.
Ogni stranio così. Della fortuna
Vostra, dicevi a dritto, a voi ne caglia:
Plebe, un ferro brandisci, e ti difendi;
E se rovini a valle,
A servir torna, e miglior senno apprendi.

 

Più reo non vide età barbara eccidio,
E di più sacri petti e più sorrisi
D'amore e di virtute,
Che non vide quest'essa:
Jerodula non seppe il lido gnidio
Più trista di colei che volle intrisi
I conscii veli a la venduta cute
Del miglior sangue umano;
E giovanetti de le forche a l'urto,
E sofi e Prenci e prodi ad ugual croce.
Quando un quatridüano
Cadavere guerriero in mar fu surto,
E al tiranno disfatto di paura,
Alzando il viso molle, andò veloce,
Voce fu detta uscir da quella salma:
«Cristiana sepoltura
A chiederti ritorno
Io penso che levò più fiero accento
La forte intrepid'alma,
E al popol sordo ripetè: «Memento

 


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