Enrico Giglioli
Il viaggio della “Magenta”

II

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

Il 25 agosto fu firmato dal Comandante ministro plenipotenziario, e di Commissari del Taicun, il trattato di amicizia e commercio tra l'Italia ed il Giappone, al Daiciugi, un tempio datoci per la legazione a Yedo; quattro giorni dopo moriva ad Osacca Kubosama il Taicun «coll'aiuto di medicine».

Il settembre la Magenta lasciava il Giappone, forse il paese più interessante che visitò nel suo lungo viaggio; prendemmo l'istessa strada di prima, passando per lo stretto di Van Diemen, e l'8 eravamo alle bocche dell'immenso Yang-tse-kiang colle isole Saddle e Gutzlaff in vista; ancorammo quella notte nel fiume, l'indomani colla marea favorevole si salpò; eravamo in vista della città di Paotang e quasi a Wusung, quando per la mancanza di un gavitello uscimmo dal canale e rimanemmo arrenati, però ad alta marea tirando coll'argano sopra un pennello, si rimise a galla la Magenta, e l'indomani eravamo all'ancora nel fiume Whampo, un poco al disopra della città di Wusung. Questa prima volta restammo solo dieci giorni nel fiume, il calore era eccessivo, la campagna tutta coltivata era coperta di riso e cotone. Fui per vari giorni a Schanghai; nella città europea divisa in concessioni, inglese, francese ed americana (Stati-Uniti) vi stanno tutti gli stranieri, e moltissimi chinesi; questi ultimi cercando rifugio contro i Taipings, che hanno devastato quelle fertili regioni dal 1853 in poi.

La città chinese è cinta da mura, essa è assai grande e popolosa, le strade strette e storte come quelle di ogni città chinese (all'eccezione di Pechino) sono tutt'altro che inodore, ed è considerato un grande atto di coraggio o meglio di pazzia, dagli europei residenti, quando un forestiere domanda di penetrarvi.

Il 19 settembre usciti dal Yang-tse dirigemmo a tramontana pel golfo di Petceli; il 21 si vedevano i monti del Shantung, il 22, si passò vicino alle isole Miau-tau, ed il 23 a sera ancorammo nel golfo di Petceli, davanti a Takù, a circa 9 miglia da terra. L'indomani all'alba la missione diplomatica si recò nelle lancie a Tien-tsin, per poi passare a Pechino; io rimasi a bordo onde studiare la zoologia del golfo che pareva assai interessante; difatti era l'epoca della emigrazione di molti uccelli, e l'alberatura della Magenta ne era continuamente coperta, così feci una raccolta assai grande di specie dell'avifauna della China settentrionale, senza muovermi da bordo.

In ottobre andai a Takù, Sinho e vari altri punti sul fiume Peiho, su cui spinsi quasi sino a Tien-tsin; il paese vicino a Takù non presenta traccia di vegetazione, è tutto fango e saline, il villaggio stesso è tutto costruito di fango, ed i forti pure resi inaccessibili dalla parte di mare per banchi di fango, coperti ad alta marea.

Il 26 ottobre fu sottoscritto a Pechino il nostro trattato, e pochi giorni dopo fece ritorno a bordo la missione diplomatica, poco incantata delle bellezze della capitale del Celeste Impero; al presente può dirsi una città in rovine, e difatti i sobborghi tartari che circondano la città gialla (imperiale) sono quasi completamente disabitati per il cattivo stato in cui trovansi le case che si demoliscono onde ricavarne il legno da ardere. Anticamente Pechino doveva essere una grande e florida città come l'attestano diversi monumenti che sono in deperimento, cioè le solide mura, che tuttora la cingono, il tempio del Cielo e della Terra, il convento dei Lamas, l'osservatorio astronomico e pochi altri ben degni di essere visitati dal viaggiatore.

L'8 novembre la Magenta lasciò il golfo di Petceli, ove incominciava sul serio la stagione invernale; il 15 eravamo all'àncora nel Whampo al disopra di Wusung. Questa volta facemmo una lunga stazione nella provincia di Kiang-su; l'aspetto del paese nelle vicinanze di Wusung era affatto cambiato, le risaie erano asciutte, e vi passeggiavano i fagiani, il cotone era raccolto. Gl'industriosi contadini non cessavano per questo i loro lavori, essi godono di una certa agiatezza giacchè in pochi paesi l'agricoltura è più avanzata ed economica, come nella China. Le nostre raccolte, specialmente le ornitologiche, si aumentarono di moltissime specie.

Fui quindici giorni a Schanghai, il più fiorente degli emporî del commercio europeo o meglio inglese in China; essa fu visitata per la prima volta nel 1832 da un agente della compagnia delle Indie Orientali, ed aperta al commercio europeo col trattato di Nanking nel 1843, da quell'epoca l'importazione e l'esportazione sono sempre cresciute; quest'ultima consiste principalmente in seta e thè. Visitai i molti stabilimenti pubblici nella città chinese, tutti pieni d'interesse.

Il 10 dicembre salpammo e prima del tramonto eravamo fuori del Yang-tse-kiang diretti al sud, volevamo visitare Amoy, ma giunti nel canale di Formosa il cattivo tempo c'impedì di prender terra sulla costa scogliosa del Fukien; il 10 entrammo per pochi giorni nella baia di Bias, poche miglia al nord di Hong-kong, famoso ritrovo di pirati, avanti che la squadriglia di piro-cannoniere inglesi, passando intrepidamente il capo delle tempeste avesse resoimportanti servigi distruggendo quella peste dei mari chinesi. La costa del Kwantung è qui assai montuosa, e tutta formata di granito. Il 19 dicembre passando pel canale Lye-mun, tra l'isola ed il continente, ancorammo nel bel porto di Vittoria, Hong-kong. Questa città è fabbricata sul versante di una montagna, giacchè l'isola stessa non è che un'agglomerazione di picchi e nude montagne granitiche; i suoi bei palazzi, chiese ed altri edifizi hanno un bellissimo aspetto veduti dal mare. Hong-kong è un'altra delle opere gigantesche del genio inglese; nel 1843 pel trattato di Nanking, quest'arida isola fu ceduta alla corona britannica, non eranvi che poche misere capanne di pescatori, nel 1861 la popolazione dell'isola ammontava a 119,321 anime, dei quali 1057 europei, e nel 1860 non meno di 1534 bastimenti entravano nel suo porto.

La città è grande, ha bellissimi giardini, belle case, e richiama in molte cose Gibilterra. Fummo per più di un mese ad Hong-kong, facendo gite nell'interno a Kaulun, a Macao ad a Canton, la nostra dimora fu prolungata per la malattia del compianto senatore De Filippi; egli esponendosi troppo al perfido clima di queste regioni ebbe il 12 gennaio i primi sintomi di dissenteria, fu consigliato al cambiamento di clima, e salpammo per Singapore, ma vedendo che peggiorava dovemmo tornare indietro; appena in porto migliorò rapidamente, ed il 23 era fuori di pericolo e stava abbastanza bene per sbarcare; egli intendeva ritornare in Europa per Suez. Il 26 la Magenta partì e tutti noi eravamo certi di avere a Melbourne le notizie del suo ristabilimento in salute; purtroppo non doveva esser così.

Il 5 febbraio passammo la linea, l'8 visitammo l'isoletta madreporica North, sulla costa di Sumatra, il 9 passammo lo stretto dei Sunda; eravamo di già ben avanti nell'oceano indiano avendo raggiunto il 20° di lat. sud, allorquando il 22 febbraio si fece grave avarìa al timone fummo costretti a tornare indietro a tutta macchina per raggiungere Batavia, l'arsenale più vicino; vi arrivammo il marzo ed entrammo subito nell’arsenale di Onrust, ove scoppiò il vaiolo a bordo, ne caddero vittima più marinai. Il 12, fummo tutti dolorosamente sorpresi dalla notizia della morte del senatore De Filippi, perdita irreparabile per la scienza e pel paese; egli aveva progredito bene sino ai primi di febbraio, quando apparvero i primi sintomi di malattia di fegato, si dichiarò un ascesso ed il 9 si spegneva quella nobile vita, dedicata sino all'ultimo alla scienza.

Per compiere le riparazioni al timone il nostro soggiorno a Giava si prolungò oltre di un mese; io feci varie gite a Batavia, alle isole madreporiche che stanno vicino a quella di Onrust, e per il fiume Murara Tangherang, un ramo del Tji-dani che sbocca in mare vicino ad Ontong-java; nelle sue acque abbondano coccodrilli e monitor.

Il 3 aprile compiute le riparazioni salpammo, e poco dopo il tramonto eravamo fuori dello stretto dei Sunda, lasciando con rincrescimento dietro noi la bella Giava. La traversata fu breve e felice, il 4 maggio si gettava l'àncora in Hobson's bay Port Phillip, innanzi a Sandridge; l'àncora non toccava il fondo, che ecco arrivare a bordo una quantità di persone, tra le quali molti delle autorità del paese, per augurarci il benvenuto nelle terre australiane.

Che paesi! che progressi! che ricchezze! e pensare che vent'anni fa sul sito di Melbourne vi erano ancora foreste di eucalipti abitate da abbrutiti selvaggi. Noi restammo nella colonia di Vittoria sino al 25 maggio, festeggiati dappertutto e da tutti; le strade ferrate, le biblioteche, i musei, tutto era posto a nostra disposizione, in poche parole credo che in nessuna terra ed in nessun tempo una nave straniera ha avuta l'accoglienza che ebbe la Magenta in Australia.

In un'escursione che feci ai monti Dandenong, al sud di Melbourne, vidi gli alberi più alti di questo mondo, quelli Eucalyptus globulus misurati dal celebre botanico Ferdinando Mueller, hanno sino a 412 piedi inglesi in altezza; nelle valli di quei monti vengono rigogliosi boschi delle bellissime felci arboree Dicksonia antarctica ed Alsophila australis; in questi felceti vive l'uccello lira (Menura superba).

Il 31 maggio entrammo nel magnifico Port Jackson. Questo è con Rio de Janeiro il più bello della terra, appena saprei scegliere. A Sydney come a Melbourne la Magenta fu accolta con vero entusiasmo, vedemmo nel New South Wales una colonia più vecchia, ma non meno fiorente di Vittoria. In tempi non lontani l'Australia sarà un gran paese, le parti più centrali vanno rapidamente colonizzandosi, e tutti gli anni si scuoprono nuove ricchezze naturali in quella meravigliosa terra, miniere d'oro, di rame, carbon fossile, pastorizie immense, terre che danno cereali in abbondanza, tutto possiede.

A Sydney ci fermammo quasi un mese; da quei musei ebbi doni preziosi pei nostri, e nelle numerose gite vidi le produzioni strane di quelle terre, la cui fauna e flora richiamano in molte cose i nostri terreni secondarî e specialmente gli oolitici.

Lasciammo con immenso rammarico l'Australia che ci aveva festeggiati con tanta cordialità; il luglio avvistammo il Capo Otou e le isole Manawa tawi della Nuova Zelanda, per tre giorni si bordeggiò lungo quelle coste, aspettando un vento favorevole per spingere sino ad Auckland, ma sfortunatamente non venne. Avemmo una traversata breve e felice sino al Perù, scortati dalle solite Diomedee, Procellarie e Thalassidrome, e facendo le solite pesche di organismi pelagici.

Il 6 luglio raddoppiammo la nostra giornata passando il meridiano di Greenwich. Finalmente il 12 agosto incominciammo a sentire la così detta rugiada peruviana che è una vera pioggia sottilissima che dura tutto l'inverno in quel paese senza pioggia, come alcuni hanno preteso del Perù. Lo stesso giorno avvistammo l'arida costa, l'isola di San Lorenzo e Lima, e nel dopo pranzo entrando per il Boqueron a vela, gittammo l'àncora sulla rada del Callao.

L'indomani mi recai a Lima, valendomi dell'ospitalità offertami con tanta gentilezza dal nostro Regio Console cav. Pietro Castelli; la città è bella ma i dintorni si fanno rimarcare per una mancanza quasi assoluta di vegetazione, specialmente lungo la costa, l'isola di San Lorenzo è poi un vero deserto, essa è abitata soltanto da pochi pescatori, e da molti uccelli marini, Sule, Pelecani, Cormorani, Sterne, Sphenischi ed altri, gli unici un poco abbondanti in questa parte del Perù se ne eccettuo le due specie di gallinazos (Cathartes) che fanno la pulizia delle vie della capitale e del porto. Gli stabilimenti pubblici a Lima non sono gran cosa, il Museo contiene pochi macilenti esemplari di quella fauna, e poi delle antichità piene d'interesse. Feci durante il nostro soggiorno una gita ad una huaca, antico sepolcreto di Indiani Quichua, anteriore alla conquista, ed ivi raccolsi molti oggetti di grande interesse etnologico. A Lima si vedono gente di ogni colore, la vera razza indigena, i così detti cholos sono Quichua più o meno meticci. Prado allora presidente, faceva sperare un'epoca di progresso, sfortunatamente poco dopo la nostra partenza cadeva sotto i colpi del partito clericale.

Il 23 agosto lasciavamo il Perù, il nostro viaggio a Valparaiso fu abbastanza lungo, per venti contrarî e calme; lungo il tragitto vi fu poco di notevole, eccetto l’incontro di un enorme cefalopodo in lat. 28° 53' sud long. 87° 51' ponente Greenwich, esso apparteneva al genere singolare e raro Onychoteuthis.

Il 25 settembre entrammo nella rada di Valparaiso, rimorchiati dalle nostre lancie, come pure da quelle dei bastimenti da guerra delle varie nazionalità che erano in porto, giacchè il vento si era calmato mentre stavamo dirimpetto alla Punta de los Angeles.

La nostra stazione al Chilì fu lunga, e vi trovammo accoglienza molto lusinghevole; questa repubblica è assai avanti alle sue sorelle dell'America meridionale, è vero che vi sono moltissimi Inglesi e Tedeschi stabiliti, i quali hanno non poca influenza nel tirare avanti i Chileni. La istruzione è molto avanzata, ma la superstizione non ha ancora cessato il suo dominio, come ne è testimonio la catastrofe della Chiesa della Companìa nel dicembre del 1863.

Valparaiso è un grande emporio commerciale, essa si arricchì rapidissimamente dal 1848 in poi, grazie la scoperta dell'oro in California ed in Australia, la conseguente grande accumulazione di gente in quei paesi e lo ingente bisogno di cereali; ora il Chilì è ricchissimo in grano, e tuttora è una delle sue principali esportazioni. A Valparaiso come dicevo tutto è commercio, ed io come naturalista, mi recai a Santiago ove potevo impiegare il mio tempo in modo più utile alla missione che avevo. Si va dal porto alla capitale per ferrovia, una delle più belle ed elevate del mondo; il paese che si traversa è svariato e pittoresco; tutto montagne finchè si arriva nella pianura o Llamas di Santiago; questa è una grande città, regolarissima in forma, costeggiata dal fiume Mapocho e traversata da un magnifico viale di pioppi detto, la canada. Il nostro console cav. Luigi Sada mi aveva gentilissimamente offerto la casa sua; conobbi Philippi, Domeyko, Amunàtegui ed altri uomini illustri per scienza ed erudizione; ebbi in dono una raccolta ricchissima di mammiferi ed uccelli chileni, come pure libri di scienza pubblicati per cura di quel governo. La imponente Cordillera, che sorge coperta di nevi, si vede molto bene dalla città. Rimasi a Santiago una quindicina di giorni, e ritornai a Valparaiso ove la Magenta era pronta per la partenza, finalmente il 30 ottobre salpammo; era intenzione del comandante di passare per i canali della Patagonia occidentale, che promettevano a noi tutti cose nuove ed interessanti. Il 3 ed il 4 novembre la Magenta rimase in vista dell'isola di Juan Fernardez e l'11 ancorò nel golfo di Penas, vicino al capo Tres Montes, vi restammo un giorno, io andai a terra e feci buona raccolta di oggetti zoologici; gli scogli lungo la costa erano in un sito coperti di leoni marini (Otaria jubata) e di una altra grossa foca, essi stavano ammucchiati assieme, grandi e piccoli, dormendo placidamente, alla prima scarica si precipitarono in mare, noi ne uccidemmo molti; queste riunioni di foche si chiamano dagli Inglesi rooheries.

A mezzanotte salpammo onde arrivare di giorno alla entrata del canale Messier, l'indomani mattina dovevamo essere in quelle vicinanze, il vento era freschissimo ed una densa nebbia ci impediva di vedere; tutto ad un tratto la nebbia si squarcia, avevamo dinanzi a noi i frangenti delle isole Guaioneco, ma poco dopo eravamo in rotta nella baia di Tarn, e tosto entrammo nel magnifico canale Messier, lungo circa 75 miglia e largo in media da 3 a 6. Pioveva a rovescio, solita cosa in questi paesi ove piove almeno 23 delle 24 ore; malgrado ciò il paesaggio era grandiosamente sublime, le placide acque chiuse tra due baluardi di alte montagne granitiche, le cui cime erano coperte di neve mentre le valli si riempivano qua e di enormi ghiacciaie, i loro fianchi poi erano solcati da innumerevoli cascate di acqua, e le colline che ne circondano le basi, rivestite di una densissima e sempre verde vegetazione. In questi luoghi vi sono pochi ancoraggi, la costa è a picco, e molte volte vi erano 50 e più braccia marine (fathoms) di fondo a pochi metri dalla sponda. Il dopo pranzo entrammo in Halt Bay e vi trovammo buon ancoraggio; questo porto in miniatura conteneva appena appena la Magenta, era chiuso da alti monti da una parte e da un isolotto dall'altra; la corvetta sembrava all'àncora in un laghetto alpestre della Svizzera, giacchè i contorni della baia erano rivestiti di bella vegetazione, e due cascate scendevano dai fianchi della montagna, il cui versante era quasi perpendicolare.

La Magenta rimase 14 giorni in Halt Bay, il tempo essendo utilmente impiegato da tutti; il Comandante e lo Stato maggiore facevano una pianta della baia, e la idrografia degli English Narrouvs il punto più stretto e difficile di questi canali, io vagavo per i moltissimi seni ed isole in cerca di oggetti zoologici, e l'equipaggio faceva acqua e legna. Trovammo in varii punti capanne di Feugani, i quali vengono in cerca di nutrimento sino al golfo di Penas. Il 25 novembre lasciammo Halt Bay, conoscendo bene ogni punto dei Narrouvs li traversavamo a tutta macchina quando nel girare Middle Island ci trovammo naso a naso con la cannoniera francese Lamothe-Piquet che veniva in su adagio adagio sondando a dritta ed a sinistra; dovettero essere non poco sorpresi di vedere un grosso bastimento come la Magenta passare per luoghi così pericolosi facendo 9 miglia all'ora, e tra loro avranno scommesso che andavamo a finire su qualche scoglio. Più in giù nel canale Messier l'aspetto del paese è più grandioso, le montagne erano perfettamente nude, ed il granito che le formava tagliato e spaccato dal gelo come per mano dell'uomo. In Wide-channel,passammo vicini grossi blocchi (hummochs) di ghiaccio, staccati senza dubbio da qualche ghiacciaia, erano di un verde acqua-marina volgente al zaffirino. Trovammo per la notte un cattivo ancoraggio vicino a Tom-bay nell'arcipelago Madre de Dios; è una vera fortuna pel navigatore che esplora questi mari, il fatto che quasi ogni scoglio è segnato dal Kelp (Macrocys is pyriformis) che vi cresce sopra.

All'alba dell'indomani lasciammo il nostro ricovero, ove eravamo stati costretti di ormeggiarci a terra, passammo il Conception channel, Inocentes channel, poi un punto stretto e difficile, i Guia Narrouvs: l'ardito Sarmiento nel 17 secolo esplorò in una lancia scoperta con rara sagacità questa costa frastagliata. Lungo i canali, cospicuo pel suo color niveo è l'oca antartica (Chloephaga antarctica) sempre accompagnata dalla femmina quasi totalmente nera, poi vi sono i steamers (vapori) Micropteryx cinerea, grosse anitre i quali generalmente non ponno volare, ma corrono sull'acqua adoperando le ali come le ruote di un vapore, vanno con una velocità incredibile. Vicino a Peel inlet incontrammo molto ghiaccio, proveniente probabilmente dalla grande ghiacciaia che vi sta in fondo, alle 11 e mezzo a. m. gittavamo àncora in Puerto Bueno. Come lo indica il nome questo è un buon ancoraggio, vi è pure un porto interno, molto comodo per piccoli bastimenti, ove vedemmo traccie del soggiorno del Lamothe Piquet. Due giorni si fece sosta a Puerto Bueno; il tempo era burrascoso con forti grandinate; il 28 novembre a primo mattino lasciammo il porto, e seguimmo il Sarmiento channel; alle 12 vedemmo la Cordillera di Sarmiento, le più alte montagne in questa latitudine, entrammo in Smyth channel passando vicino ad una pericolosa secca di Cloyne recf, ed alle 3 p. m. ancorammo in Fortune Bay, cattivo riparo sull'estremità S. E. di un'isola all'entrata di Cutler channel che si suppone conduca in Nelson straits, giacchè l'idrografia di questi siti è ben lontano dall'essere tracciata.

Vi rimanemmo un giorno dedicato a ricerche di storia naturale; il 30 novembre lasciammo Fortune Bay, scendendo Smyth channel passammo tra le isole Fairway ed il Capo Philip, entrando nello stretto di Magellano, alle 12 eravamo al traverso di capo Tamar; lo stretto ha qui sette miglia di larghezza, questa parte ne è veramente sublime, enormi montagne di nudo granito ammucchiate insieme in modo da farci avere un'idea del chaos, ghiacciaie, cascate: il tutto poi rivestito alla base da una vegetazione sempre verde, non bella ma foltissima, vi abbondano muschi e licheni.

La sera entrammo a Praga Parda, ancoraggio mal sicuro ed esposto, nelle sue vicinanze sono varie grandissime ghiacciaie, una specialmente sull'opposta terra della Desolazione.

L'indomani si salpò per tempo, mentre la Magenta passava vicino alla penisola d'Ulloa Tierra del Fuego, si scorse una colonna di fumo; fu mandata una lancia in Chance Bay, ove incontrò alcuni dei miseri che rappresentano la umanità in queste terre ingrate; questi Fuegani nudi, uomini, donne e fanciulli stavano in due rozze canoe, ove tenevano il fuoco, domandarono del tabacco usando qualche parola inglese, e ci diedero in cambio due freccie appuntate con pezzetti di ossidiana verde. Presto entrammo in Long reach ove sbocca il gran golfo di Xaultegua, vedemmo quell'enorme scoglio granitico detto el morion; alle 12 eravamo al traverso di Capo Froward, l'estremità del continente americano; si vedeva lontano sull'opposta costa il monte Sarmiento, bel cono che domina tutte le altre montagne della Terra del Fuoco. Qui il paese incomincia a mutar d'aspetto, i monti sono meno alti, e la foresta più rigogliosa, alle 7 e mezzo p. m. ancorammo davanti alla colonia Chilena di Punta Arenas, unico rifugio della civiltà in queste regioni. La Corvetta vi rimase tre giorni all'àncora, il Governatore chileno di Magalhanes, (così chiamano la colonia) Don Damiano Riobo, ci fu gentilissimo, ci dette una guida e cavalli per visitare la miniera di carbon fossile, in cui riposa in certo modo la futura grandezza della colonia; fu una gita lunga e penosa sopra cavalli di Chiloe, e selle in legno, attraverso una foresta vergine, composta di grandi alberi di una bellezza rara, ma non fatta per essere traversata a cavallo passammo a guado 9 o 10 volte il tortuosissimo fiume Arenas. Lo strato di carbon fossile o meglio lignite è messo a nudo nel letto del fiume, il quale trasportandone dei pezzi sino al mare, diede origine alla scoperta. Il combustibile mi parve cattivissimo, sopra e sotto eran strati di conchiglie fossili (terziari?).

La colonia di Punta Arenas consiste in 50 case e circa 400 abitanti; detenuti militari, soldati e pochi coloni, vivono di provviste che vengono dal Chilì; la qual repubblica mantiene questa colonia con grandi spese per avere un titolo al possesso della Patagonia; poi spera che, quando sarà stabilita la linea di vapori, passando per lo stretto, col carbon fossile, mandrie, viveri freschi ecc. sieno in prospettiva tempi migliori per Punta Arenas. Il 4 dicembre di gran mattino salpammo, il Nassau della real marina britannica era in vista; essa è stata armata apposta per fare l'idrografia di queste coste, proseguendo i lavori di King e Fitzroy. Passammo il Capo Gregory, punto importante, giacchè all'Est di esso il paese cambia interamente di aspetto: ove incominciano i pampas, che poi si estendono su tutta la Patagonia orientale sino alla Plata, non si vede più un albero, ed il clima da umidissimo che era, diventa secco. Questo gran contrasto senza causa evidente è assai sorprendente e meritevole di studio speciale. Passammo i Second Narrows ed ancorammo in Sant'Jago Bay, ove andammo a terra, vedendo struzzi (Rhea Darwini) e Guanachi. L'indomani mattina a marea favorevole passammo i First Narrows, alle 12, eravamo al traverso dei Capi Dungeness e Virginis, ed alle 3 p. m. in alto mare.

La traversata sino a Montevideo fu breve, svariata da qualche colpo di vento, il 17 dicembre la Magenta compì la circumnavigazione ripassando sulla sua rotta del 2 febbraio 1866. Alle 2 p. m. entrammo in rada, salutando la nostra vecchia amica la Regina che batteva la bandiera del contrammiraglio conte Anguissola.

Il cholera infieriva a Buenos-Ayres, e non potetti visitare quella città com'era mia intenzione; fatti i viveri, come niente ci riteneva nella Plata, salpammo il 2 gennaio e gli urrà degli equipaggi della Regina e dell'Ercole, ci augurarono un felice ritorno nelle nostre famiglie.

Il 23 gennaio passammo vicinissimi all'isola di Trinidad scoglio inabitato e quasi inaccessibile.

Il 6 febbraio parlammo col Clipper Margherita di Genova, carica di emigranti, in modo tale da farci realizzare quello che si legge dei negrieri; il 7 passammo la Linea per l'ultima volta.

Il 15 marzo entrammo nella rada di Gibilterra dopo 74 giorni di mare; appena potemmo riposarci che un telegramma ci chiamò a Napoli, ove dopo una traversata burrascosissima arrivammo il 28 a sera; quivi la nostra nave ebbe la stessa accoglienza che riceve un bastimento che ritorna da Cagliari!!!

In quanto ai frutti raccolti dal viaggio della Magenta, essi sono reali ed importanti; io non ho bisogno di parlare dei due trattati fatti in tempo brevissimo, vantaggiosi ed allo stesso tempo altamente onorevoli al nostro paese; della felicissima navigazione, e delle utili osservazioni nautiche, idrografiche e meteorologiche fatte dagli ufficiali della Corvetta; ma riferendo alla parte che avevo l'onore di dirigere dopo la morte del senatore De Filippi, dirò che le raccolte fatte durante il viaggio ed ora depositate al R. Museo di Torino sono di grande importanza. Quella di mammiferi non è grande, citerò tra le rarità Inuus speciosus, Otaria Philippi, Osphranter rufus, Echidna Setosa ecc. Le raccolte ornitologiche sono numerosissime ed assai interessanti; vi sono alcune specie non descritte, e moltissime nuove pei nostri musei, citerò la Nasiterna pusio, l'unico esemplare che vi sia in un museo pubblico in Europa; una splendida raccolta di fagiani, fra i quali il Diardigallus Crawfurdii, l'Euplocamus Swinhoei, il Crossoptilon Mandchuricum ed il Phasianus Reevesi; anche una grande serie di uccelli pelagici. La raccolta di rettili ed anfibii è ben fornita specialmente di specie australiane; le collezioni di pesci sono pure di grande importanza e numerosissime in specie, citerò il Callorhychus antacticus ed il Cestracion Philippi. Gl'insetti raccolti sono pochi, interessanti quelli del Giappone; i Crostacei numerosi in specie, presenteranno senza dubbio qualche forma sconosciuta. La raccolta dei Molluschi non è grande, ma assai interessante. I Molluscoidi, Anelidi, Anuloidi, Celenterati, e Protozoidi sono per lo più specie pelagiche, e furono l'oggetto dei nostri studî in alto mare.

La botanica fu disgraziatamente lasciata in disparte, non essendovi uno specialista a bordo, però son riuscito a portare vivi a Firenze 12 belle felci arboree (Dicksonia antarctica) destinati a S. M. il Re; portai pure qualche pacco di piante australiane, e crittogame dell'Uraguay. I minerali raccolti durante il viaggio, sono in piccolo numero, ma vi sono delle belle cose dalla Vittoria, tra le quali del piombo nativo, della Bolivia e del Chile. La collezione paleontologica è piccola, ma scelta, una gamba e la pelvi del Dinornis elephantopus? un modello di mascella di Diprotodon, e vari fossili siluriani di New South Wales e di Copiapò nel Chile. Di oggetti illustranti l'etnologia ho portato 10 bellissime mummie Aymara, avuti da Cobïja, una mummia Quichua, ed una quantità di cranii, vasi, utensili, ecc. anteriori alla conquista spagnola del Perù. Ebbi pure uno scheletro intero d'indigeno australiano, crani chinesi ed altri. Oltre di ciò coi miei mezzi privati ho cercato d'illustrare quanto era possibile i costumi, le arti, le industrie ed il carattere degli indigeni dei paesi visitati dalla Magenta, raccogliendo armi, utensili, ecc, e quando era possibile fotografie.

In conclusione dirò, che colle cognizioni acquistate durante la campagna, e colle proprie osservazioni, abbiamo materiale sufficiente per compilare una dettagliata relazione che ci lusinghiamo potrebbe essere utile ed interessante pel paese che ha tanto bisogno di notizie esatte sulle lontane contrade visitate dalla Magenta.

 

FINE.

 


«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License