Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

II. — NOMENCLATURA RAGIONATA DI PERSONALITÀ «QUASI FILOSOFANTI».

Bergson.

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Bergson.

 

Mi sorride definirlo, con grave scandalo dei suoi settatori: «Uno impressionista dello Spirito...», uno Cézanne, senz'arte sua, del neo idealismo. Può anche essere una lastra sensibilissima fotografica, su cui si sono impressionate, nell'attimo della posa, Hegel e William James, l'uno sull'altro. La fotografia riuscitane è veramente curiosa; anzi, per più di un aspetto, geniale; ma la confusione è evidente. Non importa. Confondere le idee significa errare la vita; e molti, che non se ne accorgono, vivono all'invertita e si trovano bene. Bisogna però sempre non accorgersene.

 

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Bergson, allora, il nemico dichiarato della Ragone, ritorna allo Spirito; ma perchè anche lui sembra, che, comunque per vivere filosoficamente, com'è la sua attitudine, bisogna per forza pensare, fa intuire l'Istinto. È dunque l'animalità che sente Dio. Pensate voi dove il Dio si debba trovare.

Ma qui non è luogo di satira; procediamo, senza sviare nelli anfratti allettatori dell'humorismo. Bergson ha trovato che l'Evoluzione è nel medesimo tempo creata e creatrice, meno accorto di Fogazzaro; il quale aveva tentato le sterili nozze Sant'Agostino-Darwin con volo veramente intuitivo. Sì: Bergson vede l'Evoluzione, nella sua realtà profonda, come una successione di elementi indi- stinti ed impenetrabili reciprocamente di cui l'esteriorità mutua non e che un'illusione della nostra coscienza; con tutto ciò, l'Evoluzione è realtà profonda ed illusione, incessante novità, originalità, imprevedibilità, contingenza radicale nel progresso?

All'odore dell'eretico si avvicina Padre J. de Tonquédec, il quale facilmente s'applica a dimostrare come l'Evolution créatrice del Bergson si affanni nella confusione indistinta del Creatore coi suoi Effetti, e gli neghi la reale trascendenza rispetto a questi. «In nessun punto di tempo e di spazio si afferma un atto creatore eterogeneo a quanto si crea!» — «La Causa suprema non può creare se non svolgendosi: leggendo M. Bergson non sappiamo, possiamo scoprire se Dio è il nome ch'egli ad una realtà che diventerà il mondo, o se questo vocabolo designa qualche cosa o qualcuno di più lontano nell'al di ». Il monismo di Bergson qui raggiava colla maggiore intensità una eteredossia come quella di Spinoza: il Dio diventava il Panteismo.

Ora, il Padre de Tonquédec, messolo alle strette, l' a farsi più chiaro. Il nostro filosofo gli rispondeva:«Non ho nulla da aggiungere, oggi, al passo dell'Evolution créatrice relativo alla natura di Dio, come filosofo, perchè, il metodo filosoficocomm'io l'intendo — è foggiato rigorosamente sulla esperienza (interna ed esterna), e non mi permette d'enunciare una conclusione che sorpassi, comunque, le considerazioni empiriche su cui si poggia. Se i miei lavori hanno potuto ispirare qualche fiducia a menti, che sino allora la filosofia aveva lasciato indifferenti, si deve a che giammai ha dato adito, quì, a quanto appartiene alle opinioni personali, od a quelle convinzioni che ripugnano d'essere oggettivate con questo metodo particolare. Le considerazioni, poi, esposte nei miei lavori possono anche dar luogo a stabilire: la realtà dello spirito e la creazione come un fatto. Da tutto ciò sorge nettamente l'idea di un Dio libero creatore, generatore insieme della vita e della materia, del quale lo sforzo di creazione si continua, in rapporto alla vita, colla evoluzione delle speci e la costituzione della personalità umana. Per conseguenza ne esce la refutazione del monismo e del panteismo in generale». Sì che di questo passo, per sfuggire dall'una imputazione, ricadeva nel Dualismo e risorgeva il Manicheo.

 

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Deve esistere, per altro, una bella confusione nella testa dei Bergsoniani: essi si destreggiano: come un Matador, nell'Arena, presentano alle corna del toro, ora la punta della spada, ora un lembo del panno rosso per esasperarlo. Io, ad esempio, sono il Toro e carico a fondo, e domando loro di spiegarsi, naturalmente, in una lingua in cui si facciano comprendere; nella lingua delle idee chiare, distinte: ed essi a rispondere: che, a loro riguardo, usate di un modo inopportuno ed insufficente, che non li comprendete! «Noi siamo inconcettualiBuona sera!

 

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Il loro principio è la Contradizione: la Ragione sì (?) o no (!), l'Induzione, quand-même: la contradizione è nell'interno del loro sistema. Già: «Il Bergsonismo consiste, essenzialmente, ad esporre e ad esaltare, come modo d'informazione suprema, uno stato di coscienza puramente inconcettuale, liberato dalla conoscenza per classi, categorie, elementi chiari e distinti (durata, per esempio)».

Ma uno stato di coscienza non è la descrizione di questo stato: il sentire non è il ragionamento sul sentire, per formulare il quale deve ricercarsi l'ordine logico, cioè la Ragione. Ed allora: Intuizione? sì o no! Oh, assurdi odiatori del Ragionamento: sopra tutto non contradicetevi.

 

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Sia l'Intuizione il fulcro di tutta la macchina bergsoniana: vi si confonde l'Intelligenza intuitiva coll'atto vitale, sicchè vien desunta dall'abuso di linguaggio, che i bergsoniani usano spesso in metafora, come li hegeliani, accettando le imagini, non come vesti, ma come carne. Quindi, per costoro, intuizione è la Viva intelligenza, l'Intelligenza in azione, in movimento, un Sentimento dello Spirito, e si afferrano a Claude Bernard, quand'egli dice: «Le più grandi verità non sono altro che il sentimento dello spirito». Subito, e del luogo comune popolare e delle immagini dello scienziato si profittano li altri; ci fanno credere, che, parlandosi di Intuizione, si designa specialmente la vita, l'azione, il movimento, il sentimento. Imagini, metafore, o filosofi del terzo di filosofia; non è permesso barare al giuoco, quando si perde con oneste persone; non è lecito giuocar colle parole in filosofia.

Ed, allora, sotto le loro abili prestigiditazioni sofistiche ed alessandrine, sorgono di queste mirabili definizioni, come l'altra di Le Roy, un arrabbiato bergsoniano, che lucida il pensiero del maestro con la parola più vivida e più popolare del divulgatore: «Intorno alla intelligenza attuale, sussiste un alone d'Istinto. Questo alone rappresenta quanto è rimasto della prima nebulosa, alle spese della quale si è costituita l'Intelligenza, e rappresenta, ancora oggi, l'atmosfera che la fa vivere, la nutre, cioè, de' suoi portati: costituisce, insomma, la frangia del tatto e della sottile palpitazione, dello strofinìo rivelatore, della simpatia divinatrice; tutte azioni che ci si rivelano nei fenomeni dell'Intuizione». Mirasi all'Istinto? All'Atto vitale? Non saranno imagini retoriche, ma espressioni reali: Vita dell'Intelligenza, Atmosfera che fa vivere, Tatto, Palpitazione, Strofinìo rivelatore? Allora concepiamo l'Intelligenza come la mano, colle sue cinque dita. Ma, con dispiacere dei bergsoniani, aveva già detto Max Müller: «I Miti sono fabriche verbali, metafore assunte a realtà per lo stesso valore delle loro parole». La nostra credenza aggiunge realtà a questi simulacri vuoti, a queste rappresentazioni dell'inesistente; anche la Mitologia pretende, oggi, libero corso nella Filosofia, ed i Filosofi del press'a poco le dan passo franco nei loro dominii.

Da qui L'Intuizione si rizza sul suo altare mistico, in opposizione alla Ragione, Intelligenza viva, ultimo Cristo nato a portar la buona novella della conoscenza universale, aperta a tutti li ignoranti; anzi schiusa a questi solo, per debellare l'Intelligenza razionale, capitale nemica dei sogni mistici, delle metafore, delle lanterne chinesi e veneziane; le quali, come la fiamma non sia più dentro accesa, sono carta e fil di ferro; e la fiamma intuitiva è presto spenta.

Intanto, Bergson nella sua Introduction à la métaphisique ha scoperto varie e passa Intuizioni di cui io non gli son grato, ma per cui delirano i suoi discepoli, ed in cui il contradirsi è tuttora logico.

 

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Anche sull'Estetica Bergson ed i suoi discepoli dovranno contradirsi. Sento dire, infatti, ed io sono di questa opinione, che la filosofia di Bergson fu la conseguenza di un certo stato d'animo, una sistemazione di un certo fondo d'idee, un percepire e collegare altri concetti sparsi, messi in azione, divulgati, scoperti dal Simbolismo; e perciò pare ad alcuni che il bergsonismo sia l'espressione filosofica di quella scuola letteraria, o, meglio, come vuole George Le Cardonel, che: l'Estetica Simbolista sia bergsoniana.

Rispondo che, chi produce, non può denominarsi dalla sua creatura, e, caso mai, l'Estetica bergsoniana è Simbolista; però che si avvera anche in questo episodio il fenomeno generale del pensiero, già avvertito dal Bovio: «Il poeta divina, intuisce; lo scienziato afferma»; e, per regola, il Filosofo essendo uno scienziato, vien dopo il Poeta. Comunque, se i Simbolisti avevano riportato alli allori l'Io, e, da questo, correvano alla nuova scoperta di tutto il mondo; se l'arte loro consiste, non nel convincere, ma nel commuovere, non nel dipingere, o descrivere, ma nell'evocare, e nel far sentire le imagini che andavano foggiando espressioni personalissime del loro Modo, creato del loro Io; non è lecito al Filosofo, che fa opera di universalità, determinare sopra di una emozione, o di una semplice percezione, la Verità incondizionata. Da questo suo sentimento, seguendo la ragione, avrà la via per la scoperta del Vero; ma la sola azione intuitiva, non è la nozione scientifica del vero.

Certo, Bergson riflette, in questa sua branca dello scibile, la lotta contro la Scienza, che i primi simbolisti, appoggiati al sentimento, ingaggiarono colli applausi dei Brunetière e delli apostati del razionalismo, tornati al Sacré Cœur paolotti. Ma, oggi, abbiamo lo spettacolo delli ultimi reazionarii, venuti alle lettere francesi sotto il titolo di Classici, di Umanisti, che ritornano alle tradizioni raciniane, che giurano nel cattolicesimo di Francis Jammes, che venerano il nazionalismo di Barrès; di quelli, cioè, della competenza, dell'ordine, della gerarchia, infine, della Ristaurazione legittima, i quali si son fatto per maestro di filosofia e d'estetica il Bergson.

Miracolo della trasformazione! Egli, uscito dalla anarchia simbolista, è l'istitutore del più morigerato e cattolico legittimismo anche nell'arte? Sì: tanto potè il suo pragmatismo, il suo eccitare coll'opera ma senza accertarne le conseguenze; il suo confondere vibrazioni, moto, azione, colla idea di questi, col giudizio, cioè, che la ragione ne e perciò al loro valore scientifico.

Così, noi vediamo, che come dal Nietzsche decorsero i mille farabutti e delinquenti che popolano le tavole sceniche, i romanzi e la vita, dai Chambalot, ai Brando, alli Arrivisti di tutti i paesi; s'invocano a Bergson i giovani che vanno lodandosi nella inchiesta promossa da Agathon: Les Jeunes gens d'aujourd'hui. Costoro, dai venti ai venticinque anni, sono morigerati, cattolici, amanti dello sport ed alcuni sentono un pronunciato gusto al sangue, casti, per prudenza e per onanismo, seri: dalle sacristie, passano volontieri alle banche clericali, dove, col soldo, trovano la moglie, dico la dote di lei, e si preparano colle avventure del commercio a quello delle colonie; essi leggono poco, di preferenza giornali, in compenso indovinano tutto per Intuizione, e si vantano superiori alla generazione passata, perchè hanno l'imprudenza di chiamarsi Idealisti. Così, mentono a loro stessi, perchè funzionano la più lucrosa e più prosaica delle religioni, quella che serve meglio ai loro interessi di quaggiù, il Cattolicesimo, che vale in quanto è utile a chi lo professa; e, dal saputo Bovarysmo collettivo, riduconsi a mentirsi sempre ed a mentire. È, in fatti, la varia generazione che strepita per l'imperialismo in ogni nazione, e che, se conglobasse con lei mio figlio, avrei vergogna d'essergli padre, perchè non avrei avuto il potere di correggerlo, o di sopprimerlo.

Codesta gioventù l'arte che può. Dai Concetti immediati (données immediates) che non voglio confondere colle Verità subitane di Giulio Lazzarini, Jules Romain imagina la Letteratura immediata, quella dei gridi, delle onomatopee, quella di cui sono forniti li Animali, se hanno immediata letteratura i Lupi, li Agnelli, i Bovi e le Vacche: quella del Futurismo marinettiano, che vuole:

L'imaginazione senza fili;

Le Parole in Libertà;

Le Metafore Condensate;

Le Imagini telegrafiche;

I Nodi de' Pensieri;

Le Somme di Vibrazioni;

I Ventàgli chiusi o aperti dei Movimenti;

Gli Scorci di Analogie;

I Bilanci di Calore;

I Poli analitici....;

Eccetera.

Donde, senza insistere, capirete, che, se tali abberrazioni si sostengono con una Filosofia, a fortiori, questa deve aver coltivata la follìa nelle sue premesse.

Se tu, dunque, non solo accenni ma ammetti, per farti una ragione, che non ripudii della follìa, devi anche accettare lo squilibrio: e quale squilibrio maggiore che il contradirsi? Il Metodo bergsoniano è quello della contradizione.

 

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Ma è necessario contradirsi: dall'una parte Bergson dice della Libertà: «Essa è nella misura quando può essere qualche cosa, di una semplice analisi psicologica: non è, se non un giuoco di prestigio, che può rappresentarsi come una tesi metafisica o morale». Ed io che ho sempre creduto che La Libertà sia non solo una facoltà ma uno stato di fatto! Non importa: Bergson confonde la Libertà colla abolizione di quelli stati dell'Io non semplice, dovuti a cause estranee (coercizione), influenze esterne (ambiente), pregiudizii, ecc. Ma la Libertà non è se non la si esercita: il solo poterla è come possedere il pensiero e non esprimerlo, perchè si è muto; scriverlo, perchè senza mani, ecc.!

E Bergson, d'altra parte, eccita a sfuggire alla autorità; poi sorge a Dio che è l'autorità per eccellenza? ; la Libertà per lui è: «La manifestazione esteriore di questo stato interno allor quando, cioè, si termina di provare una sensazione sotto il suo aspetto impersonale, e si ritorna alla pura personalità — con un atto precisamente libero, come si dice; perchè l'Io solo ne sarà stato l'autore, esprimendo quello l'Io intiero». Dove incontrare questo Io metafisico? Non esiste Io puro, l'Io nudo, spoglio; mai. L'Io è una serie di stati di coscienza; qualora potesse non capire nulla capirebbe sempre stesso nei suoi motivi. L'Io Bergsoniano è come il Vuoto Assoluto, non esiste, è metafisico, è Dio. E che crea mai questo vuoto di coscienza, questo Io non occupato, il quale solo è possibile di Libertà? E come può creare liberamente, se, pur essendo vuoto, non è munito di Volontà? E la Volontà si immedesima coll'Io nudo? — L'Io nudo libero è l'Io morto.

Osservate lo sfrenato individualismo a quante aberrate contradizioni conduca: il suo procedimento striscia e scivola sotto la specie di un'altra forma, di cui riveste un'idea, a quell'altra idea senza rapporti, cui non può inanellarsi l'analogia; opporsi l'antitesi; distinguersi la categoria; formularsi la serie; è cioè l'Idea contradittoria in termini, nuda, senza riguardo a posizione, spoglia di fine come opposizione di rapporti, donde scaturisca, dal conflitto delle due, un altro concetto.

Le idee di Bergson sono come dei mondi seminati, nell'etere, dal capriccio di un demiurgo burlone, a piene mani: ciascuno d'essi è indipendente, ha rotazioni e rivoluzioni fantastiche; qui, in questi cieli iperborei, non sorgeranno sistemi solari, costellazioni con leggi fisse, con armonie e relazioni; tutto è caos, a ciascuno sopra intende un miracolo: non si sa come possono vivere; la vita stessa, anzi, non è possibile in queste condizioni: ma, a districarle dal bujo e dalle nebbie, vigila il faro della Intuizione. L'Intuizione è, forse, per Bergson l'Io puro, la Libertà? Qualche volta per me è l'Ignoranza. Non vi ha che l'ignoranza capace di Concetti immediati (donnés immédiates); non vi ha che Bergson, il quale abbia trovato l'Intuizione filosofica; non vi ha che questo mistico, il quale parli come un anarchico, eccitando a rivendicarsi dalli agenti della nostra schiavitù, qualunque siano: «La vita sociale, il linguaggio, l'educazione». Egli è giunto in buon punto per dare la destra alli eremiti iconoclasti della Tebaide, la sinistra ai Futuristi: in mezzo a questi suoi due corni, e non di dilemma, vi è posto tutt'ora per Joseph de Maistre, la Guerra, il Boja; lo stato di natura o di selvatichezza, infine per Dio, che è l'Intuito trascendente immediato per eccellenza. Di fatti, per concepirlo, la ragione è un di più.

 

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Di questo passo, se ne scandalizzò anche il padre Albert di La Revue Catholique; il quale, andando a rivedere l'atto di nascita di quel filosofo, si accorse che è giudeo. Codesta notizia mi fa capace di molte nozioni: capisco, cioè finalmente, come Bergson, a traverso la sua circoncisione, compia perfettamente l'ufficio cui a sua stirpe gli obbliga, cercando, in ogni cosa, come tutti i suoi grandi connazionali, la Religione, dico l'utile superstizione che profitta, sopra tutto il resto. Non è sempre religiosa la Banca, la Filo sofia, la Poesia, il Socialismo, l'Arte delli Ebrei? E l'Utile, il grettissimo Utile torna un'altra volta ad imporsi, vitello d'oro, sopra li altari a cui si inchinano le folle, che, col dirsi cristiane, sono appena giudee.

Tornò l'opportunità al Bergson, dopo tanto sfoggio d'intellettualismo, dopo tanta stanchezza sopravenuta, dopo tante speranze andate a vuoto e tanti sogni ricaduti ubriachi d'incenso, senz'ali ai nostri piedi, di nobilitare d'utilità psichica l'istinto: «Come si vive, così si scoprono le verità: la vita è un giuoco di forza, tutto è vario e fortuito, ogni esemplare ha la sua legge, ogni individuo la sua morale; vi è una genialità trascendente, in cima alle nuvole; che gode di questa Babele oscena, in cui forse si recita una tragedia scritta e messa in iscena da lui». Dico, forse; non è certo meno il Bergsonismo dell'esistenza del Trascendente. Così, noi seguendo l'istinto, saremo delli ignoranti illuminati dall'istintiva intuizione; la quale è uno scherzo, uno svago, un caso, un giuocare a rincorrersi, perchè tutte le idee sono in ; non vi ha categoria, non rapporti, e, sopra tutto, l'Io è nudo, se deve essere libero: non pretendendolo, perchè repugnasi al vuoto, l'Io sarà sempre una Menzogna. E tutto allora a che pro?

Risorge armata la contradizione: ma il Bergsonismo è il sistema della medesima! Utilissima anch'essa: anzi, se non esistesse, almeno in filosofia, — in politica sì un deputato porterà rosso, semplice eletto dalla nazione; ma nero quando ministro, — e nel matrimonio bene assortito di convenienza, come si potrebbero sfruttare i suoi magnifici prodotti?

È necessario costruire edifici di chiacchiere e di vento: son quelli, che, compressi in volumi, pagina per pagina, coll'intontire l'editore, la critica, il pubblico, ti fan vivere: più dici e meno spieghi; e tutti li allocchi abboccano:

«Ritornò l'età dell'oro

anche pei filosofi».

 

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È fatale: l'Ebreo è indelebile: di costoro solo Spinoza, a mio parere, ed Heine hanno saputo spogliarsi dal loro abito semitico. Il più sfortunato fu Otto Weiningen, il quale si suicidò perchè, abiurato Mosche per Cristo, s'accorse che i Cristiani non lo avevano minimamente riconosciuto come filosofo: oggi, Bergson continua l'opera di Scelomô o Salomone, foggiando, dalla sperimentalità illuminata della intuizione, non una serie di nozioni, ma un rosario di precetti: Talmud.

 

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Dove se l'è fumata tutta il nostro Cristianesimo, che ci foggiava l'anima al sacrificio, alla rinuncia, all'eroismo, se, proprio li Aria ultimi, vengono ad essere insegnati da un Semita, che, per quanto Europeo, non può dimenticarsi della sua razza? È questo il neo-idealismo dei giovanetti, i quali fanno rendere anche il proprio capriccio, mentre si dichiarano sempre irresponsabili? Bisognava proprio che un Ebreo insegnasse di nuovo la Via alla chiesa ai nostri bamboccioni di vent'anni, che anelano sport, ricca moglie, considerazioni a buon mercato, colonie sanguinanti in Africa? E codesti bamboccioni italiani, che ribalbettano Bergson sulla fede dei loro professori, codesti individui di razza schietta latina non hanno vergogna d'aver per arcimaestro un giudeo, e giudeo di nome anglo-sassone, se la parentela non isgarraBerg-Son figlio di monte — e di accattare da lui la dottrina del meglio vivere, lasciando cadere in discredito le nostre autoctone filosofie, gloria e bellezza italiana a cui tutti hanno attinto per rinfrescarsi il Buon Senso: e si chiamano poi Nazionalisti! Mai più, mai no! Siete li sperperatori del maggior bene nazionale, della Coltura, perchè, non impiegandola, la lasciate oziosa ed impedite che li altri l'usino; non capite, che, impoverendovi l'intelligenza, siete tutto poveri, e non vi gioveranno mai, anzi vi saranno dannosi i bicipiti rigonfii di lottatori ed i garretti allenati alle maratone, perchè non avranno il Padrone intelligente che li metterà a Governo, secondo l'utilità razionale dell'uomo, che non si trova intiero nelle braccia, nelle gambe e nell'inguinaja?

E cosi, con Bergson, proclamate un Primato per il vostro efficiente neo-idealismo?

Quando al punto si presenta


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