IntraText Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText | Cerca |
I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Diva Afrodite, insonne
onda, salute!
Non l'aspro verno che a la vita il corso
Precide, e non il morso
De l'estuante in ciel rabido Cane
Che per la fessa cute
Arde ne le midolle
Le crepitanti zolle,
Te non commove. Altre virtudi arcane
Estollon l'ire tue sovra l'umane.
Quella ch'è moto, suon,
luce e calore,
Che ne la nube e nel pensiero brilla
Elettrica scintilla,
E con la possa de le sue correnti
Traversa il nembo e il core,
Urta, scote, dissolve
Un mondo e un gran di polve,
Quella te pur, marina onda, a le ardenti
Furie commette e al turbinar dei venti.
A te il perpetuo
pellegrin del mondo,
Spirto de le turchine acque, che a volo
Corre calido al Polo,
Tepori versa onde concepe e figlia
Il tuo seno fecondo,
E s'agita e dibatte,
Nudrita del tuo latte,
Dal maggior mostro a l'umile conchiglia
Di vivi innumerabile famiglia.
Sorgon da l'imo tuo,
madre, le vite:
E quel tenue coral che incerta spora
Vede l'indica aurora
Mentre a l'opposto ciel brillan le stelle,
Nel tuo seno, Afrodite,
Con industria furtiva
Cresce la roccia viva,
De le sue preparando irte lamelle
A imperii da venir spiaggie novelle.
No, per crudel che ti
dipinga e infesta
Pöeteggiato a veglia alto naufragio
O pavido presagio
Ch'assai del vero il ver pinge più brutto,
Te non dirò funesta
D'Argo al libero figlio,
Glauca Dea, che il periglio
Non gli celasti e l'imminente lutto,
Quando il suo genio lo chiamò sul flutto.
Provvido genio, che per
vie selvaggie
Di felici faville il mondo sparse,
Onde tanta rïarse
Fiamma di peregrine arti gentili:
E a più gioconde piaggie
Le sacre primavere
Di nova età foriere
Portâr nel cavo de' fatati ancìli
Tanto seme di popoli civili.
Fu tua mercè, marina
onda, se il Basco
E de la preda nel perpetuo affanno
Il nocchiero normanno
Con quelli ond'ebbe Scandinavia il grido,
Via per il salso pasco
Trascorsero su l'orme
De la cete deforme,
E, pur non òsi edificarvi il nido,
D'un ignoto emisfer videro il lido.
Ahi quando ad afferrar
l'arcana sponda
Levò l'ingegno il Genovese audace
Perchè il Fato rapace
A noi contese di materne vele
Correr liberi l'onda,
E côlta per le chiome
La de l'italo nome
Non inesperta, ritornar fedele,
Fortuna a' rei propizia, a noi crudele?
Non avrìa l'Indo
generoso e il Regno
De' magnanimi Incassi orrida tanto
Patita età di pianto,
Nel nome di Colui ch'ama e perdona:
Tuo non era disegno,
Colombo padre: e in quella
Tua candida favella,
«Una gente — dicevi — ingenua e buona
Non di spine, d'amor merta corona.»
Dicesti invano. Te pur
di catene
Gravò te pur l'oscena rabbia e l'empia
O non so se più scempia
Fame de l'oro, che d'inutil pondo
Ruppe a Iberia le vene:
E fu conversa in rea
La magnanima idea
Che ben di cambii altor volea giocondo,
Non d'ostie e d'armi insanguinato il mondo
Ben de l'umano officio
esperta fosti
A' lieti giorni, alma Venezia mia,
Che ne gl'inermi pia
Pur non bevesti da superbi oltraggio:
So, so quanto ti costi,
Rëina altera e muta,
La corona perduta:
Pur nimbo non minor del prisco raggio
Ti sia l'invitto del patir coraggio.
Altri Numi, altre vele
ed altri porti
Oggi ansïosa va saggiando Europa:
Poco di Fidia e Scopa
E d'accender sua face a' loro lampi,
Sì d'armate cöorti,
Di tormenti le cale,
E di correr su l'ale
Invidïando non arati campi,
S'anco ne' suoi l'arida fame accampi.
Che vale a noi questa
gran conca d'oro
Che più sovra ogni lido Amor dilesse,
E a noi, tutta promesse,
Diede Natura carezzante in dono,
Che val, s'invido coro
D'angle e di franche antenne
Tarpa le nostre penne?
Se ancora di Cartago in piedi sono
L'emule scôlte, e il nostro genio è prono?
Indarno a me, Ligure duro,
ostendi
D'aranci e d'uliveti alme pendici,
Onde un giorno vittrici
Le frombe tue ne l'inimico oprasti,
E ancor forte contendi
De le braccia la guerra
Con la gagliarda terra:
Questa che ad ogni ben par che sovrasti,
Pane non ha che a satollarti basti.
E te almen la materna
onda soccorre,
Per la quale con memore ardimento
Veleggi, ed a talento
Sino ai lidi che il tuo genio scoverse
Vai le gomene a porre:
Più l'empietà m'affanna
Di colui che non sganna
Fato crudele, e su per l'acque perse
Le crëature sue manda disperse.
Te dolorando il mio
pensier precede
Giovanetta gentil, che smunta e scalza,
Scesa l'arida balza,
A dir t'appressi al Bel Päese addio:
E dov'altri non vede,
Nè veglia occhio di madre,
Sola, a brigate ladre
Commessa, come fiore a scalpiccìo,
Furtivo sonno vai carpendo in Dio.
Tolga, deh tolga, se
alcun v'ha custode
De la innocente püerizia al dritto,
Che perduta in quel fitto
D'irti capecchi e rozze travi e funi,
Solo origlier che gode,
Anzi gelosa gusta
La testolina adusta,
Saggi fra poco più funesti pruni,
E a te d'intorno oscena ciurma aduni.
Tolga, deh tolga che a
la nave infame
Peggiore ospizio non sottentri, e a bada
Per ignota contrada
Sozza congrèga, ai lamentosi accordi
De la pallida fame
E de l'arco che strepe
Di sè facendo siepe,
Il Päese gentil non ti ricordi
Dove l'arancio è in fior, gli animi sordi.
Ah pria che ascender
l'esecrata nave
Santa ribellïon tenta, o fanciulla,
Cerca, errando, la culla,
E il rastro e l'ascia e la pesante marra
Di' che la tua non pave
Man piccioletta e bruna,
Pari ad ogni fortuna:
O del monatto in pria sovra le carra
Discendi al campo ch'ogni speme abbarra.