Ulisse Barbieri
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Capitolo VIII ESTER

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Capitolo VIII
ESTER

Prima che gli facciamo fare più ampia conoscenza colla banda che erasi cacciata per le viuzze del quartiere dei Monti, avviandosi al loro centro di riunione, ci permetta il benigno lettore di presentargli un nuovo personaggio.

*

La luce dei doppieri rischiara un elegantissimo gabinetto - i mobili armonizzano mirabilmente colle ricche tende che adornano le finestre - col tappeto a fiori - colle specchiere dorate - coi tanti gingilli sparsi qua e . Sul tavolino da lavoro, d'ebano, intarsiato di madreperla, spicca un elegante cestello di canottiglie a bizzarri disegni, un piccolo telaio da ricamo pure d'ebano - accanto al ricamo una chattulle da guanti - sul pianoforte aperto, dei ricchi album musicali, delle romanze con legature in moiré dorate, inargentate, luccicanti.

Dal piccolo divano, innanzi al quale è distesa una magnifica pelle di leopardo, i cui occhi di vetro, perfettamente imitati, pare che brillino di luce sanguigna, deve essersi appena alzata la gentile abitatrice di quel piccolo eden, poichè vi si vede un lungo guanto arrovesciato come la pelle d'una biscia, gettato colla noncuranza della donna abituata ad adornarsene.

Quel lusso però di tende, di fiori, di gingilli, di specchiere, di quadri e di tappeti, ha qualche cosa di così sfacciato e di così provocante, che vi farebbe intuire a colpo d'occhio, essere quello tutt'altro.... che il gabinetto d'una signora....

Non è infatti che il gabinetto di Ester.

I suoi conoscenti non la chiamano con altro nome.

Non ne ha altro.... forse.... o, se l'ebbe, l'ha nascosto sotto uno di quelli che si dicono nomi di battaglia. Non valeva forse la pena che se ne ricordasse. Ne avrà cambiati troppi.... forse.... per ricordarsene uno, piuttosto che l'altro.... o preferisce non esser chiamata che Ester.

È italiana.... è francese.... è spagnola?...

Nessuno lo sa.... non lo sa, forse, neppure lei....

Quello che sanno e che vedono tutti, compresa lei stessa, che ha forse.... appunto per questo, abbondato tanto in specchiere, è che è bella!...

Vi troveremo degli strani visitatori in quell'elegante salotto.... e sta disponendosi a riceverne qualcuno, poichè vi entra aprendo l'uscio con atto impaziente.

È forse tornata da poco da qualche visita, perchè sta togliendosi l'altro guanto nero denudando fin sopra al gomito, su cui ricadono i pizzi della sua mezza manica, un braccio d'una purezza di forme incantevoli.

Dal morbido involucro di cui slaccia gli ultimi bottoncini, esce pure una mano bianca come il latte, alle cui carni la pressione stessa dello stretto guanto ha aggiunto una più bianca bianchezza....

Ester lo getta sul divano come poco prima vi aveva gettato l'altro, suona il campanello e chiama.

Una cameriera si presenta sulla soglia del salotto.

– Verrà fra poco.... sai chi.... - le dice - introducilo e finchè c'è lui.... non sono in casa per nessuno.

– Neanche per?... - arrischia di chiedere la cameriera, aggiungendo alla sospensione del nome una di quelle occhiate che dicono tante cose....

– Per.... nessuno.... - afferma Ester licenziandola.

Ester sembra inquieta.

Siede al pianoforte, fa scorrere le sue belle dita sulla tastiera d'avorio traendone qualche nota bizzarra, a scatti.... a strappi...., pare che improvvisi.... affastella invece insieme diversi motivi.... in cui non c'è l'espressione del suo pensiero, quello d'un'armonia - si alza poi - guarda sulla via da una delle finestre, scostandone le tende, raccoglie i guanti che ha gettati sul divano, li butta sul cestello da lavoro, apre la chattulle e, tanto per fare qualche cosa, per dare sfogo forse all'irrequieta sua nervosità, ne sceglie un altro paio, di un colore chiarissimo, e postasi dinanzi allo specchio si occupa a calzarli introducendovi con voluttuosa compiacenza le dita sottili, come se volesse imprigionarvele per impedir loro di fremere in quell'ansia d'un'attesa che sembrava preoccuparla tanto.

La visita che aspettava, richiedeva forse quell'ultimo compimento della sua toilette sfavillante.

*

– Il marchese Giulio - annunciò, dopo circa un quarto d'ora, la sua cameriera.

Ester stava sfogliando un libro colla punta sottile delle sue dita inguantate - ma ne scorreva appena collo sguardo le pagine, non pensando al certo a quello che stava leggendo.

Aspettava, ed aspettava a quanto pare il marchese Giulio, perchè, gettato il libro, si alzò di scatto movendogli incontro.

Non si rivolsero un complimento - si scambiarono soltanto uno sguardo.

Giocati!... - le disse Giulio, rispondendo allo sguardo di Ester.

Giocati!?... - esclamò la donna, dando a quell'esclamazione il significato della sorpresa ed in un della domanda.

– Da chi, non lo so,... - rispose il marchesino gettandosi sul divano - ma il fatto è che la colomba strappata dal nido, per conto nostro.... cioè, dirò meglio, per conto mio, non è più , dove credevo di trovarla. - Per Iddio - continuò egli, giocherellando con un bastoncino che teneva tra le mani e col quale divertivasi a battere i grossi rosoloni del tappeto - pare che nella vostra famosa associazione ci sia qualcuno che sfrutta il mestiere per fare comodamente gli affari suoi.

Ester lo ascoltava.

Stava forse ideando un progetto, o cercava di afferrare un pensiero, fra i tanti che andava fantasticando il cervello, perchè i suoi sguardi avevano una fissità sfavillante. Il giovane la comprese così bene, che tacque....

– È lui!... - esclamò finalmente Ester.

– Chi?... - chiese il giovane.

– Ci avrà veduto un ricatto per conto suo - continuava la donna, seguendo ansiosamente il corso del pensiero su cui erasi fermata, e senza badare alla domanda del marchesino. - Si è immischiato diverse volte nei nostri affari - esclamò - ma badi.... qui ai Monti c'è carne anche per i suoi denti!...- quell'imbecille d'un guercio ha un occhio di troppo, e sarebbe meglio che non avesse neppure quello - non c'è altri che lui.... per quello stupido!... bisogna che tutto dipenda da lui!... come se noi, i fatti nostri, non si sappia farli senza quella ciurmaglia del Trastevere....

– Si può sapere chi sia questo lui? - osò chiedere timidamente il giovinetto.

Gennaraccio - rispose Ester.

Al marchesino corse un tal brivido freddo per le ossa, che cessò dal battere i rosoloni del tappeto col bastoncino, mentre spalancava tanto d'occhi in faccia ad Ester....

C'entra Gennaraccio!... - balbettò.

– E dov'è che non c'entra?... quel figlio d'una spia!... - proruppe Ester; - se non si può muovere un passo senza che ci sia il suo beneplacet! - Sono un branco di conigli i nostri!... ecco tutto!... ma questa volta - continuava essa, percorrendo a passi concitati il salotto - questa volta mi sentiranno. Non sono tale io da esser tenuta qui a far da richiamo a quattro imbecilli che ci lasciano qualche manata di scudi.... quando piace loro di darsi il capriccio d'un po' di macao o di zecchinetta! - A parità di giuoco - parità di affari! - ce la giuoco anch'io la mia parte di galera - e la parte di pupattola da salotto, che mi hanno affidata, non mi garba niente affatto.

Aveva preso uno scialle dalla spalliera d'una seggiola, sonò il campanello - chiamò Fanny - si fece portare un cappuccio di lana - si gettò lo scialle sulle spalle, si coprì la testa col cappuccio, vi si ravvolse, e disse al marchese Giulio: - Esco.

Erasi mostrata così apertamente ciò che era.... che il marchesino venuto , spesso con altri, a perdervi la sua manata di scudi, come diceva lei, od a guadagnarli, forse provò, a sentirla parlare così, quello stesso brivido che aveva già provato a sentir nominare Gennaraccio.

Quella pupattola imbellettata ed adornata da gran signora, pronta a prodigare capricci, come a tener mano ad un intrigo, facendo infine da uccello di richiamo alla compagnia, parlava di galera, e di sotto alla morbida pelle del guanto mostrava le sue unghie da tigre.

Il ginepraio nel quale s'era cacciato, gli apparve forse allora soltanto, in tutta la sua realtà, tutt'altro che seducente, e quel rapimento che complicavasi colla intromissione del famoso bandito del Trastevere, spaventò lui stesso a tal punto, che, incapace a dire una parola, a trattenerla con un gesto, vide uscire Ester, alla quale aveva fatto tante volte da cavaliere.... ed intorno a lei, gli parve vedere riunita tutta quella spaventosa falange di mostri notturni che sarebbe andata a cercare, chi sa in quale covo, e avrebbe voluto che tutto ciò fosse un sogno.

– Il signore l'aspetta? - gli chiese Fanny.

– No - rispose il marchesino alzatosi di soprassalto dal divano su cui stava come inchiodato.

Prese il cappello ed uscì.

Torna?... - gli chiese di nuovo la cameriera.

Il marchesino aveva aperto l'uscio e scendeva già i gradini della scala.

– Verrà a trovarlo la padrona - gli gridò dietro Fanny con tale accento di canzonatura che l'avrebbe fatto impallidire di più.... se avesse potuto essere più pallido.

Si sentì dietro le spalle lo scroscio sonoro d'una risata, poi il rumore dell'uscio che chiudevasi, e fuggì, fuggì, non osando neppure di volgere il capo, ed imbacuccandosi sino agli occhi sotto l'alto bavero della sua pelliccia, come se avesse voluto nascondervisi.

*

Quando giunse a casa, seppe da suo padre che un commissario di polizia, informato del rapimento avvenuto, erasi recato da lui per avere degli schiarimenti in proposito.

Il marchese infatti li aveva dati, ed il degno commissario, che aveva sfoggiata per la sua visita al signor marchese la toilette di parata delle grandi occasioni, aveva scritto uscendo di sul suo libriccino di note:

«Affare poco importante - giovinetta e vecchia - teste balzane - avvocato Arturo Rindi sorvegliabile

              


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