Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

II. — NOMENCLATURA RAGIONATA DI PERSONALITÀ «QUASI FILOSOFANTI».

William James.

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William James.

 

Un , per necessità di polemica anti-fogazzariana, mi uscì forte, rivolgendomi all'autore di «Piccolo mondo antico»: «Era affidarsi alla americana e spingersi al bluff di William James, praticato da lui; ed, ultimamente dal Roosevelt», ed eccomi fatto segno da un giornalista, che sosteneva il bluffismo di ambo, per poter coonestare il proprio: «Il James, che ha il torto di non essere positivista» — come a dire ch'io ne sono uno, oh beata ignoranza filosofica! — «è meno imbecille di quanto il Lucini creda».

Colui, che mi rispondeva così, doveva dar fede, colla sua teorica del parere eguale all'essere, poco dopo, sotto le mura di Tripoli; quando, eccitato dalla facile gloria del Carrère, scalfito, dalla gelosia di un arabo, di pugnale — e parve un eroe attentato dalla spiccia esecuzione giovane-turcacercò di emularne i casi ed il relativo successo, in fondo al quale trovò de' poliziotti ed un relativo commissario di buon senso.

 

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Dunque, io aveva il torto — essendo al dir del mio preopinante un positivista — di credere un imbecille fuori misura lo James. No: l'ho ritenuto e lo ritengo tuttora il retore massimo del bluff in filosofia, donde crebbe un suo sistema, che ha valore come qualunque altro sistema, ma che è opposto al mio, perchè si fonda sulla menzogna, un'altra ottima assise anche filosofica, perchè già servì alla religione positiva ed ha per illustre e genioso difensore Joseph de Maistre. Sì; William James è il filosofo del bluff; come a dire: «getta la polvere nelli occhi della sua filosofia, o per farci stravedere, o per acciecarci affatto».

 

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Povero e defunto William James! A richiesta di qualche isterica delirante settatrice dello Spiritualismo spiritico, o di qualche M.me Blawatsky, astutissima teosofessa, o dei tre piedi di un tavolinetto industrioso e magnetico, o della burla di un buontempone, che si diverta delle altrui superstizioni; egli, che pur ha creduto come Fogazzaro e Giacosa e Lombroso ed il vivente Morselli e…. la Paladino — di cui si nutre — alli Spiriti; ritorna, qualche volta, sotto codesta forma, a parlare del mondo di coi suoi discepoli e li pastura del suo cibreo di parole non perfettamente filosofico, dove l'ignoranza effettiva del medium si confonde colli imparaticci della sua filosofia, avendone questi letto qualche pagina, qua e , prima della seduta, in cui l'anima dello James doveva evocarsi. Non insistiamo: codesti sono affari jankees di cui non mi intendo.

 

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Più tosto, avendo avuto paura di non conoscere bene la dottrina del nostro americano volli accostarmi con maggior studio al suo concetto organico. Mi giovarono le recenti e postume pubblicazioni di alcune opere; una, mandata fuori dagli editori Longruans and Greens di Londra, in inglese: «Di alcuni problemi filosofici»; l'altra, dal Flammarion, una traduzione: «Le pragmatisme»: quel tal pragmatismo, che sembrava una novissima invenzione de' nostri Papini e Prezzolini, acutissimi dissettori di apparenze, quando, in suo nome, decretarono la distruzione di tutte le filosofie, quel tale pragmatismo, a cui ricorrono spesso i nazionalismi nostrani; perchè facendo la faccia feroce contro i barbari, acciottolando sul selciato il fondo d'acciaio delle guaine delle sciabole, con strepito di ferro ripercosso nel ritmo del passo, i nostri vicini sentissero rumor d'armi e pensassero: «La potentissima Italia!» Sono invece alcuni giovanotti male intenzionati di patriottismo che giuocano, nelle belle contrade, alla guerra. — Ma ciò qui non importa.

 

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Che è il Pragmatismo? Impresto parole da Paul Adam, il quale, recatosi alla gran fiera di Chicago, mandò di ai giornali parigini una serie di articoli di molta squisita letteratura, che, raccolti in un volume, si nominarono: Vues d'Amérique. Paul Adam dice: «La inclinazione all'eccitamento valoroso è così profondamente nazionale nelli Stati Uniti, che questa forma il primo dei fondamenti e la maggior tesi del migliore filosofo americano per la sua analisi dell'emozione. A riassumere alla spiccia e trivialmente il pensiero di William James, eccovi la sua frase-tipo: Noi siamo afflitti perchè piangiamo; spaventati perchè tremiamo, irati perchè schiaffeggiamo». Cioè le esaltazioni fisiche producono il parossismo dello spirto: sì che non è questo che determina quelle. Allora, se noi vogliamo la gioia si facciano atti gai; il coraggio, si esprimano gesti di forza e di maestria; se noi desideriamo essere ricchi si spieghino attitudini esteriori per la speculazione, per una scoperta, per una organizzazione finanziaria. È la teoria del bluff. E Paul Adam, che pure l'ammira, ha trovato la nota enucleativa e perfetta per nominarla, quella, che non accomodò, l'altro giorno, al nostro De Maria: il bluff.

Il bluff è una attività nazionalista americana; il bluff riempie di stesso il giornale jankee; detonazioni, luminarie, luminelli, fracassi, scandali, assassinî, linciaggi, elettricità — tutta la superficie, quanto schiumeggia, ribolle, fuor esce; la vernice, l'apparenza, il farsi credere di più. Quei ricchissimi ragazzoni barbari, oppressi dalla civiltà che si importano dall'Europa, dalle arti che male comprendono, dalle filosofie che peggio assumono, dalla aristocrazia che non possono assimilarsi, hanno un terrore manifesto per le idee; sembrano de' collegiali in ricreazione, che rifiutano fatica al più piccolo ragionamento, esposto loro fuor di classe.

 

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Per li abitanti della Quinta Avenue il nostro giornale classico, colle sue cronache eleganti ed acute, colli articoli di politica commentata ingegnosamente, colle critiche sull'arte e sulle lettere estemporanee, rimane una enciclopedia di difficile interpretazione. Il Jankee degusta il suo gazzettiero spezzatino in molte pagine, stampato minutamente; se lo reca in mano, come un mimmo il balocco; lo rimira cosparso di disegnucci, di figurine, spesso colorate come le stampe ed i soldatini di un soldo al foglio, con molto rosso; lo ammira nelle illustrazioni fenomenali ed orripilanti: se ne compiace per li schizzi umoristici ed eccentrici.

Sapere di più, conoscere in profondità? Perchè? La Guerra russo-giapponese vi fu rappresentata in una serie di films sommariamente impiastricciate di vermiglio, di nero, di verde e di bianco: tutto il resto semplificato, emendato, stilizzato, ridotto ai minimi termini, alla portata del minimo comun denominatore della più bassa cultura popolare. Perchè questa appare la parola d'ordine dei giornalisti d'oltre Atlantico: «Disabituate dal pensiero la mente americana; riconducetela e conservatela al più umile livello; riconfortate la pigrizia mentale». Ed i precetti dimostrano che l'americano, come massa, ha bisogno di riposo psichico: che ogni manifestazione di pensiero lo affatica e lo ammala; che, , il suo successo è puramente fisico e di apparenza; che per ciò, a razza quasi esausta, una filosofia, che ne adula i vizii esaltandoli come virtù, deve proclamare il novissimo nominalismo del bluff: «Siate quanto volete apparire di essere, non quanto realmente siete». Più logico, il De Gaultier ne trasse il suo Bovarysme; il pragmatismo, tornato a Parigi e quivi residente con accettata nazionalità francese, il pragmatismo, che lasciò la grinta Anglosassone e Kerokee per assumere l'Ironia di Voltaire, può farci allora sapere, a corollario della enorme supponenza di New York: «Le Bovarysme est le pouvoir departi à l'homme de ce concevoire autre qu'il n'est».

 

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Ottimamente; più che l'essere il parere; al succo sostanzioso di un poema, preferiamo l'esposizione plastica di un balletto; la coreografia preceda la plastica; il bell'abito, alla bella e buona coscienza. Che deve essere per William James, l'emozione di bellezza? «Una serie di sensazioni risvegliate da un fiotto conquistatore d'effetti riflessi, suscitati dal Bello. Ecco: un lampo, un urto nello stomaco, un fremito, una profonda respirazione: indi, il cuore che si agita; brividi nella schiena; delle lagrime alli occhi; disturbi all'epigastro, senza parlare di mille altri sintomi che si manifestano in noi nel punto in cui la bellezza ci eccita…. però che la tavola armonica, che è il nostro corpo, vibra più che noi supponiamo che possa».

Ciò sarà il fenomeno americano in potenza in una americana coscienza per quel fatto, che questa chiama bellezza; ma la coscienza latina, la nostra italiana, specialmente, per concedere tale attributo alle cose ed alli esseri deve modificarsi ben diversamente: il piacere della riflessione epicurea, l'edoné katastamatikè è ancora principio d'estetica tra noi; l'emozione di pensiero è comma alla ricerca delli elementi che ne costituiscono e la felicità ed il bello. La violenza, la soffocazione, l'impeto cieco, la gioia che confondesi col dolore, in fine, quell'urto nel petto, quel malessere all'epigastro dello James non entrano come elementi fisiologici del nostro sentire il bello: sono più tosto effetti disordinati di una caotica percezione, per caotici spettacoli. Il Buffalo Bill, che guida la carica dei suoi Gauchos e dei suoi Apaci, urlando e bestemmiando, non è il sereno Achille, non il meditativo ed ironico Ulisse, i nostri eroi; il drama d'Eschilo non è la pantomima, che applaudono nel Far-West i cercatori d'oro, sul trespolo improvvisato di un bar, in cui han fatto tenda promiscua il teatro, la banca, la bisca, il bordello, il palazzo del comune e la chiesa; fortunatamente, ancora, l'anima latina sa distinguere e quindi ragionare. Per ciò determina il successo e non lo inalza sopra il merito; e giudica spesso che quello demerita del suo valore perchè scaturito donde doveva riuscire il biasimo. Sia dunque il pragmatismo l'attività filosofica di una razza umana che desidera avere la spiegazione delle cose senza faticare a cercarla, che vuol essere nella certezza della verità senza ragionare in che sia veramente la verità. Tutto ciò che esiste è buono, dice il pragmatismo. Si potrebbe, a suo favore, ritradurre il Candido di Voltaire, apparirebbe di somma e pratica attualità; vero è, che, dietro il furbo feudatario di Ferney, occhieggiavano Condorcet e Guillotin, e la Vergine rossa, come la Gorgonie insaziata, stava per pretendere, in sulle piazze di Parigi, la sua messe di teste umane e coronate. L'avvicinamento non è solamente paradossale e letterario, ma sociale: il pragmatismo è la filosofia della fine di un regime, lo squillo di campana che annuncia la decadenza, ed il mattutino che canta una rinnovazione.

 

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In queste epoche torbide e mal composte sopra lieviti antietetici; in queste nazioni plasmate di razze diverse, alle quali l'ambiente e la legge cercano dar compattezza unica; in questi crogiuoli sociali, in cui è permesso ancora l'avventura fortunata alla ricchezza miliardaria, nelle antitesi flagranti delle grandi ricchezze e della più dolorosa povertà, devono sorgere i nemici della Ragione. Il pragmatismo è un'arma foggiata contro il logos e la logica.

Ve ne furono già al tempo di Aristotele: si diventa mitologi come ci si professa misantropi. Perchè? È fatale, per temperamento. L'uomo, in generale, si mette ad odiar la ragione, perchè d'essa pretendeva più che non poteva concedere; perchè si sono irritati, come fu Brunetière colla scienza, non avendogli questa fatto vedere Domeneddio, conservato coi suoi attributi, in un boccalino, nel laboratorio di Charcot, o del Currie.

I pragmatisti poi, nelle loro requisitorie chiamarono in loro aiuto la psicologia e la critica; vagliarono ed affettarono, come un salamino, l'idea di verità, e terminarono colla illazione generica di una teoria: l'anti-intellettualismo, — l'anti-razionalismo. Tre corna, uno di più che non occorra alla forca del dilemma, ne uscirono: 1. la tesi affettiva — 2. il pragmatismo — 3. l'irrazionalismo scientifico.

Per quanto, in fondo, il pragmatismo non creda di poter far senza idea di verità, pure mette in mora il concetto verità intellettuale a profitto della verità morale; perchè, in questa, egli scorge una verità di riposo, di fiducia, di sicurezza: la verità della inerzia mentale, tanto cara alle razze affaticate internamente ne' gangli nervosi, che a dar volta alla nevrastenia, vogliono intorno rumore e strepito per confondervisi. Non accorgete intanto, voi, il bisogno di credere alle apparenze e di coonestare le menzogne venerabili?

 

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William James sapeva che la verità intellettuale è pericolosa ed ingombrante: tutte le nostre conquiste filosofiche, dal Socrate al Cristo, dal Pomponazzo al Giordano Bruno, costaronci sangue e patibolo. La verità di codesto timbro è in continua lotta; minaccia molte cose preziose; in noi, — le superstizioni — fuori di noi, — i privilegiformidabilmente; però che Remy de Gourmont può dire sorridendo a doppia intenzione: «Ce que il y a de terribile, quand on cherche la vérité, c'est qu'on la trouve!». Al fatto: se i nomi corrispondessero alla sostanza, non alla apparenza delle cose, oggi, d'un tratto, la rivoluzione scoppierebbe su tutta la superficie del mondo. Ed allora, ecco, i pragmatisti a concorrere, perchè questo spirito luciferino di ricerca appassionata devii o disarmi; perchè si venga a credere ad un limite, ad una misura approssimativa, così così, di vero, donde domini l'utilità come successo individuale e sociale. Il quid medium era già stato trovato da quando Aristotile non poteva tollerare l'inesistenza del libero arbitrio, da quando Brunetière dimostrava l'efficacia del cattolicismo dalla sua sociale efficacia. — Brevissimo il passo: non contrastate alle abitudini deformatrici della massa e dell'individuo; coltiviamo i nostri vizii ed i nostri difetti collo specifico pretesto di assicurarci di altri mezzi di conoscenza. Ma, in fondo, il pragmatismo ha la mentalità del prete, del magistrato e del gendarme, desidera l'adattamento alle menzogne convenzionali; difensore dell'ordine, il misologo per eccellenza, propone come logica retribuita la bugia consacrata dall'uso. Dice il perfetto borghese: «Verboten!» La parola è tedesca ma non kantiana: «È proibito pensare!» — Risponde Max Stirner, il filosofo dell'Unico, colla sua diana (Das Einsige): «La mia verità è la sola vera, perchè l'ho pensata Io, principio e fine.»

 

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E però William James si fa insinuante e maligno, direi, quasi molinisticamente presbiteriano: foggia il suo sistema elastico; l'acconcia ad ogni bisogno, ai più opposti e contradittori appetiti; lo piega ai nostri istinti, o meglio, alli istinti de' suoi compatrioti, a tutti i loro capricci, adattandolo a ciascuno, volta per volta. Egli ha cosparso la vita di certezze, perchè vuole che si creda alle apparenze; ha steso un tappeto di velluto variopinto e folto sotto ai nostri passi, colla sua amabilità. Sopra di noi ha posto in veglia la Provvidenza e Domeneddio; ha intronizzato la comodità d'una morale quasi cattolica, distributrice di sua grazia; qui vi è di tutto, teoria e pratica, senso comune e scienza, scienza e filosofia, filosofia e religione. Egli aveva proprio conglomerato una serie di opinioni in cui l'inquietudine di Antonio Fogazzaro poteva vagare, coll'illusione di non uscir mai dalla verità; preparando un fondamento di dottrina dal quale — se li americani dessero un grande romanziere — un altro Don Alessandro Manzoni di quel paese potrebbe estruggere un magnifico romanzo in concorrenza coi Promessi Sposi. — Oh, come il nostro reazionario De Maistre, tutto Sant'Uffizio e boja, è più rivoluzionario a paragone del James; ricorderete di quello: «La folla comprende questi dogma, quindi sono erronei; li ama, ed allora sono pericolosi». Mentre l'altro: «Ma tutti credono così, bisogna credere così, è utile credere così: se non credete, fate la mimica di credere». Nel comporre il balletto di San Sebastiano, anche D'Annunzio finse la fede coi piedi e le magre bellezze della sua istriona giudea: e voi sapete che le snobinettes di Francia applaudirono. Successo? Merito reale?

 

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Pure, a me, come a George Palante, come a Remy de Gourmont, come a Nietzsche, il pragmatismo di William James, che definisce tutto e nulla, che confonde ogni cosa, dentro cui si confonde, si rappresenta, in immagine viva, come quel filosofo, cui nell'Ecce Homo, il grande distruttore e ricercatore de' valori nuovi foggiò per apologo esemplare: quel filosofo benevolo, dotato di appetito invidiabile, che, nutrito di contradizioni, ingurgita ed ingozza fede e scienza e non ne soffre indigestione: stomaco tedesco. Però che questa filosofia è quella della universale e voluta confusione, sotto pretesto di conciliare.

E bene, han fatto nuovo li americani anche in questa disciplina? Conviene che si accontentino di Edison. Quanto ai loro massimi Emerson, Pöe, Walt Whitman possono dichiararsi lieti della formola che fa suddita l'Idea del Genio alla Consuetudine della Folla? Quali anabasi! Essi, che avevano trovato in Eraclide il germe della teoria evoluzionista, in Empedocle le fondamenta di ciò che Darwin chiamò la selezione naturale: essi, che avevano affermato con Protagora: «L'uomo è la misura di tutto», debbono inchinarsi a rivivere la filosofia dello sport:Emerson il dottore della energiaPöe il mistagogo de' misteri della carne e della psicheWalt Whitman l'Omero della modernità.

Non importa: ben viva la dottrina di William James, se fa alcuno felice, se addormenta l'angoscia in qualche coscienza; ben la pratichi il popolo Jankee. Impari, come già impararono i Cinesi, a tornire cannoni di legno, per appostarli nelle loro trincee, non a fondere bronzo per mortai. Ciò basta: il gesto è tutto. Quando li Stati Uniti minacciarono guerra ai Giapponesi, fecero circumnavigare l'America dall'armata del Dewet, dimostrando: bluff. Oltre alla nativa eleganza, alla soda semplicità, alla sincerità cordiale, il cittadino di Boston e di Chicago può imparare dai nostri emigranti la misura del ragionamento; il buon senso comune italiano, che rispetta i termini e non accoglie mai l'effetto per la causa, con invertita ed americana assurdità.

 


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