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V. — LA FILOSOFIA DI GIOVANNI BOVIO E LA TERZA ITALIA.
Il 28 marzo 1910, i Repubblicani Fabrianesi onorarono, nella loro città, apponendo sul palazzo del Comune due lapidi alla memoria loro e pubblicando un numero unico, Giovanni Bovio ed Antonio Fratti.
Fu in quella occasione che scrissi quest'altra brevissima pagina sull'opera boviana, e composi l'epigrafe, oggi incisa nel marmo, che Nicola Brunelli decorò coll'effigie del Filosofo di Trani, per cui ripensò l'Italia ultima col cervello di Bruno e di Vico, attendendo, come costoro, d'essere scoperto dal più saputo fra duecento anni.
Due furono le lezioni in cui ebbe forma l'epigrafe a lui dedicata. Amo ripetervele qui, perchè stampate in sui giornali di quel dì saranno già annegate nell'oblio; la seconda fu quella scelta perchè, più sintetica, si adagiava meglio nel breve campo destinato, dopo la scoltura, all'arte delle parole.
I.
PER LUI, DAL CIELO ALLA TERRA, L'ITALIANA FILOSOFIA
VOLÒ VESTITA DI POESIA PERENNE
RIPRESENTANDO TUTTE LE LIBERTA;
IL SUO ROSSO AMORE ARMÒ LA RAGIONE
CONTRO LE MENZOGNE ED IL DELITTO POLITICO.
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DALLA CATTEDRA AL PARLAMENTO,
ESEMPIO E FACONDIA INCESSANTE,
ADDITÒ LE VIE SICURE AL DIVENIRE
NAZIONALE, GLORIOSO, REPUBBLICANO.
II.
DALLA CATTEDRA AL PARLAMENTO,
RINNOVÒ, PER GENEROSA REPUBBLICA,
ASSICURÒ AL DIVENIRE LA DEMOCRAZIA,
CONTRO LE MENZOGNE ED IL DELITTO POLITICO,
VERSO TUTTE LE LIBERTA.
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***
A Italia nuova — cioè riunita e non rinnovata — spettava una nuova filosofia. Gliela porgeva Giovanni Bovio, se quella avesse voluto intenderla: non la intese perchè alla Nazione si sostituì lo Stato, che è, per oggi, monarchico.
«Lo Stato è sempre un peso immane; pure bisogna pagarlo alla Società col prezzo del lavoro, come alla natura pagate la vita col prezzo della morte. Da giovinetto» diceva il Bovio, «fui persuaso che bisogna rassegnarsi allo Stato come alle sepolture. Oggi è sepoltura scoperchiata ed ammorba». Oggi è monarchia ed avvelena.
Dallo Stato, Giovanni Bovio ascendeva a tale comunità per cui «l'umanità, mallevata dagli Stati Uniti del mondo, fosse per pervenire nell'ultimo termine concessole dalla Storia». Colà, si sarebbe giunto passando per le Nazioni; le quali non trovano possibilità ed assetto se non nella Repubblica. E da vicino Antonio Fratti, l'eroe di Domokos, che nello stesso giorno Fabriano industre e libera commemora col filosofo nostro, gli veniva a ripetere a corollario: «La Repubblica ha nel suo proprio seno tutti i possibili progressi sociali».
Ma vi ho detto che lo Stato d'Italia, sepoltura scoperchiata che ammorba, non consentì che l'Italia Nazione professasse la filosofia che Bovio le andava spiegando e vivendo, ad esempio, davanti.
Poichè lo Stato, anche etimologicamente, esprime l'immobilità; e la monarchia, coi suoi potentati gerarchici e feudali appresta i chiodi, i martelli e i manigoldi per inchiodarlo assolutamente, caso mai volesse muoversi. Poichè lo Stato, oggi concepito e messo ad operare sopra l'individuo e dalla ragion aulica del regno e dal materialismo storico marxista, divide i cittadini in troupeaux et bergers; ed il governo nostro clerico-social-riformista-costituzionale ne è la miglior prova. Esso tende a sostituire, alla spinta dell'interesse individuale, un interesse comune cui nessuno partecipa; esso obbliga l'individuo alla comunità, la quale deve, invece servire alla maggiore e migliore espansione delle forze individuali, per cui, in un ambiente propizio a questa coltura di energie più belle e coscienti, ciascuno sappia quanto debba al suo vicino, e tutti reciprocamente siano responsabili dei loro atti. È ora che l'individuo esca dalla tutela dello Stato e che ciascuno sia responsabile di sè stesso: incominciamo a disabituarci delli dèi; cerchiamo di far senza dello Stato. Però che la libertà consiste nel far quanto si deve volere e non nell'essere costretti a fare quanto non si deve, ed oggi sentiamo i mali della libertà appunto, non possedendone che una percentuale.
In terra nostra, la semente boviana non ebbe messe. Egli, che aveva drizzata la poesia a vestire di imagini la storia e le scienze filosofiche, è compitato come una curiosità dai bacchettoni del giornalismo promiscuo, quando, ne' casi difficili, ricorrono ai suoi libri, sfogliandoli in biblioteca. Egli, che aveva fatto il nuovo filosofico dalla nostra italica tradizione, è un incompreso; rimane un Maestro religioso ed eretico in venerazione dei suoi discepoli napoletani, che gli hanno eretto una catedrale d'amore e di dottrina, ma che non possono, per quanto vogliano, bandirlo vittoriosamente alla patria, già che questa in vita lo ha rifiutato. Lo ha rifiutato perchè acconciatasi alla greppia monarchica.
Egli si dispose, da Pitagora ad Ardigò, da Giordano Bruno a Mazzini, da Giannone a Filangeri, da Gian Battista Vico a Mario Pagano ed a Romagnosi. Egli aveva quindi condensata, rifusa e trasmessa tutta la ragione storica, etica e biologica del nostro passato, del nostro presente, del nostro divenire.
Non completamente contemporaneo, nè discepolo loro, conobbe da presso Carlo Cattaneo, Mazzini, Ferrari.
Carlo Cattaneo, anima generosamente lombarda, arguta e profonda; scientifico-quadrato logico come una formola matematica, persuaso della marmorea stabilità del suo stile: Mazzini, anima divina italiana, che spandeva la luce delle sue convinzioni costantemente e musicava la sua parola con un fervore materno di fascino ininterrotto: Ferrari, federalista, filosofo di un materialismo scientifico alla Lucrezio ed alla Condillac, espresso per apoftegma e per ragioni prime iridate di paradossi, che egli lanciava come giavellotti dalla sua cattedra e dal seggio parlamentare: Giuseppe Ferrari, a cui fu dato, al Parlamento Subalpino dal Conte di Cavour la facoltà di pronunciare, in seduta, per il primo la prima volta, il nome formidabile di Mazzini tra i mormorii del ventre legislativo sordi e reprobatori.
Bovio ci aveva dato in mano, adunque, senza ricorrere ad euforiche sollecitazioni straniere i mezzi per arrivare alla nostra conoscenza di italiani moderni e le armi colle quali noi potevamo farci valere: noi preferimmo rivolgerci altrove.
Si scardinarono dal gelido settentrione li Spencer, li Engels, i Marx: e noi avevamo già detto quanto essi avevano mal tradotto; vi si importò quel socialismo, che non è una filosofia nè una politica, ma un metodo di amministrazione già sorpassato da Bovio. Si risuscitarono i De Maistre, i Gioberti, i Rosmini; e l'Italia, che si era appena allogata in Roma, si ha sul collo ancora il Papa.
Oggi, in gesuitico connubio Carlo Marx, sotto forma ed abito di Enrico Ferri - il quale si vanta di non conoscere Mazzini - dà la mano a Joseph de Maistre, in tonaca di un Don Bosco salesiano. Ambo si sono posti a lato del trono, Ministri d'ogni relazione.
E se è vero, come lasciò scritto Carlo Dossi, che la monarchia costituzionale può essere paragonata ad una meretrice, proprietà, per così dire, di chi la paga, cioè del ministro al potere; Carlo Marx e Don Bosco insieme se ne scapricceranno quando che sia il gusto, per la grazia di dio, per la volontà della nostra vigliaccheria, per irresponsabilità dell'ultimo Principe sopragiunto al festino, nell'ora topica delli appetiti di pancia e di ambizione che stanno per soddisfarsi, delle digestioni rumorose flautolente e difficili che chimificano, con lentezza, nelli stomachi giolittiani.
Così Giovanni Bovio, ignoto alli universitari, passa nella breve istruzione del proletariato, così detto cosciente, come un borghese: e l'Italia stranisce tutt'ora alla sua filosofia, come sorride al suo teatro d'arte e d'idee - veramente platonico: - mentre i giovinottini delle piccolissime pretese pragmatiste applaudono al Théatre des Idées dello Schuré e lo giulebbano, tra un fù Leonardo di carta papiniana ed una neo-senatoriale Critica similmente cartacea ed hegeliana. Ma Giovanni Bovio attende dal prossimo futuro quanto vi ha indovinato e gli ha promesso che sarebbe, a noi ed a lui stesso, vittoriosamente riservato.