Pietro Fanfani
Novelle e ghiribizzi

NOVELLA XIII. SETTE DI VINO.

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NOVELLA XIII.

 

SETTE DI VINO.

 

Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e dicevaSette di vino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta: Sette di vino. D'allora in poi Sette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbio Philoxeni non (il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio, quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.

 

 

 


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