Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

IN CONVENTO

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IN CONVENTO

 

 

Te di prole gentil forte promessa,
Aitante leggiadrissima fanciulla
De' tuoi freschi diciotto anni fiorita,
Qual trasse invida mano a l'inaccessa
Regïon de la Morte, a questa brulla
Vigilia de l'estrema dipartita?
Perchè l'agile vita,
Perchè lasciasti il bel cielo sereno
E il libero aleggiar di fronda in fronda
De l'auretta gioconda
Che ventilava il ritondetto seno?
Chi da' cardini suoi scosse Natura,
E viva ti ridusse in sepoltura?

 

Tempo già fu, quando Bisanzio imbelle,
D'oro e di gemme simulando allori,
Il brando a eunuchi, e a mime il cor balìa,
Che sdegnosa del volgo versipelle
Lunge, più lunge da' stuprati fôri
Al deserto ogni eletta alma salìa:
Con seco la rapìa
Alta sul lezzo de le voglie umane
Pei sentieri del Ciel nova speranza;
Togliea romita stanza,
E attrita il petto di ruvide lane,
Del patir, del morire il gaudio austero
Chiedeva lagrimando al monastero.

 

Scese il Barbaro, e osò. Fu l'Occidente
Di barbarico Cesare zimbello:
Speglio calpesto da fanciul protervo
Mille faccie così mostra repente
Come a mille tiranni fu bordello
L'Imperio, di frantumi orrido acervo;
Il pugno unico nervo,
Unica legge su gli oppressi il ferro:
Dove un asilo verecondo e pio,
Dove, se non in Dio?
Però il feodale noderoso cerro
Nova e già pertinace edera preme,
Del monacato il pullulante seme.

 

Regal donzella a le turingie selve
Rapita ne la strage, a inique nozze
L'inimico Signor cùpido elegge:
Preci che pro ne le chiomate belve?
Opra Rosmunda, e al bieco Sir fa mozze
Le canne: Radegonda a miglior legge
Lo sdegno alto corregge:
E il suo german dal coronato mostro
Piangendo ucciso, al talamo abborrito
Del sanguigno marito
La queta preferisce ombra del chiostro;
Onde va del suo dotto almo soggiorno
Famoso il suon per Aquitania intorno.

 

Ma può mai tanto de la donna il core
Ch'eterna sul desìo vinca la pïeta?
E ingegno è mai sì peritoso e casto
Cui non s'inveschi in finte spoglie Amore?
Venne d'Italia un trivigian poeta:
Dolce s'ebbe nel chiostro ospizio e pasto;
mai giorno più fasto
Sorse l'uggia a temprar de le sorelle:
E lègger puoi nel placido belato
Di Fortunato
Giòliti e sciali ch'ei partì con elle.
Così d'onde Pudor più lunge il caccia,
Stende Cupido le ansïose braccia.

 

costuma esser solo, il biondo Nume!
E in quella età fra sconsolati affanni
Sospeso il monastero e fra delitti,
Di molto seppe, ahimè! più forte agrume.
Vittime vide, e più vide tiranni;
Regnar gli piacque, e i tristi derelitti
A la gleba confitti
Le sferze sue non men punsero a guai
strinsero men crude le ritorte:
Ch'anzi, per sino a morte
Nulla speranza gli alleggiava mai
Del tuo raggio divino, o Libertade:
Severo il pastoral più delle spade.

 

Barbare genti, altri dirà, più tristi
Barbari . Chè non ammiri ai novi
Liberi Soli del Comune, anch'esso
Gioir d'umani glorïosi acquisti
E d'Arte suscitar fiori tra i rovi
L'italo Chiostro, e rinnovar stesso?
Il Fraticel dimesso
Obblii che tanto lume e tanta pace
Versò nel mondo da la bianca Assisi?
E la Pia che divisi
I cittadini suoi da guerra edace
Con seco ricongiunse e col Pastore
Per lei tornato a le natìe dimore?

 

E veggo e so: a costor nego il serto;
So il piombo e l'oro delle umane vite;
Che in rinchiuso e il Bene e il Mal si esalti
E tocchino il fastigio e colpa e merto,
Piace a Natura: però seco in lite
Non entri chi non è pari agli assalti.
Se di tua pace càlti,
Donna, al sangue non dar troppo corruccio
Come la suora fa, che il sen flagella:
E rammenta ch'uscì d'ugual cappuccio
Colei che a Lippi un stette a modella,
E narrator di sue gioconde imprese
S'ebbe un frate rival del Certaldese.

 

Che pro, se cinta di fulminee squadre
D'Angioli e Santi, a queste mal devote
Suoli avventar la tua magnanim'ira,
Teresa invitta? D'assai mal fu madre
Non la tua pïetà, ma la gran cote
Che a furïar ne tolse età delira:
Di tua vita che spira
Qual frutto, o Diva, e dell'Amor celeste?
Temi, temi lo strale che t'accende
Quando d'Iddio ti prende,
E il vivo sangue del suo foco investe:
Non siam quaggiuso angelica farfalla,
Ma nati a confessar: chi vive falla.

 

E a voi, fallite per le vie del mondo
Anime care, che d'amor sentiste
Troppo la gioja, oppur troppo il tormento,
So ch'è pietoso offrir segreta, in fondo
D'alcuna ajuola solitaria e triste,
La salute de l'ultimo memento:
So che mite concento
Levan preci di donna in fondo al coro
della chiesa giù ne l'ombre persa;
E che l'anima tersa
Fanno lagrime amare e pio lavoro:
ch'io vi nieghi mai, care, pensate
Venia che dievvi d'Esmeralda il vate.

 

Ma qual non v'apre al generoso istinto
Del voler bene, del ben far, del porre
La vita intiera in beneficio altrui,
Quale arringo il gentil di bende cinto,
Pur glorïoso al par di quel d'Ettorre,
Drappello che contende a' regni bui
Gli umili infermi sui?
Dei baldi allori onde s'allieta il forte
Evvi tal che a mertar condegno vaglia
La gagliarda battaglia
Che sostien Carità contro la Morte?
Deh al suo lido volgete alte le prode,
Ch'esser sorelle sue vince ogni lode.

 

Non però sepolcral genio presuma
Alle felici a cui Natura il passo
Vêr le floride scorge are d'Imene
Selvaggio attraversarsi, e nella bruma
Spignerle ove s'asconde, ahi tardo e lasso,
Chi nel dolore assottigliò le vene:
Al dolor si conviene
Altra tenzone, ed altra a quel che adduce
Gentil soffio d'amore e di fortuna
Verso candida cuna:
Negli occhi vostri il Ciel, Donne, riluce:
Ma colei che al suo bimbo il guardo inchina
Più somiglia del Cielo a la Regina.

 

E tu Canzon, che il lido
Cercando vai dove amoroso e lieto
Presso l'onda corrente
Stormir blando si sente
Un fresco ed odorifero palmeto,
Le angeliche saluta intrepid'alme;
Ma de la madre al cor serba le palme.

 


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