Ulisse Barbieri
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ULISSE BARBIERI Schizzo di EDMONDO DE AMICIS

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ULISSE BARBIERI

Schizzo di EDMONDO DE AMICIS

Uscendo sere fa dal teatro Gerbino, dove si rappresentava con buon successo una nuova commedia di Ulisse Barbieri, intitolata Ronzii, sentii un tale che domandava al suo vicino:

– Insomma.... chi è questo Barbieri?...

E nel fare questa domanda, pigliava la Gazzetta d'Italia da un chiosco, coll'atto di chi piglia tutti i giorni il medesimo giornale, dal medesimo rivenditore. – Come!... – dissi tra me – questo signore non sa ancora chi sia Ulisse Barbieri?... – Ebbene, glielo dirò io, e glielo dirò appunto sulla sua Gazzetta. Ed ecco come e perchè mi trovo qui a tavolino a mezzanotte sonata, colla penna in mano e collo spettro di Ulisse Barbieri davanti. Alla maggior parte dei lettori della Gazzetta non occorre certamente che io faccia una regolare presentazione del personaggio.

È Ulisse Barbieri!... l'autore dei drammi terribili, per cui migliaia di ragazzi e di governanti balzan dal sonno esterrefatti; il sanguinario trionfatore delle arene; il più scapigliato ed il più temerario scrittore drammatico d'Italia. Ma la vera originalità sua non è tanto nelle sue opere drammatiche, quanto nella sconcordanza singolarissima che esiste in lui tra l'uomo e lo scrittore. L'uno è assolutamente l'opposto dell'altro. Il drammaturgo, che vive di delitti e sguazza nel sangue, è il più mite uomo, il più buon diavolaccio che esista sotto la cappa del cielo, tanto che a nessun amico suo, il quale sentisse i suoi drammi senza sapere che sono suoi, passerebbe mai per la testa che egli ne fosse l'autore. È una cosa strana, che merita d'essere spiegata.

Il Barbieri, nato a Mantova, commise a sedici anni la nobilissima imprudenza di attaccare ad una cantonata un proclama di fuoco, col quale eccitava i suoi concittadini ad insorgere contro gli Austriaci.

Lo arrestarono, gli trovarono in tasca uno scritto di Mazzini, lo condannarono a quattro anni di prigione, e li scontò dal primo all'ultimo: otto mesi nelle carceri di Milano, sedici mesi nell'ergastolo di Mantova, e due anni alla Giudecca di Venezia1.

Nell'ergastolo di Mantova visse in comunione, come tutti gli altri condannati politici, con ogni sorta di malfattori, fra i quali c'erano degli assassini e dei ladri famosi che fecero una profonda impressione sulla sua fantasia giovanile.

Qui si deve cercare il primo perchè del suo «mondo artistico

Quanto più la sua indole era mite, tanto più quell'impressione doveva essere forte e durevole. È nata senza alcun dubbio quella sua simpatia fantastica per i soggetti cupi e terribili, per i grandi facinorosi, e per la feccia delle infime classi sociali, che manifestò poi nella maggior parte de' suoi lavori: simpatia prepotente come tutte quelle che si contraggono nei primi anni, la quale fece forza alla sua natura e gli impedì d'esprimere stesso. Se questo non fosse avvenuto, io credo che Ulisse Barbieri non avrebbe scritto che idilii amorosi o commedie pacate e castigate ad uso degli istituti d'educazione.

Ma non sarebbe arrivato certamente, per questa via, alla fama vasta e rumorosa a cui arrivò per via dei delitti.

Ora non c'è arena d'Italia in cui non abbia sollevato una tempesta d'applausi o di fischi, non c'è cantonata di casa, da Susa a Siracusa, che non abbia portato l'annunzio d'uno de' suoi drammi spettacolosi; e non c'è forse un italiano che sappia leggere, eccetto il mio incognito di Torino, al quale il nome del Barbieri non faccia balenare alla mente la lama d'un pugnale o l'occhio stravolto d'un moribondo.

Egli non è a Torino che da pochi mesi, e già tutti lo conoscono o per il Carignano, o per il Gerbino, per un suo successo, o per una sua caduta, o per le sue cronache, o per le sue appendici.

Servì non poco a farlo conoscere un suo indescrivibile soprabito color cacao, ornato da due spaventevoli rivolte di velluto cioccolatte, la cui origine è un argomento di viva curiosità per i suoi amici. Anche la sua figura è notevole. È alto, snello: una figura di primo attore: di viso bruno, pieno di benevolenza. Anni sono, portava i capelli lunghissimi cadenti sulle spalle; ora li ha corti con qualche pelo bianco. Mettetegli sulla testa un cappelletto aereo e nelle mani un par di guanti che non si toglie mai, fuorchè a tavola e a letto, ed avrete il suo ritratto. Qualche volta si vede rientrare in città, reduce dalla caccia, con una grande bisaccia a tracolla e con un enorme bastone sul quale si rizza una grossa civetta arruffata e minacciosa come uno dei sinistri personaggi de' suoi drammi, e tutti dicono: ecco Ulisse Barbieri. Ma la sua vita non la conoscono bene che i suoi amici intimi e i capocomici. Ed è davvero una stranissima vita. Se un Mürger italiano scrivesse un'altra Vie de Bohème, il Barbieri avrebbe il diritto di esserne scelto a protagonista. La sua esistenza è un continuo pellegrinaggio. Egli è l'Ebreo errante della letteratura italiana. Non ha sede fissa. Vive dove si rappresenta un suo dramma o dove si pubblica un suo romanzo. Nessuno può dire d'aver viaggiato l'Italia quanto lui e d'averne viste di tutti i colori. Tutto ei provò!...

Può dire d'essere stato chiamato in palco alla rappresentazione del suo Lord Byron, dal principe Umberto, che gli regalò una spilla di brillanti, e d'essere un giorno arrivato a Napoli con cinque, ma proprio con cinque centesimi in tasca, senza sapere da che parte voltarsi per compire la lira.

Ricevette una lettera di congratulazione da Victor Hugo, e giocò le sue commedie al biliardo, atto per atto, con più d'un capocomico; riportò trionfi strepitosi e fece dei capitomboli unici nella storia del teatro.

Passò quattro volte, in certe annate, da una prosperità non mai sperata, al più vivo e fresco verde primaverile, offrendo alla stessa città lo spettacolo di quattro successivi travestimenti compiuti.... fatta eccezione dei guanti, i quali non seguono mai le vicissitudini della sua fortuna. Dagli onori del proscenio al monte di pietà, dalla stamperia alla gazzetta, dal salotto del letterato denaroso alla soffitta del collaboratore disperato, fu da per tutto e fece di tutto, fuorchè una bricconata. Perchè è un Bohème sì.... ma di purissima lega; capace d'ogni cosa.... sulle scene, perla d'uomo fuor di teatro ed indefessamente operoso, qualità molto rara fra i suoi fratelli in scapigliatura letteraria. Avrà forse già scritto un centinaio tra drammi e commedie. Non li ricorda tutti nemmeno lui. Pregato di farne un elenco, non accenna che i principali ed è amenissimo. Non solo non dimentica i grandi fiaschi, ma li enumera con la più amabile disinvoltura, con un sentimento quasi di compiacenza, come un veterano le sue ferite, persuaso che le grandi cadute non le fanno se non i lavori di grande ardimento.

Vi dice ingenuamente, sorridendo: – Mi hanno fischiato, sapete!... ma, dico, furiosamente, spietatamente fischiato!... Bisognava sentire. Pareva un uragano. Era uno spettacolo degno d'esser visto....

A Milano gli seguì un caso, che credo senza riscontro negli annali dei disastri drammatici. Furono rappresentati in tre sere consecutive, in tre teatri diversi, tre suoi diversi drammi: Il nano della strega al Re nuovo, Le storie moderne al Re vecchio, I ladri umanitari al Fossati, e fecero tutti e tre, dice egli stesso, tre così precipitose, così fragorose cadute, che fu costretto a scappare non solo da Milano, ma dalla Lombardia. Ma egli si rialza dai capitomboli con una elasticità di acrobata più sano e più ardito di prima, e mette subito mano ad un lavoro più vasto.

Nessuno argomento lo sgomenta, nessuna difficoltà artistica o storica lo arresta.

Se gli si dicesse ex abrupto: – Ulisse, fatemi un dramma in trenta atti da rappresentarsi in cinque sere, sul ventinovesimo re dell'ottantesima dinastia dei Kin-Kong-King, è capace di rispondere: – Ve lo do la settimana ventura – se pure non l'ha già fatto. Ha scritto l'Aida in una notte al caffè della stazione di Milano sopra una semplice relazione dal Cairo del Filippi, e si replicò diciassette sere. Ha messo in iscena Gesù Cristo, Giulio Cesare, Troppmann, Lohengrin, Adamo, Uraja, Barbara Ubrik, Verzeni, Lincoln, Booth. Ha colto a volo tutti i più strepitosi titoli per dramma che sono passati a traverso l'Europa da quindici anni a questa parte; anzi il più delle volte ha fatto il dramma per il titolo. E qualche volta ha fatto di più: ha inventato titolo e dramma per una semplice ragione di consonanza con un altro titolo. Fece, per esempio, Il frate di Segovia senza argomento preconcetto, unicamente per far eco alla Monaca di Cracovia (pure sua) che aveva avuto fortuna. Così per il titolo, fece: Ferreol II, La principessa visibile, Lo spettro bianco del castello rosso, e voleva scrivere, se non sbaglio, La donna che piange, dopo la pubblicazione del romanzo di Victor Hugo: L'uomo che ride. Immaginate pure i più bizzarri titoli del mondo: o se n'è già servito, o almeno ha già pensato a servirsene. Nessuno può suggerirgliene uno nuovo.

Un amico gli disse un giorno in un caffè, credendo d'aver fatta una trovata: – Barbieri, tu dovresti fare un dramma intitolato: La morte di Dio!...

– L'ho già ammazzato.... – rispose Barbieri. Aveva scritto l'Ateo, e lo voleva intitolare: La morte di Dio. Ma la bizzarria dei titoli è poca cosa in confronto de' suoi ardimenti scenici. Nei Drammi del Deserto, rappresentato alla Commenda di Milano, mise in iscena due leoni vivi del serraglio di Bidel; anzi scrisse il dramma apposta per i due leoni, che apparivano sul palcoscenico chiusi in una grande gabbia, nascosta da una foresta di bambù, e divoravano ogni sera due condannati a morte rappresentati da due cosce di cavallo; il tutto sotto la direzione del Barbieri, al quale un ruggito inaspettato d'uno dei due insoliti attori procurò l'ultima sera un'acclamazione frenetica. Una volta volle fare un dramma in cui uno dei personaggi principali doveva essere un morto imbalsamato, e nel Troppmann, non parendogli sufficiente l'orrore del fatto reale, ha dato al protagonista un complice che muore avvelenato e ubriaco. Il più curioso ancora sono gli incidenti, i piccoli episodi comici che si riferiscono a molti suoi drammi. Mi ricordo sempre, fra gli altri, del dramma intitolato L'assassinio di Abramo Lincoln, per una saporitissima nota che lessi anni sono accanto a questo titolo, scritta di pugno del Barbieri, in un elenco (approssimativo) de' suoi lavori teatrali, la quale diceva: «Feci questo dramma con la collaborazione del Codebò. Dovevamo batterci, tanto a ciascuno di noi pareva orribile quello che aveva fatto l'altro. Ma Leopoldo Marenco accomodò la lite e sei repliche finirono di rappattumarci.» Mi ricordo pure che al Marco la Guida c'era una nota relativa a un certo arrosto di fegatini fatto colla corona d'alloro che avevano data all'autore nel teatro di Lodi la sera della rappresentazione. E a proposito d'un altro dramma c'era scritto: «Domandai al copocomico la somma totale.... pigliandomi tempo otto giorni a scriverlo; ma non volle darmene che la quarta parte e gli portai il lavoro finito dopo due giorni

Singolare sistema di compensazione!... Non si deve però credere che facendo il dramma in otto giorni egli ci avrebbe dedicato un maggior numero di ore, perchè fa tutto di getto, d'un fiato solo, e dura fatica a seguire colla penna la rapidità del lavoro intellettuale. Non corregge; spesso non rilegge. L'Aida la rimise al capocomico senza averla letta. Non è abbastanza paziente da aspettare i secondi pensieri.

Il tempo che altri impiega a emendare egli lo dedica a nuovi lavori. Se si mettesse a correggere, farebbe senza accorgersene un lavoro nuovo di pianta sopra il primo lavoro; come seguiva ad Alessandro Dumas, che assistendo alla rappresentazione d'una commedia, ci fabbricava su un'altra commedia e non sentiva più quella. L'immaginazione è la sua qualità predominante. I soggetti, le idee, le tele, non gli mancano mai; gli si svolgono anzi nella mente l'un dall'altro, l'uno sull'altro, con un'abbondanza e una prestezza che lo confonde e lo soverchia. Quello che gli manca piuttosto è la misura, l'arte di padroneggiare medesimo, il senso della convenienza, le sfumature, i piccoli mezzi che, accumulati, producono i grandi effetti.

O la imbrocca o non la imbrocca....

Il mondo aristocratico, per citare un esempio, ed il mondo finanziario, che egli tratta spesso e volentieri, non lo conosce affatto per esperienza; se lo foggia di suo capo. Caratteri, avvenimenti, linguaggio, è tutto di maniera; il suo stile ha dei ricordi eufonici, uno stile saltellante, variopinto, di cento stili, qualche volta non privo di forza e di colore, tempestato di punti esclamativi e di puntini, pieno di capricci e di formule vaghe, che ricordano alla lontana le pagine più misteriose di Victor Hugo. Ma queste sono minuzie a cui non ha tempo di badare nella foga delle grandi composizioni, e il pubblico d'altra parte non gliene chiede conto. Le platee gli sono quasi sempre benevole; conosce mezzo mondo, e mezzo mondo gli vuol bene. E anche a chi non lo conosce di persona inspirano una certa curiosità simpatica le sue audacie, le sue esagerazioni giovanili, l'ingenuità delle sue tirate contro la società che non conosce, e il vedere con quali speciose industrie lotta cogli argomenti superiori alle sue forze e con quali arrabbiati sforzi si mantiene in bilico, qualche volta sopra un filo di seta, e come casca proprio di picchio e tutto di un pezzo, quando casca; e di che strani colori si tingono certi sentimenti e certe idee, passando a traverso alla sua bizzarra fantasia. Questa disposizione amichevole del pubblico non ebbe poca parte in molti de' suoi buoni successi, fra i quali ce ne furono di quelli veramente «colossali,» come quello della rivista A zig-zag, rappresentata al Dal Verme, con grandioso apparato, trenta sere consecutive. Poichè non trattò solamente il dramma e la commedia in prosa e in versi, ma il proverbio e la rivista e il melodramma e la parodia e la bizzarria e il bozzetto e la composizione drammatica non rappresentabile, e, se c'è qualche altra cosa.... anche quella!

Tutto ciò nel campo teatrale.

Ci sono poi i romanzi, dei quali c'è da farne una piccola biblioteca. Venuti fuori in tutte le forme possibili, in giornali, in volumi, a dispense, illustrati, editi perfino da merciaiuoli di libri girovaghi, quasi tutti di un'orditura vasta ed intricata, affollati di personaggi di tutte le classi, straricchi di episodi, pieni di descrizioni fantastiche e di scene drammatiche, alcuni dei quali hanno per teatro mezza la terra e sono illuminati qua e da vivi lampi d'ingegno e rivelano facoltà artistiche non educate ma forti.

E quasi tutti portano nel titolo il suggello dell'autore, come: Il palazzo del diavolo, I sotterranei farnesiani, Nina di Trastevere, Gl'incendiari della Comune, L'isola dei predatori, La strega di Campo de' fiori, Le orge della regina di Spagna, I misteri di un convento, Lucifero, Trenta omicidii per un'ora d'amore, I briganti greci, ed altri, di cui il Barbieri stesso sarebbe imbarazzato a dare il catalogo compiuto. E non parlo dei vari volumi di poesie liriche fatte ad ore perdute, quasi tutte di metri bizzarri e non prive davvero di idee originali, come ad esempio quella che fece sulle rive del mare a Catania, nella quale, stizzito per un'infedeltà d'una sua amante, vuol prendere a schiaffi la luna. E lascio da parte le Novelle, gli Studi e le Strenne (la casa Ripamonti di Milano ne ha quattro), e i piccoli opuscoli d'occasione sopra i grandi processi, e gli infiniti giornaletti nati e morti fra le sue braccia, tra i quali c'è chi si ricorderà del Messia, uscito sei volte a Firenze e sei volte sequestrato. Povero illuso di Messia!... che pretendeva di smascherare i malfattori in guanti gialli coll'ingenua penna d'Ulisse. Ora domanderà qualcuno in che maniera il Barbieri, che è ancora giovane, ebbe il tempo di metter fuori tanta roba. È facilmente spiegato. Egli vive immaginando e scrivendo come vive respirando. Scrivere non è un lavoro per lui, è il suo modo di essere. Gl'infiniti pensieri che gli altri dedicano alle cure della vita, egli li dedica tutti all'arte. Non sperpera assolutamente un briciolo della sua attività mentale, fuori della sfera letteraria. La sua giornata non è divisa a ore, è divisa a capitoli di romanzi od a scene di commedie. Supponete che si levi alle nove. Fino alle dieci scrive un zig-zag per la Nuova Torino; facendo colazione almanacca una parodia drammatica; poi va al teatro ad assistere ad una prova, e strada facendo compone, o piuttosto.... perde una lirica!...

Dopo, torna a casa a stendere un atto d'un dramma storico; steso l'atto, va in un caffè solitario d'un sobborgo a tirar giù otto pagine di romanzo che deve dare al giornale alle quattro, poi a pranzo a finire la parodia della mattina, poi in un'osteria malfamata a far degli studi sulla lingua furfantina con un vecchio soggetto di questura, poi di nuovo al teatro a sentire una commedia nuova, della quale farà un resoconto per la gazzetta da mezzanotte alle due. E mentre si fanno le prove d'un suo dramma a Torino, si stampa un suo romanzo a Como, ed esce una sua leggenda in appendice a Napoli. Fra stampe, prove di teatro e lavori, non gli resta il tempo a vivere un'ora della vita reale. Egli è sempre circondato dal suo corteo fantasmagorico di carnefici, di principi, di assassini, di streghe e di leoni, e non s'accorge di vivere in questo mondo che quando è riscosso improvvisamente dal suono degli applausi o dei fischi.

Non gli date un appuntamento a mezzogiorno: è facile che se ne ricordi alle quattro. Non sa mai certamente il giorno della settimana, e non sono neanche certo che, interrogato all'improvviso, sappia dire in che anno siamo. Oggi è a Torino, fra sei giorni si sarà forse già trapiantato a Palermo co' suoi manoscritti, colla sua civetta; e così egli gira il mondo da quindici anni seminando drammi e romanzi, sempre giovane, sempre allegro, sempre pieno di grandi disegni e di grandi speranze, sempre scannato e sempre buon figliuolo, e sarà tal e quale fra trent'anni.... salvo qualche pelo bianco di più sulla testa e qualche centinaio di drammi di più sulla coscienza e salvo ancora (glielo auguro di cuore) una bella villetta sul lago di Como; tardo ma dolce frutto de' suoi mille volumi, sulla porta della quale egli potrebbe scrivere:

«Qui.... riposa dal suo pellegrinaggio semisecolare....» e sotto, invece del suo nome, un verso di Dante accomodato:

Colui che tinse il mondo di sanguigno!...

Torino 1876.

              





1         Fece pure la campagna del 1866 come volontario garibaldino; fu ferito, fatto caporale, e fu nello Ospedale di Brescia che scrisse le sue Scene del Campo, ripetute dieci sere al Fossati di Milano.



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