Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

APPENDICI.

I. — DIO?!

«»

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

APPENDICI.

 

I. — DIO?!

 

Un filosofo, il quale abbia risolto per conto proprio in modo d'acquietare, insieme alla sua curiosità razionale, anche la sua sentimentale sensibilità, il problema Dio, è più che a metà della sua strada: ben poco, soggettivamente, gli manca per arrivare alla meta, dove la scoperta verità gli incorona il sistema.

Non voglio susurrarvi nell'orecchio teso ad ogni malignità, che anche la sua meta, non spazierà larghissimo orizzonte; perchè la sua filosofia, e la filosofia di tutti, si contiene nel campo chiuso di un giardino inglese, popolato di piccole alture arborate, per scalar le quali si deve serpeggiare lungo sentieri a zig-zag; interrotto da stagni, da laghetti argentei ed addormentati sotto i salici piangenti, e viscidi di ninfee ed orgogliosi delle loro coppe sfacciate; garrulo di ruscelli, che vi incontrano e vi deviano. Voi potete salire, scendere, passar ponticelli, sdrajarvi al rezzo del platano, su quel bel prato verde smaltato di candido e di porpora; aver freddo sotto la minuscola foresta oscura; raggiungere la più alta cima della più alta collinetta del giardino; ma sempre i vostri occhi incontreranno il ciglio del muro di cinta, coperto d'ardesia, il limite del vostro potere razionale; sempre i piedi viaggiatori urteranno nella fondamenta dei blocchi di cemento oltre cui non si può, per ora, andare.

È già un bell'affare, per noi e per quel filosofo, l'esserci sbarazzati, con una risposta possibilmente logica, sulla domanda: Dio!? Sia che questa ne ammetta l'esistenza o no. Guai! se intorno a questo ironico pijuolo ficcato in terra, come un Dio termine e ritto e baldanzoso come un Dio Fallo, si avesse a trescare sempre, per considerarlo o di faccia, o di profilo, o da tergo: tutto il resto della più utile dottrina non avrebbe tempo per venir spiegato, compreso, applicato; e la nostra ragione, per ciò solo, sarebbe ancora nello stato mitologico ed ontologico, su cui l'alba della razionalità non sarebbe ancora scesa ad illividire di pallidi chiarori le più necessarie conoscenze.

Ora, avviene, che, proprio nel secolo XX, dopo che la Storia delle umane bizzarrie ed invenzioni, cattiverie e stranezze, originalità e grandezze ha riempiuto più tomi in-folio, e sembrava portasse anche il trattato di pace perpetua tra la nostra Ragione e l'astrusa Metafisica; quest'ultima debellata e distrutta in modo da esserle indecente il ricomparire deforme, nuda e decrepita, sotto altri travestimenti, ecco, che batte all'usciuolo di ciascun filosofante, con pretesa pretenziosa e spavalda, con voce imperiosa, non chiedendo, per mercè, di entrare, ma esigendolo senz'altro come un diritto. La ricomparsa della Metafisica indica la bassura melmosa del nostro tempo.

 

***

 

In fatti, nelle epoche dense di nebbia e floscie e stanche, come la nostra, quando il razionalismo va in discredito, perchè il cervello incapace non opera più, sorgono le fedi: dico le mille ed una religioni che autenticano la pigrizia, la ignoranza e la ferocia. Dalla chiromante al prete, dal ciarlatano al boja, dal gendarme al dio, tutta sbirraglia dell'imperativo categorico reazionario, sono in sull'armi ed in bigoncia e far parate e concioni, però che il tempo è propizio alle menzogne; le quali rendono, nutrendo la negra caterva. Di questi , anche la scienza e la filosofia si fanno superstizioni: se non ci avviano, il che sarebbe impossibile, al rogo della Inquisizione, si addensano nell'intestino cieco della statolatria, in cui fermenta l'imperialismo pur comunista. Guardatevi dall'appendicite! — È richiesto allora finalmente il ferro rivoluzionario per salvare, se non la Nazione, almeno la Società.

 

***

 

Ed allora, osservi che i nostri giovanetti si credono in dovere di appellarsi a quei maestri singolari e deviati, ed autorimezzo letterati, mezzo filosofi senza metodo: non li vedemmo poc'anzi insieme qui sopra distesi nella loro nomenclatura? — e, con questi, si danno a passeggiare per le nuvole; ora, tra le medesime in burrasca, ora, rappacificate, ed in pieno azzurro, senza paura di cader giù, Icari e Fetonti inesperti, che salvansi l'osso del collo per la semplice ragione che sono ubriachi o sonnambuli. Vi ha sempre un Dio vigile per li uni e per li altri.

Si formano i manipoli guidati, sotto la protezione della rinomea accordata dalle vecchie pinzocchere inquiete ed isteriche, da i Fogazzaro, da i Boutroux, dalli Acri e compagnia, tra cui il medico-cappuccino e vendi-miracoli di Lourdes, frate Gemelli. Se ne servano: i piatti cucinati da questi farmacisti dell'ultima evanescenza filosofica han per droghe maggiori ed antietetiche: «l'ambra grigia e la cantaride», l'effetto ne riesce miracoloso. Codesti giovanetti, ultimo stile, che non praticano cattolicamente in evidenza, ma sono cattolici per rimedio alla loro ignoranza e per paura dei loro istinti, sono dei disgraziati sempre in erezione, ma senza il beneficio della ejaculazione. I loro nervi non si distenderanno mai, pacificati; la loro mente sarà sempre nel continuo subbuglio del «È o non è? — Credere sì? — Credere no?» Sono delli innamorati della Verità, e sanno che la via scelta da loro per iscoprirla è la più falsa di tutte: sono dunque, più che verso li altri, verso stessi in mala fede. — Sì, codesto neo-idealismo cristiano è il lievito torbido, orientale-giudeo-islamico che rende feroci le razze e le fa demenziare nelle gesta d'oltre mare; è la reazione alla piana logica romana, alla sicura gaiezza estetica greca, al buon senso italiano, alla elegante vivacità francese, alla compresa mestizia alemanna, a tutte le migliori doti d'animo e di corpo, per cui la vecchia e sempre nuova Europa è istitutrice di vita e di pensiero. Li europei dell'ultima ora si sono trovati stanchi di pensare e di agire secondo una direttiva rettificata sì, ma sulla natura; e, poichè la Scienza non produsse loro davanti, come un diavolino di Cartesio, Domeneddio nel boccalino, si rivolsero, per dispetto, affamati ad addentar la particola, che dicono sia Domeneddio in carne ed ossa e sangue. Qual maraviglia se ciò non ha fatto loro indigestione potentissima? Per ciò chi mal digerisce opera peggio.

 

***

 

Li altri si tirano in disparte, come il sottoscritto, ma non perdono l'abitudine del raziocinare: da mille gridi a stento articolati, da mille aneliti, da mille soffi, da mille mute preghiere — una sinfonia indistinta e tentano e cercano armonizzarsi, per non stridere, cacofonia, irritando, mentre han bisogno di essere ascoltati con fiducia ed amorelambiccano la sola voce possibile che febre, orgasmo, inquietudine, che sete non mai saziata: Conoscere: Amare!

«Amiamo! Conosciamo!» — A battuta si rispondono e si interrogano: «Oggi, tutte le religioni sono discusse — Ma la fede è maggiore. — Non abbiamo uno stile del secolo — Ma siamo ricchi di artisti. — Nessun uomo non ha mai sopportato una soma così grave di angoscie e di mali come il contemporaneo — Ma ora è il regno della carità; la soferenza è universale, ma universale la consola la commozione operante dell'animo nostro. — La lotta per vivere è più aspra — Ma il fratello sovviene al grido del fratello provato, dimenticando ch'egli gli è un concorrente; aiuta e salva».

E noi, per tutte, una volta: «Ciò bene augura di noi: significa che possediamo una fede di natura a cui ubbidiamo senza bisogno del Dio e de' gendarmi; significa che esercitiamo una vita forte e beata, senza l'imperio di un dogma, l'ammonizione di un codice, senza dubbi, senza fatica. volontariamente. Noi, dico; cioè li spiriti delicati, nobili, sereni. Quanto alli altri, alli ammalati, ai deboli, ai vagellanti, ai bigotti d'ogni e qualunque simbolo, essi ci stimano abborracciati nel caos dell'anarchia; essi ci riguardano avviati, dalle bombe alle forche, dalla dominazione autocrata alla tirannia; però che la superstizione non fa accorgere ai suoi valletti la peste, la fame e la guerra propria».

E, lo sfogatojo dell'opinione pubblica, i giornali e le riviste, perchè il dibattito è tornato col favore della moda fuor di quel giardino inglese pieno di delizie, di insidie e di inganna-pupille, e le coscienze vanno in cenci per il fango delle strade cittadine a passeggiare vociando e ad inzaccherarsi; i giornali se ne fanno, con comoda prelatura, i mercanti ambulanti, li araldi interessati, qualche volta, i divulgatori modesti ed attenti. «Vi è nell'aria sociale questo bisogno psichico: bisogna soddisfarloSoccorre l'inchiesta ad hominem. Una di queste propose, nel 1911 — l'altro — il Coenobium: ci inviava dieci domande sopra il fatto massimo delle coscienze moderne, Dio, la Fede, le Religioni, il problema della vita futura, le ricorrenze tra religione e dogma, la conciliabilità tra Fede e Scienza, l'identità tra Religione e Morale, Scuola laica, Scuola confessionale, e i rapporti, in fine, tra la Chiesa e lo Stato.

Vi aggiungeva un fervorino: «La nostra inchiesta, pur mettendo alla luce la grande varietà delle esperienze e delle concezioni religiose individuali, mostrerà altresì, ne siamo certi, le fondamentali unità, la somiglianza sub-giacente di queste esperienze e concezioni. — Venite dunque a partecipare a quest'opera di luce, di coraggio, di sincerità alla quale vi invitiamo; non negateci il vostro contributo per malinteso pudore, o per un eccesso di modestia. La sincerità e la verità sopra tutto per l'educazione ed il conforto di altre anime in continua ricerca del bene e avide del meglio!»

Era dare il pretesto, anche per isvago, di risolvere finalmente ed in luogo pubblico, quindi con maggior riguardo di non uscire dai gangheri, per stesso la eterna questione. La quale, dopo d'aver trascorso per le vie pandemie di cui sopra, stanca, era entrata nella camera da letto di ciascuno di noi; e tutti erano pregati, purchè lo volessero, di fare per due ore il filosofo. Non importava sapere ontologia o teologia, tanto meno metafisica; sarebbe bastato entrare, un lanternino acceso, nelle caverne del suo proprio interno e non aver paura di descrivere l'orrido luogo e li animali feroci che lo popolano.

A me piacque, perchè, senza averne l'aria ed in un in cui mi sorrideva la speculazione, avrei potuto aggiungere un altro paragrafo al mio Sincerismo critico, appunto nella sua Ontologia che mi sembrava assai povera e monca.

Inoltre era porgere l'occasione di fare il Messia, per qualcuno, a buon mercato; era anche solleticare la vanità nel posto più sensibile: rivolgendosi a me, si veniva a sommuovere lieviti atavici ben deposti e non aboliti. Oh! anima religiosa e timorosa di Giovan Francesco Lucino de' carmelitani scalzi, che mandò fuori, nel 1663 «De immaculatae deiparae conceptioni»: — oh! porpora cardinalizia, imposta sui lucci come un pallio di sangue, da Luigi Maria Lucino, questore e commissario dell'Inquisizione per Benedetto XIV Lambertini, ora a riposare nel cenotaffio di San Sisto in Roma, in cui fu immesso nel 1745; — oh! soave umiltà di Giovanni Battista Lucino, che tradusse ingenuamente, da Giovanni Rosbrock l'ammirabile, l'asceta, cui spesso ricorsero l'Huysmans e li ultimi simbolisti francesi, ed a cui si invoca Maeterlinck nel Trésor des Humbles; oh, piissimo e fervoroso riordinatore de La Consolazione de' Pusillanimi, con breve regola per un Novizio di Spirito! (in Parma, 1762).

Figuratevi che po' po' di Troni, Dominazioni, e Beati mi guardavano, sospirando, dall'alto. E non vi parlo delli altri della costola materna: un San Benedetto Crespi, arcivescovo di Milano creatovi da Sergio I e felice convertitore alla fede di Ceadvala, re dei Sassoni, scrittore di Nonnulla Commentaria, su cui magnifica il terroso Bescapé il suo elogio. Questi domina mitrato sopra una teoria di Abati e di Badesse, Monsignori e Canonici in cui fa bella mostra quel Pietro Agostino, autore della Vita della Beata Giuliana di Busto Arsizio, vergine e monaca — e pur l'altro Pietro Antonio, che fu l'istorico di Insubria e di Historia Burgi-Artitii, ambo dalla metà del 1600, rimasti, spagnolescamente, in manoscritto nella biblioteca dalla Basilica di S. Giovanni Battista in Busto, fortunatamente inediti.

Conveniva rievocare la masnada; mettersi sotto il loro famigliare patrocinio: ma inorridirono alle, non solo parole, ma intenzioni del loro luciferino nepote; perchè al Coenobium risposi così:

 

***

 

«Nato ed allevato in una famiglia in cui i gilii d'argento del razionalismo fiorivano vicino alle rose porpuree della baldanza garibaldina ed alli anemoni del sacrificio mazziniano, nessuno mi avviò sulle comode strade della consuetudine e delle platealità cattoliche; ma nessuno mi indicò che la legge morale non potesse esistere, vivendola i miei in modo esemplare. La mia coscienza non ha dunque subìto le deformazioni confessionali; la mia mente ebbe libera, e, per ogni lato, la propria espressione; il mio senso continuò, senza proibizioni, la serie delle sue esperienze, fuori dell'intervento di pedagogiche direttive, o per la maggiore considerazione sociale. Buon seme, in ottimo giardino, al coperto delle necessità, avido di sapere sempre di più, fondamentalmente desideroso di rimanere in armonia con me stesso, anche per conservarmi la libertà, cui troppo li appetiti disordinati e le più disordinate soddisfazioni diminuiscono, assimilai nutrimento fecondo e ferace: mi trovo, oggi, nella possibilità di rettificare i valori correnti sul concetto:

Dio-Società-Religione-Fede-Preghiera-Legge.

Al mio assaggio risposero con nozioni che pochi tra i miei contemporanei accolgono, ma che a me bastano perchè mi rappresentano.

Così, professo la mia religione, quella che mi apparve e sentii nei miei primi anni, spoglia d'ogni portento soprannaturale. Non abdicai, mi contradissi crescendo; non trovai sul mio cammino motivi di abjura, o di conversione; non fui inquietamente speculativo, o dispersivamente vagabondo pei campi dell'ultra sensibile. Quattro idee di fondamentale capacità razionale, quattro leggi semplicissime stanno a fondamento di un mio sistema filosofico; il quale consiste più tosto nelle azioni che non nelle parole; nell'aiuto e nella efficacia degli atti, che non nel folgore della eloquenza, nella vacuità della retorica.

Vi confesserò pure che presto mi compiacqui di metafisica; usato alla ginnastica intellettuale, trovai qualche piacere nel maneggio delle difficiles nugae, eleganti, trascendentali; ed il vanto di aver superato qualche difficoltà dialettica, di aver vinto qualche concetto chiuso ed astruso, mi aiutò a crescere soddisfazione ed orgoglio, di cui non son privo. Alcuna volta pensai, se a noi — cioè a quelli che mi assomigliano — non fosse lecito fondare una Congregazione di Infedeli, con riti ed inni ed apparati magnifici e commoventi, per attestare e la nostra Religione antietetica e la nostra più umana Carità. Per ciò il mio vivere significa il mio credere; ciò che non dice ch'io viva secondo li obblighi e le ragioni di una qualsiasi religione.

Le religioni, stato di fatto, di rito, di credenze, superstizioni, sentimentalità, sfarzi, rigidamente contenuti in un libro o più, Evangeli, Talmud, Corano, libri sibillini, filosofie esoteriche, pseudo scienze psichiche, ecc; le religioni sono il necessario corollario, il pragmatismo, l'utilità, la finzione, il bovarysmo della Fede. Non vi ha individuo senza fede: non vi ha società senza religione, senza codice o legge.

Tre coppie umane, cioè tre cellule riproduttive di clan, si trovano a cooperare, dalla nascita alla morte, per uno scopo di maggior benessere. Per vivere, relativamente in pace, debbono stabilire quale sarà l'utile di ciascuna nella impresa comune; il diritto; con quali mezzi la comunità, rispettando a ciascuna la propria sensibilità affettiva ed emotiva, potrà determinare una sicurezza morale, rivolgendosi ad una virtù, ad una forza maggiore, od a loro stessi, metafisicamente astratti, senza che ciascuna delle tre possa accampare un difetto di sostanza o di forma nella preghiera, nella legge morale: il canone. Diritto, codicereligione positivaprecetti della Chiesa: gerarchie, quindi, ordine, burocrazia, in fine, si impiantano sul minimo comun denominatore dei plurimi diritti, delle plurime fedi dei componenti le società; sono un press'a poco sempre, un provvisorio; lasciano, sia nella codificazione, sia nei decaloghi, un di qua ed un di , in cui esorbita, necessariamente, la maggiore energia umana, quella esuberanza che è di natura, che non delinque per , ma che Chiesa e Stato hanno convenuto di chiamare peccato, o delitto.

Badate a me: il mio temperamento, il mio organismo, non possono vivere la legge, la religione dello stato, in quanto che il mio pensiero buono e la mia azione giusta non credono di venire delimitati dalle imposizioni e dalle limitazioni di una folla; che, col pretesto di essere legione, impedisce alla mia semplice unità il libero esercizio di stessa. Nego dunque il codice e la religione come stanno; ma, da questo, al negare la Fede ed il Diritto ci corre: torno a dire: ogni atto di Vita è un atto di Fede.

Sì, perchè ogni nostro gesto concorre ad un fine migliore; cioè ci attesta, giorno per giorno, in un grado maggiore di perfettibilità e di perfezione; ci avvicina ad essere il Dio.

Voi sapete che Hegel chiamò Dio: in divenire: rovesciando l'ipostasi della rivelazione, Dio è, per lui, non il principio, ma il fine. Noi, esseri in continuo aumento, a lui concorriamo dalla cellula amorfa e primigenia, che bagnò in una soluzione acetataacqua del maredotata di temperatura costante, 37 gradi centigradi, per cui potè essere conservata la vita. Codesto nostro salire significa il progresso, il migliorarci, non dimenticando però il principio di costanza, che ci fa permanere o ci fa trasformare intorno l'ambiente, in modo che sia sempre atto a riceverci pel maggior nostro sviluppo. E però il Dio è il vertice di una crisi biologica illustre, è l'ultima e più significativa parola lirica; è il magico colore, la luce più intensa, la nota universale e singola dell'arte e bontà umana.

Ora, dal Dio alli Dei, dal Dio-energia alle Divinità antropomorfe, dal Dio-entelekeja, al Bestia-Dio, ai Feticci-Dio, al Simulacro-Dio, la differenza è enorme: e ciascuno di essi esprime, dal gradino rudimentale delle primitive civiltà, la crescita del divino nei successivi provvisori, chiamati religione, in cui la divinità prendeva posto adeguato, col crescere delle civiltà, perchè non riuscissero squilibri tra l'interno dell'uomo e l'esterno delle società, secondo le epoche, il suolo, le attitudini, la storia, insomma, la vita. Il Dio è di formazione storica; riuscito da un bisogno umano di paura, di confidenza, di aiuto, di effusione — dalla fede, sentimentalità sempre più delicata, profonda e permalosatende ad identificarsi fuori dell'uomo come un fantasma, poi a compenetrarsi di nuovo nel tutto uomo da cui fu discreto; una delle ultime sue testimonianze esoteriche e filosofiche fu nel Cristo, il Socrate del mondo orientale, oggi non tanto divinità, quanto simbolo di una umanità; da che li aumenti si raggiungono sulla scala ascendente dal discreto al concreto.

Così, ho potuto esprimermi, rispondendo sopra alcuni quesiti, che assomigliavano ai presenti formulati dal Coenobium quando il Mercure de France me li propose a sua volta:

«Dieu est un réflexe du génie createur qui interprétent l'époque et ses necessités. Les Dieux se reproduisent idéologiquement selon les modifications sociales et intelectuelles, les différences organiques des races, les bigarrures des moeurs, la physiologie des individus».

Io vi potrò anche dire che, se ogni generazione è obbligata a farsi conoscere nella storia coi suoi santi, i suoi eroi, i suoi artisti, è necessario che ogni civiltà si esprima col suo Dio.

Per il nostro comune pragmatismo, per la nostra natura che vuol essere, almeno, in pace colla propria coscienza, la quale rappresenta il nostro fine, è lecito chiamare il vocabolo Dio ed il suo relativo concetto il massimo de' Bovarysmi: è l'espressione che maggiormente contiene l'umanità; che crea metafisicamente l'umanità in un modo calmo, sereno e sicuro; però che anche il logos, la ragione nostra, si è accontentata di accoglierne il senso, non come una formula, ma come una sostanza.

Le maggiori intelligenze sono pacifiche nel confondere Iddio collo Spirito, colla Forza operante. Che è? La scienza tace; la religione prega: il pragmatismo vi conforta col consigliarvi. «Fate il gesto di credere: equivale alla Fede; ma voi non potete non credere: sia questo Dio l'oggetto della vostra preghiera. E dunque non credete voi? E non è questo il Dio vero? Che importa alla pura verità speculativa, se, andandone in cerca, non lo trovi? È utile, è necessario, per voi, che voi dobbiate credere in Dio: vi riesce più facile il vivere; i vostri vicini vi considerano di più; voi potrete sempre dimostrare che non siete, come credono, senza religione. — Non è permesso essere senza religione ed abitare in città, in un palazzo, di molti inquilini: andare a teatro, al corso, occupare una carica, un impiego qualsiasi; goderne i privilegi farvisi pagare; essere, insomma, un cittadino attivo, eleggibile ed elettore; tutto ciò, non si pratica senza religione. E però il vostro Dio può star benissimo sull'altare dei cattolici e voi, che non lo vorreste, siete un perfetto cattolico».

Uniformatevi al precetto anodino; vestitevi di grigio, pensate grigio, grigio polvere o grigio fumo; cenere sulle parole; acqua sporca sulli entusiasmi. Ha la sua pratica religiosa: il facchino, il pizzicagnolo d'accanto, l'impiegato del quarto piano, la puttanella spumante del secondo, la figlia della portinaia, la dama autentica e quella così così, il libero pensatore per posa ed utilità, il consigliere di Appello (costui regge il moccolo), la guardia di città, il generale, il tenentino; tutti, ciascuno, la gente-per-bene.

Ed io ho un grandissimo orrore per il grigio e la gente-per-bene; io amo i colori vivi, schietti, petulanti, che saltano all'occhio e che fanno il solecchio: abborro le penombre e le reticenze mentali; non mi inginocchio ai luoghi comuni, id est alli altari pandemici; le mie divinità sono chiuse, sospettose e permalose; sono nude, ma non si lasciano vedere che da me. Tutto ciò è riprovato dal sacerdote pragmatista.

Il quale, tornato al quia, si ferma, si soffrega le mani tutto lieto di avervi imbussolottato nella sua planipeda dimostrazione; tanto più che voi, li altri, io, gli abbiamo dato il pretesto di farlo con destrezza. Voi, perchè compiacete a vostra madre od a vostra moglie e le accompagnate a messa: l'altro, sia ad esempio il Dossi, perchè dice; «Dio ci pensa quando noi lo pensiamo», il che vuol dire: vi è Dio quando noi lo fabrichiamo col nostro pensiero: io, se protesto: «Non si è artista ateo nel senso privativo o negativo, di questo vocabolo». Ed allora: Dio esiste, perchè è la più bella e più buona parte di noi: è il germe, lo specchio ed il risultato della nostra perfettibilità.

Venga ciascuno a pregarlo in ragione della sua intelligenza, della sua dottrina, del suo buon senso: si incominciò dai gri-gri, si giunse ai tabu, ai macinini di preghiere chinesi, ai rosarii, alle giaculatorie; vi furono li intermezzi dei sacrifici umani e belluini, della Santa Inquisizione, della Messa Nera, delli Esorcismi, spesso Dio si sdoppiò, sorse il Diavolo, come furon già l'Ormuz e l'Arimane; e si adorò Caino, od una testa d'asino; o vi si impazzò dietro come le monache di Ludon. Ma l'uomo lo professa colla sua onesta rettitudine, il poeta col suo poema, il genio coll'opera di vita ai benefici della quale concorre tutta la sua generazione.

Inscriverò adunque al mio attivo, come formola di sicurezza, l'avvertenza di Giulio Lazzarini. «Non vi è morale senza Dio» — e che sia il mio lo vedeste. E continuerò: «Il Dovere non è fine a stesso, è mezzo al fine supremo della vita umana. L'ora della crisi è giunta, perocchè della trista parabola or mai si tocca il vertice. Al verbo del Falegname di Nazaret l'umanità risposeinfantilmente giusta — con diciannove secoli di adorazione: ed ora, alfine, s'apparecchiavirilmente giusta — a interpretarlo, correggerlo e ad ampliarlo benedicendolo non più Redentore, ma precursore della invocata sua rigenerazione: DioForza vitaleanima la Vita, che è la sintesi del Vero; chi opera male, abusa della Forza Divina».

Fin qui il mio maestro ed anch'io. Quanto al resto che mi si chiede riesce fuori della mia attribuzione: ho messo in pace me stesso coi fenomeni e coi miei simili; non essendo nato colle deformazioni, o colle doti, non so, magistrali, mi trovo incapace di spiegare ad altrui, di consigliare, di giudicare sui fatti sociali o sulla politica del governo, sia pure quella scolastica. La mia vita psichica e fisica si svolge così fuori e così lontana da tutte queste contingenze, ed io sento così diversamente dalli altri, che non mi posso abbandonare ad una critica sulli istituti fondamentali dello stato italiano. Certo è che, in un giorno di buon umore, per rallegrarmi con qualche piacevolezza, potrei assumermi la spiccia analisi su tutto quanto è fuori di me e la mia irriverenza si rivelerebbe in modo peccaminoso e condannevole. Non oggi però; io sono un animale che, ad opposizione della definizione aristotelica, non si vuol chiamare politico: nelle mie attribuzioni non entra quella di insegnare a ruminare, però ch'io stesso non ruminai mai. Ma, ecco, l'altra domanda che mi ammicca pretenziosa, la sesta: «La credenza e la scienza sono conciliabili?»

Se si conciliano li oppositi; se, sulle due corna del dilemma, si può costruire una affermazione; se il bianco e il nero rappresentano la metà luce e la metà ombra di una sfera: se è datocontinuandole all'infinito — contro la propria definizione — far convergere in un punto solo due parallele, la credenza e la scienza si concilieranno.

Finora, di questi portenti fu capace solamente il Giolitti: le parallele si incontrano: ma tra il credo quia absurdum, ergo amo; ed il certifico perchè ho provato slabra dolorosamente la soluzione di continuità, praticata e dall'ascetismo e dall'empirismo insieme.

Dite: la religione ha in i requisiti per chiamarsi una scienza? No. — Ma la scienza ha tali prerogative da sostituirsi alla fede. Non badate a me, che sono un mistico: so che per vivere è necessario aver davanti a lo stimolo del mistero; ma so che questo è , per eccitare tutte le mie forze, tutta la mia volontà curiosa, perchè giungano a saperlo: qui la fede è la scienza; cioè quella fede che è la sensibilità stessa della scienza, il suo affetto, la sua passione.

In questo punto la scienza forma la mia coscienza, ciò che io so, diventa me stesso; vivo la mia certezza. Discorro per il mondo: esso mi è autenticato dall'arte; insisto sul mondo, mi è rivelato dalle sue leggi. Il mio amore conferma il mio ragionamento, non la mia arte ha creato il mondo come vorrebbe pretendere di fare la filosofia fenomenica dello spirito; lo ha scoperto; ed il mondo, le cose che sono fuori di me come realtà, vengono ad essere la mia verità, quando si trovano in funzione colla mia coscienza; li vivo, allora, per il semplice fatto, che, sottoposto alle medesime leggi vive il mio senso, vive il mio pensiero.

Non accorgete allora che i gesti, per cui vi esprimete, come indici di passione o di utile lavoro, sono di attività sperimentale e di conoscenza logica? Oh, la rivelazione che il tono al miracolo, mi opponete? Che magnifico mezzo per essere persuaso! Sì, ammetto: noi, spesso, accettiamo per verità quanto ci acqueta e riconsola: è un'altra cosa. L'utilitarismo lo accoglie e per sanare le ingiustizie e le piaghe del suo tempo ne protegge le formule e le sovvenziona.

Ricordomi di Renan in L'avenir de la Science: «Ed io dico, che, quando uno scettico somministra al povero il dogma consolatore senza credervi, al solo scopo di tenerlo tranquillo, fa opera di scroccone, pagando in biglietti che egli sa falsi, la buona fede e la miseria altrui». Può la necessità coonestare l'errore? E quale la preghiera di una religione, che rappresenta una serie estetica e passionale di utili menzogne? — Come siete scettici, non solo, ma cinici, voi, che, per il meno peggio, tacimente ammettete che la religione positiva è un bluff per il quieto vivere della gente per bene!

L'utile, il grettissimo utile, l'utile, anglicanamente presbiterano magnificato! Convien recitare un'altra volta un passo in nota della Etica Razionale del nostro Lazzarini: «Utile, Utilità è: convenienza di un dato Mezzo a un Fine qualunque. In passato gli Anglici, Isolani e Aristocratici, adoravano le Istituzioni loro: e diceano Utile per Antonomasia — tutti i loro Espedienti messi in opera a fine di conservare lo Stato quo. L'Utilitarismorequisito indispensabile ad ogni sistemadivenne per Loro Mezzo e FineSistema dei Sistemi». Passiamo l'Atlantico, siamo nelli Stati Uniti; son di famiglia con innesto Kerokee; vi pontifica William James; è forse logicamente moderno, ma non è vero esatto che il Pragmatismo si debba far latino: noi consideriamo l'Utilità in modo diverso: nella ideoenergheja: confesso con Paul Adam che il nostro tempo è mistico, perchè in rinnovamento; donde usciranno i Prodigi: i poeti li vaticinano, i Filosofi li credono, le nostre Opere giornalmente li compiono; l'Umanità è divina».

 

 

Nota.

 

Se non che altro avrebbe potuto essere la risposta mia, e similmente quella di un Gnostico, se non si avesse temuto d'essere fraintesiadoperando le stesse parole: Fede, Religione, Scienza, che per noi hanno un valore diverso di quanto non suonino alli altri — alla domanda: «Fede e Scienza si concilieranno mai?»

Tenendo fermo Scienza e Fede in quel senso, nel quale tutti, o molti, le accolgono, io ed il Gnostico moderno abbiamo dovuto dire che due parallele non si incontrano mai. Ma, se spogliate i concetti dalli attributi fittizii, che le superstizioni e l'esoso ed eroso commercio plateale hanno loro aggiunto, togliendo metallo, sostituendogli untume, si riguardano nella loro lucidissima nudità gnostica, anche noi avremmo dichiarato che siamo certi nella Conciliazione integrale di queste due nostre facoltà e possessi essenziali; da che, se l'uno manca allo spirito gnostico, Esso non è più, in quanto è Sintesi universale, raccolta ed espressa dall'Io, sola necessità.

E vediamo d'intenderci prima sui valori delle parole. Religione: non è la somma delli atti fisici e positivi, per cui alcuno attesta pubblicamente, secondo un Rito, la propria intima Credenza, sì bene quella interna forza che si leva e dalla Píetas e dalla Fides, cioè, dall'amore incondizionato al tutto, dalla sicurezza inradicata in noi che il nostro Sentimento non ci inganna; donde le sue emozioni e le sue creazioni debbono avere il tono di una verità, sortaci inanzi, non per un atto riflesso del Volere pensato, ma spontaneo del libero Sentire.

Scienza: la sicurezza somma nelle Nozioni effettive, che il nostro Ragionamento ha controllato ed ordinato in serie; sì che quanto ne circonda vive in certezza in noi, nella progressione dal Discreto al Concreto, nelle successive scoperte delle Leggi geometriche che autenticano per Reciprocità, l'Io ed il Mondo ne' loro rispettivi fenomeni.

In tutti li altri modi, Religione e Scienza non sono comprese positivamente. Sicchè, quando la mia Filosofia impiega questi vocaboli, non li può usare come fluttuanti nebulose, ma come stati del pensiero e della sensibilità, quindi come Atti, Fatti, o Forze.

E mi chiederete di nuovo «Chi è codesto Gnostico di cui tu vanti la virtù completa, che non eccede, pecca, per troppo, o troppo poco credere, o sapere? Chi è nello stato completo di questo equilibrio, dovutogli dal dubbio, che incessantemente fattosi certezza, — positiva o negativa — appena soddisfatto, è padre di un dubbio nuovo, di un'altra interrogazione? Chi è il felice che va scoprendosi ad ogni atto, ad ogni parola, sempre più in profondità e con lui conosce più addentro il mondo

Il Gnostico — È l'Artista più che Artista. E, soddisfatta provvisoriamente la vostra curiosità, che altrove il Melibeo sazierà definitivamente, e spiegata così la concessione alli idoli verbali comuni, per maggiore chiarezza eucomemica, eccoci alla:

 

 

Variante che concilia.

 

Religione e Scienza, i due poli, dai quali passa l'asse della coscienza umana, amore e ragione, fede e lavoro, pensiero e sentimento, perchè debbono combattersi? Fu necessario il conflitto tra queste due funzioni della attività umana, che pur derivarono da un unico e solo bisogno: il conoscere; è necessario oggi? La Fisica e la Metafisica debbono trovare il loro punto di unione e di esistenza produttiva nell'uomo: li increduli e li scettici di professione sono oltre il campo della produttività e dell'amore umano, perchè il religioso e lo scienziato non possono essere mai increduli, scettici. Ma vi fu un tempo, non molto lontano, ed i segni rimangono in noi, nel quale unica professione era il dubitare ed aver paura.

D'allora, il male cronico dell'Arte; qui la letteratura e l'arte avevano perduto il sentimento del Divino, cioè della Natura immensa, e dissero vero quanto non era. Verità l'Oriente e la Grecia trovarono dentro le cose nella sostanza, non nella forma. Verità era la Vita per stessa, che si rivelava all'uomo per i rapporti suoi col Mondo, Vita, Forza, Spirito. Tale Verità fu Religione; dai Misteri Esoterici d'Hermes egizio, alle consultazioni di Papus, il grano vero di Verità lievita e spunta: Verità nostra, la Scienza; da Pitagora, a Kock; le forme individue di una Verità, ricercata e spiegata colle formole, racchiudono la catena trionfante dello scibile conquistato e rivelato. Se la Religione è la sintesi del Problema e del Mistero, se la Scienza ne è la rivelazione verrà giorno in cui Scienza e Religione avranno un solo nome: Scienza integrale.

Il rinnovamento passa dentro di noi; le nostre malinconie attestano il bisogno ed il dolore del non conoscere abbastanza; le nostre bestemie, l'orgasmo pur troppo impotente a salire. L'Istoria, che noi sappiamo con tutte le sue ricchezze, domanda il soffio che la faccia vivere per divenire il futuro desiderato. Badate1: «L'heure est des plus graves, et les conséquences extrêmes de l'agnosticisme commencent à se faire sentir par la désorganisation sociale». Ma tutta l'Arte Nuova forse incoscientemente elabora un portato esoterico, che, se fosse da noi saputo od avvertito, ci impaurirebbe di gioia, considerando quanta parte di sconosciuto abbiamo svelato, e fatto conoscere senza nostra intenzione.

Ed eccovi Bovio, il quale non vi è dubbio, è razionalista3: «Può l'arte antidivenire alla Scienza e rappresentare tante quistioni non ancora risolte? Questo è sempre stato il processo del Pensiero: l'arte intuisce (io avrei detto divina), la scienza conchiude». Ecco, perchè spesso, nel Poema, noi ci troviamo davanti a tali formole di verità trascendentali, cui la intuizione sacra della parola era giunto ad enucleare, a tali verità, che la ragione comune male accoglie, come contradittoria, mentre svolgono, incondizionate, le fulgorazioni lucide della nascosta coscienza: l'Ideale Natura operante. Questa è la Divinità che il Poeta pontifica, donde estua la vita sua. Discepolo della vita, svolgi il tuo lavoro qui: l'Odissea divina del tuo cuore e della tua mente snoda una serie di metamorfosi, di morti e di rinnovamenti, per cui sono passati li esseri che formano la tua coscienza sempre più sublimata. I simboli apparenti del tuo essere vanno confondendosi ed unificandosi colla stessa tua entità; Natura ed Idea: e tu, fermati, sole crescente di luce, nella tua intelligenza e nel tuo amore. Donde la tua Vita, più grande del Poema.

Questo: che l'Artista plasmi, nell'orgasmo del suo mistico amore, l'imagine che rappresenta la sua illuminata scoperta dell'intima Divinità: egli del suo mistero dia la chiave ed aspetti, che coloro che lo seguono, dietro alla sua parola lo comprendano completamente, e, dal loro giudizio, tutto si veda come in uno specchio. Poi, cesseranno le brume di offuscargli la vista. S'egli si riguarderà nell'opera sua, conoscerà la nascosta Energia che lo trasse a creare, e rinnoverà l'entusiasmo. Armonia diranno sotto le sue mani le forme, come le parole della sua bocca; poichè secondo i riti ed i modi che racchiudono il sogno infinito, per cui l'umanità è immortale, egli si avrà posto davanti viva e lucida la propria coscienza in attestazione.

Ma coscienza è vita, anzi la vita per eccellenza, la vita archetipa perchè è sicurezza manifesta di vivere armonicamente, dimostrata a ed alli altri. L'Artista deve accettare la necessità di vivere come il più grande sacrificio ed insieme la più grande gioja: deve spiegarsi e spiegarvi la vita.

Che è dunque la vita? Sarà forse una serie di trasformazioni del proprio essere, una successione di stati d'animo, una catena di percezioni? Ma codeste percezioni danno a noi, in effettivo, un che concreto, o restano, come segni, ad indicare più tosto che lunghi ed esplicati periodi ad enucleare?

Altro sotto l'apparenza delle percezioni si nasconde, cioè l'intimo balenare dell'essere, ciò che all'Artista si rivela in quel sogno infinito, per cui l'Umanità è Immortale. Ecco il cerchio racchiuso: «Della Vita, corona delli stati d'animo, che recingono, emanano e si spengono, dal Poeta al Poeta, egli darà la materiale significazione; darà il simbolo concreto di quanto passa, modifica ed attrae la propria coscienza; cioè, darà il mondo identificato con stesso, o la vita del mondo che si svolge colla sua».

 





1 Édouard SchuréLes Grands Initiés.



3 Negli scritti di Rovani si trovano trasportati di pianta e fusi molti modi di dire di Cattaneo, per es.: il tubare della giovialità, nella vastità dei due mondi; l'uso frequente dell'onde, come nesso gramaticale così utile; la frase tessuto cangiante, riferendosi a certo genere di stile, per la prima volta usata da Cattaneo (Scritti vari, pag. 183) poi rimpiegata da Rovani. Così la parola impiombatura, nel senso di cosa che non muta, parola-imagine felicissima della lingua milanese. (Scritti vari, vol. 3. pag. 146).



«»

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2010. Content in this page is licensed under a Creative Commons License