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Da ponte Sisto guardando a destra quei gruppi di case che fiancheggiano le rive del Tevere, e che oggi stanno scomparendo, si era colpiti dall'imponenza cupa ed in un pittoresca d'un quadro bizzarro.
Non è la Roma antica, dalle marmoree colonne, dai grandiosi edifici, col suo Campidoglio, co' suoi giardini cesarei, col suo Colosseo - col fasto pomposo del Foro Traiano, cogli archi maestosi del tempio della Pace, di Vesta, di Pallade e di Minerva, che vi sta dinanzi, - quella Roma, con tutta infine la gigantesca imponenza che rivive oggi ancora nelle sue rovine - ma è la Roma medievale, che vi si affaccia al pensiero, ricordando il ghetto co' suoi cancelli di ferro, - le bolle papali che vi rinserravano, tenuta allo stato di mandria,
Meno la libertà dei verdi pascoli....
una massa di gente che era costretta a vivervi appartata, ammucchiata, in fetenti casupole prive d'aria e di luce, quasi.... di sole!
Massa a cui erasi proibito qualsiasi contatto col resto della città e persino col Trastevere, che gli stava di faccia colla sua franca arditezza - colla sua rumorosità popolana - colla sua vita piena di moto - co' suoi balli - colle sue feste - colle sue lotte cittadine, a cui prendevano parte con tanto vigore, facendone pagare i cocci.... al ghetto, che trovava nel Trastevere tutt'altro che un buon vicino!...
All'epoca in cui avvengono i fatti che stiamo narrando, il ghetto non aveva già più i suoi cancelli di ferro. - Il progresso umano, nella sua corsa attraverso alle rovine dei pregiudizi, li aveva abbattuti.
Al di qua.... come al di là del fiume che corre verso porto d'Anzio per gettarsi ardito negli abbracci del mare, le case spiccano sulle due rive, ugualmente libere ed ugualmente sudice.
Sulla riva destra soltanto, sembrano più cupe.
Il fiume quando si gonfia.... riserba le sue prime visite al ghetto, e per qualche metro sul suo livello le case che fiancheggiano la riva sono fasciate, per così dire, da una mucosità nerastra.
Le finestre sono alte - e quei basamenti, che si affondano nel fiume danno alle case l'aspetto di informi torrioni.
Tra una casa e l'altra si vedono delle fessure - sono piccole stradicciuole che le dividono; - sembrano scolatoi. Vi si vedono inferriate di cantine a cui s'abbarbica qua e là qualche cosa di verde, che pare erba - strati di ninfa lasciativi dalle acque. A metterci sopra le mani, si sente sotto al tatto qualche cosa di viscido; vi premete su, ed il dito s'affonda in una poltiglia melmosa.
È davanti ad una di queste straducce che mettono alla riva del fiume per un declivio paludoso e per mezzo di qualche gradino, che la notte del 30 dicembre 1852 si fermava una barca guidata da due uomini.
Tra le tenebre della straduccia, qualche cosa si mosse. - Dalla barca partì un fischio. - Due ombre rasentando il muro si diressero in giù.... verso lo sbocco della viuzza.
La notte era scura, il Tevere rompendosi contro gli archi del ponte ed urtando contro i basamenti delle case, mandava una specie di cupo brontolìo.
– Che c'è?... - chiese una voce.
– Roba.... - rispose un'altra voce dalla barca.
– È tutto pronto?
– Sì....
Da una finestra così stretta che pareva una fessura scavata nel muro, trasparì un raggio di luce.
Erasi al certo, internamente, acceso un lume.
Dal vano d'una porticina che non aveva altro colore, tranne quello del sudiciume che su vi era impresso, si sporse in fuori una testa d'uomo.
– Siamo qui.... - risposero due voci dalla viuzza.
L'uomo che aperse la porta era una specie di gigante, dalle membra tarchiate, alto sei piedi, e dalla faccia grossa, animata da due piccoli occhietti che sembrava si affondassero sotto le forti rughe della fronte sporgente.
Dovette chinarsi per passarvi, e mentre si chinava, tratta dalla cintola una pistola, la spianò verso i due di cui avea intese le voci senza vederne le facce.
– Metti via quel gingillo - gli disse uno dei due - e sbrighiamoci.
Il gigante rimise la pistola alla cintola e s'avviò coi due verso la barca.
– Che uno di voi la tenga ferma - ordinò con accento di comando uno dei rematori, gettando una corda sulla riva.
– Sono qui - rispose un'altra voce.
– È su?...
– Sì.
– Rinvenuta?...
– No....
Queste poche parole furono scambiate rapidamente tra l'uomo che pareva il capo di quella tenebrosa spedizione ed un vecchietto secco, ma svelto ancora e robusto, che aveva risposto al nome di Pietro.
Uno dei due comandava, si capiva chiaramente; l'altro obbediva.
Il gigante era rimasto in disparte.
L'uomo che era già saltato a riva, si rivolse a lui.
– Se c'è qualche cosa di nuovo, conosci il fischio - gli disse.
Pietro si trasse indietro con una specie di reverenza.
L'uomo andò dritto verso la porta lasciata aperta dal gigante, entrò in un angusto corridoio, accese uno zolfanello, guardò innanzi a sè, vide una piccola scala, ne salì i pochi gradini e si trovò in una larga cameraccia.
Era quella dalla cui unica finestra era trasparito quel raggio di luce veduto dal Tevere e che doveva apparentemente indicargli un punto fisso per approdarvi colla barca.
Nella camera non c'era che una tavola, sulla tavola una lanterna accesa. Nel fondo una specie di canile, su cui era distesa una forma umana.
Egli ristette sulla soglia, benchè debolmente rischiarato dalla luce proiettata dalla lanterna.
Era un uomo di circa 40 anni, nel pieno sviluppo della sua vigoria: una corta barba nera incorniciava il suo volto dalla carnagione olivastra dei meridionali. L'occhio nero lampeggiavagli sotto l'arco delle lunghe sopracciglia; alta aveva la fronte, benchè coperta da un cappello a larghe ale. Vestiva una larga giacca di fustagno color marrone cascantegli sui calzoni allacciati sul ginocchio dalle lunghe uose di corame. Il collo della camicia di tela greggia era rivoltato sul bavero della giacca aperto dinanzi, ed allacciato da una sciarpa a colori annodata da un anello.
S'avvicinò alla tavola, prese la lanterna e ne diresse la luce verso un angolo della camera.
Gli stava dinanzi, distesa sopra un materasso, una fanciulla le cui vesti d'una semplicità elegante la rivelavano appartenente ad una distinta posizione sociale.
Era immobile come se fosse morta, eppure il pallore quasi cadaverico del suo volto nulla toglieva alla sua bellezza; pareva che vi aggiungesse anzi un fascino di più.
I suoi grandi occhi, che dovevano essere azzurri come il cielo, erano chiusi; i suoi capelli biondi cadevano disordinatamente scomposti intorno a quel suo volto d'angelo e formavano una specie di frangia d'oro a quell'immondo cencio su cui posava il capo.
Una delle sue mani, bianca più dei pizzi che ornavano le maniche della sua veste di seta nera, cascata inerte sul fianco, penzolava sull'orlo del materasso e sfiorava il sucido pavimento; coll'altra coprivasi il petto, quasi che prima d'essere sopraffatta da quella letargia in cui era immersa, fosse sopravvissuto in lei, superiore alla prostrazione istessa delle fibre, un sentimento di pudore.
L'uomo, ritto, immobile, la guardava; - sembrava preoccupato; la fissava, la fissava sempre e come sotto l'impressione d'un pensiero che impadronivasi di lui.
Le sue labbra contraevansi e lampeggiava cupamente l'occhio nero sotto l'arco delle folte sopracciglia.
– Imbecilli!... - mormorò - non è di queste colombe che si lascia togliere Gennaraccio.
– Pietro!... - chiamò, affacciatosi alla scala.
– Quando verrà qui?...
– Chi?... - chiese Pietro, che erasi in quel momento affacciato alla soglia.
– Lei.
– Domani.
– Sei pronto tu?...
– Corpo di Satanasso!... - esclamò Pietro - non si dice mai di no.... a...
Gennaraccio, poichè era lui.... il famoso capo delle misteriose associazioni che pullulavano nella Roma notturna di allora, gli chiuse la bocca con una manata che parve un ceffone.
– Che si fa?... - chiese Pietro.
– Subito alla barca.
– Con quest'affare qui? - balbettò Pietro, accennando la fanciulla.
– Sì....
– Ci vado solo.
La fanciulla era sempre svenuta.
Gennaraccio aveva acceso un cerino e l'aveva accostato alle sue labbra.
– Va bene.... - disse - l'aria della notte la farà rinvenire.... Ma è bene che rinvenga più tardi!... Su dunque, svelti e senza far chiasso - non dico che mi dispiaccia di trovarmi a tu per tu colla nera, ma in questo momento m'impaccerebbe.
Pietro s'era recata fra le braccia la fanciulla.
– Pesa meno d'una piuma - osservò.
Scesero. - Furono sulla riva in un istante e la deposero nel fondo della barca.
Gennaraccio vi era già salito e vi aveva distesa sul fondo una coperta di lana.
– Ohe!... è.... gentile l'amico.... - borbottò il gigante.
– Lascia!... - ordinò Gennaraccio all'uomo che teneva la corda. Pietro fece l'atto di saltare nella barca.
– Basto io - gli disse il bandito con accento di comando.
– Che devo dire? - chiese umilmente.
– Quello che hai veduto.
– Null'altro?
– No.
Con un colpo di remo la barca fu spinta al largo, e, trasportata dalla corrente, non divenne più, dopo pochi istanti, che un punto nero appena percettibile che andava scomparendo a poco a poco.
*
I quattro uomini rimasti sulla riva si guardarono in faccia, esprimendo quel sentimento di meraviglia che si sarebbero ben guardati dal lasciar trasparire in presenza del temuto trasteverino, di cui conoscevano per filo e per segno le gesta.
– Ci capisci qualche cosa tu?... - chiedeva il gigante a Pietro.
– Gennaraccio.... è Gennaraccio - rispose l'interrogato.
– Vorrei però sapere perchè....
– E ciò che fa è ben fatto - riaffermò il compagno.
– Anche quando....
– Anche quando, per impedire che si dicano delle bestialità, vi mette una mano sulla bocca - concluse Pietro trionfalmente - a rischio di cacciarvi in gola tutti i denti, come ha fatto con me. Per fortuna i denti li ho buoni! - soggiunse poi, mostrandoli con un sorriso di compiacenza.
– Eh via, lo sappiamo! - osservarono con una specie di ringhio i tre compagni.
– Avreste qualche cosa da ridire?
– Noi?... Niente.... si diceva....
– Quello che non mi preme di sapere.
– C'è altro da fare qui?
– No.
– Squaiamoci allora….
– Lo pensavo anch'io - mormorò il gigante. - Dove si va?
– Tanto meglio.
Pochi istanti dopo, il lume era spento, la porta era chiusa, il vicolo deserto. Il Tevere soltanto continuava a mandare il suo sordo brontolio, e la barca su cui stava ritto Gennaraccio vogando a due braccia, or rialzandosi in tutta l'altezza della persona, ora curvandosi per rituffare i remi, correva, correva sul Tevere come un fantasma.