Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

APPENDICI.

IV. — CARLO CATTANEO VISTO E UDITO DA GIUSEPPE ROVANI, RACCONTATO DA CARLO DOSSI.

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IV. — CARLO CATTANEO VISTO E UDITO DA GIUSEPPE ROVANI, RACCONTATO DA CARLO DOSSI.

 

Il capitolo quinto della inedita ed incompiuta «Rovaniana» di Carlo Dossi — ch'egli affidò a me perchè, di sulle note delli altri non ancora redatti distesamente, questi scrivessi in modo da rappresentarli, non a perfezione, come egli avrebbe potuto fare, ma almeno bastantemente, perchè l'opera sua non portasse lacune — questo capitolo quinto, s'intrattiene, singolarmente e specialmente, dei rapporti che Giuseppe Rovani, giovane, ebbe col Cattaneo, a Lugano nel 1850; quand'egli, rifugiatosi a riparare in esilio le possibili rappresaglie austriache, vi era convenuto coi più grandi nostri esuli a dar maggior animo e violenza alle pubblicazioni di Capolago, e specie, a quell'Archivio triennale, granaio di documenti e di osservazioni, che lo storico moderno ad usum delphini, dico il Luzio, sembra, oggi, trascurare, quando non disprezzi; però che la verità non vi porta velo ed accusa l'antico servidorame ed i relativi padroni, della maggior parte delle colpe, per cui fu sanguinosamente inutile, per il successo, generosamente maestra, per l'avvenire, e non ne tennero conto, l'epopea del quarantotto; che, incominciata a Milano, cessò a Venezia, ambo tradite, con Roma, dal livido savoino ambizioso.

Estraggo lo scritto di sommo interesse per noi, gli voga sollecita e precoce. Il Dossi ci espone i famigliari colloquii dei due grandi, dond'egli cavò, come da inesauribile miniera, aneddoti, curiosità, giudizii, che giova rimettere in circolazione, per cancellare quelli altri delle favole interessate, moneta, se pur in corso, falsa e forzosa, bollata da quella tal scienza storica di cui sopra. E corriamo al testo prezioso.

 

 

In esilio.

 

Caduta anche Roma, Rovani seguì la sorte dei vinti, dispersi dai soldati del generale Oudinot. Risalì in Lombardia, tornata nella dominazione austriaca e raggiunse il confine svizzero, facendo la traversata da Como a Chiasso sotto un carro, disteso nella branda del vetturale. Nel Canton Ticino, fra quella brava gente così premurosa per gli stranieri che spendono e pagano, s'incontrò con molti profughi, che avevano già capitanato la rivoluzione italiana: Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Ferrari, Pisacane, Gustavo Modena ed altri ed altri.

A Capolago, dov'era stata fondata da parecchi ardimentosi patriotti la Tipografia Elvetica, che continuava, colla stampa, la guerra d'Italia contro gli oppressori antichi e i traditori nuovi, Rovani collaborò nell'Archivio triennale e pubblicò quel volume su Daniele Manin, di cui già tenemmo discorso; volume che non solo è storia politica, tessuta da un testimonio oculare, ma è finissimo studio psicologico del dittatore veneziano.

Viveva egli, allora, in assidua famigliarità con Cattaneo. Non è a dire quanto il contatto col grande lombardo — quell'uomo il cui solo nome provoca l'ammirazione e desta l'entusiasmo — gli giovasse e come, pur serbando la nativa originalità e l'inesauribile arguzia, assorbiva da lui la vastità del concetto, e la prodigiosa efficacia della frase, quel modo epigramatico e potente di critica, che tentò pel primo2. Al genio di Cattaneo diventava famigliare qualunque cosa, soltanto vi si accingesse. Chi chiamò poesia scientifica i lavori di lui ha colto nel segno. Scrive di tutto e di tutto meravigliosamente bene, e nel Politecnico4, che è il corpus, per così dire, della sua opera, si rammentano gli splendidi suoi riassunti della storia universale di Léo, quello sulla storia dei normanni del Thierry, il tremendo crollo che diede alla chinese economia di Listz, l'eloquenza statistica, onde espose alle fischiate d'Italia le ignoranti bugie dello Chasles, gli studi profondi della questione carceraria, le dotte divagazioni nei campi della linguistica; si ricordano, in quei lavori, ch'egli intitolò «Varietà chimiche e geologiche»5, e, nella sfera della letteratura, il parallelo tra Schiller e Alfieri, e le altre brevi e succose e scintillanti recensioni di varie produzioni letterarie, che in tutto assomigliano alle care e incomparabili sinfoniette della prima maniera di Rossini.

Rincresce che dei colloquii fra Cattaneo e Rovani non siasi pressochè nulla salvato, ad eccezione di quei tratti frammentari, che Rovani stesso piaceva talora a voce di rammentare; poichè sebbene Cattaneo — in ciò come Manzonidiventasse in presenza di numerosa compagnia minore di medesimo, od anche mutolo, riacquistava, dinanzi a pochi, il suo poderoso eloquio, in cui l'idea era una cosa sola colla forma, assurgendo ad altezze inaspettate nei fidi dialoghi con un amico.

E ciò, non solo nei temi più vasti ed universali, ma perfino nell'aneddoto personale e nel frizzo fuggevole.

Valga però l'osservazione già fatto per Rovani, di non accettare come definitivi i giudizi dati da lui a quattr'occhi. Il suo ingegno esuberante gli prendeva talora la mano e gli faceva dire cose spesso paradossali, che poi con la riflessione, se anche non avrebbe interamente rifiutate — certo avrebbe attenuate.

Trascegliamo qualche esempio: Alcuni francesi repubblicani, venuti in Italia, durante la tirannide austriaca, e trovandosi con Cattaneo, Maestri, Correnti, si meravigliavano come la Lombardia potesse tollerarli, facevano uno scialacquo di promesse dicendo: verremo noi a liberarvene. Cattaneo irritato dalle spampanate di costoro uscì a dire: «Ma noi stiamo benissimo come stiamo. Questi austriaci ci fanno il soldato; ci guardano dai ladri; ci fanno da giudice; ci riscuotono le imposte e non abbiamo a far altro che a grattarci, con nostro comodo, i coglioni. Vi accorgerete voi» — aggiunse rivolgendosi agli amici — «quando vi toccherà di fare vojaltri el todesch!»

Ma più forse che coll'Austria e colla Monarchia, Cattaneo l'aveva coi cosidetti sciori de Milan, che avevano dato que' bei campioni del 1848 col presidente Casati e gli altri della Municipalità d'allora. Cattaneo era perciò meno discorde del Governo austriaco di quanto sembrava. L'Austria, infatti, sosteneva, in Milano, la plebe contro i signori, che le erano contrari ed avevano preso parte alle congiure contro di essa. Non fu veramente Cattaneo, che spinse il popolo contro il dominio straniero, ma il popolo tutto intero, che trasse Cattaneo con : difatti, egli mirava, almeno, sulle prime, ad ottenere riforme popolari dall'Austria, più che alla ricostituzione di una Italia unica ed indipendente, tanto che, quando il popolo rumoreggiava in piena rivolta nelle strade, disse: «I fioeu han tolt la man ai papà». Si potrebbe aggiungere, che gli stessi figliuoli, appena sbollita la scalmana del 1848, — tornarono a gridare:

 

«Viva Radetsky,

e viva Metternich;

Morte ai sciori!

Evviva i poveritt!»

 

E, nella sua vita giovanile, Cattaneo, cercatissimo dal bel sesso, amò la contessa Perticari, figlia di Vincenzo Monti, già donna matura. E gli piaceva di starle seduto a ginocchi, posando nel grembo di lei — come Amleto in quello di Ofelia — la sua bella testa ricciuta, e volgendo verso di lei l'ampia fronte, nella quale i pensieri parevano passeggiare a tiro di quattro. La Perticari gli consigliava intanto di non passare mai una nottata intera con una donna, se voleva serbare la illusione amorosa. La Perticari, dicono, faceva copiose corna al marito, benchè ricco, benchè conte, benchè uomo d'ingegno, perchè il fiato di lui puzzava orrendamente.

Fu ai giovani tempi di Cattaneo che si celebrò la pace fra i classici e i romantici, che si erano tanto derisi e vituperati. E, per solennizzarla, si bandì un gran banchetto al quale intervennero i superstiti delle due scuole, e in cui i piatti si alternavano nei due stili; dopo una semplice sleppa di bove omerico, seguiva un bodino d'indivia in forma di torre gotica, dopo un gigot classico, una mondeghiglia romantica, dopo un pasticcio di Strasburgo romantico, un sorbetto di pura panna di vacca classica.

Un altro pranzo, che fece qualche rumore, fu quello di Cattaneo ed altri riunitisi per festeggiare il ventesimo anniversario della loro uscita dal collegio Ghislieri di Pavia. Finito il pranzo, al momento dei brindisi, si propose che ciascuno confessasse, a voce alta, il peccato dolce più grosso della sua gioventù. Ciascuno raccontava i più salati; solamente il canonico Ambrosoli, peritissimo anche in questo argomento, taceva. Ma Cattaneo gli si volse improvviso e con aria, scherzosamente aggressiva: «E tu? Perchè taci? Ma parla! Almeno per pudore

Quando Manzoni, dopo lungo combattimento colla memoria della prima moglie adorata, si decise a prendere, in seconde nozze, donna Teresa Stampa Borri, Cattaneo, che aveva saputo innanzi d'ogni altro quella notizia, incontratosi con un conoscente: «Sai,» gli dice «che cosa sta per fare don Alessandro? Sai, che troppo coraggioso, come patriota, non è mai stato; anzi, a dirla tra noi l'é on spauresg; ma, in fondo, don Alessandro, è più liberale:.. ebbene... — «Ebbene?» — domanda il conoscente — «Ebbene,» riprende Cattaneo, «Manzoni attenta alla libertà della stampa...» È forse questo il solo bisticcio del grande uomo.

Ci fu assicurato, e noi l'abbiamo ripetuto, che Cattaneo era, in giovinezza bello e in ogni età affascinante. Ma non volle mai lasciarsi ritrattare... Gaetano Strambio, medico egregio, tentò più volte con pretesti, di condurlo da un fotografo, ma inutilmente. Egli se ne schermiva e sfuggiva come un cane che fiuti l'accalappiatore. «Non mi sono fatto fare il ritratto» — osservava — «quando ero giovine ed avevo un bel faccino. Pensate se lo debbo far, ora, con questo brutto musoErnesta Bisi, pittrice, che morì improvvisamente a Corneno al Segrino, gli aveva schizzata e donata un effige di lui in matita, che Cattaneo non poteva soffrire; e, se qualcuno gliene chiedeva e doveva mostrarla, esclamava: «vedete che faccia da (e qui un vocabolo intraducibile) mi ha fatto

Preziosi sono, poi, i suoi scritti per farci conoscere autori che noi, anche leggendoli, non sempre comprenderemmo, o perchè noi manchiamo delle cognizioni bastevoli, o perchè sono autori mortalmente nojosi. Ma Cattaneo legge per noi: ci sgombra tutte le parti puramente zavorra di un libro, e ce ne il sugo. Quanto tempo si risparmierebbe se fossero, per ogni opera, sì fatti stacci, simili lambicchi. Cattaneo, colla luminosa sua critica, attraversa la mente, spesso nebbiosa e confusa degli autori, che egli esamina e mostra a loro stessi la via che essi hanno, taluna volta, inconsciamente percorsa.

Consigliere sommo in fatto di letteraturasuggeriva ai giovani — di scrivere di primo tratto le idee come loro venivano in capo, poi, di cancellare tutte le parole inutili, finalmente, di riannodare lo scritto colle solite particelle congiuntive. Per parte sua, correggendo col tocco della sua penna magica i più scadenti articoli che gli venivano presentati per essere stampati nel Politecnicorivista da lui diretta — li rendeva tutti, non solo leggibili, ma interessanti e perfino attraenti. Un giorno, Omboni, professore di geologia, gli disse che doveva scrivere un articolo sulla ferrovia dell'Engadina, ma non sapeva come incominciare. Cattaneo rispose: «E tu non incomincia».

Agilissimo era l'ingegno di Carlo Cattaneo, ma tanto quanto flaneur per ciò che riguarda l'esecuzione. Nel 1843, non risolvendosi mai a scrivere l'introduzione alla sua opera sulle Condizioni civili e naturali della Lombardia, 6 che stava stampando l'editore Daelli di Milano, mentre urgeva di darla alla luce per le molto promesse annunciate, Daelli chiamò un giorno Cattaneo a , ed accennandogli la porta di una stanza vicina, disse: «C'è qualcuno che l'aspetta; Cattaneo entrò, ma tosto sentì chiudersi a chiave l'uscio e la voce di Daelli, che gli diceva: «Scusi, ma Ella non uscirà finchè, non abbia scritta l'introduzione». In quella stanza era un letto, erano libri e un campanello. Cattaneo si rassegnò e in tre giorni scrisse, giovandosi della sua sola memoria, la splendida sinfonia del suo lavoro. In quei giorni non si cibò che di uova e caffè. Quando si sentiva mancare la lena, si alzava e lavava la faccia con acqua fresca, che era il suo modo di rieccitarsi l'imaginazione.

Nel '48, l'Istituto lombardo lo nominò segretario generale perpetuo. Era per lui, onniscente, il suo vero posto. Rinsediatosi però il governo austriaco in Lombardia, Cattaneo dovette esulare e si ritirò a Castagnola, sul lago di Lugano, ad insegnare filosofia. Venne il '59 e la libertà. L'Istituto lombardo confermò la sua deliberazione del 1848. Se non che, Cavour, e fu uno degli ultimi atti del suo ministero, cancellò piemontesemente la deliberazione. E così Cattaneo, splendore di Lombardia e d'Italia, venne bandito dalla Italia nuova, com'era stato dalla vecchia. Ciò lo afflisse profondamente e forse determinò il suo atteggiamento politico. Ben fu cercato poi e pregato da Mateucci, ministro, perchè tornasse alla vita dell'insegnamento italiano; ma la ferita era ancora aperta e rifiutò.

Anche come deputato nazionale, non ebbe miglior fortuna; questo però non per colpa d'altrui, ma sua. Poichè, eletto nuovamente a Milano nel 1867, si recò bensì a Firenze ma colà stette un mese, indeciso di giurare o no; di carattere sostanzialmente timido, uomo più di studio che d'azione, egli diceva agli amici, che lo sollecitavano a prendere il suo posto alla Camera: «Che vado a fare in mezzo a quei bagoloni? mi metterebbero in un sacco». E diceva anche: «... sti napolitani, che quand scriven ben, scriven insci mal. Te consegni, poeu, quand scrìven mal. Ah, mi torni a Castagnola»7.

Il ricordo e l'invocazione della sua Castagnola, venivano spesso sulle labra di Carlo Cattaneo; quando, obeso di scienza e di genio diceva: «Mi pare talvolta di essere un vecchione,... un vecchione e di avere almeno tre, quattro mila anni sulle spalle;... direi quasi di essere un egiziano, un babilonese, un ninivita... se non mi trovassi a Castagnola».

Abbiamo già detto che Cattaneo aveva parecchie antipatie invincibili, oltre quella contro i sciori de Milan. Altre erano contro a talune persone, non per capriccio s'intende, ma sempre a ragione; e noteremo, principalmente l'antipatia contro Cesare Cantù, il noto industriale di Storia. In ciò aveva partecipi, molti fra i migliori, basti citare Alessandro Manzoni, una fra le vittime delle piraterie canturiane8, il Brofferio9, Rovani, che ne fece magistralmente il ritratto ne' suoi Ladri della fama10, il teutonico Mommsen, che lo chiamava: «quel ciarlatano»; A. Bianchi Giovini, che cominciò a scrivere un'opera per raccogliere tutti i madornali spropositi della Storia universale, ma dovette smettere, forse perchè la mole del suo libro minacciava di oltrepassare quella dello stesso Cantù11; Cesare Correnti, e la lista non ha fine, così da dare, alla disapprovazione generale, il carattere di un plebiscito. Ora, Cantù, scrivendo un giorno a Cattaneo, lo aveva chiamato fiorentinescamente, a modo di vezzeggiativo, «coso». Figuratevi il cane pinch, che ardiva trastullarsi colla poderosa zampa del lione! Ma Cattaneo, che odiava tutte le smancerie, gli rispose con parecchi versi, in cui, dopo di avere accennato ai vari significati di quella espressione concludeva:

 

«Coso volea dir cazzo,

oggi, vuol dir carissimo;

dimmi, Cantù chiarissimo,

carissimo Cantù,

saresti un coso tu?»

 

Dopo Cantù, era Nicolò Tommaseo che dava sui nervi a Cattaneo. Quando usci il Fede e Bellezza del dalmatino, Cattaneo diceva agli amici, che tentavano di difenderlo: «Ma guardate un po' che porcheria!» e loro leggeva una delle non poche frasi ipocritamente oscene del libro, per es.: «le labbra conglutinate dell'amante tisico che bruciavano l'amante»12. E, furioso contro il gesuitico e toscasineggiante stile del Tommaseo scrisse quella sua critica famosa, sul Fede e Bellezza, che polverizzò, col formidabile umorismo lo sconcio libercolo. Cattaneo non poteva sopportare quel pedante, anche pel genere de' suoi amori, e, udendo da Samuele Biava (l'autore delle Melodie italiche) che Tommaseo amoreggiava con una sua serva, esclamò: «Ecco gli amori di Tommaseo! Sempre serve! nanca ona camerera!» E qui verrebbe il destro di aggiungere il giudizio di Manzoni, che, sentendo tale una sera levar al cielo il dalmatino, saltò su a dire: «l'è ora de fenilla con sto Tomaseo, ch'el gha on pee in sagristia e vun in casin».

Anche Cesare Correnti ed Achille Mauri non erano, come si dice, sul libro di Cattaneo: Mauri, infatti, durante le cinque giornate del 1848 si tenne sempre prudentemente in casa. «Che si aveva da fare?» — raccontavano poi — «Si facevano delle grandi partite a tarocchi». Quanto a Correnti, il Cellini dello stile come lo battezzò Rovani, carattere molle, pieno di dubbi e di piccole vigliaccherie, non era ben visto, da Cattaneo, da Mazzini, due lame che non si piegavano. Cattaneo si limitava a chiamarlo: «quel cagon». È nota la meschina figura fatta, come segretario del governo provvisorio, 13 e ciò trovasi registrato nell'Archivio triennale, specialmente in una sua supplichevole lettera al Cantoni. Per incarico di Mazzini, avrebbe dovuto recarsi a Venezia a far propaganda in favore della repubblica; ma, avendo nel suo viaggio, toccato il Piemonte, vi si lasciò così bene accerchiare che, ito poi a Venezia, si diè a caldeggiare la causa dell'Annessione. Correnti, come Cristoforo Negri, dal quale fu sussidiato e insieme chiamato «quel strascion», fu sempre devoto al principio della autorità costituita. Apparteneva a coloro del Governo Provvisorio milanese, che avrebbero voluto fare la rivoluzione, come dicevasi allora, colla licenza della autorità austriaca. Quando insediatasi l'Italia a Firenze, Cattaneo vi fu, Correnti cercò ogni modo di far la pace con lui. Molte persone amiche di entrambi s'intromisero. Ma Cattaneo rispondeva sempre: «non parlatemene» e Correnti rimase col suo desiderio.

Fu scritto che Cattaneo era prima lombardo, poi italiano. Si potrebbe anche osservare che, prima di essere uomo politico o scienziato, era — e sopratuttoletterato. Egli avrebbe forse potuto tollerare un errore, una stonatura nei primi due campi, non mai nell'ultimo, donde la maggior ragione di parecchie sue antipatie contro uomini politici, come Cavour, Rattazzi e simili; non solo, perchè politici dissenzienti con lui, ma perchè, in essi, non c'era — come diceva Brofferiotraccia di lettere e d'arti; erano digiuni di ogni filosofia, chiusi ad ogni raggio di poesia; non erano, insomma, italiani se non per essere nati al di qua delle Alpi.

Ma noi, in questo capitolo, volevamo parlare principalmente di Rovani, e, invece, ci siamo occupati, quasi esclusivamente, di Cattaneo. Non domandiamo però ai lettori che ci perdonino: Rovani e Cattaneo sono due stacchi di una medesima stoffa preziosa; sono due scheggie di una stessa aurea pepita. Eguale è il valore di entrambi.





2 Prefazione al Millennio.



4 Il Politecnico, pubblicato dal 1839 al 1844. Poi ripreso dal 1860 al 1865.



5 Ripubblicate, in parte, nelle Notizie naturali e civili sulla Lombardia, 1842, Milano, di cui non uscì che il I volume.



6 Gazzetta di Milano, 10 gennaio 1860: Sulle condizioni civili e naturali della Lombardia.



7 Anche Manzoni rifiutò, nel 1849, di far parte del Parlamento subalpino per ragioni fisiche, che a lui impedivano di avere la parola pronta ogni qualvolta volesse, per un temperamento, così morbosamente squisito, da renderlo al tutto inetto ai dibattiti parlamentari.



8 Nota i furti di Cantù sui manoscritti dei Promessi Sposi.



9

J'eu vist Cesar Cantù,

Con duu cros berlicà de fresch,

dai gesuita e dai Todesch»

(Brofferio, El congres d'Milan, ottobre 1844. «Poesie piemontesi».



10 I ladri della fama, pubblicati, la prima volta, nel 1857 in uno delli ultimi numeri dell'Uomo di Pietra, l'ultima, sulla Riforma illustrata, anno I, 4a dispensa, Roma 1885.



11 Sulla storia universale di Cesare Cantù. Studi Critici di A. Bianchi Giovini, dispense tre, Milano, Stabilimento Civelli, 1846. Cantù, per es. prendeva dal tedesco, in traduzioni malfatte, notizie di questo genere: «i Cimbri scesero nel Potale», senza accorgersi che non si trattava di un luogo così chiamato, ma della valle del Po (Pothal).

In un volumettoCesare Cantù, giudicato dall'età sua — Milano, editore Levino Robecchi 1881, a pag. 108 si è stampato: «Il Cavaliere Cantù» che correva manoscritto. È firmato G. B. ma pare, anche da ricordi del compilatore del presente volume, che fosse di Correnti.



12 Molti versi, anche lubrici di Cattaneo, ma saturi d'ingegno, si trovavano presso Agostino Bertani. A Cattaneo si attribuirono anche, quando in occasione di essersi slargata la Corsia dei Servi (ora Corso Vittorio Emanuele) in Milano, giravano quelli fatti da certo d'Alberti dell'ospitale Maggiore, i seguenti: «Sur podestaa ch'el senta — cosa serv slargà strad e fa spes bozzaronn: — invece de slarga quella di serv — ch'el strengia on poo quell'altra di padronn».

 



13 Del Governo provvisorio di Milano, nel 1848, e degli avvenimenti d'allora, Correnti conosceva molti curiosi aneddoti, tuttora inediti, che raccontava nel modo più saporito e di cui ricordiamo i seguenti:

Quando Correnti si presentò, colle mani incrociate al famigerato conte Bolza carcerato; quel Bolza sul quale Cattaneo, richiesto che se ne dovesse fare, aveva risposto «se l'ammazzate farete opera giusta; se non l'ammazzate, farete opera santa», il Bolza, attendendosi una pistolettata, gli disse: «mi uccida pure, non ho paura». Correnti lo rassicurò in modo che Bolza gli gettò al collo le braccia e lo baciò; poi traendosi di tasca una funicella, e mostrandogli una trave: «Se Lei tardava mi avrebbe trovato ». E a Correnti, che lo interrogava sulle spie dell'Austria, rispose che ce n'erano tante e tante ambivano di esserlo, che, per provvedere regolarmente alle loro paghe, senza che l'erario ne scapitasse, o che qualche cosa ne trapelasse, si era incaricato della missione di pagarle certo fido rigattiere di quadri; il quale teneva scritto il nome di tutte le spie della città e dintorni dietro tale quadro, che nominò, esistente nel suo bugigattolo. Correnti si recò subito dal rigattiere, scoperse il quadro; ma, fra i moltissimi, non lesse i nomi di Cantù e Maffei. Anzi, in un registro di polizia trovò una nota in cui si tacciava il primo di liberale, e quanto all'altro era detto: «Maffei è un fanciullone che riporta le cose senza saperne il valore». Fra le spie erano invece Felice Turotti, un Barbieri, traduttore di romanzi e di drammi francesi, d'animo acre, che da Londra, facendo il mazziniano, informava la polizia con letterine di questa fatta: «Eccellenza. L'individuo tale passerà da Lugano. Stia certo che non mi sfuggirà. Lo attenderò al varco». Turotti finì poi nascosto in un villaggio. Sono noti i versi sul Maffei, attribuiti a Rovani da alcuni suoi amici, ma dello stesso Correnti, com'egli medesimo lo disse, parlando col Dossi:

«Quale usignuol che le convalli allieta,

Qual soave di flauto melodia,

La tua voce, o dolcissimo poeta,

Per l'ampia volta della Polizia,

Pel tacer della notte amica e queta,

Soavemente echeggia e la spia».



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