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IV. — COROLLARIO CHE PUÒ
GIUSTIFICARE
ED AMMETTERE LA «INTUIZIONE».
Per dare una definizione esatta dell'Intuizione non è lecito affidarsi alla etimologia: quella è verbo miracoloso, chè, per l'appunto, significa l'opposto di quanto le ragioni glottologiche vorrebbero.
Intuizione da intus-ire, andar dentro: siccome si tratta di una operazione del pensiero, andar dentro col medesimo. Andar dentro sottintende una volontà, in ogni modo l'animus.
Ora, invece, l'Intuizione è bensì un atto psichico ma abulico, irriflesso, spontaneo: che, se fosse voluto, si confonderebbe con qualsiasi altro atteggiamento del ragionare. No: l'Intuizione — che va dentro e fruga e sa, dopo aver giudicato, — secondo la sua etimologia — è sempre stata considerata come un quid d'inspirato, come un azzardo della Grazia, come una subitanea illuminazione concessaci dalla Provvidenza e si oppone a Ragione.
Siamo quindi davanti ad un fenomeno verbale nuovo, in cui si manifesta subito la trascendentalità, e cioè l'assurdo. Qui vi è il dito di Dio.
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Vi è sempre il Dito di Dio nelle cose che trasformano, che, venendo al fatto nostro, sono un conoscere-puro-sentimento, prima, per poter diventare un conoscere-concettuale, intellettuale, scientifico, senza per ciò mutare la propria natura di sentimento! Inutile formulare la domanda: «Ma ciò come avviene? ed è possibile?». E poichè l'errore è comune a tutte le Filosofie dell'azione, le quali non possono abbandonare la corretta logica ed i benefizii della intellettività, ci si può far supporre che esiste un punto in cui l'azione, per la ragione stessa ed insita del suo svilupparsi, diventi intelletto. Miracolo, soggiungo, perchè ammette, nè più nè meno, che la Transunstanzazione; la quale non si verifica che al Sanctus della Messa cattolica, come esorcismo anche demonologico, non come commemorazione, tal quale l'aveva consigliata Cristo, in sua memoria alli Apostoli. E miracolo sia; perchè, s'io concepisco come la forza sviluppata da una cascata possa trasformarsi in luce elettrica — due aspetti di unica energia — non capisco mai come, ad esempio, una percossa — azione — si possa trasformare nella idea della stessa, nella sua concettualità. Al fatto, avete mai visto mutarsi in un lampo l'agnello in lupo? Ma non conviene insistere e passiamo oltre.
Sarà dunque destinato questo sbocciare intenso di vita, che voglion dire Intuizione, questa coscienza dell'Io profondo, questa durata o permanenza a non conoscere che sè stesso, in uno sterile ed oscuro auto abbraccio concentrico? No; che questo sviluppo può raggiungere, per estensione, per dilatazione, pur rimanendo sè stesso la conoscenza delle altre profonde realtà! E non si modificherà come coscienza? E potrà manifestarsi? E potrà parlare? Elimina a tutte queste difficoltà Bergson: «Comunicando simpaticamente «in durata» tra noi ed il resto dei viventi, ci introdurrà nel dominio proprio della vita»: sì ma sarà una Vita muta, perchè i sentimenti di antipatia o di simpatia irreflessi non possono mai commettersi coll'intellettualità, con un giudizio; donde il sentire si spegnerà in sè, senza voce.
Il più grande errore delli Intuizionisti sta dunque, a mio parere, nel non riconoscere che il Pensiero è in un grado di vita maggiore e superiore al Sentire; il quale, essendo tuttora nelle ganghe terrose e nei probabili difetti del senso animale, per diventare concetto, deve assorgere ad essere lambiccato dalla Ragione, essendo che la Verità è sintesi e non episodio, e però deve conoscere per universalità, ma per singolarità; la Verità ha in sè stessa la prova provata.
L'atto non prova l'atto, lo ammette semplicemente; indi giova anche il Silenzio, che può essere un altro modo per conoscere: e ritorniamo nella contradizione sfacciata.
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Se noi ci accontentiamo di ciò, di sentirci, cioè, vivere, senza sapercelo provare, il che per la Nozione, la Scienza, è precisamente un bel nulla, riscaviamo l'Intuizione dal suo profondo.
Riesce l'Intuizione galvanizzata, e, dopo buona morte, dai ferrei limbi medioevali, nè viva, nè vitale.
La sua autorità gli vien conferita dal vestire strano e pomposo in cui l'involse lunga storia di errori magnifici, affibbiata da più pazza filosofia. Ed è bene rivolgersi al più autorevole e santo, l'Aquinate, che volse il materialista Aristotele e pro del cattolicesimo, diffidando di Platone, la genesi di tutti i mali, colui che insegnerà il libero pensiero e chiederà alla intelligenza la critica, con tanto scandalo dell'ipse dixit della rivelazione.
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Chiama San Tomaso Intuizione la facoltà che hanno li Angioli di comprendere il volere di Dio e di eseguirlo senza che la celeste Potestà intervenga direttamente, tra la sua Volontà ed il fatto che ne deriva, con un atto di pura energia.
La derivazione è gnostica: l'Intuizione è prerogativa da Eone della Ogdoade, come, pneumaticamente, è ragione spiritica della Noesis: in sostanza è organo e parola metafisica.
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Lasciamo allora che faccia da Eone cattolico un Santo, precisamente il mistico Frate Egidio. Tra l'altro costui ci assicurerà che questa conoscenza superiore a tutta articolazione è anche muta; quod erat demonstrandum. Udite: «Messosi in capo il santo Re Luigi di Francia di visitare i più santi luoghi della cristianità, pur volse a quello che abitava Frate Egidio. Egli esce dalla sua cella come un uomo ebro, corre all'incontro dell'altro, gli si getta in braccio: si abbracciano e si baciano fervorosamente, come tutti e due fossero legati d'antichissima amicizia; e mai s'erano prima veduti. Indi, dopo queste dimostrazioni, si allontanano l'uno dall'altro senza aver pronunciato parola, in un assoluto silenzio. E il Frate Egidio spiegò: «Carissimi fratelli miei, non stupitevi se tanto io, quanto il mio visitatore non ci siam detto nulla; perocchè, nello istante in cui ci siamo abbracciati, la luce della divina sapienza ha rivelato, a me, il cuore del re, a lui, il mio! Posti ambo davanti a questo eterno specchio, tutto quanto il mio visitatore pensava dirmi, e ciò ch'io a lui voleva, noi l'abbiamo inteso senza rumor di labra e di lingua, ed assai meglio che ci avessimo parlato colle stesse bocche».
Ciò si chiama leggere il pensiero altrui a distanza e non saperlo esprimere: di modo che Frate Egidio, Francesco d'Assisi, che ne racconta la scena al capitolo XXXIV dei Fioretti e li Intuizionisti, avranno sempre ragione, dal momento che non sanno spiegarci e spiegarsi questo fenomeno con comprensibili articolazioni di parole, con rumore di labra e di lingua.
Nella serie delli assurdi in buona fede anche il presente può venire accolto, perchè, in quella delli in mala, il filosofo delle «Serate di San Pietroburgo» ne fa lauto argomento.
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Sicchè anche Joseph de Maistre la sfoggia a più riprese sin dal Premier entretien: «Je vois avec un certitude d'intuition et j'en remercie humblement cette Providence, que sur ce point l'homme se trompe dans tout la force du terme et dans le sens naturel de l'expression». — Optime! L'homme se pipe a non credere al libero arbitrio: il pipe è da Montaigne: il quale, anche rispetto al de Maistre, aveva già sorridendo concluso prevedendo: «L'homme se pipe: il est dupe, de lui même!»
Nè si accontenta; l'altro proclama: «Ed io sono intimamente persuaso che il sentimento generale di tutti li uomini, forma, per così dire, delle verità d'intuizione, davanti alle quali i confini del ragionamento spariscono!»
Qui, l'opposizione è manifesta tra ragionare ed intuire, e quest'ultimo verbo acquista la sua funzione specifica ed ostile contro la logica. Stendhal! Urlate forte contro i Teiès: «la lo - gi - que!» Siete voi, M.r de Stendhal, che non avrete torto; — sicuro: le verità intuite dal de Maistre, che sono le verità rivelate dal Cristo, sono anche le uniche esistenti e possibili, per cui la Fede è il mezzo migliore per conoscerle e possederle. A che l'indagine e la speculazione? Preghiamo.
Il che sarebbe, se la Scienza ci facesse toccare con mano la necessità dell'assurda pretesa; se il Mistero fosse da noi posto a ragion prima cosmica; se ci fosse possibile riammettere alli onori mistici dell'altare filosofico, come corollario, l'Errore sotto forma di Dio uno e trino, da cui promane, consacrandogli, pontefice massimo di virtù infallibili, Joseph de Maistre. — Ma l'avventura di codesta anabasi è impossibile.
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Impossibile? — Vi piaccia leggere quanto dice Dom Bruno l'oblato — o meglio al secolo l'Abbè Charles Rivière — dell'En Route di Huysmans: «Oui, le bon Dieu m'accorde parfois des intuitions».
In fatti, tomisticamente, non si può parlare d'Intuizione se non si ammette il buon Dio, come gnosticamente non vi è Intuizione senza l'ordine delli Eoni. Ma se Dom Bruno era elegantemente lioco, tal quale de Maistre, non so se come lui lo sia Bergson, che confonde Dio colla Evoluzione, la Possibilità col Fatto.
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E pure, per sottigliezza di ragionamento, anche per eccessiva ricchezza sofistica, si potrebbe sanare, scientificamente, il concetto dell'Intuizione come mezzo alla scoperta della Verità, sorgendo alle conclusioni sperimentali, qualora quella si intendesse come un atto dello istinto psichico.
Vediamo: come esiste l'istinto fisico, così dovrebbe ammettersi l'esistenza di quello psichico; è questione di gradi, però che sono due modi di vita. Tanto l'uomo che il bruto posseggono similmente e l'intelligenza e l'istinto.
L'Intelligenza è un sentimento riflesso e ragionato: L'Istinto una impulsione spontanea, irriflessa che risponde, con un atto ugualmente irreflesso e spontaneo, applicato generalmente a difesa — self-defence — in reazione od in correlazione a cause esterne.
E l'Intelligenza, l'Istinto e la Volontà sono il nocciolo della Coscienza individua sia nel bruto che nell'uomo; coscienza cha varia di tono e di grado, perchè non è ammissibile vivente privo affatto di questa. Tutt'al più, nel bruto, la Volontà sarà costituita da un potere o non potere mancipio di reazioni la maggior parte delle volte dipendenti da cause organiche e materiali. Però che al bruto mancherà, o non ha ancora acquistato, la facoltà di poter conoscere per sè senza previa esperienza un fatto nuovo, o sia una nuova verità; non possedendo egli l'istinto psichico, prodotto di evoluzione cerebrale, cioè la Intuizione; la quale scatta a richiesta di una domanda automaticamente, ad illuminare la coscienza umana oltre e fuori le prove e le esperienze perchè è obbligo alla intelligenza umana di rivelarsi in quanto le è tuttora oscuro.
Così è obbligo all'Angiolo tomistico di sapere il pensiero ed il desiderio di Dio, senza che Dio li esprima, essendo nel Plerome una delle categorie animiche più vicine per struttura alla Ragion prima, al Noos completo, ed intermediario tra l'Idea e l'Uomo, determinatore di realtà.
Similmente, non potete negare la possibilità metafisica di Joseph de Maistre di essere illuminato dalle verità d'intuizione, davanti alle quali i confini del ragionamento spariscono; nè, logicamente, opporvi a che Dom Bruno non creda che sia il Buon Dio che lo rischiari avec des intuitions. Ma è semplicemente assurdo che un Bergson, il quale odia la Ragione, pel semplice fatto di non saperla più usare a tono, dopo di aver consumata tutta la sua esistenza in prove di gabinetto, si metta oggi a gridare! «L'esperienza non giova: mettiamoci a giuocare alli indovinelli: noi scopriremo il Mondo col metodo di Edipo, cercando d'azzeccare un concetto dopo l'altro, per mettere d'accordo la nostra curiosità con quanto ci circonda».
Ma, pur troppo, non è più tempo d'Angeli gnostici e tomistici, nè tanto meno La Grazia giansenista discende, pregato Pascal geometra e matematico, a rendersi capaci della visione completa dell'Ente. Noi non abbiamo qui che il povero istinto psichico, che non è così certo come l'istinto fisico; ed io non fido in lui, che, o per avvisarmi, o per avvalorare la mia scoperta ottenuta col ragionamento.
Chiacchiere alessandrine, direte: non tanto che le possa regalare, come motivo, ai tedeschi; perchè in qualche dì di nebbia e di lenta digestione le creda degne di un trattato ad hoc. Quanto a noi riponiamo l'Intuizione, coi ferri vecchi delle categorie, delle idee innate, delle rivelazioni, tutti mezzi che servono, all'infuori della Logica, empirici; però che la Metafisica è l'Empirica intellettuale per eccellenza; e diremo, per circoscriverne l'azione e la portata: