Ettore Regàlia
Dolore e azione

II Il concetto meccanico della vita

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II

Il concetto meccanico della vita

L'evoluzionismo e il monismo meccanico hanno sino ad ora fornito un contributo alla spiegazione del meccanismo dell'azione animale, non maggiore di quello che sarebbe, per lo scopo di asciugare l'oceano, il levarne un metro cubo d'acqua. E tuttavia ci sono filosofi in oggi, i quali giurano per le teorie meccaniche, e parlano, per es., di «leggi meccaniche della morale». Tutto quello che da qualche tempo in qua si è fatto di più che in passato, è l'avere conosciuto e parzialmente ordinato un maggior numero di eccitamenti esterni, ai quali si vede seguire negli organismi, e in collettività di organismi, una reazione. Ma è perfino superfluo il dire, che da ciò allo spiegare i movimenti in cui consiste l'azione, cioè principalmente quelli che seguono le modificazioni della sensibilità, corre una distanza incalcolabile, almeno perchè ignota. Nemmeno per i fenomeni della materia inorganica non esistono vere spiegazioni, perchè «allora solo sarà spiegato veramente un fatto, quando sarà conosciuta la quantità del lavoro eseguito in ciascun caso e il modo di trasformazione del moto che lo produce»2.

Se male non mi appongo, l'illusione che fa credere a taluni essere già trovate poco meno che spiegazioni meccaniche anche delle azioni animali, ossia già quasi raggiunte le scoperte probabilmente più ardue e maravigliose che attendano la pazienza e il genio dell'uomo, viene principalmente da ciò: all'incidenza della forza esterna, e lo scrittore stesso o il lettore, più o meno incosciamente, fa seguire la modificazione psichica, suggerita immancabilmente a ciascuno dall'esperienza. Dalla quale, essendo noi ammaestrati che a un dato stato della sensibilità segue infallibilmente una data reazione, mentale se non altro, ecco perchè ci pare che la constatata incidenza della forza esterna abbia dato una spiegazione, o poco meno, della reazione. Invece si sono soltanto veduti due nessi: quello tra la modificazione venuta dall'esterno e la psichica, e quello tra questa e l'altro fatto meccanico della reazione. Ora l'uno l'altro sono nessi di causalità tra fatti meccanici, ossia modi di trasformazione di movimenti; e quindi la spiegazione non resta meno di prima onninamente ignota. Di guisa che, in quanto a spiegare, la filosofia del meccanismo, la quale spiega tutto ciò che è azione (traendone i grandiosi e giustamente ammirati quadri dell'evoluzione animale e umana), soltanto col porre tra l'eccitamento e la reazione il fatto psichico, non fa nulla di più di quello che facessero gli uomini dell'epoca glaciale.

Un concetto meccanico della vita, nonchè dell'azione animale, non è ancora, secondo me, stato raggiunto. So bene che non pochi filosofi e i più degli scienziati sono di contraria opinione, pensando essi che per esempio lo Spencer abbia fornito codesto concetto. Ma io non credo appunto che lo Spencer vi sia riuscito; e ciò per le ragioni che qui brevemente esporrò.

 

Apriamo il Vol. I dei «Principles of Biology». Il capitolo Proximate definition of Life mette capo alla formula: la definita combinazione di mutamenti eterogenei, così simultanei come successivi, nella quale sono espresse sei proprietà dei fenomeni vitali. È però quasi concesso dallo stesso illustre filosofo, niuna di queste proprietà essere veramente caratteristica: la differenza con cui si presentano nei fenomeni della materia vivente e dell'inorganica, si riduce al grado, secondo mi pare che potrebbe dimostrarsi, con un vantaggio a favore di un certo numero di mutamenti vitali e forme della vita, non già di tutti, a confronto di tutti i fenomeni inorganici. Del resto il capitolo si chiude colla dichiarazione, che questa formula lascia fuori «la singolarità più distintiva» della vita.

Al capitolo seguente viene aggiunta e commentata questa singolarità, che viene chiamata «all-important» per il concetto di vita, e la formula diviene: La definita combinazione di mutamenti eterogenei così simultanei come successivi, in corrispondenza colle coesistenze e successioni esterne. Quali fatti siano rappresentati dalla parola «corrispondenza», e come essi siano caratteristici della vita, l'A. spiega principalmente nei seguenti passi.

P. 73: Nei mutamenti manifestati dalle cose inanimate in conseguenza di certi mutamenti di condizioni «noi non vediamo un nesso tra i mutamenti subiti e la preservazione delle cose che li hanno subiti; o, ad evitare qualunque presupposto teleologico – i mutamenti non hanno rapporti apparenti con futuri eventi esterni, che di certo o probabilmente avranno luogo. Nei mutamenti vitali, invece, tali rapporti sono chiari». «... È chiaro che i procedimenti di un ragno, il quale si avventa fuori quando la sua tela viene scossa leggermente, e resta rimpiattato quando la scossa è violenta, conducono meglio a procacciare il cibo e a fuggire il pericolo, che non farebbero se fossero invertiti. Il fatto che noi restiamo sorpresi allorchè, come nel caso di un uccello affascinato da un serpente, la condotta tende alla distruzione dell'individuo, mostra all'istante quanto generalmente noi abbiamo osservato un adattamento dei mutamenti vitali ai mutamenti delle condizioni ambienti». P. 78: «La modificazione prodotta da qualche azione esterna in un oggetto inanimato non ha tendenza a produrre in esso una modificazione secondaria, la quale prevenga (that anticipates) qualche secondaria modificazione dell'ambiente. Invece in ogni corpo vivente c'è una tendenza a modificazioni secondarie di codesta natura; e appunto nella produzione di queste consiste la corrispondenza»... «Se noi pigliamo un corpo vivo di una conveniente organizzazione e facciamo che il mutamento A (dell'ambiente) produca in esso un mutamento C; allora, se nell'ambiente A produrrà a, nel corpo vivo C produrrà c: i quali a e c mostreranno una certa concordanza di tempo, luogo od intensità. E mentre la vita consiste nella continua produzione di simili concordanze o corrispondenze, la vita è mantenuta dalla continua produzione delle medesime»... P. 79: «La sola risposta a queste obbiezioni (tratte dalla insufficienza del vocabolo corrispondenza) è, che non abbiamo una parola abbastanza generale per comprendere tutte le forme di questa relazione fra l'organismo e il suo mezzo, e insieme abbastanza specifica per dare un'idea adeguata della relazione; e che la parola corrispondenza sembra la meno difettosa. Il fatto, che deve costantemente venire espresso, è che certi mutamenti, continui o discontinui, dell'organismo sono connessi in guisa tale, che per quantità o variazioni o periodi di apparizione o modi di successione, essi hanno rapporto con azioni esterne, costanti o seriali, attuali o potenzialirapporto in forza del quale una relazione definita fra alcuni membri d'uno dei gruppi implica una relazione definita fra certi membri dell'altro gruppo; e la parola corrispondenza sembra la più idonea ad esprimere questo fatto».

§ 30. «Dal riguardare i fenomeni sotto questo aspetto generale viene suggerito il modo di ridurre la nostra definizione della vita ad una forma la più astratta e forse la migliore. Considerando i rispettivi elementi della definizione come relazioni, noi evitiamo e la circonlocuzione e l'inesattezza verbale: e che noi possiamo giustamente considerarli in questa maniera, è chiaro». Pag. 80: «Dal momento, dunque, che noi possiamo in tutti i casi riguardare i fenomeni esterni come posti puramente in relazione, e i fenomeni interni anch'essi come puramente in relazione; la più estesa e la più compiuta definizione della vita sarà – Il continuo accomodamento delle relazioni interne alle relazioni esterne».

P. 82: «... La vita dell'organismo sarà breve o lunga, bassa od alta, secondo il minore o maggiore riscontro che i mutamenti dell'ambiente troveranno in corrispondenti mutamenti dell'organismo. Concesso un margine per le perturbazioni, la vita continuerà soltanto finchè continui la corrispondenza; la vita sarà compiuta secondo quanto sarà compiuta la corrispondenza; e la vita sarà perfetta solo quando perfetta sia la corrispondenza».

P. 83: «... Quando vediamo la pianta mangiata, il verme calpestato, l'uccello morto di fame, vediamo ancora che la morte è il cessare (is an arrest) di quella tale corrispondenza che esisteva; che esso ha avuto luogo quando c'è stata nell'ambiente qualche mutazione, alla quale l'organismo non rispose con una mutazione propria, e che perciò così per brevità come per semplicità, la vita era incompiuta quanto era incompiuta la corrispondenza».

P. 88: «Come prova la più semplice e concludente del variare il grado della vita come il grado della corrispondenza, rimane da notare che corrispondenza perfetta sarebbe vita perfetta. Se nell'ambiente non vi fossero altri mutamenti che quelli ai quali l'organismo avesse mutamenti adatti da opporre, e se l'organismo non restasse mai inferiore nell'energia opposta ai medesimi, si avrebbe esistenza eterna e scienza universale. La morte per decadenza naturale ha luogo perchè nella vecchiaia i rapporti tra l'assimilazione, l'ossidazione e la genesi della forza, le quali continuano nell'organismo, cessano a grado a grado dallo stare in corrispondenza coi rapporti tra l'ossigeno e il cibo e il calore assorbito dall'ambiente. La morte per malattia si verifica o quando l'organismo ha un'incapacità congenita di far contrasto alle ordinarie azioni esterne colle ordinarie azioni interne, o quando ha avuto luogo qualche straordinaria azione esterna senza che vi fosse un'azione interna da opporvisi. La morte per accidente vuol dire alcuni mutamenti meccanici del mezzo, le cui cause o sfuggono per mancanza d'attenzione o sono così complesse che i loro risultati non possono venire previsti; e per conseguenza certe relazioni interne dell'organismo non sono accomodate alle relazioni dell'ambiente. È chiaro che se ad ogni coesistenza e successione esterna, dalla quale in qualsiasi grado venisse affetto, l'organismo rispondesse con un conveniente processo od atto; i mutamenti simultanei sarebbero indefinitamente numerosi e complessivi e i successivi sarebbero senza fine; – la corrispondenza sarebbe la più grande che si possa immaginare, e la vita sarebbe la più alta che si possa pensare, così per grado come per durata».

 

Esaminiamo il primo dei passi su citati della p. 73. I mutamenti vitali hanno rapporto, non diciamo colla conservazione dei corpi che li hanno subiti, «per evitare qualsiasi presupposto teleologico», ma «con futuri eventi esterni che di certo o probabilmente avranno luogo».

Dunque con la conservazione no, e perciò con eventi, i quali non importa determinare se abbiano un nesso con la medesima? Lo scorrere delle acque dei fiumi «ha rapporto» con l'avvicinamento di molecole saline del mare alle loro molecole, giacchè, dato lo scorrere delle acque, tale avvicinamento non può non avvenire. E in generale, i mutamenti inorganici devono venire modificati dal moto esterno, e a loro volta, essendo essi stessi movimento, devono modificare il moto esterno; fatti che avvengono entrambi secondo leggi e rapporti immancabili, essendo lo stato di ciascuna porzione della materia, in ciascun istante, causa e condizione di uno stato successivo. Dunque l'aver rapporto con futuri eventi esterni qualunque è proprio anche dei mutamenti inorganici. Si noti poi che l'indifferenza degli eventi futuri riguardo alla «conservazione» è in contradizione coi tre esempi dati subito dopo, come con tutti gli altri e con tutti i tentativi di spiegazione o dimostrazione della caratteristica della vita; nei quali non si allude mai ad altro fatto meccanico, che sia il risultato dell'incontro degli eventi esterni con i mutamenti organici, tranne appunto la «conservazione».

«Che di certo o probabilmente avranno luogo». I futuri eventi esterni coi quali i mutamenti inorganici hanno rapporto, sono non probabili, ma, anche se impreveduti da noi, certi e infallibili. Dunque l'aver rapporto con futuri eventi esterni certi, non può essere caratteristico dei mutamenti vitali. Passiamo ai probabili e consideriamo l'altro dato essenziale dell'«avere rapporto». Un rapporto in tanto esiste in quanto esistono i termini, giacchè li presuppone. Nel nostro caso uno dei termini non esistendo obbiettivamenteeventi futuri, non solo, ma probabili – il «rapporto», comunque lo si voglia del resto intendere, non può avere nemmeno esso un'esistenza obbiettiva; ma tuttavia esso è affermato come esistente, dunque i futuri eventi probabili debbono pure esistere; e giacchè non hanno un'esistenza obbiettiva, non possono esistere che in quanto rappresentati in un organismo mentale. Dunque i mutamenti vitali implicano il fatto psichico di una rappresentazione. Quando fosse così, questo implicare una condizione di natura psichica starebbe in perfetta contraddizione con l'assunto di una definizione meccanica della vita.

Gli «eventi futuri» non possono essere cause efficienti condizioni dei mutamenti vitali dei modi di questi, appunto perchè «futuri», perchè non esistono: in un solo caso potrebbero determinarne almeno il modo, e cioè quando fossero cause finali. In questo caso si avrebbe la vita resa, al solito, oggetto di un pensiero preesistente alla vita, pensiero dell'Inconoscibile, per esempio, cioè di un fantasma; e si entrerebbe nel solito pantano della teleologia, dove quasi tutti, se non tutti, i pensatori sono andati ad affondare.

Ci può essere chi dica, che la parola «rapporto» sta a rappresentare i modifatti obbiettivi, meccanici – dei mutamenti vitali, modi che sono caratteristici, perchè, quando siano pensati, si trovano stare «in rapporto» con futuri eventi esterni.

L'avere dei modi è necessariamente proprio anche dei mutamenti inorganici; lo stare, quando siano pensati, «in rapporto» con futuri eventi esterni, è proprio, come già si è visto, anche di questi modi. Così l'evaporare dell'acqua è in rapporto colla futura abbassata temperatura dell'atmosfera, perchè tutti prevediamo che avrà luogo questo abbassamento, il quale sarà causa che l'acqua cambi il suo stato di aggregazione, almeno col riprendere lo stato liquido. E allora? I modi dei mutamenti vitali meccanici sono modi di movimento. Ora, in che consistono questi modi? Non c'è uomo nato finora, che sappia dirlo: quindi, se si intende affermare soltanto, che i modi dei mutamenti vitali sono modi di movimento, non si afferma nulla di caratteristico; se affermare, che sono modi di movimento diversi dai modi dei mutamenti inorganici, si afferma ma non si dimostra la caratteristica.

– È la qualità, la natura del «rapporto» che è diversa. Lo Spencer ha detto, a p. 78, che «nei corpi viventi c'è una tendenza ad alterazioni secondarie», che «prevengono qualche alterazione secondaria dell'ambiente», e più sotto, che il mutamento secondario c del corpo vivo «mostrerà un certo accordo di tempo, luogo od intensità» col mutamento secondario a dell'ambiente. –

Che significa «prevenire»? Non certo accadere prima, perchè tutti i fenomeni dell'universo, eccetto l'ultimo, se un ultimo dovesse esserci, accadono prima di altri. Il «prevenire», nel suo significato ordinario, include un fatto psichico, la previsione di un evento: questo significato bisogna rigettarlo, se no il puro meccanismo se ne va. Diciamo: impedire una modificazione che al corpo vivente potrebbe venire arrecata da una futura alterazione dell'ambiente. Ma col dire potrebbe, torniamo ad affermare una previsione: diciamo dunque, che il modo del mutamento vitale è cosifatto, da impedire che una modificazione proveniente dall'esterno riesca quella, non che potrebbe essere ma che è. Ma questo è contraddittorio. Anche l'impedire include il possibile, cioè una rappresentazione mentale.

Il «prevenire» e impedire o implicano il fatto psichico di una rappresentazione, che ha luogo (a) nell'animale agente, ovvero (b) in un estraneo spettatore, (c) o no. Il caso (a) deve escludersi, perchè la definizione ha da essere meccanica; il caso (b) perchè una proprietà costante non può essere un fatto casuale; resta che (c) si escluda ogni fatto psichico, e s'intenda soltanto dati modi di movimento o un risultato, una combinazione di questi modi con modi di movimenti esterni, quale la sussistenza o durata delle forme viventi. Ma quelle due parole non esprimono alcun modo di movimento; molto meno i modi vitali, che sono ignoti: esprimono dunque un risultato, la «conservazione». E allora non è vero che questo fatto sia una caratteristica dei mutamenti proprii della vita; perchè sarebbe vero allora soltanto, quando ad ogni mutamento vitale susseguisse la conservazione, e in altri termini, quando i corpi viventi, a differenza degli inorganici, fossero eterni.

Quando a noi pare che i mutamenti inorganici non prevengano, in genere, i futuri eventi esterni, e quelli vitali invece li prevengano, noi giudichiamo così in forza di certe associazioni abituali, le quali però non provano nulla. Che cosa impediscono i mutamenti vitali? Che le future modificazioni prodotte dall'ambiente riescano altre, in genere, da quelle che riescono? Ma questo lo impediscono necessariamente anche i mutamenti inorganici. In particolare, impediscono forse quelle modificazioni che produrrebbero la dissoluzione del corpo considerato? No, perchè anzi le permettono: tanto è vero, che ogni corpo vivente muore. – Ma per lo meno le impediscono per più o meno tempo. – I mutamenti della massima parte dei solidi componenti la crosta terrestre le impediscono per un tempo enormemente più lungo. E poi, che senso avrebbe il supporre che i mutamenti dei corpi così organici come inorganici, non impediscano per qualche tempo quelle modificazioni che produrrebbero la distruzione, se l'impedirle per zero tempo vorrebbe dire che i corpi stessi non esisterebbero? E come è possibile che il semplice affermare una durata dei corpi organizzati sia un dare la loro caratteristica, quasi che gli inorganici non durassero?

«Prevenire» e impedire non sono l'affermazione di un fatto puramente meccanico, ma includono un fatto psichico. L'implicazione del fatto psichico c'è qui come c'è nell'altra forma, in cui è espressa la caratteristica, quella dell'«avere rapporto a futuri eventi esterni, certi o probabili», giacchè il «prevenire» è appunto un simile «avere rapporto». Ora, per tornare su questa forma, sembra non potersi negare che la meccanica vi brilla per la sua assenza. Se non esistono i termini, un «rapporto» non esiste. E chi può provare che dei movimenti esterni, non solo «futuri» ma probabili (cioè che possono anche non verificarsi) esistono obbiettivamente? – Eppure esistono: perchè alla rappresentazione, che ha luogo nell'animale, degli eventi probabili, è correlativa una data qualità di movimenti dei tessuti, nervoso od altro. – Già: ma se il mutamento c, che viene ora asserito ed è infatti «in rapporto» coi movimenti correlativi alla rappresentazione, viene prodotto, ciò accade dopo che già esistono questi movimenti, che ne sono la causa, come dal lato psichico, una parte degli elementi, lo scopo e il sentimento ne è il movente. Dunque, per rispetto al mutamento c, i soli movimenti che costituiscano obbiettivamente gli eventi esterni probabili, e cioè i movimenti correlativi alla rappresentazione loro, lungi dall'essere futuri, sono passati; oltre di che, lungi dall'essere esterni, sono interni. – Ciò non prova nulla contro la definizione, perchè alla rappresentazione che ha luogo nell'organismo, segue poi l'evento «esterno»; così che, se il mutamento c era «in rapporto» colla rappresentazione, sarà «in rapporto» necessariamente anche con l'evento, il quale è «esterno» ed è «futuro». – A ciò vi ha una semplicissima obbiezione: ed è, che spesso l'evento esterno è così poco «futuro», che non ha luogo; e allora il mutamento c «ha rapporto» con l'«esterno» e «futuro» nulla. Questo caso, non c'è bisogno di dirlo, si verifica ogni volta che un animale sbaglia; cioè che una data impressione provoca la rappresentazione di una combinazione di movimenti esterni, dalla quale la combinazione reale differisce poi in tutto o in parte. Sbaglia il zoofito che si contrae all'oscuramento prodotto da una nube che passa, oscuramento e nube dai quali non gli verrà alcun danno; un uomo che, visto un altro il quale lo prende di mira con un'arma da fuoco, si china e fugge, mentre l'arma è scarica, e chi l'ha in mano lo sa benissimo: e in generale, hanno luogo errori più o meno grandi, chè qui non è questione di grado, ma in numero grandissimo, nella vita di qualunque animale che duri, per esempio, qualche anno; di una serie o dell'ultimo dei quali errori in moltissimi animali è conseguenza la morte.

Quanto a quel «certo accordo di tempo, luogo od intensità», che il mutamento vitale c mostra col mutamento a dell'ambiente, si può osservare: perchè questo «accordo» sia caratteristico, bisogna che i mutamenti inorganici b presentino un disaccordo. Ma questo in che può consistere? Nel non costituire uno stato, in forza del quale il mutamento a produca poi nel corpo quel mutamento che dovrebbe essere prodotto? Ciò sarebbe un negare l'invariabilità delle leggi fisiche, contro la quale non c'è alcun dovrebbe che abbia senso. Non si può immaginare altro disaccordo, fuorchè la incapacità del mutamento inorganico b a impedire che a cagioni la distruzione o un danno (principio di distruzione) del dato corpo: e allora «l'accordo», proprio del mutamento vitale c, consiste appunto in questo impedire. Tale differenza però è insussistente: i corpi organici presentano dei mutamenti inetti, e gli inorganici ne presentano degli atti, alla «conservazione»: è più che inutile citare esempi.

Dal momento che fra i movimenti esterni ve n'ha di quelli, contro i quali i modi dei movimenti interni preservano un corpo inorganico, mentre i modi di un corpo vivente non preservano questo; che ve n'ha di quelli, contro i quali si preserva un corpo vivente e non uno inorganico; che ve n'ha di quelli, contro i quali si preservano e corpi viventi e inorganici; e finalmente di quelli contro cui non si preservano i viventi , almeno alla lunga, gl'inorganici; non si vede come tanto la «preservazione» quanto la «prevenzione» di eventi esterni, prese in genere e indeterminate, e così assegnate quale caratteristica ai corpi organizzati, possano apparire un'assegnazione non arbitraria inconcludente.

Passiamo ad altre proposizioni esplicative o dimostrative, di cui fanno parte i vocaboli nei quali è sintetizzata la caratteristica, cioè «corrispondenza» e «accomodamento (adjustment)». A p. 78 è detto, che la «vita consiste nella ed è mantenuta dalla continua produzione di simili concordanze o corrispondenze». Ciò sembra molto chiaro, e tuttavia è ben lontano dall'esser tale. Notiamo come qui sia evidente, meglio ancora che in altri luoghi, le «concordanze» e «corrispondenze» essere combinazioni di movimenti indefinite ed indefinibili in , ma caratterizzate dall'avere per conseguente il «mantenimento» della vita. E ora, o la vita «consiste», cioè si compone, o soltanto di mutamenti «mantenitori» o anche di non-mantenitori: se si compone anche di questi ultimi, la 2a parte della proposizione è contraria al vero; se si compone solo dei primi, allora essa non può mai cessare, e la 1a parte della proposizione è contraria al vero. Una volta ammesso che tutti gli organismi muoiono, o per vecchiezza o per malattia o per accidente (aggiungasi – o per la propria opera volontaria, caso ognora più frequente tra gli organismi più alti, gli uomini) sorge il chiaro dilemma: o non è vero che gli organismi muoiono o non è vero che la caratteristica dei loro mutamenti consista nel tenere lontana la morte.

Nel brano citato della p. 88 si dice, che «se l'organismo non restasse mai inferiore (sono io che sottolineo) nell'energia opposta ai mutamenti dell'ambiente, l'esistenza sarebbe eterna». Anche i gruppi atomici di un frammento di calcare, se non restassero mai inferiori di energia ai movimenti atomici della materia esterna, e perciò se non si lasciassero mai disgregare, sarebbero causa che il frammento durasse eternamente. Ma il più importante non è qui. Dunque la vita si compone anche di mutamenti inferiori di energia alle forze distruggitrici esterne. Ma questo viene ammesso ora e solo implicitamente, ma non è stato detto in veruna delle spiegazioni o dimostrazioni della caratteristica vitale. Così pure in esse è detto, che i mutamenti vitali prevengono i mutamenti esterni, hanno rapporto, mostrano un certo accordo con questi, ecc.; ma non è detto, che ve n'ha pure di quelli che non prevengono, il produrre non hanno rapporto, non mostrano un accordo, ecc. Quindi nelle spiegazioni date, i fenomeni vitali si distinguono per il produrre la persistenza dei fenomeni vitali, ossia si distinguono per la loro persistenza. Però, siccome ha luogo anche il contrario, cioè la loro cessazione, bisogna pure che ve ne siano anche di quelli i quali non si distinguono punto per dare luogo alla persistenza.

Vi è per altro una combinazione d'idee, che si presenta con apparenze tali, da meritare che se ne esamini il valore. Potrebbe dirsi, che i mutamenti vitali resistono tutti alle azioni nocive esterne; allontanano tutti, tanto o quanto, la cessazione della vita; e che la cessazione ha luogo dopo l'ultimo mutamento, solo perchè non ce n'è alcun altro che vi si opponga; e questo concetto essere espresso dallo Spencer, per es. nei brani delle pagg. 82 e 83 su citati. Ma una simile maniera d'intendere le trasformazioni del moto che avvengono nei corpi viventi, è in contraddizione, se non con altri concetti dello stesso Spencer, per lo meno colla realtà. Il nostro filosofo riconosce che l'organismo «resta inferiore» di energia ai mutamenti esterni; che nella vecchiaia certe funzioni «cessano di stare in corrispondenza» ecc., cioè continuano senza essere, almeno in parte, corrispondenti; che l'organismo malato «ha un'incapacità congenita di far contrasto alle ordinarie azioni esterne colle ordinarie interne»; cioè che vi hanno mutamenti vitali di qualità opposte a quelle da lui attribuite ai mutamenti vitali in genere: e quando in ciò non esistesse vera opposizione, esiste per lo meno nel fatto da lui ammesso, che la condotta talora «tende (fatto positivo) alla distruzione dell'individuo». È vero che il contrario della «corrispondenza» non è stato definito o spiegato tranne col dire, che è un cessare (per es., arrest, p. 83) di corrispondenza: ma non è propriamente vero che il contrario della «corrispondenza» sia un fatto puramente negativo. Quando una Falena vola incontro ad un Rinolofo, un pesce nuota verso una Foca, un fanciullo trangugia per errore un veleno, un uomo appresta un'arma per uccidersi, e tutte queste azioni sono seguite dalla morte; non si hanno soltanto fatti negativi: si hanno azioni positive quanto qualunque altra immaginabile. I movimenti, sia vibratorii sia di traslazione, conducenti un animale, un uomo alla morte, e che possono variare dall'essere istantanei fino a costituire serie di una lunga durata, sono altrettanto movimenti quanto altri movimenti qualunque, cioè fatti positivi, modi dell'unico fatto, all'infuori dei fatti psichici, il moto.

Si può inoltre notare, che se la «corrispondenza» dev'essere la caratteristica dei mutamenti vitali e consistere nell'identità del loro risultato, la «conservazione»; non è abbastanza chiaro il concetto di corrispondenze minori e maggiori, più e meno imperfette: poichè il risultato delle azioni producenti la morte, cioè la morte, non differisce solo di grado dal risultato di quelle credute mantenitrici della vita, cioè la vita; ma differisce quanto il no dal sì, quanto il nulla dal tutto.

Dopo che, a p. 85 è detto, «la più alta» vita essere quella che, come la nostra, presenta grande complicanza, rapidità e durata di corrispondenze (coll'ambiente), il § 33 è diretto a provare, che in generale «quelle relazioni dell'ambiente alle quali le relazioni dell'organismo devono corrispondere, crescono esse stesse di numero e complicanza a misura che la vita assume una forma più alta» (p. 87). Mi domando, se qui non vi abbia tautologia. Il mondo esterno è «ambiente» solo in quanto modifica gli organismi: se no, vi ha un ambiente identico per tutti i viventi, cioè l'universo. Molte reazioni = molte azioni: molte reazioni = vita alta: dunque vita alta = molte azioni (dell'ambiente). Col dire, molto moto che passa dall'ambiente all'organismo, s'implicano l'ambiente e l'organismo ad un tempo (ambiente complesso, vita alta). Resta la durata delle corrispondenze, che è insomma la durata della vita: ma in ciò l'A. non è d'accordo colla realtà: infatti un crocodilio, un cipresso, anzi un ciottolo, sarebbero corpi forniti di maggiore o più lunga corrispondenza d'ogni uomo. Perciò, a p. 84, egli si è contentato di stabilire, che per lo più (habitually) la crescente corrispondenza si accompagna alla durata insieme e alla complicanza. In questo concetto della vita gli attributi si applicano non al totale della realtà, ma soltanto ad una parte, e poi soltanto a parti di questa parte.

Non è inutile, forse, anche il rilevare, che se un organismo è malato allorchè, per incapacità congenita a contrabbilanciare le azioni esterne, muore dopo avere vissuto, benchè più brevemente di altri; siccome la sua incapacità non è stata assoluta poichè ha vissuto, la capacità degli altri è assoluta poichè muoiono; non esiste tra il malato e i sani alcuna differenza essenziale quanto al vivere e morire, tranne nella durata del vivere, che però differisce anche tra i sani: di modo che potrebbe dirsi, tutti gli organismi essere «congenitally defective» e tutti essere fino ab ovo malati.

La formula – Il continuo accomodamento delle relazioni interne alle relazioni esternedata quale altra definizione della vita, lascia quindi fuori anch'essa un numero più o meno grande, ma un certo numero che costantemente ha luogo in qualunque organismo, di mutamenti vitali. Perchè l'«accomodamento» significa, come è di nuovo spiegato alle pagg. 94 e 95, cap. VII, The scope of Biology, contrabbilanciare (to balance) i mutamenti esterni, cioè insomma impedire la morte; mentre, verificandosi questa costantemente, devono anche esserci dei mutamenti che invece la producano. Perciò, mentre un animale che addenta l'esca di una trappola che sta per ucciderlo, un soldato che marcia a un assalto e sta per ricevere una palla nel cuore, sono tuttavia corpi organici e viventi, e le loro azioni sono quindi vitali; non di meno e corpi e azioni sono esclusi dalla formula, perchè queste azioni, lungi dal tenere lontana la morte, ne sono una causa prossima, una condizione.

Bisognerebbe o negare la morte, ciò che non si può; o negare che i mutamenti di un corpo vivente, quando abbiano per risultato la morte, siano vitali, ciò che non si può. Resta dunque il riconoscere, che i mutamenti il cui risultato è la «conservazione», non sono i soli vitali; e che mutamenti aventi due risultati diametralmente opposti, vita e morte, sono in egual modo vitali. Ma nulla di ciò è stato detto esplicitamente, e solo è stata ammessa in maniera implicita l'ultima delle proposizioni che sopra, col dire a p. 73, – che la nostra sorpresa allorchè la condotta tende alla distruzione, mostra quanto generalmente esista un adattamento dei mutamenti vitali a quelli dell'ambiente.

Dunque la caratteristica vitale si riduce ad un «quanto generalmente»! Ora, di qual valore potrà essere questa, quando un gran numero di mutamenti vitali si distingue per avere effetti, non già alquanto diversi, ma assolutamente opposti? Gli errori, numerosissimi in ogni vita, sono quasi sempre nocivi alla sua durata; in gran parte dei viventi ve n'ha uno o più, che producono morte immediata; nell'uomo poi, oltre aver luogo errori, tutte le più alte manifestazioni vitali, compresa cioè la così detta volontà, sono talora dirette a produrre la morte. In più vasta scala si hanno la vecchiezza, la malattia, la debolezza, «l'imperfetto adattamento», che luogo alla strage, sotto molte forme, dei «meno adatti» e alla «enorme mortalità che prevale tra gli esseri inferiori».

La «corrispondenza» è tanto un carattere essenziale per i mutamenti vitali, quanto p. es. è per i mammiferi il vivere sulle montagne. Essa ha, al più, il valore di un carattere descrittivo, e poi anche non molto generale: ed è possibile che ciò basti per costruire?

Il concetto della vita, quale qui è presentato, implica quando la teleologia, quando il fatto psichico, ma non ha raggiunto una caratteristica meccanica: quindi una tale caratteristica della vita è ancora da trovare.

 

Bisogna ora mostrare come l'insufficienza di questo concetto della vita si manifesti, così nel seguito di quest'opera come in altre dello stesso illustre Autore, cogli inconvenienti ai quali conduce: ma tempo e spazio mi vanno mancando e debbo essere brevissimo.

Che all'infuori dei fatti psichici, tutto sia Materia e Moto nell'universo, è una sintesi ottenuta da un pezzo; ma il dire in termini vaghi, che tutto si fa per moto e materia, non serve a nulla: quel che occorre, è trovare il modo di trasformazione di una specie di movimento in un'altra. Mentre nel campo psichico ci erano e sono più noti i singoli fatti che non le leggi e sintesi loro, almeno le più generali, nel campo meccanico si è arrivati molto prima alla più vasta sintesiessere tutti i fenomeni modi dell'unico fatto, il moto – che non a conoscere i singoli modi e moltissime leggi loro, tra l'altro l'intera categoria dei movimenti molecolari essendo ancora sconosciuta. La cognizione della suprema sintesi meccanica ci è, da sola, del tutto inutile; e la prova si ha nel fatto, che sempre gli uomini hanno indagato, e indagano, le condizioni dei singoli fenomeni. Essendovene che ci nocciono ed altri che ci giovano, di qui l'incessante bisogno di conoscere le condizioni degli uni e degli altri, e insomma, stante la concatenazione loro necessaria, di tutti i fenomeni. E la ricerca delle condizioni è il compito di tutte le scienze per tutto l'avvenire.

Il più che possa farsi per ora, mentre s'ignora onninamente ogni maniera di movimenti molecolari, consiste nel raccogliere dati sui rapporti di successione dei fenomeni. Trattandosi di azioni animali, che sono movimenti sensibili in cui si trasformano dei movimenti insensibili, tutto ciò che può trovarsi di nuovo, consiste in codesti rapporti di successione tra movimenti sensibili dell'ambiente e degli organismi, ma niente più. Allorchè tra un moto sensibile esterno e un movimento di un animale ci si pone il fatto psichico, si bensì una dimostrazione della dipendenza del secondo dal primo, perchè il fatto psichico ha per noi un rapporto necessario e con lo stimolo e con l'azione, ma una dimostrazione tanto differente dall'essere meccanica, quanto un fatto psichico dal moto: e quest'ultima differenza è del più alto grado che si conosca, perchè è irriducibilità.

Il processo di evoluzione organica dipende sempre, è innegabile, o da vicino o da lontano, dai mutamenti dell'ambiente. Ma lo Spencer passa sempre da questi alle azioni per mezzo dei fatti psichici; ed è evidente che non può esserci altro mezzo. Perciò è bene far osservare agli entusiasti delle teorie e leggi meccaniche: sono poi veramente questi grandissimi trovati, dissipatori di ogni oscurità e mistero, i trovati dell'evoluzionismo, incapaci di fare il più piccolo passo da e che non vanno innanzi se non portati dai fatti psichici? Non vorrei essere inteso male: è certo che le scoperte dell'evoluzionismo, in gran parte odierne, sono stupende e sono tutto quanto l'ingegno umano può dare per ora, tanto è vero che non di più: le mie osservazioni sono dirette solo a negare che abbiano quel tanto di valore al di del vero, che molti vogliono loro attribuire.

Io nego che «quei processi universali» dai quali sono stati prodotti i risultati passati ed attuali e saranno quelli futuri, posseggano quella «self-sufficingness» (Princ. of Biol., II, p. 507), che vien loro attribuita così assolutamente. Questi processi meccanici, dai quali non si riesce a trarre nemmeno la più semplice azione, se non mettendovi di mezzo il psichico, per es. un bisogno, pare a me che «bastino a stessi» quanto basta ciò che non basta: ciò, intendo, quanto al risultato che pretendono, almeno implicitamente, avere raggiunto, di spiegare e dimostrare anche le più difficili loro conseguenze. Si dirà: voi dimenticate che i fatti psichici non sono se non l'aspetto subbiettivo di fatti meccanici, e non vedete che, quando tra un mutamento esterno e l'azione ci è stato messo un fatto psichico, con ciò vi è messo precisamente quel movimento che in realtà vi esiste, e così l'azione è spiegata. – Non dimentico nulla, e solo ripeto, che l'esser tutto moto ciò che non è psichico, è una verità, per far conoscere la quale non c'è bisogno oggidì, non dico di volumi, ma neppure di una parola. Ecco quello che non bisogna dimenticare, e che si ragione a credere che si è dimenticato, quando si accettano dei fatti psichici in luogo di spiegazioni meccaniche.

Vediamo qualche particolare. Nel Cap. How is organic evolution caused? (I, p. 406), si nega, contro Erasmo Darwin e il Lamarck, che i «bisogni» e «desiderii» siano cause indipendenti di evoluzione, e si afferma che le cause prime vanno cercate di fuori: però si ammette che i desiderii «agiscano direttamente sul sistema nerveo-muscolare» e «conducano a maggior azione degli organi motori». Si chiude col dire: «Allora soltanto quando si sia connesso il processo di evoluzione degli organismi al processo di evoluzione in generale, potrà dirsi davvero di averlo spiegato (explained). Ciò che si richiede, è il mostrare che i suoi vari risultati sono corollarii di primi principii. Dobbiamo conciliare i fatti colle leggi universali della ridistribuzione della materia e del moto».

Nell'ultimo capitolo dell'opera (II, p. 494) si dice, che ogni ulteriore evoluzione umana sarà della stessa natura dell'evoluzione in generale, concludendo (p. 497), che «questa ulteriore evoluzione, questo più compiuto equilibrio mobile, questo migliore accomodamento delle relazioni interne alle esterne, questa più perfetta coordinazione di azioni... deve prendere principalmente la direzione di un più alto sviluppo intellettuale ed emozionale». «§ 373. Questa conclusione ce la troveremo egualmente imposta se ricerchiamo le cause (causes) che sono per produrre cotali risultati».

L'evoluzione dell'uomo non è più spontanea di un'altra. Tutte quante le modificazioni organiche sono sempre conseguenze dell'ambiente. Quali sono dunque i mutamenti dell'ambiente, ai quali l'organismo umano si è adattato, si adatta e si adatterà? La civiltà proviene da un aumento di popolazione; scema il pericolo delle morti violente, ma cresce quello prodotto dai viventi stessi per il loro numero; «evidentemente i bisogni delle moltitudini loro troppo numerose formano il solo stimolo che gli uomini abbiano a ricercare una maggiore quantità delle cose necessarie alla vita». «Questo continuo aumento di popolazione, superiore ai mezzi di sussistenza, produce dunque un sempre nuovo bisogno di abilità, intelligenza e padronanza di stesso». P. 499: «Nulla fuorchè la necessità, avrebbe potuto far sottomettere gli uomini a questa disciplina...». P. 506: «Da ultimo, dunque, il provvedere alla sussistenza e l'adempimento di tutti i doveri parentali e sociali richiederà precisamente la qualità e quantità di azione necessaria alla salute, alla felicità».

In questi passi, come nel resto dell'opera, all'infuori delle solite formule vaghe ed astratte, che vi ha di meccanico? E queste formule, per quanto del resto pregevoli, non hanno lo stesso difetto dall'A. riconosciuto nella parola «corrispondenza», cioè di non essere «abbastanza specifiche»? Ognuno concederà che sono più lontane dal rappresentare delle spiegazioni, di quanto le prime constatazioni dei moti celesti fossero dai calcoli coi quali il Leverrier scoperse il suo pianeta. Le espressioni poi, «migliore coordinazione di azioni», «vita più compiuta» e simili, vogliono bensì avere un'apparenza meccanica, ma o hanno solo un senso psichico o sono false. Basta un'analisi brevissima per iscorgere che i più e i meno, i meglio e i peggio, ivi espressi o sottintesi, non rappresentano fuorchè sensazioni o emozioni nostre piacevoli e dolorose. Perchè meccanicamente non vi è nulla di meglio di peggio, di più di meno perfetto o compiuto, non essendovi che trasformazioni del moto secondo leggi uniformi e infallibili; così che le mutilazioni e la distribuzione degli organismi senzienti non sono nulla di peggio della decomposizione dei vegetali e delle roccie. Il numero e la velocità dei movimenti non provano nulla, perchè altrimenti il mare e l'atmosfera avrebbero una vita più compiuta di qualunque uomo. – Ma insomma dei mutamenti funzionali ne avvengono, in cui consiste l'evoluzione. – Sicuro; come nel sole, in un continente, in un ciottolo: i mutamenti però di questi corpi voi li fate consistere soltanto nell'essere i movimenti di poi diversi da quelli di prima: fate altrettanto per l'uomo: ma alto, perfetto, compiuto sono affermazioni di scopi della nostra sensibilità.

Come «cause» dell'evoluzione umana vengono assegnati questi fatti, «pericolo di morte, bisogni, stimolo, necessità». Questa è una spiegazione di una novità pliocenica o almeno quaternaria, e di qualsivoglia qualità tranne meccanica. Inoltre, questa enumerazione è incompiuta, perchè fin da antichissimi tempi ci sono uomini, non solo nelle società civili, ma e nelle barbare, dovunque esiste accumulazione della proprietà, che lavorano al pari e più di quelli che lavorano per procacciarsi il cibo, quantunque la loro sussistenza sia abbondantemente assicurata. Ciò è ammesso, implicitamente, dallo stesso Spencer nelle Basi della Morale, § 68. Ci sono molte altre cause di progresso oltre la «mancanza di cibo»: questa ha solo il vantaggio di una apparenza più meccanica.

Tra altre avvertenze, e molte, possibili, può farsi ancora questa: per mostrare la superiorità dell'ipotesi dell'evoluzione sopra quella della creazione, si ricorre alla gran quantità del soffrire, che pesa sui viventi, e si dichiara che l'evoluzione aumenta la felicità (I, p. 354); e in un brano su citato si ripete, come risultato del progresso umano, la felicità. Ma dunque esiste un altro ordine di fatti? E allora in quali rapporti sta quest'ordine col processo meccanico? Si dirà che anche la felicità ha il suo correlativo meccanico? Ciò è verissimo, in un certo senso; ma come lo scopo «felicità» ha una speciale posizione subiettiva, bisognava mostrare quella che il suo correlativo meccanico ha parimenti nel processo evolutivo; mentre qui invece la felicità è un dato caduto a caso entro il processo, è un aerolito.

Anche la proposizione su citata «nulla fuorchè la necessità, ecc.» o ha un senso psichico, o non ne ha alcuno; perchè l'essere o il moto, o suoi modi, «necessarii»; è cosa che non ispiega nulla. Qui l'idea della necessità vi sta, come se l'A. non si fosse avvisto, che se essa contiene una spiegazione dell'evoluzione, è soltanto perchè rappresenta leggi della sensibilità. Non essendo dichiarato questo, non è stato dichiarato che dunque, in difetto delle leggi meccaniche per ora introvabili, non c'erano altri «primi principî» capaci di fornire una spiegazione benchè parziale, della vita, fuorchè le leggi più generali della sensibilità; e quindi non sono state cercate formulate queste ultime. E così, non essendo data una spiegazione meccanica, e non essendone data una psicologica, non ne è data assolutamente nessuna.

Poche altre osservazioni staccate. Nell'ultimo § dell'opera è detto, che nell'uomo civile va operando «una nuova (new) classe di equilibrazioni – quelle fra le sue azioni e le azioni delle società che esso forma (First Princ., § 135)». È impossibile che l'uomo sia mai vissuto isolato; di certo ha formato sempre delle «società»: ciò dimostrano i gruppi degli antropomorfi, le tribù, i gruppi, le famiglie dei più primitivi o degradati selvaggi attuali, i risultati della paleoetnologia. Nelle più vaste e civili società passate e odierne che può esserci di propriamente, cioè essenzialmente, nuovo? C'è dunque stata un'apparizione capricciosa, ex nihilo? Per differenze di numero e intensità di movimenti (tutto si riduce a questo) la qualifica di novità è almeno eccessiva: dal lato psichico poi la mancanza di novità è ancor più chiara, e poi il psichico non c'entra.

Per enumerare le «condizioni dell'ambiente» (sola causa di evoluzione), alle quali l'organismo umano «si è adattato, adatta e adatterà», si incomincia dalla civiltà, prodotta da «aumento di popolazione» Ma prima della civiltà non si era «adattato»? E come no, se la vita è «il continuo adattamento»? Non si era evoluto? E come no, se era passato per lo meno dallo stato animale a quello umano? E poi «i bisogni» nutritivi, allegati in seguito quale causa del progresso, non erano antichi quanto l'organismo, e stati una causa del suo progresso passato? Queste non paiono domande oziose: a p. 506 si riconosce, che «fin dal principio l'affollamento della popolazione è stata la causa prossima del progresso»; e prima (I, p. 409) si è respinta una causa prossima, perchè per ispiegare l'evoluzione bisogna «conciliare i fatti colle leggi universali della ridistribuzione della materia e del moto». Proseguiamo. «L'aumento della popolazione» è stato anch'esso un effetto delle «condizioni ambienti»? Deve essere stato, ma di quale o quali? In conseguenza dei capitoli precedenti, alla pag. 483 si dice: «Noi concludiamo dunque che nell'umana razza, come in altre, l'assoluta o relativa abbondanza del nutrimento... è accompagnata da un alto quoziente della genesi». E a pag. 487, per mettere d'accordo colla teoria il fatto, che i popoli civili, benchè più evoluti, si riproducono di più, e i selvaggi, benchè meno evoluti, si riproducono meno; se ne per ragione che i primi hanno più cibo dei secondi, e a pag. 489, che hanno «abitudini ed arti che rendono immensamente facile la vita»; facilitazione menzionata di nuovo alla pag. 503.

In porzioni, come nel complesso, nel periodo evolutivo, la vita è facile o difficile: se facile, come può esserci «l'eccesso di ricerca» e quindi «l'unico stimolo» a progredire, consistente nella vita difficile? Se difficile, come può esserci «l'alto quoziente della genesi», che è un effetto della vita facile? Se la troppa riproduzione e lo «stimolo» sono coesistenti, e quella ha per causa l'abbondanza, e questo la scarsità del cibo, ne segue che l'abbondanza e la scarsità sono coesistenti. I popoli civili progrediscono e i selvaggi sono immobili (relativamente però): se il «difetto di cibo» è davvero «l'unico stimolo», non è facile spiegare perchè non accada l'inverso. Non basta: l'A. stesso ha riconosciuto ciò non esser vero, e nelle Basi della Morale, come ho detto, e qui a p. 503, col dire: «anche quando sono liberi dalla pressione del bisogno, gli Europei dal grande cervello assumono volontariamente imprese ed azioni, che il selvaggio non compirebbe nemmeno per supplire a urgenti bisogni». Infatti in ogni grande società europea si hanno simili casi a centinaia di migliaia. C'è da aggiungere, che se le invenzioni, causa del progresso, non sono, in generale, l'opera della classe più favorita dalla fortuna, sono però l'opera di uomini molto meno esposti al «difetto di cibo» che non la classe infima: inoltre, nei paesi più civili la fecondità delle varie classi è in ragione inversa dell'agiatezza. E così in uno stesso popolo, i meglio nutriti generano meno invece che più, inventano più invece che meno; e i peggio nutriti fanno tutto il contrario. Ma del resto, non c'è che da richiamarsi quanto generale presso le classi più culte e previdenti sia l'uso delle reticenze sessuali, per vedere quanto la genesi apparente differisca dalla reale, per dire così, e come sia un termine inesatto per il cercato rapporto inverso tra l'individuazione e la Genesi.

A p. 483, per ispiegare come i contadini irlandesi, benchè peggio nutriti di quelli inglesi, si riproducano di più, si trova che presso i primi i matrimoni sono più frequenti e più precoci. Ora, questa frequenza e precocità sono o effetto esse stesse del nutrimento, o effetto d'altra causa: del nutrimento no, perchè è ammesso il dato di una peggior nutrizione; dunque d'altra causa. Dunque ci sono altre cause della genesi, cioè il nutrimento non è più la sola. Questo risultato parrebbe in contraddizione coll'assunto, e quindi la «conciliazione» del progresso umano colle «leggi universali della ridistribuzione del moto» parrebbe da rifare.

La conclusione da trarsi dalle soprascritte considerazioni, quando abbiano un valore, è questa: in fatto di cause meccaniche dell'attività cosciente, se perfino il maggior numero di esse, il più sottilmente cercato, sarebbe impotente a spiegare propriamente (questa è la questione); le grosse cause poi sono, per di più, difficili da accordare anche coi dati conosciuti.

Resta infine un altro lato del meccanismo Spenceriano, la cui inesattezza, se è vera, è importante l'indicare. Esso consiste nel porre i fatti in un modo per lo meno molto simile a quello che hanno sempre usato i teleologi. Certi fatti vengono posti come anteriori ai loro antecedenti e indipendenti da questi: ne segue che, come nelle concezioni teleologiche, ciò che è un puro conseguente, diviene, quantunque non dichiarato, uno scopo, una causa finale, e ciò che è un antecedente e una vera causa, diviene un semplice mezzo. Posso fare poche citazioni, ma forse sufficienti.

Princ. of Psych., I, p. 281: «Se la razza continua ad esistere, non può non sorgere, per la continua uccisione dei meno adatti, una varietà fornita di sentimenti, che servano come impellenti e repellenti nella nuova maniera che si richiede (required)». – «Le condizioni sono di continuo parzialmente mutate (nella vita sociale), le corrispondenti abitudini modificate e i sentimenti riadattati. Di qui tutta questa inconsistenza» (Ibid., II, p. 608).

Princ. of Biol., II, p. 501: «La maggiore massa di emozione necessaria (needed) come una fonte di energia per uomini che devono tenere il loro posto ed allevare le loro famiglie in mezzo alla crescente concorrenza della vita sociale, è, a parità del resto, il correlativo di un cervello più grande».

Le basi della Morale3, p. 105: «Sono i piaceri e dolori per emozioni quelli che in grado considerevole sono privi di adattamenti ai bisogni della vita prodotti nella società: è di questi che il nuovo adattamento, nel modo mostrato, si fa lentamente per la gran difficoltà». – P. 119: «L'umanità, ereditando dalle specie inferiori simili adattamenti fra sentimenti e funzioni, che riguardano fondamentalmente i bisogni corporei, e quotidianamente costretta dai sentimenti perentorî a fare ciò che conserva la vita, e a fuggire quel che apporta morte immediata, è stata sottoposta ad un mutamento di condizioni smisuratamente grande ed intricato. Ciò ha in modo considerevole alterato la guida per sensazioni ed in un grado maggiore la guida per emozioni. Il risultato è che in molti casi i piaceri non sono connessi colle azioni che debbono essere compiute, i dolori colle azioni che debbono essere evitate, ma in modo contrario».

P. 160: «... Ascendendo dall'uomo nel suo stadio presociale all'uomo nello stato sociale, la formula deve comprendere un fatto addizionale... Poichè i desideri ereditari, che si riferiscono direttamente alla conservazione della vita individuale, sono perfettamente conformi ai bisogni, non v'ha bisogno d'insistere per la conformazione a quelli che aiutano alla propria conservazione. Per contro, perchè questi desideri eccitano attività che spesso entrano in conflitto colle attività degli altri, e poichè i sentimenti corrispondenti ai diritti altrui sono relativamente deboli; i codici morali inculcano quelle restrizioni sulla condotta che derivano dalla presenza degli altri individui». – P. 222: «La trasformazione della natura umana per ciò che sia conveniente alle esigenze della vita sociale, deve per avventura render piacevoli tutte le attività necessarie, mentre rende dolorose tutte quelle in opposizione a queste esigenze». – P. 224: «Mancanza di fede in tale ulteriore evoluzione dell'umanità, che metterà in armonia la natura di questa colle sue condizioni, è aggiungere un'altra prova alle altre numerose di una coscienza inadeguata della causalità» – P. 304: «In proporzione che l'umanità si approssima al completo adattamento della sua natura ai bisogni sociali, devono esservi minori e più piccole opportunità di prestar soccorso».

Dire che la natura umana dovrà «adattarsi» ai «bisogni sociali», non è altro che dare una soluzione arbitraria del vero e solo problema, senza averlo nemmeno posto. Infatti, come mai la natura umana dovrà «adattarsi» ai «bisogni sociali», il che implica che essa ne sia aliena? Perchè, se ne è aliena, di che altro mai, invece che della natura umana, sono bisogni i bisogni «sociali»? E se questi sono bisogni della natura umana, come mai essa ne è aliena? «Natura» di un essere sono le sue qualità e perciò anche i suoi «bisogni»; la realtà d'una società sono gli esseri che la compongono. Dunque i «bisogni sociali» sono i bisogni degli uomini = natura degli uomini = natura umana: dunque la natura umana si adatterà alla natura umana? Il fatto «società» non è un fatto formatosi indipendentemente dalla natura umana: la prova ce la fornisce la p. 161, in cui è detto: «Il vivere in comune ebbe origine, perchè, nella totalità, è provato più vantaggioso del vivere separatamente». E poichè le «emozioni» sono «natura», è chiaro essere impossibile che le società si siano costituite od ingrandite indipendentemente da emozioni, e lo dice chiaro il brano ora citato. Infatti che cosa può, all'infuori di queste, aver tenuto collegati e collegato gli uomini? Forse semplici sensazioni e pure rappresentazioni? Ciò è assurdo. Dunque, non perchè esistono per altre cause le società, vi è bisogno del mezzo «emozioni», ma bensì perchè vi furono emozioni, le società esistono; e perciò ancora, se la vita sociale luogo ad uso di emozioni, quest'uso è un effetto di emozioni anteriori.

Qui può suggerire l'obbiezione fatta dallo Spencer al Dott. Darwin e al Lamarck, e dirsi, che infine le cause ultime vanno cercate fuori e non dentro degli organismi. A ciò si deve rispondere, che va benissimo che si cerchino le cause esterne, ma non perchè queste spieghino come tali, giacchè le vere spiegazioni meccaniche non consistono se non nelle trasformazioni del moto, che sono ignote; e il dare serie di fatti esterni, intramezzandovi dei fatti psichici, è un metodo che ha l'inconveniente d'interrompere la serie psichica senza alcun profitto.

Se ho dovuto contraddire un uomo illustre, le cui fatiche, ad onta che mi sembrino in qualche parte inutili, non eccitano però meno la mia simpatia, è perchè vi ha un'opinione che io credo più probabilmente vera della sua, come tenterò dimostrare in un prossimo articolo; ed è per rinforzare codesta probabilità: è perchè io credo che tale opinione possa riuscire utile e bramo che riesca. Lo Spencer stesso ha detto, che l'uomo non deve riguardare la fede che porta in come un accidente senza importanza, e deve manifestare senza timore la verità suprema ch'egli scorge.

[1883].





2      Secchi. L'Unità delle forze fisiche, 3a ediz., 2a ital., Milano, Treves, 1874, p. 379.



3      Spencer: Le Basi della Morale, con una introduzione per G. Sergi. «Bibliot. scient intern.», Milano, Dumolard, 1881.



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