Gian Pietro Lucini
I filosofi ultimi

APPENDICI.

VI. — GIULIO LAZZARINI, GRANDISSIMO FILOSOFO IGNORATO.

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VI. — GIULIO LAZZARINI, GRANDISSIMO FILOSOFO IGNORATO.

 

Mi piace insistere, un'altra volta, su l'opera e sulle virtù di Giulio Lazzarini, nella speranza che alcuno se ne innamori. Non pretendo a Mecenate ricchissimo, od a Comitati che brighino per amor della loro ambizione ad erigergli monumento, ma ad un modesto editore garbato, il quale ripeta l'edizione dei tre fascicoli di Etica razionale, rarissimi e fuori commercio, preponendovi quelle notizie più interessanti sul carattere e la vita veramente socratici del filosofo nostro.

Qualcuno, da quelle pagine, che rappresentano le ricerche tra le Realtà che furono, che sono e li inizii di quelle che saranno, ritemprerà il Senso Etico in quei sublimi e casti ideali. Qui ritroverà, se lo avrà conosciuto, o scoprirà, se non prima lo conobbe, colui, che, fuori delle pareti domestiche e scolastiche, visse ignoto. Egli, già vegliardo, si era eretto Atleta: sfidò Teorieconclamate scientificherimise in discussione Massime che hanno parvenze di Autorità insindacabili; si offerse spacciatore di più Santi Ideali; esacerbò ed aizzò la rabida gelosia d'interessi costituiti, e, sulla sua cara neo-scuola, attrasse i dileggi mefistofelici dello scetticismo, che da sei lustri e più avvelena, o debilita, la coscienza de' nostri Educandi.

Non troverò io un altro Vincenzo Rovelli, già discepolo suo che si assunse di quella prima edizione le spese che importarono la stampa e le spedizioni? Ritroverò io, intorno a me, lo stuolo di compagni e quella Elisa, e quella Camilla, che gli furono, volta a volta, or l'una, or l'altra, Diotime socratiche, castamente suaditrici; colla bellezza, colla bontà? Quella Camilla che gli inviò dal biondo Mella:

 

«EXCITATIONEM SUAM PRAESTOLOR:

Tu qual luce apparisti: e, il core anelo,

Avido bebbe alla tua pura fonte.

Per te spezzato fu l'oscuro velo,

Per te rialzo l'avvilita fronte.

Oh! parla ancora: feminetta ignara

I' seguirò, Maestro, la tua via:

Alfine il Vero troverò che india

 

Ahimè! oggi, Maestro, se lo Scetticismo sembra non più avveleni le giovinette coscienze, il Misticismo le ha contagiate. La tua Etica, che previene i tentativi della Rivoluzione e li sperde, ha il compito nuovo e più determinato di suscitarla; perchè li Uomini, che ha di nutrito, saranno così puri, che non avranno paura di essere assolutamente e con stessi e colli altri cui dovranno giudicare. E vieni qui, tu, all'arringo colle capitali tue definizioni, che non hanno bisogno di diventare i Detti Memorabili raccolti da Senofonte, perchè tu stesso, dalle tue vive pagine che non hanno mutato, parli con voce non roca, sempre attuale.

 

* * *

 

Un ignoto: nella corsa affrettata e dimentica della modernità molti tipi rappresentativi vengono intravisti a fuggire indietro, come li abeti maestosi di paesaggi alpini che si aboliscono oltre i cristalli del treno in sulla via del Gottardo. Giulio Lazzarini? Chi? Le due generazioni che si succedettero nell'Ateneo pavese ad erudirsi e ad insegnare, lo accorsero in aspetto di filosofo ben composto di membra, di dolcissima facondia, di schiva ritrosia, di cortese famigliarità e se ne scordarono. Egli rimase, avendo preceduto di gran lunga i propri contemporanei, mente poderosa d'originalità, anche per quelli che gli nacquero dopo ed intendeva istruire. Molti furono i quali passandogli vicino sorrisero; altri che gli voltarono le spalle sdegnosamente.

Io lo conobbi verso il 1890 e mi è caro nel presentarlo in queste brevi pagine sue tolte dalla sua unica opera edita, e forse ora introvabile, L'Etica Razionale, raccolta in tre volumetti, apparsa in Pavia pei tipi dei Fratelli Fusi, dal 1890 al 1892. Tutta la sua dottrina e la sua bontà è qui dentro ben conservata per coloro che vi vorranno attingere: ed egli le regalava; perchè sul primo de' volumetti, avendone il tipografo segnato il prezzo, il filosofo si affrettò a cancellarlo a penna con questa glossa: «Uno dei molti errori di stampa».

La sua filosofia di sintesi scientifica e d'amore, come quella del Guyau, disse: «Tutto comprendere per tutto amare». Quindi costrusse, italianamente, derivato da Gian Battista Vico e da Romagnosi, un nostro pretto monismo etico, questo che oggi, corroborato di evidenze scientifiche ci torna dalla Francia, patrocinato dalla biologia del Quinton e dal fenomenalismo di Le Dantec. Precorse e determinò vent'anni prima l'attuale concetto che evoluzione è pure continuità, come Gustavo Le Bon lo dimostra, il quale vuole che lo svolgersi di una materia indistruttibile si eterni in sequenze di materia e di energia, rappresentando li stati instabili ed i modi passeggeri, i fenomeni, di tutto il mondo, nel divenire. Così il Lazzarini aveva preposto a fine dell'Etica il Diritto umano, spoglio d'ogni e qualunque attributo di imposizione e necessità soprannaturale, perchè l'Umanità doveva culminare in stessa: «Dio

Giulio Lazzarini continuava, nella vita comune d'ogni giorno, la bellezza del suo ministero. Veniva a cercare giovani compagni alla sua discussione ed avversari diserti; desiderava alacre e presto comprendere. Dedicava, fuori delle ore ufficiali del suo insegnamento, la sua etica razionale alle nostre giovani menti fervide e ve l'affidava in deposito «senza guarentigie di sorta», dopo di aver per quindici anni d'insegnamento privato sotto Governo straniero, e trenta d'insegnamento pubblico ad Italia rivendicatasi, dettato dalle catedre pavesi con somma e personale eloquenza liberissime istituzioni di morale. Amava discutere socraticamente. Scendeva nell'ampio cortile del palazzotto secentesco, ch'egli abitava con me, ad appoggiare la persona ancora ritta, vestita di un pastrano militare e bigio ad alamari neri sul petto, per esporre la sua canizie d'argento al sole, date le spalle alla balaustra barocca di pietra intagliata a volute ed a mascheroni, siepe architettonica alle ajuole di un giardino mirabilmente fiorito. Spesso convitava bambini a coglier uva dalla pergola opima ed a sollazzarsi con lui alle boccie; e nel giuoco trovava pretesto di spiegare il suo Dio, Forza per eccellenza, ed a ragionarli sull'abuso delle forze nostre, che è mal fare, male impiegando l'Energia Divina del Mondo.

Insisteva un incanto di perpetua adoloscenza nella voce, si svolgeva una prestanza alacre ed elegante nel suo porgere; scintille di fresca virilità e di caldo entusiasmo ne' suoi occhi: indice di una saggezza antica, profetizzava futuri di meravigliosa idealità a complemento del suo prevedere; e con questo ci astraeva dal tempo e dallo spazio, pure intelligenze a viaggiare, spinte dalla curiosità e dall'amore per le regioni delle domande perpetue e del continuo tentare. Da lui, la sua benefica esperienza discendeva in noi; e noi l'affidavamo, nel corso avventuroso della nostra turbolenza, alla riprova dell'ora passante, la quale non l'ha sconfessata mai: da che il miglior modo di essere, in quanto ci è concesso tra li universi, felicemente, è permanere onesti, presentare, nella offesa e nella difesa, palvese bianco e senza macchia, spada lucida e senza ruggine, sincero odio ed amore, manifestazioni non artificiate del proprio carattere.

Ed ecco che egli ci parla ancora e ci premunisce col suo viatico.

 

 

Dio.

 

«Senza Dio, non c'è morale». gli ascetici, io non ci stancheremo dal ripeterlo. Essi credenti nella risurrezione evocano il Dio loro, non vissuto se non quando era fatale che una mistica Autorità padroneggiasse le Coscienze, e le tenesse devote a se con premi, castighi. Io, fidente nella Ragione, proclamo il Dio indispensabile a ciò che, dagli Attributi suoi, libere Coscienze deducano i propri Doveri, — il Dio morto, studiato per lunga serie di secoli, niuno lo intese — il Dio vivo immortale ho potuto insegnarlo, giorni fa, a un ragazzo analfabeta, privo di beni ereditarii, e di noti parenti. Perchè giudichiate il metodo, ve lo descrivo:

Eravamo nel cortile della casa da me abitata. E gli domandai

— Ti piace l'uva?

— Sì.

— Te ne do un bel grappolo — e, forse, altra cosa aggiungerò se impari a conoscere Dio.

— Come si fa?

Cominciammo, giocando una partita a bocce. Finimmo. Lui vincitore: ed io gli chiesi:

Perchè le nostre boccie non girano più?

— Oh, bella! Non girano, perchè non le gettiamo.

Era dunque il braccio nostro che le facea girare. Sappi che il girare e il non-girare sono fatti. E tu ed io pure siamo fatti: e così le braccia nostre; e così tutto quello che senti e che vedi. Se il tuo braccio e il mio faceano girare le boccie, ne aveano dunque il potere: e lo avrebbero tuttora, se tuttora giocassimo: ed è un fatto anch'esso potere: potere o forza, che è tutt'uno: tientelo a mente. Forza è un fatto, che ne produce altre o altri.

A questo punto ho trovato necessario di sospendere il dialogo. Mangiato che ebbe il suo grappolo d'uva, dietro istanza mia, ripetè la neo lezione, così potetti compirla senza faticarlo, soggiungendo: — Non il solo braccio nostro; ma ogni fatto ne produce altri: il bianco, il rosso, per es., tutti i colori, i sapori, gli odori, vengono prodotti o dal campo o dal giardino o da animali: i figli dai genitori, le brutte azioni dai tristi, le belle dai galantuomini. Si vive perchè si ha la forza di vivere. E queste forze vengono da altre; ma nessuno le fa. Nessuno le fa, perchè hanno sempre esistito. E tra loro si possono cambiare: un colore, un odore, un sapore in altro: il cavaliere diventa farfalla e poi seme: l'erba si muta in fiore, in frutto. I fatti non sono dunque forze, proprio. Sono altrettanti nomi della stessa Forza — che, non avendo avuto principio, e producendo ogni altro fatto che fu, che è, e che sarà, dicesi forza per eccellenza, o Dio. Chi opera male, abusa della Forza Divina.

La Conferenza animò, sul termine, quel mio discepolo di ventura, che acceso mi guardò, nel partire; e, intascata altra cosetta offertagli, mi diresse certe sue parole, con che voleva esprimere: «Tornerò da Lei, se permette. Ho cari i suoi modi e i suoi regali: ma creda, che, non per essi, bramo tornare».

E tornerà, spero: e in tre colloqui imparerà a conoscere i divini attributi: e ne farò un maestro d'etica razionale. — Povera umanità, se da cattivi maestri non si facessero, talora, buoni discepoli!

 

 

Libero arbitrio?

 

Come regna assoluto lo Zero ne' vuoti campi del Non-essere, così regna assoluto, nei campi dell'Essere, il Principio di relatività, la Negazione, cioè, dell'assoluto: — persino tra le vivande e le bevande. Piglia nome di igienico o di antigienico un potabile, o un commestibile, non perchè salubre, o insalubre, senza distinzione di casi, ma perchè giovevole, o nocevole d'ordinario — mentre, ne' casi, o di estrema giovinezza, o di estrema vecchiezza, o di malattia, giovano trattamenti che usiamo dire antigienici, e tornano esiziali certi altri, benchè annoverati fra gli igienici.

Parimenti, ogni farmaco, nelle condizioni fisiologiche, e in date condizioni patologiche, disturba, o uccide; ogni antidoto, in data anormalità, è veleno, ogni veleno è antidoto.

La Vita materiale non si distingue dalla morale e intellettuale, se non quanto importano le quattro Leggi psichiche dell'Organo e della Funzione, della Incoscienza e della Coscienza.

Dimostrando il bene che produsse — in ragione delle oscurità ormai diradantesi — la Teorica libero arbitraria, le si rende giustizia, non solo, ma si ribattono i chiovi del suo feretro, la si dichiara estinta a nome e gloria della Civiltà.

Se potessimo coordinare gli Esseri d'ogni tempo e d'ogni spazio, riguardo a Vitalità, sopra accomodato piano, l'Orbe Universo ci apparirebbe diviso in una immensa quantità di scale, ad asse rettilineo, di forma conico spirale: — verticale una, la centrica, più lunga riserbata alla Razza principe, che nelle Regioni superiori, diventa più e più ragionevole. Diverse, le altre, in altezza di e dei rispettivi gradini, e convergenti alla centrale, sì da formare, tutte insieme, il cono dei coni. — Ogni Essere occuperebbe, ei solo, un gradino della sua scala: ed esprimerebbe il proprio valore, unico nella gerarchia delle preferite, odierne, e future Esistenze fenomeniche.

La Moralescienza nostra — educa gli studiosi a conoscere le proprie forze, il proprio mandato. Alla vigilia d'ogni determinazione, li consiglia, mostra loro il partito che li avanzerebbe di grado e il partito retrivo. Li innamora della — eccelsaumana dignità, e del supremo de' suoi ministeri, il Dovere. E se, non di meno, qualche volta, oscillano, o si sviano, li attrista, nell'ora della riflessione; come li gioconda, se dal bene procedono, spediti e sicuri, al meglio; così profittano d'ogni lor passo, d'ogni sosta: e integrano la propria vita, o reintegrano.

Quale abisso tra le intime approvazioni e disapprovazioni della Coscienza etico-razionale, e i bugiardi encomi, e i bugiardi rimorsi de' Libero arbitrai!

Il senso etico-religioso, non di meno, fu — per le Genti che nomansi Civili, — ed è tuttora — per le Genti Barbare o quasi, — la nota men rauca e disumana, fra le incomposte voci dei prepotenti e delle incondite moltitudini fu ed è, nelle sue stesse cruenti aberrazioni, il preludio necessario del senso etico, reale, civile, razionale.

Ove la ragione tace o parvoleggia, della Morale, non è possibile ideare che frammenti e frastagli embrionali — come nel Buddismo, nel Mazdeismo, o ultimi — e, quindi relativamente egregi, — nel Cristianesimo. E questi esempi erano sì eccezionali, e superiori alla massa delle coscienze, che, per intendere la nuda lettera del Vangelo, occorsero quindici secoli, e per dedurne parca misura di senso verace bastarono appena altri quattro.

Bisognava dunque sostituire, alla verità, l'autorità, alla persuasione, la violenza brutale; e — invece di emendarlo o rifonderlo, deturparlo, disonestarlo con le trombeora quattro ed ora setteevocatrici dei morti, giudicabili in Valle di Josafat: e spalancare porte celesti e inferne, coll'appendice di quanti Purgatori valse a creare l'astuta o la pietosa mendacia d'Ispirati o Ispirate.

Sorto il Pensiero laico, e mitigate le persecuzioni, fomite — quattro o cinque volte secolare — a continue sovraeccitazioni di zelo pontificio e scismatico, ortodosso e eterodosso, dovettero accorgersi e Vescovi e Papi, che il dogma avea bisogno di puntelli e di restauri, per acconciarlo in qualche modo alle esigenze di quei preliminari del senso comune.

Se nuova sbocciasse all'improvviso oggidì la Teorica libero arbitraria, compirebbe da la rovina della ortodossia, ridotta già agli estremi dalle proclamazioni di un Feto miracoloso, di un Uomo che non erra e di un Sillabo inqualificabile.

Ma ne' secoli decimosesto e decimo settimo, in onta allo scisma inglese, e alla guerra per le indulgenze, il Pensiero cattolico non avea sensibili screzî interiori. Le tradizioni di Santa Madre Chiesa — ne' mille e cinquecento anni di prove — non s'erano avariate in grado considerevole, e in guisa definitiva, che su le Terre da Proconsoli ecclesiastici più strapazzate e angariate. E lo Spirito Santo potea sfidare i pericoli di viaggio, da Roma, a Trento, a Firenze, a Costanza, a Bologna — come avvertirono i Sinodali, in Cassetta.

Prete Copernico erasi mantenuto buon cattolico. Le turbe aveano danzato gridando «Evviva il Papa Re», intorno al rogo di Bruno. E Galileo, tremendo nell'Intelletto, era pavido nella Coscienza, e più devoto che i Libri dei SS. Padri e la Santa Inquisizione.

Ignoravasi la Genesi degli affetti e delle idee. Nessuna traccia, sentore, ombra di Virtù sensitiva e cernitiva, di analisi, d'induzione e di processi conoscitivi e deliberativi. L'Uomo in balìa delle tentazioni diaboliche, della predestinazione, e del peccato originale, è, come indurlo a credere che egli è degno e capace di obbligazioni, e che, povero lui, se non le adempie! Ci volea ribadita la fede in una pseudo onnipotenza, vulgo spirituale, che misteriosa il padroneggiasse, e il costituisse arbitro di scegliere, in ogni caso, tra il bene e il male. Non ribadirgli nel cerebro i paradossi libero arbitrai, sarebbe stato come dirgli: «Guardati, se puoi, dalla forca; e va senza ritegno, ove ti portano la tua cecità, la tua protervia, le tue passioni».

L'opera del Tridentino — per verità — non fu gigantesca: più d'uno la crede, anzi mostruosa e pigmea.

Su questo, io non ho competenza. Ma convennero imperiali e regi Ambasciatori, Legati Pontifici, Magistrati, Cardinali, e i Vescovi d'ogni Paese. ogni Pastore comunicò agli altri lo stato pecorile della sua Diocesi; e indi, la Chiesa dispersaultimo dei tre Poteri infallibili, nel rito cattolico, — tenne e tiene frenati in qualche modo i credenti: e di speranze e di promesse li ipersatura — e di cretinismo.

L'ora della crisi è giunta; perocchè, della triste parabola, omai si tocca il vertice. O morire o guarire. Indefessi lavorano — per la Morte, lo scetticismo e la delinquenza; — per la Guarigione, il senso critico e l'etica razionale. Non tremate o giovani; spoglio delle mistiche forme che lo bruttarono, Dio vi guarda e vi sorride: — Forza vitale.

 

 

Prossimo.

 

«Prossimo» nei dizionari cristiani è voce di senso gretto, e, alla psiche de' nostri , angustissimo, per il famoso: qui non est mecum, est contra me.

Non è prossimo, nel senso religioso, ogni persona.

Anzi che imporci di amare Dio sopra ogni cosa, il Vangelo, potendo, avrebbe dovuto mostrarci amabile Dio sopra ogni cosa. Ma ei non potea. Se è vero che, anche nell'Evo antico, la massa dei beni, — relativamente considerataeccedeva quella dei mali, è altresì vero che la Terra nomavasi allora, e con ragione, e per moltitudini immense — non diradate vistosamente — anche oggidì nomasi Valle di lacrime. Quando s'impone o si consiglia amore non persuadonsi che i persuasi. E ad ogni modo, per solo amore a Dio, le arti e le scienze non fioriscono, e la fame e la peste non si disacerbano.

Pel Codice della morale evangelica, non hanno doveri assegnati i coniugi, gli ascendenti, i discendenti, i collaterali, i maestri, gli scolari, gli amici, gli amanti, gli uffiziali pubblici. Un dovere unico e determinato ai cittadini: «obbedienza cieca a quella qualunque sovranità che Dio scaglia su loro: se buona a premio, se male a castigo».

Che direste voi di un uomo-Dio, che versa in età quasi pubere, e che abbandona i parenti: che si lascia credere smarrito; e che, rivedendoli poi s'indispettisce alla narrazione dei loro spasimi, e li rimprovera di averlo cercato? È Gesù. — Che direste voi di un istitutore, che ributta i fratelli ansiosidopo lunga assenza — di abbracciarlo? È Gesù. — Che direste voi di un largo dispensatore di grazie che insulta la madre, interceditrice a favore di ospiti cortesi? È pur Gesù: martire della benignità. Egli, egli che, per quindici secoli, non ebbe, al mondo, superiori, uguali.

Per leggi ed esempi di simil fatta, aggiuntavi la barbarie degli invasori dell'Impero latino, si indovinerebbero — da chi non lesse il Principe di Machiavelli, guarda a storici Monumenti, — le Sociali Virtù, che distinsero l'Evo di mezzo o cristiano. — Erigere templi, chiese, chiesette, e qualche ospitale; insemprare, umiliare e depravare — con elemosine — la povertà; frequentare i sacramenti, i tradimenti, e i parricidi; nemica ogni contrada — quasi — delle propinque terre, ogni fraglia, ogni famiglia — quasi — de' circostanti consorzi: orgogliosi e fastosi gli abbienti, gl'inabbienti ripartiti in vittime e sicarii.

soggiacevano a condizione men triste i Doveri etici dell'Io verso l'Io. Digiunare, flagellarsi, orare e notte: non lavorare che a titolo di pena: tenersi in guardia contro l'amore e la scienza, rea del peccato originale, come avverte S. Paolo: vivere non quali persone, ma quali strumenti in balìa di mistico fabro, che, per mistica sua grazia, li compone, li orna e disorna, li bistratta e li consuma.

Se «dignità e libertà» hanno senso, oggimai, contrariato, sì e confuso, ma indubitabile, nel mondo civile; non è gloria dovuta al Cristianesimo alla meteora del positivismo che lo travaglia da otto lustri e più, ma è trionfo che la Natura umana va riportando su l'uno e su l'altra: è divino preludiosintomo — dell'Etica razionale.


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