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Questa volta non incolpo la plurima ignoranza: Giulio Lazzarini, atleta, non isfoggiò le sue singolari energie che in un circolo chiuso. Tutti li altri possono protestare: «Nè visto, nè conosciuto»; perchè tutti costoro rifiutano di viaggiare per le regioni del pensiero e si fidano a quei lazzaroni, loro veri fratelli gazzettieri ed indolenti, i quali, non avendo trovato quel nome sul Dizionario di — puta caso — De Gubernatis, s'intende il Vocabolario degli Uomini celebri contemporanei, ne ignorano, colla vita, l'opera. Di lui, intanto, Carlo Cattaneo avrebbe potuto ripeterci: «Si levano, a poco a poco, nel seno delle Università certi uomini, che divengono Galileo, Newton, Vico, Volta. Questi, allora, devono lasciarsi proseguire imperturbati per le arcane loro vie. Per codesti uomini rivelatori vi deve essere una scienza «ad hominem».
Stupiscono i miei contemporanei nell'aver distrattamente gomitato, in passando, questo rivelatore che nessuno, fin qui, si prese la pena di rivelare: e però Giulio Lazzarini rivelò: L'Etica Razionale.
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Vi consiglio, a scanso di fatiche inutili, di non cercarne i tre fascicoli che la compongono dai librai od in biblioteche. Non era desiderio di Giulio Lazzarini lasciar scritta la sua filosofia, quando si sarebbe potuto ricordarla udita: «Al grande Ufficio mal si convien la scrittura, organo ritroso, artificiale, isolato; richiedonsi modulazioni di voce, suffragii dell'occhio, del gesto e della fronte e delle smorfie e delle accese labra». — Ora, se dentro il cervello ed il cuore di Carlo Cattaneo aveva dettato Socrate, Giulio Lazzarini vive Socrate.
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Quando scrivo: Socrate e vi aggiungo: Seneca, son tratto a mettermi in guardia di Nietzsche; il quale è pur grandemente amato da me; ma si lasciò sfuggire che essi furono de' cristiani in anticipazione. No; non è da Socrate, nè da Platone, — da cui abbiamo avuto, nel Rinascimento, col suo risorgere il più sicuro indirizzo per dotare il libero pensiero di una dottrina, — che incomincia la decadenza del pensiero greco; nè tanto meno l'anima greca attinse il massimo del suo potere con Sofocle: Eschilo e Socrate si completano; nè avrebbe potuto concretarsi un Pericle od un Alcibiade, se l'uno, o l'altro, avesse mancato. E Seneca, intinto di tutto il neo-romanticismo iberico, spiritualista travestito, gnostico senza aver frequentato scuola ad Alessandria e li ultimi misteri di Canopo e di Eleusi, è pur sempre il contemporaneo di Petronio; è ancora il maestro di Nerone; è colui, che, un'altra volta, riconciliò in un fascio di luce il nero ed il bianco e diè tono positivo, nella conoscenza, all'antagonismo feroce delli oppositi.
Socrate e Seneca sono delli Antecristi, e sia in ragione cronologica il primo, e sia in ragione morale tutti e due. È la filosofia così-detta cristiana che attinse il meglio dalla loro, e che, per non esser loro grata e non doverne riconoscenza, si ostinò a mentire che tutte le discipline pagane avevano insegnato la idolatria dell'Ego; circonfondendo quest'Ego di tanto disprezzo ed invidia, che poco dopo, l'assunse infallibile alla catedra Sampietrina. Socrate e Seneca determinarono, senza bisogno di una nuova fede, di un altro culto, tale etica da venir saccheggiata dalli epigoni di Gesù, perchè il loro mosaismo profetico potesse venir accolto anche in Occidente; dove, senza quel lievito umanista, non avrebbe potuto predicare. Sicchè anche dal Dio di Socrate, che è un Daimon od un Genio, ha potuto decorrere quella morale, che parve, e pare, esclusiva di un Messia ed altro non è se non soperchieria congregazionista.
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Sì: Giulio Lazzarini teneva scuola in ogni luogo, ed anche nelle aule universitarie. Si accompagnava a passeggio con noi; diceva: «Di coscienze morali ve n'ha di due specie. L'antica o provvisoria, che direbbesi meglio Etica Religiosa, o pseudo Etica, e la definitiva, che potrebbe anche chiamarsi: Razionale, scientifica, non attuata, quest'ultima, ancora che a frastagli». E l'Etica avanza in perpetuo. «Collo avanzarsi in perpetuo, non si corre rischio «di giacere». I disaccordi si attenueranno — a grado a grado — non più e non meno di quanto esige l'Armonia dato il progresso interminabile degli accordi».
L'accordo si armonizza sull'Essere e nella serie delli Esseri. Per lui, Galileo aveva spazzata la via a Padre Secchi — e, dopo Bovio — Lazzarini ripeteva: «il quale aveva visto quale emporio di evoluzioni biologiche teologiche e morali andava schiudendo il «concetto» pur sì modesto e semplice della «inerzia dei corpi». Per Giulio Lazzarini ripetevasi ancora la felice scoperta, o continuazione, della Reciprocità, delle necessarie risposte per simpatia od antipatia, per armonia o dissonanza, che è e sono a loro volta fonti di armonia reciproca.
Quale disgusto se nel vivere, che è sentire, perdura il dolore del disaccordo! Le Forze, che si equivalgono tutte e si scambiano, ne hanno interrotto l'ordine: chè tutto vive. Tutto vive nel concetto di Pitagora, di Lucrezio, di Raimondo Lullo, del Cardinale Cusano, di Giordano Bruno — che chiamò l'Universo il Grande Animale — di Spinoza, di Leibnitz, di Hegel, di Caporali. Ed ogni Vivente ha virtù sensoria. Quale inutilità interrompere il Ritmo della Vita, arrecare dolore, produrre delle soluzioni di continuità! È inutile, atroce e pazzesco Far Male, cioè eccitare delle Dissonanze volontariamente.
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E si andava per le larghe strade polverose, che cimano li argini del Ticino; i quali scoscendono verdeggianti praterie ed ispide forre di qua e di là, in sulle risaje ed in sul greto scabro e garrulo di insidiosi meandri d'acque. Ed avevamo innanzi, in sul cerulo e rabbrividito corso del fiume, la grande distesa del sole che si palpava colli occhi e colle mani. Era un'enorme illuminazione della natura e di noi stessi. Sorgevano, nella ridda, delli atomi di fiamma: Novità; al Maestro più che ad altrui. Egli le sottoponeva ai suoi Fratelli per suscitarne la Critica e ringraziarne le Censure. Il Metodo delle Menti Associate veniva peripateticamente praticato, tra un passo e l'altro, una frase e l'altra.
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Indi, sorgevano Le Verità subitanee, che Giulio Lazzarini non ha mai chiamato Verità d'Intuizione: Verità quasi certe, nella Definizione; esseri vivi, realtà pensabili, non mai intuibili, le quali consentono e spiegano l'armonia dell'Universo, che sono Forme della stessa Vita, imagini divine, e che ci svelano i pretesi Misteri del Mondo. Erano desse che dipanavano la serie delle Verità pratiche od induttive, piane, fluide, palmari, che si accolgono esultando e benedicendole — come il ritorno di lontano amico. Era anche l'altra Verità subitanea e tuttalvolta certa e garantita, questa: nel grande sfolgorio del Sole, tra la danza delli atomi infuocati, che si avvicendava tra il lamellato azzurro delle acque del fiume ed il curvo zaffiro iridato dall'azzurro del cielo, in un tripudio di Vita cosmica: «la Visione del Dio naturale, Impersonale, Forza vitale», del Dio di Bovio che anima e ispira la Materia, Germe di Forze evolutive, che determina i Trapassi e si compenetra nella Immortalità.
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Erano queste Verità subitanee quelle che il Poeta afferma, per l'arte sua che intuisce, come Giovanni Bovio aveva preannuciato e che l'intellettualità di Giulio Lazzarini, senza aspettare il monito di Bergson, determinava assai prima di lui; non in quanto egli si fondasse esclusivamente a riconoscere ed a confondere l'Intuizione con una spinta vitale, l'istinto che si afferma, in una sua causale applicazione, per cui scopre alcun che; ma in tanto, come intellettualista, aveva osservato che il ragionamento è insufficente, alcune volte, a circoscrivere, o definire la verità, se codesta non vien sentita per sè stessa, all'infuori di qualsiasi prova, vivendola.
A fortiori lo psicologo e psichiatra Ribot può qui venire in aiuto nostro, e, per quanto già dicemmo prima sulla Intuizione, come organo di conoscenza: L'Intuizione avvisa: «Certo sarebbe un errore grossolano pretendere che l'intuizione e la divinazione non abbiano avuto una prima parte nelle scoperte degli scienziati. Sì l'una che l'altra si trovano alle origini di tutte, e vi ha un istante in cui le creazioni scientifiche e le artistiche coincidono nelle loro condizioni psichiche; ma nessun scienziato, degno di questo nome, non ha mai confuso la visione di una verità, colla dimostrazione della medesima». È dunque La Filosofia scienza, o no? Ed allora si nutra essa di Cognizioni non di Emozioni.
Ma, sicuri in tal modo delle Verità subitanee, si può dire, con Carlo Cattaneo, senz'altro: «Sarebbe ormai tempo che queste forzate e procustiche classificazioni di sensismo e di razionalismo venissero dimesse. Quando schietti e persuasi teologi, come Paley e Newton e Bonnet e Muratori e Soave, vengono per le loro idee, messi in un medesimo fascio coll'ateo Holbach, bisognerebbe assurdamente concludere che la differenza che passa tra un ateo e un teologo, sia così poca cosa, che non meriti di farvi attenzione nel giudicare il complesso della dottrina di un pensatore, e che queste classificazioni, a cui si riducono molte istorie della filosofia, sono una vera torre di Babele!». Così noi opiniamo: «se Bergson ragionasse meglio, non ci ripresenterebbe Giulio Lazzarini?».
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Ma avveniva, nei giorni piovosi, che si fiancheggiassero, in città, caserme, opifici rumorosi ed industriosi, tribunali, prigioni. Ed egli spiegava, quasi profetando: «Nel giro di tre lustri o quattro sparirà l'ordine delle Ricchezze. Le categorie plutoniche si ridurranno tutte a quelle di numerati straricchi. A loro carico la Turba degli Impiegati, degli Artisti, degli Artigiani, la Turba immensa dei Poveri e dei Ladri; la Ricchezza diverrà un peso intollerabile» — «Oh, i Delitti! Sono disgrazie da imputarsi ad anomalie di Carattere, a viziature di Senso, o ad Assenza di Mezzi Economici e di Senno, o Passioni!» «Siamo quindi alla vigilia del Diritto Umano ch'io dissi consistere — e che realmente consiste — nella Facoltà di adempiere i nostri doveri!» — «Noi siamo Fatti o Forze; non dobbiamo mai abusare di Noi: chi opera male abusa della Forza Divina».
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Al punto, possiamo ancora domandarci: «Perchè non ci lasciano fare il nostro dovere, e le Leggi son quelle che ce ne allontanano? — E perchè, così costituita, la Società pregia l'abuso che è il Privilegio?» — Importa l'Equilibrio: Bovio correva a ripristinarlo colla Giustizia; Lazzarini coll'educare gli studiosi a conoscere le proprie forze ed il proprio mandato: «L'Etica Razionale li umanava della eccelsa — umana — Dignità e del Supremo dei suoi ministeri, il Dovere:» cioè, quanto si può sinceramente fare liberamente. Donde, può inradicarsi la nostra pretesa libertaria: «Far tutto quanto possiamo di meglio, colle nostre personali energie, perchè vivere è agire, mettendo in essere completamente sè stesso, per un nostro bene che si riversa sopra la comunità senza aspettare rispettive sanzioni di premio e di pena». Da San Tomaso ad Otto Weiningen, passando per tutta la serie dei filosofi, che, tocchi dalla Grazia, la quale pur toccò Giudei, hanno scoperto verità, intuendo; e nè meno l'ultimo nostro Croce, che in Etica più o meno razionale è indifferente, nessun filosofo di quella masnada ha dedotto la necessità, l'utilità, la bellezza, il piacere di far il proprio dovere, e, per ciò, nel compierlo, di viverlo serenamente, come Giulio Lazzarini, in tutta semplicità sincera e cordiale. E però egli non ha nome nella storia della filosofia moderna; esclusione che suggella a fuoco, alli incaricati d'essere filosofi ufficiali, tra cilio e cilio bruciando: «Presuntuosa Ignoranza: Mala Fede».
Giulio Lazzarini fu l'espressione maggiore da me conosciuta della Geniale Bontà: la rigidità della sua dottrina sapeva sorridere; il suo cuore ha sempre amato sopra tutto i Giovani: «Ecco perchè io mi dirigo ai Giovani più volontieri che agli Attempati; non mi lagnerò se di Questi, o certuni, o parecchi, mi esecrino, o mi irridano — felice di consacrare le nuove mie forze tra Giovani, al Giovane Ideale». E i Seniori han cancellato, in risposta, il suo nome, perchè di sulle lapidi non lo leggessero mai più i Cadetti. Male accorti!
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Di questi tre grandi filosofi la Prerogativa costante, generosa ed indelebile fu: «Agire tutta la Vita come la Vita come la Filosofia». Di fatti, la loro esistenza autenticò la loro saggezza e sono a tutti, colli Atti e col Libro: «Esempio». — Se alcuno ha voluto lambiccare una sintesi cordiale e potentissima dalle loro dottrine, ne distillò: «Il Sincerismo critico», la nostra propria.