Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

APPENDICI.

II. — GIUSEPPE ROTA, INDICE DELLA BASSA MEDIA COMUNE DELLA FILOSOFIA SCOLASTICA.

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II. — GIUSEPPE ROTA, INDICE DELLA BASSA MEDIA COMUNE DELLA FILOSOFIA SCOLASTICA.

 

Un altro delli inconvenienti, ch'io vorrei fosse completamente escluso da ciò che si chiama Scienza filosofica, insieme al Press'a poco filosofante, è il Conformista delle altrui filosofie. Costui chiamerei meglio il cuoco della mondeghiglia della filosofia delli altri; ed è appunto quel tale che si accontenta, secondo le ore del , i giorni della settimana, i mesi dell'anno e l'anno del secolo, volta per volta, alli aforismi ed alle proposizioni lette sui libri già stampati, ripetute da bocche già addottrinate, sparse nelle aule più o meno universitarie del regno.

Costui, di solito, professa insegnamento: e questo cibreo impartisce e dispensa, in sulle panche sucide d'inchiostro de' suoi scolari. Vi è di tutto in quanto spiega; ma non sa farne una espressione propria: è ottimo maestro elementare — di elementi —; non sa costruire una sua ragione, un suo principio: non gli domando un suo Sistema. Se poi, a vostra volta gli chiedete: «Come vivi, perchè, a che fine?» vi ripeterà le osservazioni e le definizioni dei suoi mille filosofi. A voi che importa saper ciò? Voi volevate sapere il suo pensiero. Egli vi dice nulla: dunque, non pensa: e lo chiamano filosofo.

Costui, se scrive, compone dei grossi, pesi, machinosi volumi, al parere di chi non è digiuno di letteratura di quel genere, fabricati a forbice, di cui li stacchi sono incollati coll'unguento sputino o linguino della memoria, per farne scomparire le suture. I fogli così riusciti si attaccano alle dita e vi stingono sopra i caratteri tipografici; questa loro filosofia è propria da manuale, perchè si aderisce specialmente alle mani. Son queste le Antologie, passatempi intellettuali per le giornate piovorne dell'autunno campestre; solamente, vi stancate le braccia a reggere il volume, chè ve le stirano a terra, per quanto voi impoltronato, resistiate al sopore del sonno. Eh! sì, terminate coll'esser vinto, se non soddisfatto e persuaso dal testo: già russate. Son questi i libri che appaiono sullo scrittoio dell'uomo politico, dell'oratore parlamentare; ed in cui costoro vanno a pescare que' pochi concetti generali di cui necessitano, per farne pompa, contro il filosofo Luigi Luzzatti, buddista. Dico contro di lui; perchè quell'altro politico è quasi sempre un democratico di tutte le gradazioni del rosso; perchè quella mondeghiglia è triturata apposta per il cervello democratico, che ha un tenero per il Conformismo, e perciò per l'aurea Mediocrità, che a me assomiglia, come sorella gemella, all'Ignoranza.

Ben altro è il concetto, e voi lo sapete, che mi son fatto del Filosofo: per riassumermi dirò che: «Caratteristica sua è: «Sintesi e Concettualità». Il resto appartiene ai suoi glossatori». Queste ed altre simili idee mi vado allevando sotto la penna, dopo di aver palleggiato, or sulli avambracci, or sulle ginocchia, ora in grembo, ora disposto sul leggio, ora sulla scrivania: L'Uomo nella Natura, nello Stato, nella Famiglia, un volumone edito dal Drucker di Padova nel 1909; e, mentre incomincio a notare che, nel titolo, lo Stato vien prima della Famiglia, ciò che, cronologicamente, biologicamente non avvenne mai; confermo che Natura e Famiglia, nella mia Sociologia, si debbono, non confondere, ma aiutare come moglie e marito.

Anche qui, Giuseppe Rota è uno dei molti che si smarriscono senza proprie direttive nella selva selvaggia delle altrui ipotesi; perchè, fattosi faro o stella polare di orientamento, Dio, questo ora gli luccica e lo invita davanti, ora, gli si vela sotto le nubi ed il frascame, ora, gli scompare del tutto, mangiato dalla vorace notte, essendo che il Firmamento della Filosofia sia assai bizzarro, esposto ad ogni bufera; sì che nemmeno li astri intermittenti possono servire di pietra miliare al retto cammino. A Giuseppe Rota sarebbe meglio giovata una minuscola bussola, questa tonda scatolina in cui lingueggia il ferro vivo di calamita, umile gingillo tanto utile, scoverto dall'uomo, più che non affidarsi alle incostanze dei mondi creati da Dio, ed a Dio stesso, sottoposti ad ogni temperie: avrebbe più facilmente doppiato il suo capo delle tempeste, ritrovato il porto, e non sarebbe, come sta tuttora, in alto mare zimbello alle proprie fantasime, che lo illudono e lo martoriano ad un tempo.

Intanto, domando scusa a Giuseppe Rota, se lo carico di un onere superiore alle sue forze per quanto il suo figliuolo abbia dorso ampio e piatto, dico il suo Uomo nella Natura etc.: egli deve perdonarmi se di lui, vivo, ho foggiato un simbolo ed un indice di universalità. Intenda le parole che gli invio come fossero dedicate a tutti i suoi colleghi che pensano e scrivono come lui, in filosofia, e che sono Caterva magna. E torniamo al figliuol suo.

 

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Sì! Uh, che librone grosso e a buon mercato! stampato splendidamente con margini larghi, note chiarissime, sopra ottima carta! Bella edizione di 686 pagine in 8 grande, e raccolta d'ogni sentenza antica-moderna sopra il principio, il mezzo ed il fine dell'uomo!

Conveniva scriverne un altro tomo? Non so: so che sono i piccoli libri minuscoli, da tasca, come le rivoltelle di cortissima misura, quelli che rimutano la faccia alla società e necessariamente il costume dell'uomo, come quell'arma proibita serve a difendersi dalli aggressori: le montagne di carta stampata allontanano i lettori e sono almeno per il peso, a portata di pochi: il libro-arma deve essere impugnato anche dalla donna e dal bambino. Quando, ad esempio, in Francia i borghesi portavano nelle saccoccie della marsina Il contratto sociale, pochi fogli di carta, e le signore ostentavano sul tavolinetto laccato La Nouvelle Eloïse, la testa esemplarmente borbonica di Luigi XVI Capeto incominciava a non trovarsi a suo agio incoronata così.

Ma Giuseppe Rota è un filantropo, e si può dire doni la sua scienza ad altrui purchè ne imparino. Egli riassume da opposte dottrine, rimette al pari ed al passo moltissime sentenze disparate ed eccletticamente le fa concordare.

Se si riattacca a Spencer la sua fede è al disopra e più in del fenomenalismo; se accoglie Darwin vi aggiunge il Logos di Platone. Perciò Dio qui regna sotto formola filosofica tedesca in tutta la sua maestà, produttore di fenomeni non altro fenomeno come è.

Errore fondamentale: Dio-essenza è di da venire; cioè quando l'uomo giunto al massimo grado di felicità potrà dirsi: «Io ho saputo una volta Me - stesso giunto a questo vertice di vita immensaDio è dunque, e per noi, intelliggibile, chè è una projezione della nostra coscienza; prodotto da noi, parlo della nostra imaginazione maritatasi colla ideologia, Dio, uscito fuori dalla nostra mente, non è per , ma per noi, e noi siamo i facitori delli Dei.

Ecco, che se da questo primo concetto essenziale derivano tutte le altre affermazioni del Rota, se egli crede ed ammette Dio, come essenza, in ogni altro campo filosofico, etico, estetico e nelle loro derivazioni immediate, l'errore della premessa lo incalza e dilaga: quindi non famiglia — io direi coppiacellula di natura per la società, voluta dalla necessità d'essere, non animali in continua riproduttiva evoluzione; — ma famigliaistituto necessario per ragione di logica divina.

Con questo egli ritorna dove Locke e Condillac, Helvetius e Du Tracy, Giambattista Vico, il Verri e Romagnosi, Lamarck e Darwin trovarono la filosofia e le scienze sperimentali, appena uscite dall'affannoso ritentare del diciasettesimo secolo, collo scetticismo di Descartes, il neo-idealismo fenomenico di Pomponazzo, le confusioni aristoteliche, patristiche, platoniche e la generazione del 1600; epoca inquieta di rifusione, di aberrazioni, di rinuncie e di conquiste, appunto, perchè all'uomo e al cittadino mancavano le precise assisi della sua conoscenza; cioè, all'umanità difettava la ragione della sua coscienza.

Ma oggi non è più lecito dimenticarsi che scrivono Le Dantec e Remy de Gourmont, che Currie ha scoperto il radio, Nietzsche L'al di del Bene e del Male, Stirner l'Unico e la sua Proprietà —; non è permesso negare, se si dipende da Spencer, il continuo, invincibile, incalzato procedere delli esseri e della ragione, lo svolgersi ed il mutarsi dei fenomeni. Oggi, il semplice credere e negare non giovano: sterile la Fede, sterile l'Ateismo; chi nega Dio nega la Natura e stesso: ma Dio, non è quello dei deisti, meno il proprio dal Rota giudeizzante; Dio è La forza Vitale di Giulio Lazzarini; quanto alli uomini, cioè, indusse la creazione virtuale, fantastica ed allenata di un Dioessenza, bontà, bellezza, giustizia.

Questo fu anche l'errore di Mazzini, per cui molta parte di filosofia venne arrestata e non opera più: le società a venire si plasmeranno sopra il binomio di Blanqui «Ni DieuNi Maître». Credere nella propria energia, che fa, che si attua, che produce significa: «Credere in Dio».

Del resto, mi si dice, ed io lo credo volentieri e con piacere, che il maestro Giuseppe Rota, rappresenta, nella varia faticosa e multiforme vita moderna, una nobile figura d'umanista, dotto in molti rami di coltura, un'anima aperta alla bellezza, operosa ed infaticata. — Artista vero, donò la maggiore e miglior parte della sua attività alla musica, vi educò numerosi discepoli; dopo d'essersi sollevato alli astrusi processi ed alle occulte compromissioni dell'armonia, discende nelle cripte dell'animo umano e nelle caverne della società per saperne le molle, li istinti, li scopi, in un ozio latinamente oraziano, in un ecclettisimo ciceroniano, Vi ha scoperto Dio: non fu il solo, ne sarà l'ultimo; ma si comprende facilmente che l'astrazione germanica della musica, lo seguì sin quì, e che egli non è più giovane. — Io lo sento legato indissolubilmente alla Tradizione; egli ha forse paura del presente, terrore dell'avvenire; perciò riconosce e torna ad adorare i vecchi idoli, idola fori, assisi, metallizzati sui sedili di granito della storia. Questi lo rassicurano ancora come leoni impagliati, pezzi di zoologia da museo; perchè egli come molti altri degnissimi, ma inerti, ha tuttora confidenza nelle verità morte, che sono li errori attuali, e non si affida a quelle vive, a queste presenti, non ancora scritte, ma respirate coll'aria comune, ma agite in ogni istante dai migliori. La Tradizione, colla T majuscola, è l'impaccio: le tradizioni spicciole, minute, d'ogni giorno, quelle che non si scrivono e si imparano coll'uso della vita, li atti primi sociali rimasti istintivi in noi per le serie ininterrotte delle eredità; le tradizioni, spinta iniziale, quando col loro accennare ad una mancanza, eccitano a possedere il mezzo per colmarne la lacuna, il desiderio insoddisfatto, l'insofferenza, siano sempre le ben venute. L'una nega: le altre eccitano: perciò i sottili, che confondono, i tipi chinesi, che rifondono l'ieri coll'altrieri, e si ammirano nelle loro infecondità, terminano col trasporre i termini e tutto chiamano Tradizione e tutto ritorna ai trogloditi.

Cerca, oggi, di fissare, per dieci anni compiuti, la fisionomia di una via milanese? Di arrestare per sempre il motivo di un paesaggio suburbano? Tal quale la filosofia: il gesto di quel piccolo stradajolo la sposta, il trafiletto di questo giornalino vince tutti li in folio della biblioteca del procuratore Poco-curante o di Monte Cassino.

Bisogna impedire la cristallizzazione: rendere impossibile l'avvento di un'Epoca di stagnante felicità, in cui una razza grassa, tonda, lenta venga a piangere sopra l'atterramento di un vecchio rudere storico, che, in una piazza frequente per commerci e vitalità, impedisca la pubblica ed espansiva circolazione. Vi sono ancora delli uomini di fede democratica che sognano la stagnazione: il socialismo ce lo insegna; è necessario che non trionfi mai, che l'individuo non accorga un piacere nel fare ogni giorno le stesse cose, di sentirsi intorno lo stesso odore, di vedersi vicino li stessi aspetti, di mangiare a quell'ora fissa ed il resto. Bisogna rendere impossibile la consuetudine e l'abitudine e lasciare che li uomini abbiano de' capricci, che i terremoti rinnovino i paesaggi, che il caso regni sovrano: ajutiamolo: così, per adesso, anche il socialismo affamato ed inquieto è per noi.

 


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