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VII. — HEGEL GIUDICATO DA LUIGI ANELLI.
Le molte volte che ho citato, nelle pagine precedenti, il nome e le qualità di Hegel mi obbligano una definizione su di lui. L'affare non è di poca importanza, e, scusatemi s'io me ne schivo, delegando a parlarvi, in mia vece, alcuno che se ne intenda più di me e che, più vicino a lui ed ai tempi in cui era maggiore la sua influenza in Italia, avrà potuto comprenderlo di più e meglio reagire, cioè meglio giudicare.
Accordo adunque, la parola a Luigi Anelli, grande filosofo della storia, — un altro dimenticato — di me maggiore e più eloquente: però non voglio tralasciare di farvi sapere in che io approvi Hegel e mi valga de' suoi postulati, che, difatti, operano tuttora nel corpo della filosofia con dirette applicazioni. Accetto le determinazioni hegelane in questi punti:
1. quand'egli rinnova e ringiovanisce la proposizione: «L'Uomo è la misura del Mondo;» voi sapete quale ricchezza di corollari se ne deducano, e quanti nuovi elementi non si rifiutarono alla Scienza ed all'Arte da questo principio che stabilisce e prova, colla maggior sicurezza possibile, l'Ente in sè: l'Io.
2. quand'egli pone Dio — sintesi filosofica — non al principio della serie, ma alla fine, indice di una crisi illustre biologica e psichica: donde voi osservate che Dio si confonde nella Perfezione, ultima meta per cui vive l'Umanità.
Con ciò autorizzava ad ammettere che l'Idea crea Dio; e però che l'Idea per sè — a meno che non la si voglia rappresentare come il Logos platonico od il Verbo johannita, come l'Ente per Eccellenza — non può essere se non dall'individuo, che pensa e perciò è — «Cogito ergo sum»; — donde, tuttora: «Uomo fabrica Dio». Comunque, esplicito Hegel non si fa sul punto, ed il suo acceso misticismo può essere sottinteso religione: non solo, ma apparve tale ai suoi settari, che in Italia, attualmente, si son schierati dalla parte della tradizione, della rivelazione, della fede, dopo di aver ammesso, vedete un po': «il socialismo, l'intuizione, la rivendicazione dai pregiudizii anche scientifici»; e di aver tollerati, coi loro ragionamenti, il vagabondare senza scopi delle ciarle e le più matte funambolerie che passano sotto il nome collettivo di Futurismo. Tante è vero, che, se il Diavolo invecchia si fa eremita, anche, il Croce, se incanutisce, diventa senatore in grazia delli spiriti hegeliani. In tutto il resto io mi appoggio e quanto vi ripeterà Luigi Anelli. Luigi Anelli fu un sacerdote; uno di que' sacerdoti che sembrano non esistano che sulle pagine di Victor Hugo: in lui, — come nel nostro Giulio Lazzarini — non si scompagna l'idea di Dio con quella di Morale; ma il Dio dell'Anelli è tuttora biblico, personale, sacerdotale. Perciò egli, per questo suo carattere organico ed assunto, si troverà di fronte, subito, con un mal'inteso ad Hegel; ma in quanto a ragionarlo nella esposizione della sua dottrina noi non abbiamo miglior critico.
Luigi Anellli fu il maggior storico d'Italia del Secolo XIX, e ben pochi lo citano, ed il suo nome è pressochè ignoto alli storici ufficiali. Se questi, dico il Luzio, — si accostassero all'opera sua, vi troverebbero documenti ed attestazioni di chi visse la storia, oltrechè la scrisse, con cui si vergognerebbero delle leggende fabricate per ordine superiore, in modo da rendere tollerata Casa Savoia colla Nazione Italiana in una Monarchia Costituzionale, questa, che ci delizia.
Luigi Anelli fu dunque un patriota ed un prete anticlericale sul serio; incise per lui sulle Colonne del Dosso, Carlo Dossi, la epigrafe che gli conviene insieme a Cesare Vignati, un altro prete del '48, ambo della stessa Lodi, che, sembra non se ne ricordi. Certi ricordi, alla nostra ignoranza ed alla nostra vigliaccheria, sono le moleste preoccupazioni di cui bisogna liberarci al più presto. Le belle gesta di Luigi Anelli, durante il milanese risorgimento del '48 e contro la tiepida e fannullona imperizia del Governo provvisorio, che tutto aspettò da Carlo Alberto, sì ch'egli in premio restituì ai servi lombardi Radetsky, l'obbligarono a fuoruscire, ritornati li Austriaci. Una grida di costoro ancora nel 1852, avvisava il pubblico che ritenevasi emigrato per ragioni politiche e si dava per pericolosissimo il Nobile Abate Luigi Anelli da Lodi, sicchè le autorità prendessero verso di lui quelle provvidenze che il caso specifico importava. Per esempio, un pragmatista evoluto non lo approva e neppure un neo-idealista autentico; povero Anelli! Alli occhi, dico del Croce, compare con D'Annunzio delle nuove virtù italiane, egli apparirà una ben poca cosa:
2. perchè, pur essendo uno Storico, è anche un filosofo della Storia, scienza, come sapete, abolita dallo scibile del Croce testè,
3. perchè, patriota sul serio e pur avendo la possibilità di farsi considerare con un mezzo silenzio anche dalla amministrazione austriaca, non chinò mai alle sue pretese la tonsura, come alli assurdi del Sillabo, la ragione. Così si giuocò il Vescovado e si lucrò la povertà:
4. perchè, mentre l'aulico servidorame della catedra sghignazzava e scherniva i portenti meravigliosi delle scoperte Goriniane, egli, in veste talare, si ostinò a proclamare il mago di Lodi, il più grande scienziato del tempo, colui che aveva potuto emulare il Creatore, e di cui le leggi e le teoriche, i tardi venuti a conoscenza, oggi, si riscoprono ed applicano, naturalmente gretti ed avidi, senza citarne il nome.
Per tutto questo, Luigi Anelli si guadagnò il silenzio, l'oblio ed, in alto loco, presso qualche academico più erudito o di manica larga, il titolo di originale; da Carlo Dossi l'epigrafe:
«Cesare Vignati e Luigi Anelli,
ambedue sacerdoti non solo di Dio
ma della Patria, ambedue storici esimii;
Anelli, nella cronologia delle Idee,
ma l'uno e l'altro egualmente devoti alla verità
e incomparabili per la dignità della vita:»
da me d'essere preso a mio proprio mallevadore, estraendo, dalla sua Storia d'Italia, e precisamente dal VI volume: L'Andamento Intellettuale d'Italia dall'anno 1814 al 1867, in Appendice della Storia d'Italia, e dalle pagine 196-197-198, quanto andrete a leggere. Quest'opera, La Storia d'Italia, consta infatti di sei volumi editi dal Dottor Francesco Vallardi in Milano dal 1864 al 1868, ed è dedicata a Giuseppe Ferrari; il quale pur essendosi imbevuto delle dottrine di Augusto Comte e di Hegel era però nella massima stima dello storico; così:
A
L'AUTORE
Come vedete, la spregiudicata sincerità di Luigi Anelli nemmen qui viene ad essere velata dal suo esser prete, se non teme di dichiarare, chi disse: «Dio non è: egli è un sogno della mente umana, che lo ha fantasticato, pascendosi di chimere, qual essa suol fare:» Onore del secolo!
Quando Proclo ed i mistici affermavano che l'anima, fatta in estasi dal dare tutto il proprio pensiero sopra la natura divina, ne afferra l'unità e seco s'identifica, eglino segnavano le prime orme nel sentiero che, dopo Schelling, Hegel percorse con gagliarda e arditissima imaginativa. Dell'universo egli fece una immensa distesa, dove non trovi che una serie di rapporti e di fatti, ingenerantisi gli uni dagli altri, e che la scienza nomina leggi, dove la necessità è legge suprema si del mondo fisico come dell'anima umana; epperò tutto è fatale, tutto predestinato nelle successive e perpetue trasformazioni degli esseri. Una legge stessa, una stessa forza indeficiente governa la vita vegetabile dell'erbe e la intellettuale dell'uomo, i cui movimenti tanto varii e meravigliosi sono del pari il bilanciato risultamento dei moti ben distribuiti della forza ignota che li necessita. Nè si rattenne a questo punto, ma trascorse ad affermare che il soggetto ha identità coll'oggetto, che le contrarietà medesime s'identificano; epperciò avervi in tutte cose una certa natura comune, anzi, la medesimità della cosa nell'essere e nel niente; che sebbene la ragione non possa negar Dio senza rinnegar sè stessa, tuttavia la sola natura, la sola umanità sono la reale sussistenza di Lui, ch'essendo un Essere assolutamente indeterminato, ossia un'idea, che per sè non è nè sostanza, nè essere, nè forza, tuttavia per una secreta dialettica immanente diviene realtà nella natura, ed ha coscienza di sè medesima nella umanità. Lo splendore delle immagini, l'efficacia della parola, la stravaganza di quelle insigni allucinazioni abbagliarono la numerosa marmaglia di coloro, che, malamente srugginiti d'ingegno da qualche spruzzolo di letteratura, bevono grosso a qualunque dottrina torbida o limacciosa, che sia abbellita da un linguaggio copioso, vago e poetico. Potè in altri l'erroneo proposito di ridurre tutto ad unità numerica, e di fare d'ogni cosa un solo principio, e anche in costoro rimase impedito perfino quel raziocinio che è comune ad ogni uomo volgare. Per questa maniera Hegel, che aveva scarso il senso della verità, che non subordinava la scienza alla ragione e alla pratica osservazione, ma faceva investigatrice del vero la sua potente imaginativa, fu magnificato e riverito come l'altissimo maestro di coloro che sanno. Parve a' suoi ammiratori, che, sollevato dalla sopreminenza dell'ingegno ad altezza straordinaria, e aiutato da una scienza che si stendeva poco meno che a tutto lo scibile, avesse percorso felicemente ne' campi della filosofia i sentieri indarno tentati dallo stesso Platone. Il genio in effetto può talora rivelarci quasi nuovi mondi e recare in nulla antichi sistemi trovando quello che per molte età la ragione invano s'affaticò di scoprire. Ma quando le ipotesi del genio, o offendono il sentimento comune, o ripugnano ne' termini, o non hanno possibilità nell'ordine immutabile e universale che a noi apparisce, mi è forza di sbandirle. Il diritto discorso del savio, francheggiato dal lume della ragione, non aderirà mai ad un essere necessario, che identico al nulla prende realtà nel movimento della vita universale, nella serie indefinita delle cose e nel perpetuo rinascere e trasformarsi delle medesime. E tuttavia queste teoriche hanno trovato anche in Italia chiari seguaci, nel cui novero riportarono bella fama lo Spaventa e massime il Vera. Vago questi di salire all'eccellenza della filosofia, spese l'opera di un bell'ingegno a disvestire le dottrine del maestro de' loro paradossi affinchè, durando nella sostanza, riuscissero più comprensibili a' nostri ordinarii intelletti. E il prestante italiano lo fece per verità con sì lucida esposizione che ne porge quasi tritate le forti sentenze di Hegel; ma per me è assurdo, è irragionevole che l'idea di una cosa sia identica alla cosa stessa; che il nostro spirito sia la prima cagione creatrice della natura di Dio, che il non essere sia l'essere. Il nulla sarà nulla eternamente perchè non ha verun essere; e se l'idea cosmica è il tutto, diventa assurda l'ipotesi che l'universo e Dio abbiano avuto principio da essa, e dal successivo svolgimento della medesima acquistino a poco a poco la perfezione della propria formazione. Oltrecchè se l'ipotesi dell'idea creatrice dell'universo fosse vera non avrei bisogno dell'esperienza per conoscere le leggi che governano il mondo; la mia escogitativa, per quanto ne sia piccola la sfera, ne capirebbe il concetto e le intenderebbe per innata potenza come fa quando, senza ricevere niun sussidio dalle impressioni de' sensi, sale a determinare nella geometria la proprietà de' numeri e delle quantità incomensurabili e irrazionali.
Se Hegel salvava almeno l'idea di Dio, questa dottrina teneva ancora un'ombra di qualche cosa di supremamente ideale, che i nostri tempi, nell'orgoglio di una scienza tutta sperimentale, non comportano.