Napoleone Colajanni
Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

XIX. LE RESPONSABILITÀ

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XIX.

 

LE RESPONSABILITÀ

 

c)

 

IL GOVERNO

 

Al generale Corsi, che paragonò la Sicilia a una mina già preparata da secoli alla quale i Fasci e gli agitatori socialisti diedero fuoco, si può rispondere, che più veramente la parte di miccia la fece proprio il governo.

Infatti, la responsabilità del governo è immensa; antica e recente; diretta e indiretta; positiva e negativa. Su quella, antichissima, che si deve considerare come vera opera di preparazione, non ritornerò, risguardando essa la formazione dell'insieme di quelle condizioni sociali descritte avanti; ripeterò ciò che venne esposto relativamente alla provocazione, la quale rappresenta una fase più recente.

Il governo è responsabile per la sua azione diretta e che fa capo a Roma, e ancora di più per quella dei suoi rappresentanti locali, ora disonesti ora inetti - partigiani sempre - contro ai quali gli uomini più eletti dell'isola protestarono in ogni tempo invocandoli migliori. Di quanto fecero i prefetti e la polizia risponde il governo centrale, non solo per le ragioni che derivano dallo stesso regime parlamentare, ma ancora di più per la impunità che quello ha voluto sempre concedere ai suoi subalterni, e per l'incoraggiamento dato al malfare coi premi e le promozioni in ragione diretta della audacia mostrata nella violazione delle leggi e di quei principi fondamentali, che - anche se non regolati esplicitamente da leggi speciali, come vorrebbe lo Statuto, e come sarebbe il caso quanto al diritto di associazione e di riunione - dovrebbero pure far parte del diritto pubblico di un paese, che creda di vivere sotto il libero regime rappresentativo.

La responsabilità di questa ultima fase di esplosione che ricade sul governo per l'inettitudine e per l'imprudenza dei suoi agenti potrei io dimostrare con molti esempi. Mi limito solo ad accennare a quel tal delegato di Racalmuto, il quale medita stupidamente ed eseguisce una aggressione illegale contro una folla di un migliaio di cittadini, avendo due soli carabinieri e ch'è premiato, di poi, per essersi ecclissato nel momento critico del pericolo; e al delegato di Valguarnera che ordina ad altri due carabinieri di far fuoco contro un assembramento di parecchie migliaia di persone già eccitate; e faccio anche menzione di quel Prefetto di Trapani, che perdette del tutto la appena ebbe notizia dei primi tumulti, rimanendo in balia degli eventi come fece il suo collega di Napoli nell'agosto del 1893: e di tanti altri funzionarî di polizia - specialmente della provincia di Caltanissetta - che si sono chiariti di una inettitudine superlativa nella ricerca di delinquenti e nella repressione del delitto, ma audacissimi nel denunziare come pericolosi i più onesti e pacifici cittadini, e che pur sono stati premiati più volte nonostante il contrario avviso della magistratura.

Infine, il governo è responsabile quale organo delle classi dirigenti per quello che fece e per quello che lasciò sempre fare ad esse impunemente; responsabilità grande, che viene riassunta dal generale Corsi con questo tratto breve ed efficace: «i più moderati dei sommovitori non potevano fare a meno di pensare: il governo e i gaudenti promettono e dormono; bisogna scuoterli, costringerli col coltello alla gola.» (p. 371). E davvero, come non scorgere tutta la efficienza che doveva venire dalla radicata e ben fondata convinzione che nulla c'era da sperare colle buone e colle vie legali dal governo e dalle classi dirigenti100?

Quando si perviene alla vigilia della esplosione ed entra in iscena maggiormente l'on. Giolitti, corre il debito di dichiarare, che la situazione in Sicilia era assai cattiva; ma egli, che doveva risuscitare la bandiera sfatata della sinistra con tutte le sue colpe e con tutti i suoi errori, ebbe il merito speciale di renderla addirittura pessima con tutto quel periodo di provocazione.

Egli peggiorò tutti i cattivi metodi di governo mettendo a disposizione dei deputati - divenuti tanti proconsoli in cinquantesimo - prefetti, delegati, ed anche magistrati! ed ottenendo, però, un risultato insperato e insperabile per altri titoli: una fedeltà, cioè, a tutta prova nei rappresentanti dell'isola, che coprirono e legittimarono ogni loro voto di fiducia in nome della sacrosanta ricostituzione dei partiti e della risurrezione della sinistra... fatta da uomini che erano stati i promotori e i campioni del trasformismo.

Avvenuta poi la tragedia di Caltavuturo, la cecità e la persistenza del governo negli antichi metodi, e la mancanza completa di opportuni provvedimenti divennero assolutamente criminose.

Ciò che c'era da temere, ciò che poteva verificarsi si era veduto coi fatti: Caltavuturo non fu che un primo sintomo di uno stato generale.

Era urgente provvedere allora e riparare; mostrarne almeno l'intenzione. Finalmente, gli avvisi, gli allarmi, le grida di gioia degli uni e di paura degli altri rompono l'alto sonno dell'on. Giolitti; ed ecco il governo cominciò ad accorgersi che in Sicilia c'era del fuoco serpeggiante che minacciava di propagarsi - assurgendo alle proporzioni di un grande incendio - e si avvide che questa ipotesi del fuoco sotto la neve non era un'immagine poetica, cui si prestava l'Etna maestosa e fumante, ma una realtà. Ma pure allora il Presidente del Consiglio non si svegliò del tutto: sbadigliò, e sbadigliò da vero ministro di polizia dei passati regimi, non sapendo vedere al di della superficie e credendo che con semplici brutali repressioni la si potesse fare finita.

In Sicilia c'era una quistione di malandrinaggio di cui s'era occupato ripetutamente il Parlamento e la stampa; c'era la quistione sociale di cui i Fasci erano una fioritura parziale; e l'una e l'altra preoccupavano i grandi proprietarî e le classi dirigenti. L'on. Giolitti credette dare un colpo da maestro confondendole e giudicando che i Fasci non fossero che una speciale manifestazione del malandrinaggio e nella sua alta sapienza commise di studiare la quistione sociale al direttore generale della Pubblica Sicurezza. Così facendo - confondendo il moto sociale colla manifestazione criminosa - credette d'infangare il primo per discreditarlo, senza però d'altra parte nutrire la speranza di fare scomparire la seconda, che dalla insana confusione non poteva che ricevere incremento.

E per giudicare insana tale misura mi appello all'on. Di San Giuliano, che pur avendo fatto parte del gabinetto dell'on. Giolitti onestamente riconobbe: «che il peggioramento delle condizioni della pubblica sicurezza non è un effetto della propaganda, cui si devono i Fasci, ma tanto il successo di questa propaganda e i disordini che ne conseguono, quanto l'aumento dei furti e delle grassazioni sono effetti simultanei del disagio economico.» (op. cit. p. 14).

Il generale Corsi alla sua volta fece questa speciale e preziosa osservazione: «del moto dei Fasci rimasero quasi affatto immuni i circondarî di Cefalù e Mistretta, quelli appunto ch'erano in maggior sospetto di malandrinaggio.» (p. 366).

Il senatore Sensales, pei suoi prececenti e pel posto che occupava, era certo il meno adatto di tutti a conoscere i mali e a suggerire confacenti rimedî.

Del resto, il direttore generale della Pubblica Sicurezza non mostrò alcuna intenzione di studiare e conoscere; percorse rapidamente l'isola da Palermo a Messina, sentì i prefetti, si fece ossequiare alle stazioni ferroviarie per un minuto dai delegati suoi dipendenti, non chiamò notabili, non chiamò e non volle sentire gli oppressi. A Corleone soltanto - forte della coscienza del proprio retto operato - il Presidente del Fascio, B. Verro, si presentò da al Sensales per sottoporgli le doglianze e le ragioni, veri cahiers, dei lavoratori della propria regione. Onde il Direttore della pubblica sicurezza nulla vide, nulla apprese, che non avesse potuto sapere dai rapporti dei suoi dipendenti.

Quale fu, dunque, la sua missione; quale la sua opera?

Eccola: in una delle brevi soste del suo rapido e trionfale viaggio, a Girgenti - siamo già in ottobre, proprio alla vigilia dello scoppio - egli scopre «che alla fin fine miseria ce n'è stata sempre e ce n'è dappertutto; che i Fasci non raggiungerebbero lo scopo politico-sociale cui miravano e sarebbero stati sciolti con mezzi che non poteva rivelare

Non rivelò i mezzi arcani, ma li lasciò intravvedere ai suoi intimi o almeno parlò loro un linguaggio così equivoco da farlo interpretare in questo modo:

Persecuzione agli elementi migliori dei Fasci in modo che questi si sciogliessero spontaneamente, risparmiando al governo l'odiosa illegalità di scioglierli esso stesso. E la parola d'ordine data, pare che sia stata altrettanto semplice: arrestare in qualunque occasione e per qualunque pretesto!

E se non fu data in questa forma brutale la istruzione draconiana, i subordinati così ebbero ad intenderla e così la eseguirono.

Vi furono funzionari onesti e vergognosi dell'opera che compivano, i quali da me rimproverati aspramente, mi confessarono con sincerità che essi eseguivano gli ordini dei superiori arrestando ad ogni minima occasione, processando con ogni pretesto! E ciò l'indomani del viaggio dell'on. Sensales. Il quale viaggio viene annunziato dal generale Corsi così: «l'infelice governo centrale mandò un alto funzionario (siciliano) a vedere come stessero le cose. N'è derivato....» (p. 336).

I reticenti puntini sono del generale Corsi, che interrompe bruscamente i propri commenti e che lascia comprendere chiaramente che a proposito della missione del senatore Sensales e dei suoi risultati molte cose brutte sa e vorrebbe dire, ma non può.

Perchè si giudichi dell'effetto morale che poteva fare il contegno equivoco e misterioso del senatore Sensales bisogna esporre questi tratti del carattere dei siciliani quali li riferisce lo stesso generale Corsi: «Il siciliano ha bisogno di espansione, di franchezza, di verità. - Andategli a viso aperto colla verità, ed egli, foss'essa anche una condanna, vi si sottomette. Fategli comprendere l'inesorabilità di certe cose, e a lui basta questa sincerità. - Insomma coi Siciliani non bisogna adoperare sotterfugi, scappavie o che so io; - no, bisogna dir tutto e mantenere sia in bene che in male..... Se potete accordate; se non potete non andate per le lunghe, ma dite chiara e tonda la ragione.» (pag. 273).

La sapienza di governo dell'on. Giolitti non si limitò all'invio del senatore Sensales, che serbò il contegno meno adatto ad inspirare fiducia agli isolani; andò oltre, e continuando nell'applicazione del criterio che tutto dovesse ridursi a reprimere brutalmente il malandrinaggio creò le zone e sotto-zone militari.

L'impressione di quest'altro provvedimento fu penosa; ci fu la delusione in coloro che giustamente attendevano misure economiche e riparazioni politiche e amministrative; ci fu la paura in quanti ricordavano i fasti militari di altri tempi - paura, che si accrebbe quando corse la voce che sarebbe stato mandato il generale Baldissera a domare ed incivilire l'isola - certo, more Livraghi - ci fu in tutti lo accasciamento per la ribadita convinzione che il governo era e voleva continuare a mantenersi su di una falsa strada. Che la impressione fatta da tale provvedimento sia stata realmente penosa sulla generalità si rileva dalla cura del generale Corsi nel volerla dileguare e nel trovarla ingiustificata. Egli narra, all'uopo, episodî e giudizi, che mirano a provare che il regno della sciabola non è così terribile e temibile come si crede e che molte volte fece savia opera di pace: ed io che del militarismo sono avversario irreconciliabile sento il dovere di dichiarare che in molte occasioni ho trovato le autorità militari di gran lunga superiori, per tatto e per cuore, alle autorità civili; ma ciò non ostante, a torto o ragione, l'impressione non fu buona per quella misura del governo, che senza distrurre il malandrinaggio, accrebbe le diffidenze, le antipatie, i malumori.

La insipienza e la malevolenza del governo non risultava soltanto dai provvedimenti succennati, che avrebbero potuto essere spiegati in senso favorevole se accompagnati da buoni propositi, ma dalla sua attitudine di fronte all'azione dei Fasci, durante tutto il 1893: e di fronte ai municipi, dall'ottobre al dicembre dello stesso anno: poichè se verso i primi si chiariva schiettamente reazionario, la debolezza unita all'arbitrio verso i secondi non poteva servire che d'incoraggiamento al tumulto, alla violazione della legge dal basso contemporaneamente alle violazioni dall'alto.

Invero l'indole dei reati attribuiti dalle autorità ai così detti sobillatori e ai Fasci, e i pretesti che dettero occasione allo sfogo della loro libidine di arbitrî durante il periodo della provocazione, furono tali che giustificano l'avere considerato la loro azione come essenzialmente provocatrice ed iniquamente partigiana.

Si esagerarono a bella posta alcuni fatti, e della esagerazione la prova il Generale Corsi, che scrive: «in sostanza l'Inferno a cui s'è ridotta la Sicilia è un inferno assai tollerabile, a vederlo da presso, senza paura e senz'odio, senza il maledetto spirito di parte. tutto il male che si poteva e si voleva fare dagli scioperanti fu fatto; gl'incendî delle pagliaie e dei fienili non furono molti, non moltissimi gli abigeati, i guasti ai colti non frequenti grandi; gli armenti non furono abbandonati alla campagna dai pastori, come si diceva che sarebbe avvenuto; dei campieri non fu fatta strage; i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietari non furono costretti a cessare il lavoro...» (Sicilia, p. 337 e 338).

Il pretesto più ordinario agli arresti e agli arbitrî innumerevoli perpetrati sotto il ministero Giolitti, - o contro i Fasci collettivamente o contro i singoli membri - venne somministrato dallo sciopero e dai suoi naturali inconvenienti. Questi inconvenienti, che ogni giorno si constatano ancora e in maggior misura in Inghilterra, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti, dove agiscono masse di operai colti, educati alla vita pubblica e che hanno da lungo tempo adoperato questo mezzo - riconosciuto legittimo da conservatori e da economisti liberisti - per migliorare la propria condizione economica col rialzo dei salari, dovevano esser guardati con benevolenza dalle autorità perchè si sperimentavano nell'agitazione legale intrapresa per la prima volta dai lavoratori della Sicilia, incalzati dal bisogno assoluto ed urgente di migliorare la propria condizione.

Quando si pensa ai tumulti, che caratterizzarono il periodo del luddismo in Inghilterra - durante il quale si devastarono e incendiarono fabbriche e macchine in considerevole quantità - mentre infieriva la reazione dell'ultra-torismo sotto la influenza della Santa Alleanza, che facevasi sentire anche al di della Manica; quando si riflette alla violenza delle dimostrazioni del cartismo nella stessa Inghilterra e agli eccessi, alla intolleranza, alle persecuzioni, al boicottaggio delle Trade Unions contro i lavoratori che non ne facevano parte e non le seguivano nelle lotte contro i padroni e contro il capitalismo; quando si pensa ai cosidetti delitti di Sheffield e agli altri, che vennero in luce col processo di Manchester; quando si pensa alla violenza ed ai mezzi brutali, adoperati dagli unionisti contro gli operai non associati, che dai primi vengono chiamati sprezzantemente blacklegs e scabes e di cui si ebbero numerosi esempi, dopo il 1889, negli scioperi di Londra, di Liverpool, di Cardiff, di Southampton, di Manchester ecc., quando si pensa infine che gli operai inglesi delle Unioni - in un loro congresso a Liverpool nel 1890 - hanno sinanco chiesto che venisse loro riconosciuto come un diritto il cosidetto Picketing, cioè l'organizzazione di pattuglie destinate a prevenire ed arrestare gli operai, che si portano al lavoro in tempo di sciopero! e si paragona tutto ciò alle poche violenze commesse dai poveri lavoratori della Sicilia si può comprendere la differenza enorme tra il governo inglese e il governo italiano a tutto danno e disonore del secondo, la cui condotta non può e non deve considerarsi conforme ad un libero regime.

Se il paragone tra l'attitudine del governo inglese di fronte a violenze delle Trade Unions - cento volte superiori a quelle dei Fasci - e quella del governo italiano riesce disonorevole pel secondo, lo stesso paragone non può nemmeno porsi con quello degli Stati Uniti dove rimasero celebri le violenze di Pittsburg - che sono contemporanee perchè ci sia bisogno di ricordarle - e gli eccessi e i pericoli della marcia dei disoccupati di Coxey sopra Washington, i diversi scioperi dei Cavalieri del lavoro e l'ultimo veramente gigantesco dei ferrovieri di Chicago, dell'Illinois e di gran parte della California. si dica, che anche il governo della grande repubblica americana ha dovuto ricorrere alla repressione, perchè le cagioni e i limiti della medesima non hanno affatto che vedere con ciò che avvenne in Sicilia. Al Coxey - che mette in pericolo lo Stato e marcia con migliaja di uomini, che assaltano i negozî e i treni ferroviarî e all'occorrenza incendiano e distruggono - quando arriva a Washington, non viene contestato il diritto di dimostrare nei modi cennati, e questi modi non gli vengono addebitati come reati, ma viene processato per una contravvenzione ridicola e condannato a... quindici giorni di carcere. Bernardino Verro per fatti di importanza infinitamente minori e nei quali non ci fu la sua partecipazione diretta, immediata perchè si svolsero in Lercara, nella sua assenza, venne condannato a sedici anni di reclusione. Debbs, l'organizzatore dell'ultimo sciopero ferroviario - che ha prodotto danni per molti milioni e le cui schiere si sono abbandonate a violenze inaudite venne processato ed arrestato, ma immediatamente rilasciato in libertà sotto cauzione, ai sensi di legge. Ai disgraziati contadini di Milocca, accusati d'avere sparso un mucchio di concime - un atto che nemmeno costituisce reato e che fu dichiarato inesistente - si nega la libertà provvisoria e sono costretti a godersi molti mesi di carcere preventivo. E così potrebbe dirsi di cento altri casi.

A chi volesse sostenere che i lavoratori di Sicilia i quali si posero in isciopero, commisero violenze, si può contrapporre la testimonianza del generale Corsi, che in tutto il suo libro si mostra avversario dello sciopero - non avendone un concetto giuridico esatto - ma che pure le constatate violenze contro la libertà del lavoro (p. 312) da leale soldato è costretto a ridurre alle loro giuste proporzioni, ed afferma, come s'è visto, che «i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni proprietarî non furono costretti a cessare il lavoro.» (p. 338).

Il contegno, adunque, del governo rispetto all'azione principale dei Fasci fu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella famosa libertà nel contratto di lavoro, che in stessa, quando è rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione economica contro un'altra ch'era debole sotto tutti gli aspetti.

Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.

Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva essere energico e previdente nel senso di ordinare subito un esame per vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure con altrettanta energia - se non pari equità - imporre il rispetto della lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in pace ed erano perciò con loro solidali.

Non l'uno, l'altro atteggiamento seppe assumere l'on. Giolitti, ma invece si limitò a cedere ed a concedere - con manifeste violazioni della legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo - ogni qual volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di partiti.

Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l'azione del governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e amministrative.

Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte alle spese obbligatorie l'ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilità in cui si sarebbe trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che l'appaltatore avrebbe intentato al Comune, volendo assumersi l'odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni

Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.

Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l'iniziativa di questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle, dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si distruggono arredi e mobili, si tenta d'incendiare gli archivi. Sedato il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta. La vittoria rimane ai tumultuanti.

Ma i fatti ch'ebbero maggiori conseguenze e che furono straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con violenza crescente. Si conceda pure che l'amministrazione fosse cattiva, gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali maggiormente si lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte; certo è, però, che l'amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto, i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e durante l'anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell'una cosa e dell'altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora interviene un consigliere di Prefettura che va ad assumere i lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.

La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia - o quella che tale si ritiene - e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti da tempo e che vedevano finalmente spuntare l'ora delle rivendicazioni. Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai tumultuanti, c'è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le amministrazioni comunali? c'è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido di Viva il Re! lo salvava dall'ira del governo e che i ritratti del Re e della Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c'è da sorprendersi se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?

Francamente, ci vuole molta ingenuità - o molta malignità - per meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse avvenuto altrimenti. Il governo dell'on. Giolitti, dunque sia che provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare, promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità quest'azione del governo doveva venire ribadita dall'opera della magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi servizî al governo.

Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e le violenze dall'altro, tutti i conflitti si risolvevano in incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul governo, in tutti i modi.

Se la condotta dell'on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può immaginare quello che divenne all'indomani del 23 novembre, quando pel colpo assestatogli dal Comitato dei sette fu costretto più che alle dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell'on. di Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata colla formazione del gabinetto presieduto dall'on. Crispi.

In questo intervallo, la fase dei tumulti divenne acutissima ed era il momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon governo erano stati deficienti nell'on. Giolitti quando era sorretto dal concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello, inspirazione dal proprio cuore; e l'anarchia, manco a dirlo, fu tutta a benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano la rivincita.

Di questa anarchia fu data una spiegazione malevola da coloro i quali affermarono che l'on. Giolitti la favorì coscientemente per lasciare al successore una tristissima eredità; come a mio giudizio malignarono - e la malignità accortamente fe' capolino nella discussione parlamentare - quanti pensarono e dissero che l'on. Crispi avesse soffiato nel fuoco per rendersi necessario al potere. Nei precedenti, nel temperamento dei due ministri vanno ricercate le cause naturali della loro condotta.

Finalmente dopo l'intermezzo comico del ministero Zanardelli, annunziato e disfatto nello stesso momento, l'on. Crispi succede all'on. Giolitti.

Chi avvicinò l'on. Crispi sul finire di dicembre 1893 - ed a me toccò questo non ricercato onore - rimase impressionato della conoscenza precisa che egli aveva degli uomini e delle cose di Sicilia, delle cause vere che avevano preparato da gran tempo gli avvenimenti dolorosi dell'anno che moriva. Le intenzioni che mostrava, per riparare ai gravi mali, per rimuoverne le cause erano ispirate a patriottismo dell'antica lega - e non della nuova di cui vergognosamente si abusa a Montecitorio, rendendo ridicola o invisa la parola patriottismo. - In lui sembrava rivivere l'antico promotore e organizzatore della spedizione dei Mille della cui risurrezione s'era avuto un barlume nel discorso di Palermo.

L'on. Presidente del Consiglio non si nascondeva le grandi difficoltà della situazione; era giustamente convinto che in quanto a provvedimenti d'indole economica e sociale l'imbarazzo era grande, ma riconosceva che bisognavano misure radicali e non rifuggiva dall'accennare a censimenti obbligatori dei latifondi e ad altri rimedî che dalle anime timide e grette avrebbero potuto essere considerati rivoluzionarî e sovvertitori degli ordinamenti economici e politici vigenti. Superfluo aggiungere che per realizzare un vasto piano di riforma sociale era indispensabile il concorso del Parlamento ed un certo tempo per prepararlo, discuterlo e farlo accettare; che sarebbe stato necessario appellarsene al paese, se la Camera attuale, com'era temibile, non avesse voluto seguirlo.

Nessuno poteva disconvenire su tali apprezzamenti della situazione; e quanti sentirono i suoi propositi non potevano che approvarlo e lodarlo, non esitando anche di fargli comprendere, che il compimento di tale opera avrebbe potuto chiudere splendidamente la sua vita politica, ed acquistargli benemerenze maggiori di quelle che gli vennero dallo sbarco di Marsala.

Ma la grave situazione del momento imponeva provvedimenti immediati che dovevano essere presi piuttosto oggi, che domani. Ed egli non poteva prenderne da solo e immediatamente che sul terreno politico-amministrativo; e annunziò che li avrebbe presi. Egli avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all'uso delle armi bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il bisogno d'inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere energicamente e prontamente. Per quanto il contatto tra soldati e cittadini eccitati sia riuscito sempre pericoloso, pure è duopo convenire che lo spiegamento di grandi forze di fronte alle popolazioni in fermento riesce meno dannoso dello invio di piccoli distaccamenti, che - per paura di vedersi sopraffatti dal numero stragrande dei cittadini anche inermi - si sentono trascinati, quasi da legittima difesa, a far fuoco. E fu questo proprio il caso a Caltavuturo, a Giardinello, a Pietraperzia, a Gibellina, a Santa-Caterina Villarmosa, dove chi comandava i soldati credette di salvare la propria vita colle scariche micidiali contro le inermi popolazioni.

Le date dolorose di Pietraperzia, di Gibellina, di Santa-Caterina ecc. avvertono che disgraziatamente sotto l'on. Crispi si continuò nella pericolosa condotta di mandare piccolissimi distaccamenti ad imporsi ad interi comuni tumultuanti e che se ne ebbero gli stessi disastrosi risultati ottenuti sotto l'onorevole Giolitti; mentre per altro verso ciò che successe a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Monreale, ecc., dimostra, che, quando si volle e si seppe, si poterono evitare gli eccidî.

L'on. Crispi, che conosceva la inettitudine o la malvagità di molti prefetti, di molti questori, di molti magistrati - ed in questa conoscenza e nella valutazione delle persone si mostrava di una meravigliosa chiaroveggenza - sentiva il bisogno di un vero repulisti, di un mutamento rapido, fulmineo. A chi gli osservò, che si cominciava male mandando un militare a reggere la prefettura di Palermo - ed aveva buon giuoco ricordando a lui, che li conosceva appieno, i fasti della prefettura militare del Generale Medici, che riuscì ad elevare a metodo di governo i procedimenti della mafia - egli rispondeva che Winspeare ed altri pochissimi buoni prefetti, che ha l'Italia, si erano rifiutati di andare a Palermo; che Morra di Lavriano si era mostrato mite e conciliante, poco soldatesco a Napoli nelle dimostrazioni di Agosto; che a correggere la impressione sinistra che poteva fare l'annunzio della reggenza della prefettura di Palermo affidata ad un generale, intendeva immediatamente farla seguire dalla nomina di un distinto magistrato a questore di quella città101.

L'on. Crispi, infine, che conosceva il mal governo fatto della cosa pubblica da moltissime amministrazioni comunali e la giustezza dei risentimenti del popolo annunziava che molte ne avrebbe sciolte, che avrebbe fatto riesaminare i bilanci e i ruoli delle più odiose imposte, che avrebbe fatto raddrizzare i torti e preparato la ricostituzione delle amministrazioni locali, prendendo come mezzo la massima libertà e come fine la giustizia, sbandendone tutte quelle preoccupazioni politiche e partigiane che sogliono ordinariamente presiedere alle elezioni amministrative sotto la ispirazione preponderante e trionfante dei Regi Commissarî straordinarî.

Tutto questo qui si ricorda non per trovare attenuanti a coloro i quali ingenuamente poterono credere che l'on. Crispi risolutamente pensasse a risolvere il ponderoso problema della Sicilia coi principi di equità e di libertà; ma solamente per mostrare che egli aveva conoscenza piena ed intera dei termini del problema e per poterne stabilire la responsabilità completa nel caso che i fatti che esamineremo non corrispondano ai principî che si avrebbe dovuto far prevalere. In questo caso egli non può dire: ignoravo la situazione reale, non conoscevo gli uomini e le cose!

E disgraziatamente l'on. Crispi subito dopo aver manifestato tanti propositi belli cominciò ad agire come avrebbe potuto fare chiunque avesse ignorato le vere condizioni della Sicilia. L'on. Giolitti non aveva saputo escogitare in prò dell'isola che la istituzione delle zone e sotto zone militari; l'on Crispi, mutando subitamente pensiero, con lo Stato di assedio annunziato e proclamato il 4 Gennaio, pose la Sicilia sotto il comando assoluto e incontrollabile del generale Morra, conte di Lavriano e della Montá.

A giustificare il proprio operato il Presidente del Consiglio dei ministri addusse la circostanza, che i torbidi della fine di dicembre continuarono e si estesero. Ma perchè la giustificazione avesse valore bisognerebbe dimostrare che qualche cosa si era fatto per impedire che continuassero...

La continuazione dei tumulti si doveva prevedere, poichè nessuna delle cause che li avevano determinati era stata rimossa; non era stato preso alcun provvedimento che avesse potuto modificare la situazione, incutendo timore, suscitando speranze, ispirando fiducia.

Rimanevano dunque intatte le cause antiche ed intatta rimaneva la contagiosa sovraeccitazione dei mesi di novembre e di dicembre: sovraeccitazione che non poteva scomparire ad un tratto, al semplice annunzio dell'arrivo al potere dell'on. Crispi, non seguito neppure da uno di quei proclami ad effetto, che avrebbero potuto impressionare il cervello dei meridionali.

Un atto102 c'era, che avrebbe potuto esercitare una immediata azione sedatrice: una amnistia pronta e intera, ch'era attesa e invocata da tutti come caparra di una nuova êra riparatrice, che andava ad iniziarsi. Della convenienza del provvedimento rispondente al desiderio generale mi feci interprete alla Camera dei deputati alla presentazione del nuovo ministero; ma non potei ottenere niuna dichiarazione seriamente incoraggiante. E dare l'amnistia più che savia misura di governo era opera doverosa per chi era convinto che in fondo le popolazioni avevano ragione, e che potevano soltanto biasimarsi i mezzi adoperati per farla prevalere.

Non si potevano attendere gli sperati risultati dal ritiro della squadra, che stava a minaccia di Palermo. L'atto avrebbe solo potuto lusingare la città delle barricate, che non si era mai mossa e che non aveva menomamente accennato a dimostrazioni e tumulti, e che perciò rimase del tutto indifferente all'arrivo e alla partenza delle navi di guerra, dalla cui presenza poteva sperare qualche vantaggio economico, non temere offese.

A che cosa si ridusse l'opera di pacificazione dell'on. Crispi?

A un telegramma al sindaco di Lucca Sicula; ma fu tale misera cosa, che suscitò l'ilarità in alcuni, l'amara delusione o l'indignazione in altri.

In un sol caso si poteva pensare e supporre che l'annunzio dell'on. Crispi al potere da solo avrebbe potuto riuscire miracolosamente a produrre la pacificazione degli animi: in quello in cui il Presidente del Consiglio avesse davvero avuto parte diretta nell'eccitamento. E l'ipotesi calunniosa venne scartata.

Il corso degli avvenimenti, quindi, doveva continuare; e continuò, rimanendo immutata la enorme responsabilità del governo che in tutti i tempi e in tutti i modi li aveva preparati, determinati ed accelerati.

Disgraziatamente se mostrossi cieco, impreviggente chi dirigeva le sorti d'Italia in Roma, non si mostrarono più avvedute le classi dirigenti in Sicilia. Esse, che tanto avevano contribuito a creare la situazione anormale nel momento della crisi acuta, in generale - chè non mancarono le nobili e lodevoli eccezioni - furono liete dell'indirizzo preso dal governo; e derisero, denunziarono, angariarono i Fasci e i loro socî.

Grande è la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, e dove esse contribuirono ad eccitare gli animi per i loro fini partigiani, si mostrarono di una fenomenale ignoranza sulle condizioni psicologiche delle folle, prodotte da quelle economiche ed intellettuali. Esse accesero l'incendio, ma non credevano che tanta materia vi fosse da farlo divampare terribilmente; si videro sorpassate nelle intenzioni e si spaventarono della lava che minacciava travolgere tutto e tutti. Ond'è che in più luoghi, nell'ora del pericolo, tornarono elementi di ordine, si riconciliarono coi nemici della vigilia e si misero a disposizione del governo e abbandonarono gli alleati popolari, quando non li poterono più condurre a loro libito. Così a Lercara, ad esempio, i popolani che insistevano nelle dimostrazioni credendosi spalleggiati da una casa potente - che avrebbe saputo impedire l'uso della forza contro di loro - imprecarono ai vili, che li avevano traditi.

Nell'ora suprema l'ignoranza e l'egoismo delle classi dirigenti non furono uguagliati che dalla loro paura; ed esse non seppero neppur tentare di opporre una diga morale e materiale alla marea sormontante. Ogni speranza di salvezza riposero nel governo, da cui - come in più luoghi dimostra il generale Corsi - tutto attendevano e con questa assenza di ogni loro iniziativa si rivelarono indegne di un libero regime. Sicchè è forza convenire che la responsabilità enorme del governo negli avvenimenti di Sicilia non è pareggiata che da quella delle classi dirigenti.

 

 

 





100  Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella presente reazione, il governo - se non altro per illudere - ha mostrato la intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i quali richiamarono l'attenzione sua colle violenze, e prosegue a non curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti - ad esempio, da Petralia Soprana - mi si é scritto deplorando di esser rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com'é eloquente ed istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!



101  Non credo di andare errato affermando ch'era pronto il decreto, col quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.



102  Nell'originale "Un'atto". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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