Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

II. — NOMENCLATURA RAGIONATA DI PERSONALITÀ «QUASI FILOSOFANTI».

Benedetto Croce

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II. — NOMENCLATURA RAGIONATA
DI PERSONALITÀ «QUASI FILOSOFANTI».

Benedetto Croce

 

Assunse, colla vita ed il sangue materno, l'abito alla metafisica: il desiderio di crescere ambiziosamente in qualche cosa di più lo fece accostare al pericolo tedesco di Hegel. Ed ecco che ci appare come un napoletano ubriaco di quelli spiriti: donde una nojosa ed antipatica indigestione, in sul principio; poi, un permanente deposito al cervello.

 

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Lo udimmo dire, come un Germano esaltato: «Vado verso il pensatore della profonda astrazione». Sì; correva verso chi aveva anche lambiccato il buon senso. Gli si accostò e lo accettò in sintesi: lo fece, in quanto le deduzioni hegeliane non sono atte se non a lusingarlo, persuadendolo della sua personale vanità. Sapendo, il Croce, che il successo è l'essere in istato, può anche esclamare: «Io ho raggiunto la crisi di una sintesi illustre; e mi chiamo l'Orgoglio della Gioventù; il quale si appaga solamente nell'udire e nel far ripetere che l'Iddio vecchio dei nonni non è più relegato in Paradiso, ma che è lo Medesimo sulla Terra». Al contatto della coscienza crociana ogni cosa si divinizza.

Gli fu carissimo il presupporsi, contro il razionalismo di Giosuè Carducci, maestro alli Italianucoli di idealismo hegeliano.

 

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Che strinse? Che stringe? Ha ridotto in bagolamento napoletano le opinioni di Bertrando Spaventa e le distinzioni estetiche del De Santis. Perchè un autore a lui non piace — il non piacere a Benedetto Croce implica un rimprovero ch'egli sente scaturito dalle pagine antipatiche ed antiestetiche — costui è un autore riprovevole. Perchè vanta il suo proprio buon gusto, ed io non me ne sono mai accorto, preferendo, alla gradevolissima fatica di seguire la musica del Tristano ed Isotta, l'uggia divertita di sbadigliare sulle Canzoni di Piedigrotta.

 

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Sì ch'egli ha creduto opportuno far conoscere alli Artisti che l'Estetica è una Scienza, che in questa si trovano i suoi bravi problemi di facilissima soluzione, e che il buon gusto si può insegnare ed imparare a richiesta.

Sarà benissimo: io, per me, continuo a dire: «Estetica scienza universale della rappresentazione? — Non lasciatevi prendere, Artisti, dalla facilità elegante. Problemi di estetica? E dove sono? Ma le cose belle, donde si desume una serie fluttuante di leggi, che informano l'Estetica di un'epoca; queste cose belle sono già un fatto compiuto, hanno già risolto: a che Problema se son Opera?»

Ancora: «Scienza dell'Estetica? che? insegnare il bello? E che è, e come?». Dunque impariamo a far bello come ci siamo eruditi a far conti: tutti sapremo far bello, se è Scienza. Ed in fatti moltissimi fan brutto, perchè non sono dotati di ciò che non può fabbricare in loro l'Estetica, non avendolo redato dalla nascita.

Così, senz'altro, Scienza dell'Estetica non esiste; e Metodo devesi dire; il quale eccita, commuove e dirige quella naturale inclinazione ed abito di natura, concessi a pochissimi, perchè sappiano rendere, colla minor perdita possibile, tangibilmente chiaro alli altri, la bella commozione, il profondo pensiero di cui sono turgidi. Fare il professore di Estetica è come pretendere d'essere un professore d'Energia; cioè chiacchierare inutilmente, cercando di riempire un vuoto psichico che rimarrà sempre vuoto.

 

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Oh sì; mi risuona dentro, in rima e battuta, la proposizione dossiana del «Campionario»: «Nelle istituzioni di Esteticascienza solitamente insegnata da quanti non la potrebbero apprendere — si sono perfino ficcati precetti come i seguenti: ne quid nimis, abbiate il nuovo in sospetto, guardatevi dalla ricerca, aurea mediocritas, distribuite i vostri punti di luce, ecc.». Il peggio è, che, la più parte degli scrittori, lasciandosi facilmente persuadere da tali comode regole, si accontentano dei primi pensieri venuti, li rifiutano che quando non sembrano loro abbastanza comuni.

Ma questo, lo so, è la caricatura dell'Estetica Crociana preannunziata da Carlo Dossi; il quale, per essere capace di queste divinazioni, fu assai mal compreso dal Croce, che lo ripone tra coloro che son sospesi, degni, tutt'al più, di lungo purgatorio nella sua Storia della Letteratura del secolo XIX. Oh, storia da manuale scolastico! vi si impareranno i falsi concetti su Guerrazzi, su Rovani; di tanti altri, non vi si troveranno i nomi che pur dovrebbero esservi, spacciati con allegro esclusivismo facile.

 

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Però che questo Critico-Filosofo non definì mai il suo mestiere così: «La Critica è la ricerca, l'affermazione e la messa in valore delle Virtù sincere dell'Artista». Per ciò la sua, la quale poggia a pena sull'edonismo, può dar luogo a questo epifonema che la riassume nel suo scopo e nella sua portata: «L'Artista è quello che è: non ne cerchiamo le cause, ma studiamone i prodotti». Ausonio Franchi, quasi-filosofo, — dico quasi e non pseudo — il quale mise a fondamento del suo sistema un qualche cosa di simile, ha potuto coonestare, per assenza di principii, il suo trapasso a doppio uso, prima, dalla tonaca al positivismo, indi, da questo alla cocolla. L'anabasi critica del Croce potrà avvenire parallelamente, esclusa la frateria.

No; noi domandiamo all'Artista: «Chi sei?Donde vieni?Come applichi le tue virtù?Ti esprimono esse completamente?Sai esporti sinceramente?Come i tuoi comportamenti accolgono l'opera tua?Ha questa un successo superiore od inferiore al suo valore?Puoi tu allora, saggiando il mondo e li uomini colla tua sensibilità e la tua ragione, giudicarli?Il tuo giudizio è la Bellezza del tuo Tempo?».

Come vedete, noi siamo un più prolissi, ma più esatti; chè il press'a poco non ci conviene come ad Artista, come a Filosofo.

 

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Un esempio: me ne occorre uno. Cerco nelle effemeridi; ho trovato. Li Edili di Forlì, se non erro, avevano affidato alla sapiente plastica del Comm. Cifariello l'incarico di scolpire un monumento ad Aurelio Saffi. Quello lo fece. Tutta Romagna, anche non repubblicana lo rifiuta: non è il Saffi, è il niente monumentato. E pure fu e credono che sia squisitissimo artista il Cifariello: foggiò torsi nudi di cantarini e cantarine in modo meraviglioso; e rizzò equestre un Umberto, a Bari. Non un Saffi: perchè? L'opera sua può sfoggiare il miglior buon gusto di questo mondo, può, secondo il metodo estetico crociano, piacere:… ma come può comprendere, un uccisore di donna con cui giacque, l'animo magnanimo del grande triumviro romano? Ecco, perchè Cifariello non saprà mai rendere in bronzo, in marmo Aurelio Saffi, mentre, forse seguendo il suo sistema, Benedetto Croce lo avrebbe ritenuto capace.

 

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Mi ostino a insistere sulla azione della critica crociana, colla quale il nostro filosofo ha voluto, o creduto, di prendere il governo della produzione estetica italiana e di dirigerla a suo agio, amando, come dissi, fare il maestro. Voi, nella disamina di qualsiasi libro, lo vedrete sempre preoccupato nella ricerca della sua speculazione, nella esposizione del suo sistema speculativo. Gli fate dire: «Ma qui stiamo tra gli artisti!». Ed egli non ode e non si sostituirà mai al loro posto, nella bisogna di fare precisamente ciò ch'egli critica. Egli, perciò, comprende press'a poco quanto vuol giudicare. Come meridionale, emotivo, come hegeliano, riflessivo di metafisiche, Benedetto Croce cerca anche un sistema in arte e non s'avvede, che, proprio, un grande artista l'agisce in serie di bellezza e non lo costruisce in proposizioni.

Ed ecco il critico — cioè chi non fabrica — che, anatomico specialista, può conoscere esattamente la topografia dei visceri essenziali, ma, difettoso biologo, non sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali della vita particolare d'ogni individuo. Così, sapientissimo nomenclatore — di sistemi, — è improprio a rivelare le funzioni, cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e del divenire; isola e distingue; rimane ancora alle categorie; dettaglia li apparati in una necrofilia da dilettanti, non li considera nell'organismo in totalità; giudica quindi ab inferiori, di sotto in su, nel caso generale, nelle derivazioni particolari; perchè non devesi mai definire su di una estetica ma immedesimarvisi. Allora, rivivendola, la giudichiamo, divenuta nostra, o completa, o difettosa manifestazione: da qui, la lode, od il biasimo, per le ragioni intime del critico, che son quelle, poi, dell'autore.

 

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Mi occorre un Altro Esempio. Il Croce legge D'Annunzio, se ne diletta: trova che, nell'opera sua, tutto è al proprio posto: vi ha ordine; nello stile, una certa onda carezzosa e isocrona, in cui si acqueta: visioni folgoranti, nelle quali viene rapito: estasi, di quando in quando. Tutto un rosario capzioso di bellezze procaci e semi nude, eccitate da un lievito di intima religiosità e ferocia: specialmente, quando serve loro per veste è sfarzosissimo. Il critico assapora lentamente la sua voluttà e non sa staccarsene: egli opera, in quella, coll'autore: preso all'inguinaja, non riescirà dall'incanto saporoso di quel fornice letterario. Gli si dirà: «Anche nell'amore costui mente. Non vi accorgete che bara? Non vi siete accorto che ruba, che ha rubato, che ruberà?». Vi risponderà il critico: «Anche nelle peggiori delle ipotesi alcune decine, od un centinajo di pagine, tradotte od imitate, non possono cangiare la figura storica del D'Annunzio, autore di una ventina di volumi ben suoi».

Ve ne accontentate? Io no: mi pare che questo filosofo ami di tutti i piaceri quelli grossolani. Io domando altro al Filosofo, all'istitutore di una generazione, come egli pretende: gli richiedo: «Con che animo ha fatto D'Annunzio?». E mi risponde che «Arte non è pensiero, ma intuizione». Buona sera! Io aveva sempre creduto e credo ancora che Arte è un fenomeno specialmente cerebrale, non istintivo, e che perciò esso sia: «La bella sincerità delli autori». Il Croce non sa che farne; troverà invece un tono proprio ed originale nell'opera dannunziana; ed anch'io: «Nel Plagio». Plagio? È la personalità del poeta che straripa; che invade l'altrui; è l'innondazione del sopra più. È la sua miseria che corre a rapinare, sostengo; ma l'idealismo hegeliano ben solleticato è pur misericordioso nella critica d'arte; l'appropriazione indebita diventa l'atto di una virtù esuberante. In nome del grande filosofo tedesco è dunque doveroso spalancar le carceri ai tagliaborse ed ai minuti pick-pockets con indennizzo e regalìe. Tanto, vi spiegherà il Croce, abbiamo a josa dei galantuomini, che, se comperano pagano; dei ragionatori, che, se vi parlano, danno le prove di quanto affermano; la razza dei lirici, come D'Annunzio, è scarsa. Domandate voi ad una bella e buonissima danzatrice se è casta? Mi diverte. Non vi ha differenza. Il tango di Camargo non corrompe; ma l'arte d'annunziana, oltre ad essere lo sfacciato indice di una corruzione individuale e collettiva, è per istigazione a corrompersi. All'amoralismo neo-hegeliano e pragmatista di Croce, ciò poco importa: egli è scientifico, constata. Ed allora: «Buona notte!».

 

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Testè, Benedetto Croce insorse contro una cattedra di Filosofia della Storia istituenda a Roma, in puro beneficio di un suo concorrente nella egemonia pedagogica. Non entro nelle beghe private; ma il Croce, per frustrare le speranze dell'antagonista, aggredì, in vece sua, gesuiticamente, la Filosofia della Storia. Povera cara amata da lui e da giovane e da maturo! No: la signora Filosofia della Storia non esiste più; si è confusa nella Storia p. d.? A che dunque, Benedetto Croce, insistere a divulgare la grande opera di Giambattista Vico? Costui è un Filosofo della Storia o no? Mettiamoci d'accordo e brindiamo alla coerenza.

 

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Sicchè, pei giovanotti baldanzosi e pericolosi di «Lacerba» — redattori ordinari — il filosofo napoletano ha il difetto di essere: «ricco, senatore, celebre» per me, di macchiarsi d'altre e maggiori tare; come, ad esempio, di essere già stato il degno maestro di Giovanni Papini; il quale, in riconoscenza, come si usa, gli si avventa, oggi, addosso con verde odio ed invidia, cercando di addentarlo, per avvelenarlo a morte.

 

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Ma, a coscienze dimezzate ed eunuche, un terzo di filosofia. Ad apprestarlo si propone il Croce; il quale, in veste di liberatore dai pregiudizii, tornò ad ammettere i diritti sacrosanti della ignoranza.

Padronissimo! Il maestro è trovato dalli Italianucoli nuovi, che ingiuriano la patria col nazionalismo di Bonnot e Compagni, che si allenano a votare a stampiglia il nome de' candidati salesiani, indice del loro analfabetismo; è quì il pastore del greggie bisulco e sudicio dei sudditi di S.S. Pio X Sarto, di S. M. Vittorio Emanuele III di Savoia-Carignano.

Per la qual cosa il Croce discese al laticlavio, dalla filosofia intiera.

 

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Or quale opinione noi dovremo avere di un cervello di filosofo che va colla corrente? Quale sarà la sua potestà creatrice, se, come una foglia arrugginita, si lascia trasportare sui molli flutti, lentamente, di un fiume accidioso, quello della opinione pubblica?

Fu Benedetto Croce, ai tempi che avevano rinverdito di qualche eleganza, socialista, e lo doveva essere, se Hegel era il suo maestro, e s'egli, per quanto ricco, almeno in faccia ai vicini, doveva dimostrarlo, non solo a parole, ma anche in opere; oggi, in sulle facili aure del misticismo si fa carreggiare verso il prete, senatore. Non disprezza però il Futurismo; conserva, per lui e per il suo Profeta, una benevola aspettativa: ambo si sono riconosciuti in famiglia: nuvole ed inocui tuoni.

 


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