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I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio
Dal Ghetto ai Monti c'è un bel tratto di strada, ma quando ci sono degli affari in giro, bisogna pur muoversi, ed i nostri quattro galantuomini notturni, presa, uno una via, l'altro un'altra....
Per diversi sentier che al loco adducono,
come direbbe un poeta, adoperando, come licenza lirica che permette tante cose.... sentiero per strada, arrivarono precisamente al loco.
Uno dei quattro sbucava, che era appena passata la mezza, dal Macel dei Corvi, uno veniva dall'Agnello, il terzo scendeva dalla lunga scala di Cianca Leone, il quarto passava, venendo in giù, dinanzi al vicolo chiuso, ma non fece che passarvi, perchè le strade chiuse non avevano a quanto pare.... da lui, neppure un briciolo di simpatia. Passandovi dinanzi, egli non l'onorò che d'un olimpico sguardo di sprezzo.
I primi ad incontrarsi furono Pietro ed il gigante.
– Quella canaglia d'un guercio cammina a passi di lumaca - borbottò.
– Sfido io!... - rispose Pietro, - deve allargar l'altro per trovare la strada.
– Da dove viene?
– Dall'Agnello.
– Siamo sul posto.
– E la volpe è in casa.... - susurrò dietro essi una voce.
Si volsero, e benchè sembrasse al gigante d'aver riconosciuta la voce, si guardò intorno trasalendo.
Dal vano d'una porta si sporse in fuori una testa.
– To'! Peppetto!... - esclamò il gigante - e chinatosi per meglio guardare colui che familiarmente aveva chiamato Peppetto - lo prese per un orecchio e lo tirò fuori dall'angolo dove stavasi rincantucciato.
Era un ragazzo magro, coperto di cenci, senza scarpe, dalla faccia però espressiva ed intelligente.
– Oh non vedete - disse al gigante - che son qui per cantare?
Peppetto si die' una scrollatina.
– Parla.... dunque - gli disse il gigante - è proprio in casa la volpe?...
– In tana - rispose il monello, rettificando la frase.
– È passata.
– La famiglia?...
– Al chiaro.
– Per strada?...
– Resta qui ed aspetta gli altri - gli disse il gigante - sai dove siamo.
Peppetto si rincantucciò, seguendoli collo sguardo, mentre i due soci si cacciarono per un laberinto di viuzze, finchè arrivarono ad una casa in su, verso la Suburra.
Tutto intorno ad essi era silenzio, la nebbia era passata, come aveva detto il monello - e colla nebbia se l'intendevano abbastanza per sapere quando passasse.
Non un passeggero s'azzardava per quelle vie.
Traspariva però un filo di luce da una finestra a pian terreno.
Il gigante trasse una enorme chiave dalle enormi tasche del suo pastrano, l'introdusse nella toppa senza produrre alcuno scricchiolìo, e la girò due volte.
La porta cedette sotto la pressione della sua spalla, ed uno dietro l'altro vi entrarono.
Fu aperta una seconda porta e si trovarono in una larga cameraccia. Somigliava per forma a quella in riva al Tevere - ma quella era tutt'al più una succursale. - In questa, come lo disse il gigante, doveva esserci seduta; era il punto centrale delle riunioni, ed i soci del puntarolo la chiamavano Il deposito.
Il lettore non ha, credo, bisogno di spiegazioni.
Quando il gigante si lasciò sfuggire la parola troppo borghese casa, Peppetto rettificò, disse tana, ed il luogo di riunione d'una banda di ladri è difatti qualche cosa che sta tra il covo da belve e la fortezza.
Vi si deve essere preparati alla resistenza, come deve esservi tutto disposto per la ritirata. - La cameraccia, dunque, formava angolo ed aveva due finestre che mettevano su due vie diverse.
L'interno della casa aveva tre scale, sudice, strette, ed un cortile in comunicazione con una bettola e con una bottega da rigattiere.
La porta bassa facilitava la ritirata, come il colpo di coltello.
Le tre scale favorivano ogni sorta di comunicazioni colle soffitte superiori; il cortile, colle cantine; i granai, colle stanze abitate dai vicini. Vicini, la cui porta non mancava mai di essere aperta, con una confidenza assolutamente fraterna, nelle occasioni solenni.
Lo spettacolo che offriva poi quella cameraccia in mezzo alla quale ardeva una lampada attaccata ad una corda che pendeva dal soffitto, era qualche cosa di bizzarro.
Si doveva farvi la spartizione di un certo numero di oggetti provenienti dalla industre operosità di più notti, ma erano cose da poco, bazzecole ivi ammucchiate tanto per non perdere l'abitudine del lavoro, e vi aveva preso parte la bassa ciurmaglia dell'associazione.
Si aspettavano i capi per presedervi soltanto, per tutelare il mantenimento del buon ordine e per assegnare onestamente la propria parte a ciascuno.
Gli oggetti in questione erano dunque divisi a gruppi sopra una larga tavola, ed intorno alla tavola erano disposti i seggi che dovevano essere occupati dagli onorevoli membri dell'associazione.
Questi posti vuoti attestavano dunque che anche là.... si sarebbe data da un gruppo di banditi una nuova e ben diversa interpretazione a quel logogrifo sibillino che si chiama diritto.
Alla lor volta questo diritto essi avrebbero sentito d'averlo. Diritto, alla divisione del furto che era stato commesso intromettendosi colla forza nel diritto degli altri, che era quello di non lasciarsi prendere ciò che prima.... era cosa loro.
E quel gruppo disciplinato di avventurieri aveva delle leggi, degli statuti, degli esploratori, dei partigiani, dei manutengoli; quella società, fuori del mondo sociale, era pure una società.
Se fossero sogni se ne potrebbe ridere - ma queste associazioni misteriose, spesso terribili, hanno esistito ed esistono - hanno cambiato di nomi come di capi, ma hanno sempre avuto un nome ed un capo.
A Napoli la camorra, in Sicilia la mafia, a Torino la cocca, a Milano la teppa, a Firenze i ciompi, a Bologna ed in Romagna i buli, a Venezia i tosi. Con Gennaraccio, Roma ebbe i soci del punterolo, a cui si collegò la società della subbia.
Il punterolista smorzava (uccideva), quello della subbia (arnese che serve a stirare il corame) teneva mano allo smorzamento.
Non si direbbe, che, per abituarsi più comodamente al delitto, vi abbiano tolta persino la parola con cui si caratterizza?...
Per non aver paura della galera, la chiamano.... Casa....
Per non aver paura del carnefice, lo chiamano.... Compare!...
Essere appiccati?... che è per essi?... Tirar calci alla luna!
Dare una coltellata.... non è che fare una bottoniera.
Che è rubare?... Far un affare!
Non ne fanno forse tutti?...
Smorzare il tale.... non vi dà l'idea.... d'uno che spenga una candela?...
Ha persino la sua poesia.... quello strano linguaggio - linguaggio che delinea e definisce l'insieme di quei tipi strani e paurosi che si confondono colla notte, che si intravedono, che vi si scatenano appostati in mezzo alle tenebre.
Cercare le ragioni, di questo male che c'è.... ecco quale sarebbe il compito del filosofo.
Per me.... che voglio servirmene, chieggo alla notte se ha dei mostri - e la notte mi risponde: ne ho!...