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Ignorare, lusingandosi di sapere, non è uno stato desiderabile. Da ciò la necessità di discutere per eliminare le false soluzioni di problemi. Queste sono spessissimo il portato di uno dei più grandi traviamenti del pensiero, quello consistente nel prendere le parole per fatti. Lo scritto presente è appunto rivolto contro una soluzione, la quale, una nella sostanza, malgrado le diverse forme dell'espressione, gode oggi gran favore presso la parte più numerosa dei pensatori, ma che, a parere dello scrivente, è una soluzione puramente verbale.
Nel buon tempo antico l'esistenza del mondo aveva ricevuta una spiegazione che contentava, o presso a poco, tutti, o presso a poco: Il mondo c'è perchè qualcuno lo ha fatto. Questa spiegazione, essendo ricavata dai più facili processi e da tendenze quasi irresistibili del pensiero umano, per necessità appagò, come continua ad appagare, il numero senza confronto maggiore delle menti. Non mancarono tuttavia in passato, e divengono ogni giorno più numerosi, i pensatori che cercarono e cercano una soluzione per vie diverse dalla su indicata, e basti nominare l'Evoluzionismo. Questa teoria ha il più razionale, perchè il solo razionale, degl'intenti, che è di trovare spiegazioni naturali per ogni categoria di fenomeni, spiegazioni cioè ricavate da fatti conosciuti.
Tra i fenomeni da spiegare essendoci anche quelli della Vita, per noi tanto più importanti degli altri, bisognava rendersi conto anche di questi; e a ciò si procede come si può, ossia come lo permette lo stato delle cognizioni. Tra i fenomeni poi della Vita essendovi quelli psichici, si fa ogni sforzo, anche per una giustificabile reazione contro le deficienti dottrine tradizionali, a fine di ricondurre, a lor volta, i fatti psichici a spiegazioni naturali. L'intento è innegabilmente da approvare, salvo però sempre il vedere se e quanto le soluzioni che vengono presentate appaghino.
Delle questioni concernenti i fatti psichici viene considerata, nei riguardi filosofici, come la principale quella della loro origine, del come e perchè della loro esistenza; e intorno ad essa non manca, necessariamente, di travagliarsi la mente dei pensatori. Il più dei quali, continuando ad essere dominati dalle tendenze materialiste e meccanistiche della fase attualmente dal pensiero attraversata, considerano come più importante la esistenza e conservazione delle masse di materia organizzata che non i fatti psichici, e considerano, per conseguenza, questi ultimi come aventi la loro ragione di essere unicamente nel servire di mezzo a dare appunto il risultato materiale della conservazione degl'individui e delle specie.
Quindi i filosofi scienziati che pensano a questo modo, ripetono esattamente il concetto della vecchia filosofia (salvo il non ammettere la natura spirituale e i destini ultramondani già da quella attribuiti alla psiche dell'uomo), adottando necessariamente, anche se alquanto inconsciamente, la teleologia necessaria ed esplicita di quel concetto.
Questa essendo l'opinione che ha lo scrivente circa l'interpretazione biologica dei fatti psichici, egli vi si è opposto, già molti anni or sono, col fare una critica del concetto della Vita secondo H. Spencer (Principles of Biology) e poi quella del concetto fondamentale dell'opera L'origine dei fenomeni psichici e loro significazione biologica, dell'illustre antropologo Sergi, nonchè in altri suoi lavoretti18.
Nell'opera del Sergi escita di recente, La psiche nei fenomeni della vita (Torino, Bocca, 1901), il concetto è ancora il medesimo, esposto in quella indicata di sopra e che dallo scrivente fu criticato. Ciò è affermato dal Morselli nella recensione da lui fatta dell'opera recente in questa «Rivista»19 (Vol V, 1901, p. 493), e d'altronde risulta dalla conclusione, che in prova dal Morselli viene riportata e in cui si dice: «Dallo svolgimento della vita animale in forme e in caratteri più complicati e dai nuovi bisogni della conservazione, sorge la psiche come un mezzo o un organo di protezione» (p. 221).
Non indugiamoci, chè sarebbe superfluo, a rivelare l'importanza della tesi, e rivolgiamoci subito ad esaminare se sia dimostrata e dimostrabile.
Dicendo che B «sorge» da A, si dice che A è antecedente e B è conseguente. Dunque i «bisogni della conservazione» sono pre-esistiti alla «psiche». Notiamo poi che manifestamente «conservazione» e «protezione» significano lo stesso fatto. Ebbene: se ammettiamo la protezione come avente avuta una reale esistenza prima della psiche, cadiamo in una contraddizione evidente, facendo esistere un fatto prima, quindi senza, del suo «mezzo», cioè della sua condizione. Dunque la protezione non ebbe un'esistenza reale anteriormente alla psiche. D'altronde la psiche è, invece, un fatto reale; e allora, come spieghiamo che il reale «sorga», cioè riceva l'esistenza, dall'irreale e inesistente? Ci siamo rinchiusi fra due necessità nonchè impossibilità, caso strano fra gli strani.
Bisogna cercare da altra parte. Quando un fatto non esiste realmente, non può avere che un solo altro modo di esistenza, cioè quello ideale. Orbene, questo modo di esistenza esige una mente, ossia appunto una «psiche», ossia una psiche è l'antecedente ed esso è il conseguente. In fatto non ci potè essere alcun Protozoo, e nemmeno alcun Artropodo, che concepisse l'idea della protezione e che creasse il «mezzo», cioè la «psiche», in tutta l'altra materia zoomorfa, allo scopo di effettuare la protezione; ma ci fosse anche stato, codesta idea presuppone la «psiche» almeno in quell'unico Protozoo od Artropodo, tutt'all'opposto della tesi. Dunque il supporre che la «protezione» sia pre-esistita alla «psiche» anche solo idealmente, è di nuovo impossibile.
Avviciniamoci di un passo al nucleo della questione. Sarebbe vano l'osservare che l'origine della psiche è posta non nella «conservazione» o «protezione», ma bensì nei «bisogni della conservazione», e ciò essere molto diverso, perchè affermare il «bisogno» di una cosa è affermare implicitamente che la cosa non esiste, di modo che l'ordine dei fatti è questo: bisogni della conservazione – psiche – conservazione (effettuata). Sarebbe vano in forza delle difficoltà seguenti. Se furono sentiti (dalle roccie, dall'acqua, dai gas?) i «bisogni della conservazione», ciò implica essersi anche verificata la rappresentazione, l'idea della conservazione, giacchè se tale rappresentazione, sia pure confusa, non si fosse avverata in quei bisogni, essi sarebbero stati bisogni di quanto altro si voglia, ma non mai della «conservazione»: ora abbiamo già rilevato che un'idea presuppone una psiche, tutt'al contrario della tesi. Nondimeno concedasi anche non aver avuto parte in quei «bisogni» alcuna idea, immagine, sensazione, insomma alcun fatto intellettivo: ciò equivale a dire che quei «bisogni» consistettero in soli fatti del Sentimento, fatti che, nel caso dei bisogni, sono un fatto, cioè il Dolore, prodotto da mancanza, da privazione, il dolore cosidetto negativo. Ebbene, come non vedere che, perchè il dolore sia sentito, ossia esista, occorre, tal quale come per il formarsi di un'idea, l'esistenza di una «psiche»? Dunque, di nuovo, affermare che i «bisogni della conservazione» precedettero la «psiche» equivale ad affermare che la psiche precedette la psiche.
Facciamo un altro passo, che è anche l'ultimo possibile, e diciamo che i «bisogni della conservazione» consistono in puri fatti obbiettivi, meccanici, il che toglie di mezzo l'assurdo di far pre-esistere la psiche alla psiche. Ma pensiamo bene: ci poniamo così nella necessità di mettere carte in tavola quanto a meccanica molecolare di protoplasmi; nella necessità perciò di enumerare e dimostrare col calcolo quante sorta vi hanno di movimenti molecolari in quelle sostanze, e fra le varie sorta sceverare quelli, in cui affermeremo consistere i «bisogni della conservazione». Tale assunto è semplicemente impossibile, giacchè fino ad oggi ogni meccanica molecolare è ignota. Ecco dunque una prima impossibilità.
Ma non basta. Affermati i «bisogni della conservazione» come consistenti in movimenti, siccome abbiamo posto che la psiche «sorge» da quei «bisogni», saremo costretti a dimostrare come tali movimenti si trasformino per produrre una sostanza inestesa (vero assurdo), se ammetteremo la psiche-sostanza, cioè la psiche avente un'esistenza reale e distinta dai fatti psichici; e anche se non ammetteremo la psiche reale, saremo per lo meno costretti a dimostrare come tali movimenti si trasformano per produrre i fatti psichici, e come questi non siano, perciò, essi stessi altra cosa che movimenti. Ora non dobbiamo dimenticare che quest'ultimo assunto è riuscito finora inattuabile ai moltissimi pensatori che vi si sono provati; e quindi, coll'incaricarci di dimostrare 1.° la trasformazione dei «bisogni»-movimenti in fatti psichici e 2.° la riduzione di questi fatti a movimenti, ci caricheremo di una seconda e terza impossibilità.
È facile immaginare che qui si opponga: Il pretendere che si conoscano movimenti molecolari e si dimostrino le loro trasformazioni, è una pretesa soverchia ed ingiusta, giacchè in questioni della natura della presente non si è mai usato averla. A ciò può rispondersi: Ebbene, rinunciamovi, e basti che venga dimostrato come dei fatti qualunque, tra quelli grossolani che conosciamo, a un dato stadio della Vita abbiano costituito dei «nuovi bisogni della conservazione» e come da questi «bisogni» sia sorta la psiche.
Per attenerci ai fatti importanti scegliamo quelli chiamati appunto «bisogni» e tra questi il più imperioso, quello della nutrizione. Si comincia con una difficoltà. Viene negata la coscienza agli organismi unicellulari20 e si rende perciò necessario il domandarsi: Come mai il trasformare della materia esterna, che fu non meno indispensabile ai Citodici di quello che è ad un Mammifero, soltanto dopo che esistettero, per esempio, delle Spugne, diventò un «nuovo bisogno della conservazione»? Che un fatto già più o meno antico sia venuto ad assumere, a un tratto, la qualità di bisogno «nuovo», è una tesi, la cui dimostrazione dovrebbe impensierire chiunque. Tuttavia concediamo e proseguiamo, giacchè delle difficoltà ne restano da sormontare ben altre.
È inammissibile che l'unione di un attributo ad un soggetto si possa operare a caso, poichè ciò varrebbe quanto negare l'essenza stessa dell'intelligenza. Quindi, se immaginiamo di aver che fare coll'antozoide di uno dei primi Coralli (tanto per prendere un esempio), il cui sacco gastrico sia vuoto, possiamo eseguire la pretesa unione di attributo al soggetto, dicendo: Il sacco gastrico vuoto è un «nuovo bisogno della conservazione»? La chiarezza di questo giudizio non è grande. – Ma il bisogno sta anzi nel fatto opposto, cioè nell'essere il sacco gastrico pieno. – Benissimo, e allora diciamo: Il sacco gastrico pieno è un «nuovo bisogno della conservazione». La chiarezza non è cresciuta, ed è anche naturale che sia così. Invero qual fatto è designato dall'attributo in questione? O lo stesso in cui consiste il soggetto, o un altro. Se lo stesso, noi veniamo a dire, che il sacco gastrico pieno, è il sacco gastrico pieno, proposizione dalla quale, come da quella generica, che T è T, non si ricaverà mai una conseguenza qualsiasi; se poi intendiamo un altro fatto, bisogna che sappiamo bene quale sia questo altro fatto, per evitare il caso di cadere in un assurdo coll'affermare che T è Z.
Un sacco gastrico pieno è un sacco gastrico pieno, come uno vuoto è uno vuoto. Aggiungiamo pure, che nel primo è entrata della materia, la quale poc'anzi stava fuori dell'organismo, e che nel secondo invece non è entrata; che quindi quella materia ha mutato di situazione nello spazio, ecc. Ma questi fatti sono questi fatti, e in essi non c'è proprio niente altro da doversi definire «nuovo bisogno della conservazione».
Si dirà che il verbo è non significa sempre l'essenza, ma anzi spesso dei rapporti molto varii, secondo i casi, tra i fatti. Ed è vero. Senonchè, trovandoci noi, in forza dell'ipotesi, rinserrati entro fenomeni puramente organici, fisiologici ed obbiettivi, quindi trovandoci costretti a non designare con quell'attributo null'altro fuorchè un fenomeno di quella sorte, segue che il verbo è non potrà significare niente altro se non un rapporto tra il fatto-soggetto e il fatto-attributo, rapporto che non può essere se non di antecedente o conseguente o concomitante. Supponiamo un rapporto di antecedente, come quando si dice: la vostra passeggiata quotidiana è la vostra salute, e che, ad esempio, il fatto-attributo consista in una distribuzione dei materiali nutritivi più rapida di quella avveratasi negli organismi anteriori. Ma perchè il sacco gastrico pieno è susseguito da una più rapida distribuzione ecc., possiamo noi affermare che questa più rapida distribuzione ecc. è un «nuovo bisogno della conservazione»? È chiaro che la questione già presentatasi per il fatto-soggetto si ripresenta per quello, che abbiamo supposto suo conseguente, come si ripresenterebbe per qualunque altro, supponessimo suo antecedente o conseguente, per quanto vicino o lontano.
Invero qualsiasi fatto obbiettivo, nel caso nostro, deve e può, in quanto è conosciuto, venire espresso in termini dei linguaggi geometrico, meccanico, fisico, chimico, anatomico, istologico, fisiologico; e quando di esso sarà stato detto quanto può dirsi, non sarà mai possibile che resti ancora qualcosa di inesprimibile coi termini di quei linguaggi e consistente nell'essere un «nuovo bisogno della conservazione», perchè nessuna delle scienze cui quei linguaggi appartengono, conosce fatti di una natura diversa da quella di tutti gli altri formanti il suo dominio, e diversa perchè essi sono «nuovi bisogni della conservazione». Quindi, se non potremo unire l'attributo in questione ad alcun fatto particolare, ma saremo costretti sempre a rimandare questa unione ad un conseguente od antecedente che non si troverà mai, è chiaro che non ci sarà mai possibile di arrivare a dire: i fatti A, B, C... sono i «nuovi bisogni ecc.» nè perciò a dire: i «nuovi bisogni ecc.» sono i fatti A, B, C...; e non potendo arrivare a questa ultima affermazione, è chiaro che la nostra tesi sarà spacciata.
Sarebbe poi superfluo il rilevare che non possiamo neppure far uso del verbo è nel senso in cui si dice: la Terra è un pianeta, dal momento che non arriviamo a trovare nemmeno il primo componente della supposta categoria di fatti costituenti i «nuovi bisogni ecc.».
D'altra parte consideriamo bene. Li conosciamo davvero i fatti obbiettivi, specifici, precisi, dai quali supponiamo che «sorge la psiche»? Non possiamo rispondere coll'affermativa, perchè non saremmo creduti. Se li conoscessimo per davvero, avremmo compiuto ciò che per ora sarebbe un vero miracolo ed è quindi cosa incredibile; e poi, come allora spiegare che invece d'indicare specificatamente quei fatti, siamo ricorsi ad una pura frase, quale è quella di «nuovi bisogni ecc.»? Siamo ricorsi a questa pura frase, evidentemente teleologica: dunque i fatti, dai quali supponiamo uscir fuori la «psiche», non li conosciamo. E ciò essendo, facciamo davvero opera di scienza e di filosofia col dare, in luogo di una dimostrazione di fatto e rigorosa, delle pure e semplici parole?
Dunque, in conclusione, che in un periodo qualunque dello svolgimento della vita animale siano esistiti fatti obbiettivi, che, oltre essere tali, fossero anche «nuovi bisogni della conservazione», si può bensì affermarlo, come affermare un circolo quadrato, ma dimostrarlo non mai.
Per conseguenza sarà più saggio tornare sui nostri passi e, rinunziando alle ambizioni meccanistiche, tornare ad attenerci al significato usuale, cioè psichico, di «bisogni». Senonchè abbiamo dovuto toccar con mano che ci è preclusa anche questa via, preclusa niente meno che dall'assurdo su dimostrato: La psiche è pre-esistita a sè stessa.
Non vi ha più dunque che un'uscita: la «protezione» ebbe un'esistenza ideale anteriormente alla «psiche»; e poichè non l'ebbe nella mente di alcun essere senziente, stante l'assurdo che la psiche abbia preceduto sè stessa, non potè averla che in una mente estranea ed anteriore alla vita, od almeno alla psiche, animale. Ecco dunque il risultato e il fondo di alcune concezioni odierne, che, per non si sa quali favorevoli combinazioni di ottica mentale, vengono credute e giudicate originali e nuove: tornare ai preistorici idoli antropomorfi di una Natura, di una mente creatrice e simili. Dunque il concetto biologico dei fatti psichici fa fare al pensiero umano questo gran passo, di tornare a recitare la teleologia di Aristotele, della Scolastica e poco meno che di tutti quanti. La svista in cui cadono i teleologici, è senza dubbio una delle più degne di nota fra quante se ne incontrano nel faticoso avanzarsi dell'intelligenza entro la buia selva delle cose. Dall'osservazione interna ed esterna di continuo si ricava come i fatti psichici promuovano le azioni, che, in un certo numero di casi (ben lungi dal riuscire a ciò costantemente!), soddisfano i bisogni ed impediscono i danni o la morte degli esseri animati. Il teleologo, che è in cerca di una spiegazione, si pone necessariamente quei risultati come scopo e, non conoscendosi altro mezzo a raggiungerli, pone la «psiche» come «mezzo»; quindi, dall'aver luogo tali rapporti nel suo pensiero egli ne conclude essersi verificati codesti medesimi rapporti nella realtà, ossia all'origine, ovvero in uno degli stati primitivi, della Vita. È singolare e non poco, che non si scorga esservi qui un'illusione, ed illusione evidente. In che si è trovata la prova dell'essere i rapporti tra i fatti stati nella realtà quelli stessi, che hanno luogo nella mente dei teleologici? Questi hanno esplicitamente affermata cotale identità quando hanno creduto di spiegare il mondo e la Vita mediante l'ipotesi creazionistica; e almeno, salvo il valore dell'ipotesi, in tal modo erano logici. Ma quest'ultimo attributo, nemmeno condizionato qual'è, non può riconoscersi nei teleologici inconsci, come possono qualificarsi, quegli scienziati filosofi, che cercano di spiegare la Vita mediante un'ipotesi contraria a quella di creazione, ossia mediante quella evoluzionistica; giacchè essi suppongono degli scopi e dei «mezzi» senza supporre, al tempo stesso, in modo esplicito, una mente (cioè sempre «psiche»), in cui quegli scopi e «mezzi» siano stati concepiti, voluti, preordinati; nel che vi ha altrettanta logica quanta ve ne sarebbe in un astronomo il quale, scoperti nella luna, ad esempio, delle città, dei canali, delle strade, li considerasse come semplici giuochi delle forze brute naturali.
Riepiloghiamo, avvertendo essere qui investito il concetto biologico dei fatti psichici, qualunque d'altronde siano le forme, in cui venga espresso.
La «protezione» e la «psiche» vennero all'esistenza o indipendentemente o no. Se indipendentemente, il caso contraddice l'ipotesi.
Se no, i casi sono due: I. protezione causa della psiche; II. psiche causa della protezione.
I: Si riesce è vero, ad assegnare una causa alla psiche; ma come pretendere, allora, che questa sia venuta all'esistenza a fine di produrre la protezione? Una figlia non diventerà mai la madre di sua madre. Anche questo caso contraddice l'ipotesi.
II: Si ottiene bensì che la psiche sia causa, «organo», «mezzo» della protezione, ma essa non ha più causa, non «sorge» da nulla. E anche questo caso contraddice l'ipotesi.
È vero che in questa si fa sorgere la psiche non propriamente dalla protezione o «conservazione», ma dai «bisogni» di essa. Però, se codesto caso non contraddice l'ipotesi, contraddice la logica, perchè, essendo indimostrabile che dei «bisogni» consistano non in una previsione, ma in fatti obbiettivi, si viene a supporre che dei fatti psichici abbiano prodotta la «psiche», ossia prodotti i fatti psichici; di modo che a sua volta questo caso deve escludersi.
Ora i casi possibili sono qui esauriti, e l'ipotesi non ha più dove fermare il piede, quanto dire che, se il ragionamento è preciso l'ipotesi è dimostrata impossibile.
Le rimane bensì un rifugio, quello già di sopra indicato: La «protezione» è conseguente della «psiche» obbiettivamente, ma l'ha anche preceduta idealmente, perchè suo scopo, sua causa finale. Senonchè allora, poichè nessun bio-teleologo può dire di essersi trovato all'origine delle cose e di avere fabbricati di sua mano i fatti psichici dell'animalità, eccoci caduti nell'ipotesi di creazione. Questa l'accetti chi si sente di sostenerla contro le formidabili obbiezioni che le si possono rivolgere, ma intanto non dimentichi il seguente curioso risultato: si è scritta ormai una intera biblioteca a fine di sostituire l'ipotesi di evoluzione a quella di creazione, e poi si finisce coll'accogliere quest'ultima. Ora, non viene con ciò dichiarata irrita e nulla tutta la biblioteca evoluzionistica?
[1902].