Tullio Massarani
L’odissea della donna

SERIE MODERNA

PRO PATRIA

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PRO PATRIA

 

PRO PATRIA

 

 

 

PRO PATRIA

 

 

Novizie ancora al vol spiegava l'ale;
Bionda era, e bella, e di gentile aspetto;
Di prosapia regale
Scendea. Da presso al signoril suo tetto,
A' piè d'eccelsa, antica, erma foresta,
Tutte all'opra fabbril che annunzia e appresta
Il romore de l'acque e delle seghe,
Povere capannuccie nascondea
Della verde pastura entro alle pieghe
La sàrmata vallea:
E allor che, amica Dea,
Sgusciando del suo nido la donzella,
Come fa lodoletta al grano intorno,
A scorrazzar togliea di colto in colto,
Del vaghissimo volto
Parea più lieto il Sol, più gajo il giorno.
Non uscìa vecchierella
Che la corona per le man tremanti
Girando, lei de' pavidi abituri
Angiolo e amor non invocasse, e i Santi
Non le pregasse amici; e bambina
Che a lei scendente balzellon la china
Il lume de' grand'occhi intenti e puri
Con un sorriso non volgesse. Inchina
L'alta persona, a le rosate guancie
Scoccava un bacio, o con man di velluto,
A trattar pronta poderose lancie,
Carezzava la candida vecchina
Allora Lidia Principessa; e muto
Ripigliava l'andare, e via passava.

 

Spesso mesta così, se nell'aperto
Volo de' suoi pensier' s'attraversasse
Una pietosa imagine. Sì lieve
Soffio d'auretta a romper basta l'acque
Per l'ampia stesa che dal ciel le beve
E le ritorna al cielo d'onde nacque,
Com'ella un tratto il fronte ombrava; e gli anni
Dolce fioriti e l'agili promesse,
Senza attendere Amor che ne la sganni,
Intenebrando di tempeste ignote,
Parea 'l verno affrettar pria de la messe.
Che sognava? In che albèdini remote
Gìa spazïando? I Jagelloni, i Piasti,
De la sua terra glorïosa audace
Règi guerrieri, i sospirosi e casti
D'Edwige sua per la corona avìta
Giuramenti, il suo seme invan pugnace
Contro il fiero sognava ìnvido Scita?
Dirlo invero non so. Bene una notte
So che la madre in gran travaglio sôrta
Per l'inclita leggiadra unica prole,
E di nobili fole
Paventando, al periglio incitatrici,
Lei sovra dotte carte
(Poichè a' libri onde solo si trastulla
E al divo amor de la melodic'arte
Sin da bimba solea scender di culla),
Lei tutta a studïar ritrovò intesa
D'altra vergine la forte impresa,
Che ne l'angla contesa
Fu a prodi cavalier' mäestra e donna;
Sì che in umile gonna,
Miracol più ch'esempio a dir stupendo,
A Francia parve mallevar felici
L'armi del patrio suol vendicatrici.

 

Stette la madre, non fe' motto; e in seno
Soffocate le trepide paure,
Che già funeste le pingean le scure
Degli Apostoli mude e il moscovita
Aguzzin de la ghiaccia dipartita,
Dolce frode pensò, che a più sereno
Aere il candido fior di sua speranza
Portasse, e a men diseredata stanza.
Correano i che tu dal lungo, Italia,
Aspro cimento a magiche fortune
Salivi adulta non che uscir di balia,
Sclamando a Dio: «Le mie terre son une,
Uno il pensiero, l'idïoma, il core;
Sono i figliuoli miei gagliardi e baldi,
Venga chi vuol veder che può l'amore;
Stanno a guardia Vittorio e Garibaldi
O giorni invitti! O intrepida poesi
Di quel forte voler che doma il Fato,
Onde al novo mandato
Stetter popoli e Re muti e sospesi!
Pensate se di Lidia
Pronta avesse vittoria
Pregandola a veder l'itala gloria
Un cor di madre che paventa insidia!

 

Partirono. E le accolse
Quella che d'ogni Bel tesse ghirlanda
Dolcissima Fiorenza,
Quella Fata che tiene in sua reggenza
Legato d'un amor d'invitta sorte
Chiunque a lei per poco il piè rivolse.
Ed oh qual de la Sàrmata gentile
Scese le vene ad agitar più fonde
Non esorabil fascino sottile!
Eran novo monile
A la rapita fantasia le bionde
Collane de' vigneti; e orando forte
Da le pinte pareti le Madonne
Giù scendevano a file
A terger pie le gote aride e smorte,
Le gote de la sua mesta Sïonne:
Riscintillar parea luce divina
Da lunge il regno anch'ei d'Edwige bella,
Da quella acceso mattutina stella
Che a la spiaggia latina
Inalbava il fiottar de la marina.
Pur del giulivo incanto
Al dolce si mescea non so che oscura
Amarezza profonda, una presàga,
Qual di nordica saga,
Voce ferale: e l'amorosa cura
Moriva in suon di pianto
De la vergine sàrmata nel canto:

 

Ecco, sorride il giorno,
Profuma Primavera
La tiepida atmosfera,
E scherzosetta intorno
De' fior tra i vaghi calici
L'aura movendo va.

 

Dolce stormir di foglie,
Chiaro specchiar dell'onda,
V'intendo: in questa sponda
Un'esule s'accoglie
Discesa da l'Empireo
Transumana beltà.

 

Eccola: nel roseto
Giace solinga, in riva
Di limpida sorgiva:
E muto il labbro, e queto
Anche il sommesso gemere,
Guazza ne l'acque il piè.

 

Ma un tratto a sciôr la piena
Del traboccante affetto
Strette le palme al petto
Apre del dir la vena,
E una sonante cantica
Innalza al Re dei Re.

 

O non più intesa voce
Ch'ebbra nel ciel s'india,
O fiotti d'armonia
Che da segreta foce
Potenti all'aura echeggiano
Le lodi del Signor!

 

Ahi, la divina Isella
Sfatta procombe e plora,
Giace ogni a quest'ora
Per morta la donzella,
Sol la dimane a battere
Torna col canto il cor.

 

Ma un che già consente
Ambo le palme al core,
Bello come un Amore
Vede un puttin piangente,
L'ode segreto piangere
L'Eliso che il cacciò.

 

«O poverin, che hai?»
«Per consolarti, Isella,
La voce mia sì bella
Di darti Iddio pregai:
Venne l'ora di chiederla,
Non n'ebbi cor, me n' vo

 

«Ah torna, o caro, ah torna
De la tua patria ai lidi,
Non vo' che per me sfidi
Lassù Chi vi soggiorna:
Ma di': Come fo a renderti
La voce tua gentil

 

«Canta» — il fanciul rispose,
E la gentile Isella
Cantando, la sua bella
Voce in sen gli ripose:
Per contenta a rendere
Polve a la polve umìl.

 

Se non che, sciolto il volo
La nota appena avea,
Che il corpo, bianca idea,
Lasciò col bimbo il suolo,
Salse nel Ciel settemplice,
E non fu visto più.

 

Lidia così sul suo lïuto. Ahi quanto
Fiamma nel petto giovanil più viva
Rincalorìa la diva
Dei gran giorni magnanima follia!
«O madre, o madre mia!
Miradicevaglorïoso manto
Che dagli omeri stanchi Italia ostende:
Perchè, perchè le consacrate bende,
Perchè ancora contende
Europa esosa a la mia patria il serto?
Forse minor fu merto
In cotante battaglie il sangue a rivi
Sparger coi morti e non mercare ai vivi?
Forse insania è la ? Lascia, deh lascia
Che d'un mondo l'ambascia
Versi in petto a cotal che Imperii annulla
Un labbro di fanciulla;
Non io dirò come quell'avo mio:
Francia è lontana, e troppo in alto è Iddio

 

E nova croce a la seguace madre
La figliuola imponea. Gir pellegrine
Furon viste daccapo, e smetter l'adre
Gramaglie, e adorne, e scintillanti il crine,
Per amor tuo, Patria gentil, le porte
Percotere che scôrte
sulla Senna avieno,
Non pur di molte spade,
Ma d'ansie, di sospetti e di ritorte.
Quivi immobile posa
La coronata Sfinge
Che già il fatato Reno
Volge ne l'alma senza fin pensosa:
Tu ben l'affronti, o Lidia,
E, s'anco il viso in pio rossor si tinge,
Non peritosa il gran responso invochi:
«Deh! Scade il giorno, scade,
Che omai vita per vita
Giochi Varsavia, e scossa l'alta accidia,
Vomeri e falci per l'incude affochi!...»
Ma il sinistro sorriso
De la fera divina
Che a te, spianato il balenante ciglio,
Flessüosa si china,
T'ange più del cipiglio:
«A che, mia bella, in questa orrida intride
Danza promessa a morituri prodi
L'amoroso tuo genio? A te non forse
Non forse il diciottesmo anno sorride?
Ferve costì più facil danza: godi
Ahi duro scherno! Ma che mai fa crebre
Quanto un niego le voglie in cor muliebre?
Non può Lidia dal cor le sue ritôrse:
E, candid'ostia eletta,
Tende l'orecchio al fosco Norte, e aspetta.

 

Giorno salì che per Sarmazia un grido
D'ira levossi e di terror. Siccome
Alla ugonotta gente un le porte
Tinse, araldo di morte,
Implacato chercuto odio feroce,
Bandìa così la croce
Sul cattolico nome
Furia laggiù, non men dira e selvaggia;
per tòrto sermon ch'eletto s'aggia
Sì che peggior ne squadri
L'ingiuria al Cielo, men facea le madri
Sveller feroci per dolor le chiome.
Casa non era, onde il figliuol suo primo
In dura servitude
Lunge, più lunge, de l'Imperio all'imo,
Di mude orride in mude
Tratto non fosse: e rivederlo mai
Chi poteva sperar? Vent'anni a guai
Pria 'l cosacco fiagel l'avria percosso;
E del suo sangue rosso
Fatto, pe 'l reo Signor, Battra e Catai.
Che se trepida aurora
Il vedesse campar da l'empie squadre,
Pe 'l fratello il fratel, pe 'l figlio il padre
E tratto a perir fora
L'avo anch'esso alla fune
Per isteppe e per dune,
A esercito novel canuto fante,
Di membra, non di cor, scarso e tremante.
Un grida solo fu: «Polonia sorgi!
Donne, vecchi, fanciulli, infermi scorgi
A vittoria od a morte:
Ch'ogni fine è men rea del crudo Norte
E Lidia accorre. E non pure i vassalli,
Ma quanti intorno per città e per valli
Sanno del suo maniero
Fido l'ospizio e fiero,
Bàlzano a furia sovra i suoi cavalli:
Ella Amazzone audace e pia sorella
A tutti avanti in sella,
Non di lieta gualdana
Armeggia capitana,
Sì di balda coorte
Parata ad ogni iniqua ultima sorte.

 

l'iniqua mancò. Sottile agguato
Dopo molte ne l'armi illustri prove,
Mentre per l'arduo move
Di scosceso burron ciglio scoverto,
Le è sopra; ed in un lampo
A' cavalieri suoi chiuso lo scampo,
Nel gran baratro aperto
Caccia i meglio ed i più per forza drento
Quell'impeto che ad un ne mena cento.
Felici i morti! Ella con pochi, ahi come
Mal vivi, è prigioniera: eppur non dome
Dentro le zanne di cotal nemico
Spiega le altezze del lignaggio antico.
Ma virtude che val? Barbaro sgherro
E, non soldato, chi del vinto il ferro
Tempra in catene. E sì gentil captiva
Poco gli è catenar. Vuolsi che, avante,
Siccome il malandrin va di sue piote
Dell'ergastolo reo verso la stiva,
Così assaggi costei non minor cote:
Nudi anch'essa le piante,
E a mal vïaggio i piè discalzi interri;
Poscia, a prefissa mèta,
Le rincari la pieta
Sovra incude sonante
D'inesorato punitor martello
Un rozzo fabbro, e polso e piè le ferri
D'aspra, nocchiuta, ponderosa morsa,
La qual, senza mercè picchiando, saldi
Di gran serqua d'anella ai capisaldi.
Così concia, e da tarde infami rote
Tratta Lidia a zimbello,
Sotto a' crudi nevischi andò de l'Orsa
All'infando castello,
Che d'altri eroi con la dogliosa accòlta
Al mondo l'ebbe ed all'amor sepolta.

 

Non io non io le pure auguste membra
Strazïate dirò il reo flagello,
come, allor che l'alma
Dal fral tre volte a tanta ingiuria messo
Parve la terza vece a spirar presso,
Rendesser Lidia i rei,
Fatta simile a salma
Per innumeri solchi sanguinante,
Alle braccia materne, ultime, sante!
Pur, che non puote amor di madre! l'ugne
E le canne bramose a la diversa
Crudelissima fiera empì costei
Di cotant'oro, ed ebbe a tante sugne
Del carcere la toppa unta e cospersa,
Che non toccolle alzar gli ultimi omèi.
Tornò Lidia alla luce, od uscì quella
Che di Lidia era larva. Oh a quanta stregua
Altra dal fiore de l'età primiera!
Pur, come blanda a sera
Ancor giova la luce, e ancora abbella
Le cose incerte, e le certe dilegua,
Così ancora la dama poveretta
Di prese un signor gentile e altero,
Un bennato ed aitante cavaliero:
Ei delle sue sventure acceso, ed ella
Della pietade ch'e' n'avea concetta;
E vissero, solinghi,
Lui tutto in adorar quella sua santa
Che per morta avea pianta,
Lei, di que' grandi suoi occhi raminghi
Tutta nel carezzarlo, e in pregar Dio
D'un bimbo. E il bimbo, come a Isella, venne:
Non però seco voce
Portò dal Paradiso,
Sì, leggiadretto il viso,
E stremo il corpicino e non indenne
Dell'inaudito atroce
Scempio materno. Ond'ella s'ebbe in lui
L'ultima stratta de' martìri sui.

 

Al picciolo origlier sedea sovente;
Spesso all'egro porgea mite fanciullo
Con l'usato trastullo
Medicati ristori al cor languente;
Se vegliasse, il pensate; e dicea sempre
Quel suo pietoso e buon dottor Volnizio
Che miglior suora non conobbe Ospizio.
Ma legge uscì, se può chiamarsi legge
Quella che i vinti in servitù corregge,
La qual, non pure ogni vocale indizio
De l'avito idïoma,
Sì i muti ancor caratteri proscrisse;
E ignote sigle indisse,
Non evitabil soma,
Pur di filtri e pestelli a l'ardue tempre.
Così avvien che s'assempre
L'una spesso con l'altra opposta sorte,
Con quella ch'è virtù quella ch'è morte.
Colse a Lidia così. Da le sue mani
Morte il bimbo adorato
Nel beveraggio sorridendo bebbe.
Ma troppo alla spietata Erinni increbbe
Giù ne l'Erebo nero
Di medesma e dell'orrendo fato:
Onde ascosa la faccia
Che di terrore ogni mortale agghiaccia,
Pietà chiese al Signore, e pietà n'ebbe.
Brev'ora al caso fiero
Durò la madre, e giacque; e, spirto anelo,
Fu, nova Isella, col suo bimbo in cielo.

 


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