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V Dolore e azione | «» |
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Herbert Spencer ha scritto, che l'uomo non deve riguardare la fede che porta in sè, come un accidente senza importanza, e deve manifestare senza timore la verità suprema che egli scorge. Ebbene, io nel venir qua a parlare, mi conformo appunto a questa sentenza.
Cominciamo dal porci il quesito seguente: Perchè si agisce?, quesito che secondo gli umori, può venire giudicato un'ignoranza, un'ingenuità, una bizzarria, una sciocchezza, una cosa da far ridere, senza che tutto ciò valga a dimostrarlo indegno di una risposta, nè soggetto ad una facile risposta. Il ridere, già, non ha mai dimostrato nulla, quando è troppo anticipato, e basti rammentare le lezioni di ballo, che si dissero date dal Galvani alle ranocchie. Anche della mia tesi principale tanti anni fa un antropologo disse, che faceva ridere; giudizio da me accolto con perfetta indifferenza e il quale non ha impedito che quella tesi da uomini di un reale valore fosse considerata meritevole di esame e da taluni anche accettata.
È quasi impossibile trovare chi non pensi che la risposta al quesito su espresso è notissima e indubitata, cioè questa: Le cause dell'agire sono innumerevoli. Or bene, la mia opinione è la più diversa possibile, perchè è, invece, quest'altra: L'agire ha una sola causa.
Vediamo se ci si può intendere, almeno in parte, malgrado che la materia sia difficile e il linguaggio stesso una fonte di malintesi.
In che consistono le azioni e l'agire? Consistono in movimenti. Questi dànno luogo a determinate sensazioni, le quali però non si verificano soltanto in occasione dei movimenti effettivi, ma anche senza di essi, benchè in uno stato attenuato, cioè quando le chiamiamo riprodotte. Esse concorrono per una parte rilevantissima a costituire, tra i fatti psichici, la classe di fatti denominata intelligenza. Tutti i divarii di intelligenza, così fra gli animali come fra gli uomini, non risultano perciò da altro che da divarii di numero, prontezza, e vivezza delle sensazioni riprodotte, e quindi delle loro aggregazioni, dette immagini, idee, giudizii, raziocinii. Con ciò veniamo a riconoscere che di azioni non vi hanno soltanto quelle consistenti in movimenti effettivi, che producano mutamenti reali nel mondo esterno, ma vi hanno altresì quelle ideali, costituite da rappresentazioni dei movimenti e delle loro conseguenze. L'agire idealmente ha una frequenza proporzionale al grado d'intelligenza, ed è perciò frequentissimo, continuo nell'Uomo.
Che l'agire abbia delle cause, è inutile dirlo. Ne ha prima di tutto di quelle obbiettive, fisiologiche, essendo le contrazioni muscolari l'effetto di movimenti molecolari della sostanza nervosa, prodotti in questa da trasformazioni chimiche; di maniera che e i movimenti di un organismo e l'organismo stesso non sono, infine, altro che trasformazioni e modi di essere del mondo ambiente, o della cosidetta Materia. Ma la meccanica molecolare è talmente ignota a tutt'oggi, che nessuno è in grado di spiegare con essa nemmeno la più semplice azione di uno dei più semplici esseri senzienti. Quindi non dobbiamo nè possiamo occuparci di quest'ordine di cause, ma bensì di quell'altro, noto agli uomini probabilmente fino dal loro stadio pre-umano, cioè di quello delle cause psichiche dell'agire. In questa sorta di cause risiede ogni spiegazione delle azioni sì degli animali che degli uomini, ogni spiegazione, cioè, che sia stata e sia, fino ad oggi, possibile.
Ma che cosa s'ha a intendere per causa? Nei libri di filosofia e di logica se ne tratta lungamente, senonchè noi dobbiamo andare, invece, per le corte. Io mi sono formato un concetto, che è questo: Causa è un antecedente costante e immediato; costante, perchè l'effetto non deve potere mai aver luogo in sua assenza, e immediato per la stessa ragione. Vi sarebbe forse qualche altro requisito necessario? Io non oso negarlo ma intanto notiamo che i due da me indicati, costante e immediato, sono di una evidente necessità. Ad essi furono fatte delle obbiezioni, e fatte da un eletto ingegno: senonchè io vi ho risposto, se non erro, in modo esauriente. Mi fu anche obbiettato che il mio modo d'intendere la causa, trattandosi di fatti psichici, era troppo materiale; ma siccome questi fatti richiedono tempo al pari di quelli obbiettivi, cioè dei movimenti, domando che cosa ci sia di materiale nell'intendere che il fatto psichico, per produrre un'azione, ossia un movimento, debba essere presente: se è passato e cessato, se non è più ben inteso, anche sotto la forma di riprodotto, chi spiega come il nulla possa produrre qualche cosa? Nel bambino che allontana la mano da un oggetto tagliente, non ha bensì luogo il dolore periferico altra volta provato, ma quello centrale, suscitato dalla reminiscenza, è presente e come! La controprova è poi qui: non di rado siamo costretti a dirci che siamo ricaduti in un medesimo sbaglio; e questo perchè? Perchè la nostra azione non solo non è stata preceduta dal dispiacere o dolore effettivo, altra volta cagionatoci da codesta azione sbagliata, ma nemmeno da quello, che la memoria poteva provocare: di modo che, avendosi la mancanza assoluta della causa inibitoria, si è avuta la mancanza dell'inibizione (donde il ripetersi dell'azione sbagliata).
Ora investighiamo quali siano, tra i fatti psichici, le cause dell'agire. Anche le più moderne teorìe psicologiche riconoscono tre classi di fatti psichici, ossia Intelligenza, Sentimento e Volontà. La prima consta dei fatti rappresentativi, o della conoscenza, dalle sensazioni più semplici fino ai più complicati loro composti. La seconda, per parere unanime, consta del Piacere e del Dolore, dei Bisogni, delle Tendenze, degli Appetiti, degli Affetti, delle Passioni, delle Emozioni e d'altro e d'altro ancora, giacchè, per comporla, si è spogliato il dizionario. Ebbene, quel parere unanime, come ho cercato di provare in alcuni miei scritti, è conseguenza di un errore di classificazione, strano davvero in psicologi e filosofi, cioè nei maestri di logica, eppure quasi evidente. Nessuno, a quanto pare, lo aveva rilevato prima di me.
Eccone la dimostrazione. All'infuori del Piacere e Dolore, fatti semplici e inanalizzabili, gli altri pretesi membri della Classe sono stati composti, come risultano dalle analisi fattene da poeti, romanzieri e psicologi, e dalle quali apparisce che constano di sensazioni, immagini, idee, cioè di fatti dell'intelligenza, accompagnati da Piacere o da Dolore. Ciò posto, che cosa ne segue? Che le parti rappresentative (sensazioni, immagini ecc.) degli stati in parola sono una pura ripetizione dei fatti già collocati nell'Intelligenza e che le parti sentimentali (cioè Piacere e Dolore), degli stati medesimi sono una pura ripetizione del Piacere e Dolore già collocati al primo posto nel Sentimento. Ora, essendo un errore, in una classificazione, il ripetere, giacchè equivale ad affermare diverso ciò che è identico, se noi cancelliamo così le parti rappresentative come quelle sentimentali degli stati in questione (cioè dei Bisogni, degli Affetti, delle Emozioni ecc.), che cosa vediamo? Che sono rimasti il Piacere e il Dolore, ma tutti gli altri sedicenti fatti sono spariti.
Si dirà forse: Ma come? Vorreste negare la realtà dei Bisogni, delle Emozioni ecc.? E rispondo: Mi guardo bene dal negare la realtà di tali stati nella realtà (si scusi il bisticcio), ma la nego nella logica e nella classificazione, una volta che gli psicologi stessi li hanno disfatti e hanno messo da parte i loro componenti: l'ammetterò quando mi si dimostri che un tutto, anche dopo sottrattegli le sue parti, continua ad esistere.
I nomi degli Appetiti, degli Affetti, delle Passioni ecc. sono invenzioni del volgo, create da un'assoluta necessità, ma necessità di ordine pratico (dire che si ha fame per ottenere del cibo, che si sente amore per conciliarsi un parente, un amico, un'amante, che si è in collera per mettere uno al dovere, ecc. ecc). L'errore degli psicologi è quello di prendere questi nomi quali nomi da mettere senz'altro nella classe del Sentimento, quasi che, invece di stati composti (e più veramente serie, talora formate di elementi perfino contradittori, come la gelosia), significassero fatti, quali il Piacere e Dolore, semplici e irreduttibili. Da ciò tre errori, perchè la parte intellettiva di detti stati è una ripetizione, quella sentimentale è un'altra ripetizione, e di più quella intellettiva, collocata nel Sentimento, è una falsa collocazione.
Non è bensì mancato un autore (però il solo, ch'io sappia), che cercasse di dimostrare come le Emozioni siano fatti del Sentimento specifici e irreduttibili: esso è l'americano Dottor David Irons. Io credo, per altro, di avere provato che egli non è riuscito per nulla nel suo assunto, causa le molte contraddizioni, e con la realtà e con sè stesso, in cui è caduto.
Gli psicologi seguono inconsciamente il concetto dell'Irons quando collocano gli stati composti accanto al Piacere e al Dolore; e procedono così perchè si dimenticano delle proprie analisi e di non avere mai incontrati i supposti fatti irreduttibili. La diversità, invocata dall'Irons, delle condizioni e reazioni proprie degli stati emotivi prova soltanto che ciascuno dei due fatti sentimentali può provenire da condizioni diverse; e veramente nella tanto complessa vita psichica dell'Uomo le condizioni sopratutto del Dolore sono assolutamente innumerabili. L'Irons, e forse ogni altro psicologo con lui, non ha poi inteso che la diversità delle reazioni è una semplice conseguenza di quella delle condizioni: ci vuol poco a intendere che se il denudarsi è un mezzo di reagire al caldo, non è invece un mezzo di reagire al freddo; che il grattarsi serve a far cessare il prurito, ma non già la fame ecc. ecc.; e per trattare di fenomeni più complicati, ecco una spiegazione, che mi permetto di tenere non priva d'importanza, sebbene trovata da me: Quali reazioni più diverse, anzi opposte, di quelle due chiamate Ira e Pietà? Ma sono opposte, perchè prodotte da fatti del Sentimento opposti? No davvero: osservate. Un dolore detto offesa, che non può cessare se non coll'umiliazione e magari col ferimento e coll'uccisione dell'offensore, provoca necessariamente queste reazioni, perchè le sole atte allo scopo; un dolore, invece, prodotto in noi da un dolore altrui, provoca dei modi di agire (compianto, soccorso ecc.) diretti a far cessare quest'ultimo, e perchè? Evidentemente perchè il cessare di quest'ultimo è la sola condizione per far cessare il nostro proprio dolore. Ecco provato che perfino la più estrema diversità di reazioni non proviene già da quella di supposti fatti del Sentimento, ma bensì dalla diversità delle condizioni di uno solo e stesso fatto.
Tener conto, in materia di classificazione, delle differenze di grado, quasi fossero differenze di natura, è poi un evidente errore logico, tanto che è inutile il fermarcisi: esse hanno un'importanza soltanto descrittiva e pratica.
In conclusione, i fatti o modi del Sentimento sono prodotti da condizioni diversissime, donde la necessità, che debbano dar luogo a reazioni diversissime ed essere accompagnati da diversissimi fatti intellettivi, perchè questi non possono che rappresentare appunto e le condizioni e le reazioni; ma ad onta dell'infinita varietà di questi loro concomitanti intellettivi, essi fatti si riducono ai due ammessi universalmente, semplici e irreduttibili, Piacere e Dolore.
Il più degli psicologi riconosce poi una terza classe di fatti psichici, la Volontà. Debbo dire che della sua realtà non sono finora convinto, e quindi mi accordo con quei non pochi di loro, che la riducono alle due prime classi. Sta bene quanto rileva il Prof. Guido Villa, che non sia una spiegazione l'attribuire alle rappresentazioni uno «sforzo» per vincere le altre, e un'«aspirazione» a conservarsi in vita: di vero, questo personificare le rappresentazioni e attribuir loro una coscienza è un meschino quanto palese artifizio. Ma perchè, domando, col riferire a noi stessi lo «sforzo» e l'«aspirazione», si ha da dire senz'altro, che questi sono «l'impulso della volontà, un fatto avente caratteri tutti proprii»22? Il termine stesso di «sforzo» non indica trattarsi di una riproduzione di sensazioni muscolari, e magari anche viscerali, come nel caso di uno sforzo obbiettivo? Circa poi all'altro termine di «aspirazione», è chiarissimo che non si aspira fuorchè per un desiderio o bisogno insoddisfatto, cioè per la cosidetta forma negativa del Dolore, così che non si tratta d'altro che di Sentimento. E infatti, che che pretendano il Kant e seguaci, non si dà mai una volizione, che non sia promossa dal Sentimento, sia pure lievissimo. Lo stesso dibattito fra oppositori e sostenitori dell'autonomia della Volontà basta a provare che non si riesce ad afferrare un fatto volizione altrettanto preciso e distinto quanto sono i fatti rappresentativi e quelli di Sentimento. Inoltre, poichè viene riconosciuto unanimamente, o quasi, che la Volontà non si muove, se dal Sentimento non è mossa a sua volta, è lecito domandare: a che giova questa specie di quinta ruota, e l'interporre fra il Sentimento e il movimento, cioè l'azione, questo termine tutt'altro che ben dimostrato, non solo, ma che per sè stesso, difetto gravissimo, è riconosciuto inerte?
Insomma la Volontà, al pari di un Bisogno e di un'Emozione, è un composto, che si lascia disfare, e non ha quindi un'esistenza autonoma; è un idolo, al solito, innalzato sulla base di una parola.
E ora passiamo al grande e vitale problema dei moventi all'agire. Attualmente si è formato un consenso universale circa l'impotenza dei fatti intellettivi a promuovere da sè soli un'azione, ammettendosi che, quando la promuovono, non lo fanno per virtù propria, ma perchè accompagnati dal Sentimento, che è il vero motore. Dunque i moventi non sono da cercare tra i fatti della Conoscenza, che sono essenzialmente indifferenti.
Si potrà obbiettare, che però anche essi sono antecedenti costanti e immediati dell'agire. Ma è da notare che 1° non sono antecedenti degli atti riflessi, 2° non sono antecedenti costanti nemmeno degli atti coscienti, giacchè ciascuna sensazione o immagine interviene solo in un piccolo numero di casi e manca nell'immenso numero degli altri.
Quanto poi alla Volontà, essa pure, come si è visto di sopra, è ritenuta per sè sola, inerte, giacchè ha bisogno di venire spinta, a sua volta, dai Sentimenti. Dunque tra questi soltanto possono albergare i moventi. Qui addietro ho accennato come la classe del Sentimento, quale è tuttora, e senza eccezioni, intesa, costituisca una succursale delle stalle di Augia (sia detto col dovuto rispetto), che in varie delle mie pubblicazioni io mi sono ingegnato a spazzare. Si è detto perfino (Letourneau) che le emozioni dell'uomo sono innumerabili, ma non si è mai capito e dichiarato che queste, e i Bisogni, gli Affetti, ecc. ecc, sono dei composti risolubili in fatti rappresentativi e Piacere o Dolore, di maniera che, come fatti sentimentali specifici, sono pure parole e non esistono. Ho pure detto come per conseguenza, e a parer mio, i soli fatti reali del Sentimento siano il Piacere e il Dolore. Dato che questa sia la realtà, vuol dire che i moventi ad agire sono, tutt'al più, questi due.
Ma ora dobbiamo chiederci, se sia vero che ambedue rivestano la prerogativa di moventi. L'opinione universale, o poco meno, è per l'affermativa: io, in diversi miei lavori, ho cercato di provare che il Piacere non è, e non può essere, movente, nel pieno e solo vero significato della parola. Ecco, in breve, la mia maniera d'intendere la questione.
Se il Piacere è, come è realmente, l'effetto di un'azione, che ha fatto cessare un bisogno o desiderio ecc., non può esserne la causa: quindi la causa dell'agire non può consistere se non nel contrario e nell'assenza del Piacere, ossia nel Dolore prodotto da privazione, in quello stato chiamato bisogno o desiderio ecc. È bensì osservabile facilmente come anche la semplice rappresentazione della soddisfazione di un appetito, bisogno o desiderio, venga seguìta da Piacere, e come spessissimo tutto ciò preceda l'azione reale, onde altri potrebbe dire che il Piacere, essendo scopo di questa, deve necessariamente precederla; ma non ne segue affatto che quel Piacere sia la causa di questa azione. Perchè ne fosse causa, dovrebbe esserne antecedente immediato, il che è contrario al fatto: noi c'indugiamo nel Piacere suscitato dalla rappresentazione tanto più quanto esso è maggiore; e intanto l'azione reale è sospesa, come ne sono la più cospicua prova i casi, benchè rari, nei quali il Piacere dato dalla rappresentazione è preferito a quello, che può venir dato dall'azione reale, e questa per conseguenza non ha luogo. Quindi se al Piacere prodotto da fatti rappresentativi succede l'azione reale, ciò non si spiega se non coll'ammettere che il Piacere sia stato seguito dal suo contrario, ossia dal dolore della privazione, dal bisogno o desiderio insoddisfatto, e che è risorto, ed anzi acuito, dal contrasto susseguente alla cessazione del Piacere. Nè si dica essere questa una spiegazione puramente speculativa. Se ne ha la prova, di fatto ed evidentissima, ad ogni momento: qualunque bisogno o desiderio in tanto è soddisfatto in quanto è cessato e più o meno sostituito dal Piacere; e, non potendosi avere lo scopo di far cessare ciò che è cessato, vediamo che tale caso è seguìto dal cessare dell'azione (spenta la sete, non si beve più; avuta un'onorificenza, la non si sollecita più, ecc.). Concludendo, il Piacere è assenza di ogni ragione, lungi dall'essere causa, dell'agire.
Si dirà: Ma voi dimenticate le manifestazioni, i movimenti della gioia. Rispondo brevemente per l'angustia del tempo. Badiamo che circa tale stato si dicono anche delle baie, come quella, che si piange di gioia. Quando, ragazzo, stetti in un collegio lontano, separato 10 mesi da mia madre, ed essa venne a riprendermi, la riabbracciai piangendo amaramente, e sono ben informato che la causa era Dolore della più bell'acqua, cioè quello prodotto dai ricordi della lunga separazione. D'altra parte l'agitazione degli animali di un serraglio all'avvicinarsi del pasto, non si spiega col piacere. Possono quegli animali avere dallo stomaco vuoto il piacere della sazietà? Questo lo avranno poi dallo stomaco pieno, e allora vedremo che all'agitazione succederà la quiete. Dunque l'agitazione è effetto del contrario del Piacere, effetto del bisogno di cibo, cioè disagio, malessere, insomma Dolore, quello chiamato fame.
Ricapitolando, abbiamo dovuto negare la qualità di moventi 1° a tutti i fatti della classe Intelligenza, 2° al problematico fatto della classe Volontà, 3° nella classe Sentimento alla confusa, innumerabile moltitudine dei Bisogni, degli Affetti, delle Emozioni ecc., nonchè ad uno dei due fatti reali, ossia al Piacere. Eccoci dunque davanti ad una chiara non meno che inevitabile conseguenza, di un valore psicologico e filosofico oggi non tutto prevedibile, conseguenza oggi pochissimo nota e, quando è nota, quasi sempre derisa o rigettata con isdegno, quella cioè, che la virtù di movente risiede in un solo fatto, nel modo spiacevole del Sentimento, il cui nome caratteristico, dato ai suoi gradi notevoli, è Dolore.
Questo risultato mi ha condotto, da molti anni, a formulare la tesi seguente: Il Dolore è l'antecedente costante e immediato del movimento più o meno cosciente e volontario. Di questo fatto generale mi balenò l'intuizione 34 anni fa, quando non avevo la più lontana idea di occuparmi di Psicologia, ed ho poi elaborata lentamente la dimostrazione, perchè distratto da altri studî, tanto che le mie pubblicazioni sull'argomento si riducono a 17 articoli di Riviste. In alcuni di questi sono stato attratto, come era, del resto, naturale, ad esporre anche le soluzioni da me pensate di alcune questioni filosofiche.
Solo negli anni dopo ho trovato che nella generalizzazione su enunciata ero stato preceduto, ma ancora adesso non conosco altri predecessori che Pietro Verri e l'Ab. Genovesi. E questo non mi meraviglia nè dispiace, perchè, se altri pensatori ebbero le nostre vedute, è una prova che non sono vedute prive di qualche fondamento. Ricordo anche un passo di un'opera di Clémence Royer, in cui è detto, che il dolore è il gran motore del mondo. La tesi degli autori suddetti è caduta nell'oblio, donde non è stata tratta finora, e quasi certamente vi cadrà di nuovo, benchè da anni io la vada affermando e benchè io ne abbia di molto allargata e assodata la dimostrazione. Vi cadrà quasi di certo, anche se riunirò i miei scrittarelli in un volume e compierò quelle parti della dimostrazione, che ora sono imperfette.
E tornando appunto alla dimostrazione, si osservi che io le ho fatto fare, se non m'illudo, un gran passo, quando ho trovato un'altra generalizzazione, che finora sembra essere sfuggita ai pensatori, cioè questa: L'azione è sempre diretta a far cessare lo stato attuale. Si vuol chiamarla un ovo di Colombo? E sia, ma intanto è un ovo, che nessuno fin qui era riuscito a tener ritto, mentre per la sua importanza meritava di essere tenuto. Notisi infatti che finora si è detto e si continua a dire, che vi sono stati che cerchiamo di far cessare, e stati, che cerchiamo di conservare, venendo con ciò a dire che gli stati piacevoli producono azione al pari di quelli dolorosi; il che costituisce un'antinomia veramente inesplicabile. A me è parso di trovarne la soluzione con quanto sono per dire. Cercare significa agire allo scopo, e qui di conservare. Se vi è bisogno di agire, è perchè la cessazione dello stato piacevole è avvenuta o preveduta. Ora, sì l'uno che l'altro caso deve suscitare un modo del Sentimento (in assenza di questo mancherebbe ogni ragione di agire). Ebbene, quale modo? Non quello piacevole, che non ha luogo se non per cessazione di uno stato doloroso: dunque il modo spiacevole, ossia Dolore. Dunque non si agisce per conservare uno stato, se non allorchè la sua cessazione, reale o prevista, è seguìta dal Dolore. E così lo stato, che si dice volersi conservare, è cessato per causa della comparsa del Dolore, e si tratta, propriamente, non già di conservarlo, ma di rinnovarlo. Perciò 1° lo stato attuale, quello che produce l'azione, è caratterizzato, come gli altri stati producenti azione, da Dolore; 2° l'azione, come nel caso degli altri stati, è diretta a farlo cessare. Da ciò consegue che sempre e invariabilmente l'azione è diretta a far cessare lo stato attuale.
Al Congresso di Psicologia, tenutosi a Roma nel 1905, il Prof. Billia, udita la mia comunicazione, Il Sentimento è un «semplice aspetto»?, mi obbiettava appunto non potere l'azione essere sempre diretta a far cessare lo stato attuale, essendo unanimamente riconosciuto che vi sono stati, i quali si cerca, al contrario, di conservare. Io gli risposi con le considerazioni, all'incirca, su esposte, e parve che ne rimanessero convinti così egli come altri astanti, uno dei quali osservò che il timore della cessazione degli stati piacevoli è ciò che spinge ad agire per conservarli. Io soggiunsi, che questo appunto ho detto più volte nei miei scritti, rilevando che l'azione per conservare non può intendersi fuorchè come promossa o da desiderio (cioè bisogno, privazione) o da timore, e che ambedue tali stati sono riconosciuti universalmente come dolorosi.
Vediamo qualche schiarimento non superfluo. Un fatto è lo stesso dallo zero fino al più alto grado, perchè attraverso a tutti i gradi la sua natura è la stessa: così ad esempio il Moto e la Luce. Altrettanto perciò deve dirsi circa il Sentimento, in una teoria, nella quale non può, nè deve tenersi conto di distinzioni empiriche e del linguaggio volgare. Il Sentimento, come abbiamo visto, e sopratutto il suo modo spiacevole, il Dolore, può essere determinato da condizioni quasi infinite e perciò accompagnato da innumerevoli fatti intellettivi, tra cui quelli rappresentanti così le sue condizioni come le conseguenti reazioni necessarie a farlo cessare. Ma tutti questi fatti rappresentativi, compresi i cosidetti caratteri del Dolore fisico (e parimenti quelli del Piacere), per quanto paiano incorporati col Sentimento, non sono il Sentimento: questo è il quid posto al di là di essi, indefinibile per difetto di ogni somiglianza, privo di ogni analogia coll'Esteso, perciò indescrivibile, è il psichico per eccellenza.
Purchè, dunque, consideriamo che nè le differenze di grado, nè quelle delle condizioni, del fatto di Sentimento non possono mutare la natura di quest'ultimo, non ci maraviglieremo, nè troveremo da ridere, se qualcuno dice, come dico io, che l'andare a trovare un'amante, il mostrarsi in una passeggiata, guidando due pariglie, il correre ad un concerto, il modellare una statua, il travagliarsi intorno a un problema scientifico, sono azioni promosse dallo stesso, identico movente, per il quale un uomo, che è sotto un'operazione chirurgica, grida, e un altro per la morte di una persona amata si dispera. Invero le cinque prime azioni suddette non mirano forse a far cessare lo stato attuale? Ora, che sono quei cinque stati? Un bisogno fisiologico, la vanità insoddisfatta, un desiderio estetico, un simile desiderio, più quello della lode, infine un disagio intellettuale, spesso del pari unito al desiderio di lode: sono dunque tutti stati non piacevoli, posto che se ne cerca la cessazione, dunque sono caratterizzati dal fatto opposto al Piacere, e dicasi pure, per convenzione, Dolore negativo, ma insomma Dolore.
Una teoria, come questa, che riunisce sotto uno stesso principio i fatti in apparenza più dissomiglianti, e ne dà, quindi, ciò che filosoficamente si chiama una spiegazione, e risolve le contraddizioni e antinomie, tra le quali la Psicologia tradizionale continua a dibattersi miserevolmente; una tale teoria, dico, la quale è stata elaborata, benchè non esaurientemente, da sommi ingegni (parlo dei miei predecessori), merita qualcosa più che di venire giudicata con dei bons mots e guardata con aria di compassione. Io oppongo: si pensi prima alle vergogne della Psicologia attuale.
Non mi pare esagerato equiparare la teoria in parola, per la sua importanza psicologica, sociologica e biologica in genere, alla teoria della gravitazione rispetto ai sistemi planetarii (non dico universale, sapendosi oggidì che una gravitazione universale non esiste). Lo Spencer paragonò già alla teoria della gravitazione quella dell'Evoluzione, ma con scarso diritto, perchè nè egli nè altro evoluzionista, anzi egli meno di altri, ha saputo indicare la causa generale e suprema dell'Evoluzione. E giacchè ho ricordata questa causa, non tacerò intorno ad essa la mia maniera d'intendere. Posto che negli esseri senzienti uno solo e stesso modo del Sentimento è il movente di ogni loro atto più o meno cosciente e volontario, come è anche degli atti riflessi, tanto che fisiologi e psicologi sono tratti a supporre che le stesse funzioni oggi automatiche siano state, in origine, volontarie; e poichè le stesse modificazioni (si chiamino, se vuolsi, perfezionamenti) apportate nelle funzioni e strutture fisiche dalle funzioni psichiche sono una conseguenza di quel medesimo e unico movente, perchè questo domina anche l'azione sul pensiero; mi parrebbe chiaro abbastanza che il perfezionamento, l'adattamento, usati e abusati dagli evoluzionisti, i quali non sanno però darne la spiegazione psicologica e fondamentale, mentre in essi fanno consistere appunto l'Evoluzione, sono effetto non d'altro che del movente universale. Per parte mia dico perciò, che adattamento e perfezionamento, se non hanno per effetto una cessazione totale o parziale di dolore, unico scopo di ogni azione immaginabile, sono parole vuote di senso, e che quindi la causa unica e prima dell'evoluzione degli esseri sensitivi risiede nel loro unico movente.
Qui immagino un'accusa e obbiezione: Ma sapete che la vostra non è punto una teoria allegra? La mia risposta è, che, come tante volte fu detto, la ricerca del vero non ha lo scopo di consolare gli uomini delle loro miserie. D'altra parte si pensi che una teoria non muta in nulla le condizioni dell'esistenza: non aggiunge un bene, ma non aggiunge un male; essa ci fa soltanto vedere in un dato modo i rapporti tra i fatti. Ma non è un male, potrà dirsi, il distruggere delle illusioni? A ciò replicherei, che il desiderare d'illudersi, anzichè di appagare la ragione, è desiderio da lasciare ai bambini, e che poi anche quella di guardare in faccia il Vero è una virile e fiera compiacenza. Se gli uomini si sono consolati della perdita di altre importantissime illusioni, quali erano quelle della propria origine divina, dell'antropocentrismo, del geocentrismo, non avranno alcuna ragione di darsi alla disperazione, se verrà dimostrato che gli esseri animati sono mossi invariabilmente da quella causa, che poi non muterebbe moltissimo di frequenza e potenza, qualità da non negarlesi nemmeno oggi, se venisse riconosciuta come l'unico movente (non ne ripeto il nome per non far riudire l'abborrita parola).
Delle molte conseguenze che potrebbero trarsi da questa veduta psicologica, ne indico solo alcune e poi finisco.
Una grande, e forse la massima, parte dei patimenti da cui è travagliata l'umanità, consiste in quelli che gli uomini si cagionano reciprocamente.
I pro-uomini, direbbe il Morselli, non ebbero altre reazioni che di morsi, graffii, percosse, gridi o fuga, come gli animali; più tardi opposero anche atti di sommessione e il pianto; più tardi ancora parole, ora minacciose, ora umili. Così, appena vi fu un linguaggio rudimentale, questo servì ad esprimere, anche da parte dei semplici spettatori, quando l'ira e il disgusto per una sopraffazione, quando il contento per una giusta resistenza e quando il compianto per gli offesi e oppressi. Tali sentimenti, provocando nel decorso dei secoli una ininterrotta e sempre più complicata serie di operazioni mentali, hanno creati sia quei precetti pratici, che regnarono e regnano presso ogni popolo, per quanto selvaggio, sia quelle speculazioni, presso le genti civili, delle quali si compone la Morale o Etica. Dunque, poichè gli atti indifferenti e quelli produttori di solo Piacere senz'alcuna dannosa conseguenza, non furono e non sono oggetto di alcuna imposizione o di alcun divieto, si presenta da sè questa deduzione importantissima, anche se universalmente, o almeno generalmente, ignorata, che in tanto esiste la Morale in quanto esiste il Dolore.
Aggiungasi che le leggi di ogni sorta, diritto civile, criminale, politico, internazionale, non sono che deduzioni e applicazioni della Morale; di modo che ogni sorta di norme reggenti il consorzio umano, fino alle sue forme più vaste, non riceve spiegazione da altro se non dall'esistenza del dolore. Suppongasi che nessun rapporto tra gli uomini potesse più cagionare una sola sofferenza, e immediatamente la Morale e tutte quante le legislazioni sparirebbero.
Sappiamo che le concezioni mitologiche del Mondo hanno fatta discendere la Morale dal cielo e preteso che soltanto dal cielo essa fu imposta agli uomini; ma chi non ha un abito di mente mitologico, non può acconciarsi a vedute e spiegazioni così facili e primitive, e chiama spiegazioni solo le relazioni tra fatti e leggi conosciuti.
Bisogna anche esaminare, benchè di volo, la grande e insoluta questione dell'esistenza del Male, «scoglio in cui venne in tutti i tempi ad urtare l'umana intelligenza»; ed è proprio vero che ogni accostamento a siffatta questione è stato un naufragio. Tutte le soluzioni datene sono informate, legate, ad un concetto del Mondo, nè potrebbe essere diversamente; onde avviene che quelle dipendenti da concetti mitici abbiano lo stesso valore di questi. Esaminarle direttamente non importa, giacchè un gran numero di filosofi, non sapendo discostarsene, le ha riprodotte. Per ricordare un esempio celebre, quello del Leibniz, dirò che ero molto curioso di sapere come questo grande filosofo riuscisse a provare quella sua tesi famigerata che il nostro mondo sia il migliore dei mondi possibili. Perchè mi dicevo: se il nostro è il migliore ad onta della infinita congerie di mali contenutavi, è perchè gli altri mondi, quelli possibili, contengono una ancor più grande quantità di mali: posto che fosse così, non nego che sarebbe stata sapiente la scelta del meno orribile fra i mondi, sebbene si potesse lasciare anche questo nel nulla; ma quello che non capisco, è perchè in tutti dovesse già trovarsi installata l'innumerevole falange dei mali. Chi ve l'aveva impiantata? La stessa Intelligenza creatrice? Assurdo. Un'altra intelligenza? Nuovo assurdo. Conclusione: miserevole naufragio della tesi e del Leibniz. Un giorno ebbi poi la grande soddisfazione di trovare confermata la mia critica da una memoria del Prof. Adolfo Faggi, perchè vi era detto che la Teodicea del Leibniz si riassume in questo ragionamento: Il nostro è il migliore dei mondi possibili, perchè è fatto da Dio; siccome è Dio, che ha fatto il mondo, questo non può essere che il migliore tra i mondi possibili. D'innanzi a tanta profondità, ci si ferma sbalorditi! Il Leibniz ha anche detto, che i mali non sono imputabili a Dio, ma all'essenza stessa delle cose. E qui bisogna di nuovo osservare: L'essenza delle cose era forse increata e preesisteva a Dio? Assurdo. Era stata creata, ma da altri che da Dio? Nuovo assurdo.
Altro profondo argomento, che da migliaia d'anni vien ripetuto, è questo: il male fu introdotto nel mondo dal libero arbitrio. Ma la Terra prima della comparsa dell'Uomo, era per centinaia di secoli già popolata; e i mali che affliggono, in terra e in mare, dei miliardi di esistenze, quali caldo, freddo, fame, l'essere inseguiti, feriti, divorati dai nemici, non hanno certo aspettato, per comparire, la presenza dell'Uomo e del suo libero arbitrio. Quando anche sia vero, come ora sembra, che gli esseri intelligenti lavoravano la pietra fino dall'incredibile antichità dell'Oligocene, non importerebbe, poichè i mali su indicati esistettero ben prima dell'Oligocene. Quindi resta da chiedere, se fu giusto fare scontare agli animali, delle colpe altrui, non solo, ma non ancora commesse, e se vi sia giustizia nell'avere, anche in seguito, fatto loro scontare colpe non di loro, ma degli esseri forniti della cosidetta libertà del volere.
Le ragioni di codesta libertà bisogna cercarle nel dogma. Ebbene, consideriamo. Se essa libertà fu dovuta istituire ad onta della somma incalcolabile di mali, che ne sarebbe derivata, vuol dire che era un male minore, necessario ad impedirne uno maggiore. Ma allora, si chiede, perchè porre quel male maggiore che rendeva il minore necessario? A tale domanda non c'è risposta possibile. Infatti e in concreto, si vuole che la libertà fosse necessaria a determinare se l'Uomo avrebbe, o no, meritata la beatitudine in una vita futura. Ma si domanda: chi o che cosa obbligava a porre per condizione della beatitudine il merito? Si risponde: la giustizia divina. Al che replicheremo se la infinita bontà voleva davvero partecipare alle creature la beatitudine, aveva un mezzo non meno evidente che infallibile, cioè, invece della libertà, che le avrebbe fatto mancare lo scopo in infiniti casi, doveva dare la beatitudine immediatamente e senza condizione. – Ma allora dove sarebbe stata la giustizia? – Anzi il dare l'esistenza a creature immediatamente beate, quindi tutte eguali, sarebbe stata, rispetto alle stesse creature, la giustizia massima; e rispetto ad altri, si domanda se è concepibile che la Divinità, avesse da rendere conto a qualcun altro.
Chiedo scusa a quelli tra i miei ascoltatori, cui la critica ora esposta potrebbe avere urtati: essa è indispensabile a dimostrare un principio fondamentale per la Filosofia, benchè non inteso, parrebbe, nemmeno dai più grandi pensatori, cioè che non esistono ragioni del Male, e quindi il Male è ingiustificabile.
Il non avere inteso ciò proviene dall'altro inescusabile errore di non aver capito che il Male è Dolore, e niente altro, essendo evidente che qualsiasi male, se ne togliamo il dolore, sparisce.
È perciò da ammirare l'ingenuità di una tesi, che incontriamo in ogni filosofia, anche evoluzionista e positivista, quella dell'utilità del Dolore, basata su esempii di dolori, che servono ad evitarne altri. Questo genere di utilità è ben noto anche alle donnicciuole, ma non bisognava fermarsi così presto. Bisognava riflettere che, se un dolore è utile perchè evitante, quello che è semplicemente da evitare, chè non evita nulla, è inutile; e così la somma di tutti i dolori, da evitare, essendo gratuita, rende necessaria bensì, ma gratuita, anche quella dei dolori evitanti; di modo che tutta l'immensità del Dolore che grava sul mondo animato, è perfettamente inutile e gratuita. Ad esempio, si chiamino pure utili la paura e un dolore sintomatico, per evitare i nemici e una malattia, ma i nemici stessi e la malattia a che giovano? Ecc. ecc. Il rompere questa specie di cerchio incantato, da cui sembra che non abbian saputo uscire nemmeno i pensatori più spregiudicati, era, se non m'inganno, della più alta importanza.
Dall'essere il Dolore un fatto psichico, perciò irreduttibile ai fatti dell'Esteso, non solo, ma anche a quelli dell'Intelligenza, segue che esso è un fatto primo, come il Moto nell'Esteso e come le sensazioni intellettive; quindi un fatto, di cui è impossibile trovare la causa e dare una spiegazione. Esso è in Psicologia il supremo spiegatore e perciò da nulla è spiegato.
Mi sia permesso qui di ripetere una mia veduta metafisica, la quale fu giudicata dal Papini23 analoga a talune ipotesi cosmologiche della filosofia greca presocratica. Una volta avevo scritto: Volendo generalizzare per induzione, si può considerare che nell'universo tutti i particolari aggregati di materia, e i particolari movimenti di tali aggregati, siano un effetto del malessere provato dagli atomi nelle successive posizioni rispettive che hanno prese.
Terminerò coll'accennare che le idee su esposte hanno anche un valore pratico. Oggidì in tutti i paesi civili (maestra in ciò l'Asia da migliaia di anni) filosofi e sociologi e partiti politici e molte associazioni si preoccupano del bisogno di produrre un'umanità moralmente migliore dell'attuale, e in questi giorni appunto la Camera italiana ha discusso sulla efficacia morale dell'insegnamento religioso. Molte buone cose vennero dette, ma non la migliore, perchè si continua ad ignorarla. Che l'efficacia dei dogmi e delle sanzioni religiosi sulla condotta sia ora poca e ora nulla, ce lo dimostra la storia: il Medioevo, epoca di fede indiscussa, fu anche epoca di orribili crudeltà sociali e misfatti privati: e invece i costumi sono andati ingentilendosi man mano, nel mentre stesso che le credenze religiose andavano affievolendosi. L'efficacia è dunque altrove. Ma noi sappiamo dov'è, sapendo che non vi ha mai azione, o positiva o inibitoria, che non sia promossa da un dolore. Con ciò noi intendiamo appieno come qualsiasi deplorevole condizione sociale di cose non possa farsi cessare, se non ottenendo che negli uomini di buona volontà essa provochi dolore; e invero ciò è quanto si fa, ma inconsciamente, ogni giorno, ad esempio descrivendo nella stampa degl'infortuni, e segnalando nei Parlamenti qualche inumano effetto di leggi. A noi risulta quindi evidente che vi ha un modo solo di ottenere un'umanità moralmente migliore, quello di coltivare nelle giovani generazioni assiduamente, sistematicamente (come, si noti, non fu mai fatto), la pietà, cioè il dolore, per i patimenti altrui di qualunque sorta. Questi sono i termini esatti, psicologici, in cui deve esprimersi quella morale laica, di cui molti parlano, ma senza precisa definizione, morale che forma oggidì l'aspirazione dei veri uomini presso ogni popolo civile, e che si confonde colla parte veramente immortale e sublime della religione cristiana.
[1909].
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