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Gli schiarimenti di cui aveva bisogno lei, Ester, sapeva come averli.
Ai soci del puntarolo radunatisi ai Monti, come il lettore se ne ricorderà, era stato già detto che la volpe era in tana, che era l'ora che della nebbia non ce n'era, che la famiglia era al chiaro, e che per strada c'era posto.
Il che voleva dire che il capo li aspettava, che la banda era al completo, che la sala delle riunioni era rischiarata e che per strada non c'erano pattuglie che dessero loro incomodo.
Abbiamo già detto che la sala delle riunioni era una larga cameraccia che serviva, più che ad altro, come deposito degli oggetti provenienti dai vari furti compiutisi in un dato periodo di tempo; ed alla seduta che vi si teneva, oltre al Colonnello, al Maestro, al Cavalierino ed al Paìno, che avevano ottenuta, per i loro meriti personali, una gradazione autoritaria, vi prendeva parte quella sera tutta la bassa ciurmaglia dell'associazione.
Tipi strani, barbe da spauracchi, facce livide, voci rauche ed avvinazzate, vestiti laceri, unti, rappezzati, che contrastano coll'abito nero, abbottonato sino al mento del Colonnello, colla giacca di velluto a larghi risvolti del Paìno, col frak del Cavaliere e col lungo gabbano del Maestro.
E tutta questa bizzarra accozzaglia di gente seduta intorno ad una lunga tavola sulla quale vedevansi, divisi a pacchi, davanti a ciascuno, gli oggetti che erano stati dichiarati di loro proprietà, eccezion fatta della roba venduta in blocco, e del cui ricavato erasi fatta la regolare spartizione.
Una lampada attaccata al soffitto con una corda, gettava su quella strana accozzaglia di facce sinistre più fumo che luce.
Colui che chiamavano il Colonnello doveva aver finito qualche discorso, che la folla accolse con un mormorìo d'approvazione.
Doveva al certo aver parlato dei loro statuti e dei loro diritti, poichè superbo dell'effetto ottenuto:
– Ebbene - continuò egli - bisogna che noi siamo da oggi in poi interamente padroni di regolarci come meglio crediamo. Abbiamo compiuto un fatto, vi abbiamo impiegata tutta la nostra attività, è riuscito, e che ci si mette di mezzo?... un altro!...
– C'eri tu?... - chiese egli rivolgendo la parola ad un omaccione che lo stava ascoltando colle braccia incrociate sulla tavola appoggiando il mento sulle sue grosse manacce.
– C'ero!... - rispose colui che i suoi compagni stessi chiamavano il gigante.
– Quando è arrivata la barca?...
– Dopo un'ora circa che ero là.
– E ti ha detto?...
– Niente.
– Come niente?...
– Andò su, ci disse di seguirlo, ci fece prender la ragazza, la fece deporre nella barca, si spinse al largo, e andò giù.
– E voi l'avete lasciato fare.... imbecille!... - urlò il colonnello - chi è lui infine?!...
– È Gennaraccio - rispose il gigante stringendosi nelle spalle.
– Bisognava non obbedirgli.
– A Gennaraccio?... - rispose il gigante con tale inflessione di voce che non lasciava dubbi sulla onnipotente ascendenza che aveva su quegli animi il puntarolista del Trastevere.
Il Paìno lo fulminò con uno sguardo olimpico di disprezzo.
Il Cavalierino accomodava le sfere di un orologio d'oro che aveva avuto di sua parte.
Un brontolìo accolse le parole del gigante, ma non esprimeva un fremito di rivolta, esprimeva al più un principio d'ostilità ad un dominio subito di mal animo.... ma subìto.
Furono bussati all'uscio tre colpi.
Si alzarono tutti, cacciarono tutti una mano in tasca, ed ogni mano volle sentire sotto il tatto delle sue cinque dita il manico d'un coltello o il calcio d'una rivoltella.
– Silenzio - intimò a bassa voce il colonnello.
Furono bussati più piano altri due colpi.
Nessuno si mosse.
Dietro l'uscio risonò un sol colpo, secco e vibrato.
– Famiglia.... - disse il colonnello.
Uno degli uomini andò ad aprire.
*
Un' ora dopo, la deliberazione di ritogliere la ragazza rapita dalle mani di Gennaraccio, e di romperla definitivamente col Trastevere, era stata accettata in massa, ed intorno alla povera Bianca si raggruppavano tre minacce e tre pericoli: Gennaraccio - i puntarolisti dei Monti - ed il marchese Giulio.
*
La sala delle sedute era rimasta deserta - la lampada era stata spenta - di sotto alla tavola però brillò una luce improvvisa e tra uno sgabello e l'altro si sporse fuori una testa.
Non era un'apparizione da far paura. Era una testolina, se non bella, tale almeno da stonare fra tutte le altre patibolari, che avevano formato il gruppo di prima.
Era il monello che aveva già fatto da battistrada alla banda e che era arrivato al posto mettendosi comodamente a cavalcioni dietro alla carrozza che aveva ricondotto al palazzo il marchese.
Il fiammifero che aveva acceso sotto la tavola, poteva servirgli per poco - ma un secondo fiammifero gli bastò per montare sopra uno sgabello, dallo sgabello salì sulla tavola e con un terzo fiammifero riaccese la lampada.
Vistosi padrone del campo, girò a sè d'intorno lo sguardo, e provò un infinito sentimento di compiacenza. Là.... dove erasi discusso sul mio e sul tuo - dove qualcuno aveva comandato - altri.... obbedito, egli trovavasi solo - non aveva superiori che lo intimorissero - non compagni con cui dividere le idee.... poichè gli davano così poco, che da dividere, nulla rimanendogli, non gli sarebbero rimaste che le idee, se ne avesse avute. - Naturalmente egli aveva quelle degli altri.
Vide sopra la tavola un involto - lo slegò, e trattone fuori un pastrano dove ci stava dentro almeno due volte, se lo infilò pavoneggiandosi e divertendosi a misurare la tavola pel lungo e pel largo.
Il soprabito che aveva indossato doveva essere appartenuto a qualche giovinotto che poteva avere la sua età. Egli aveva circa 15 anni, ma la mala vita, e più della mala vita, qualche bibita alcoolica a cui l'avevano abituato, avevano impedito al suo corpo di compiutamente svilupparsi.
Era rimasto un monello, e quell'abito da mezzo uomo lo rendeva grottesco, mentre egli credeva quasi d'essere.... splendido!...
Assorto compiutamente nel suo entusiasmo che non ammetteva ragioni, per quanto potessero essere logiche, egli credette bene d'abbandonarsi allo slancio d'una piroetta.
Fu fermato a mezzo giro da una mano che l'afferrò per la falda dell'abito, e da una voce che gli disse:
La voce, come la mano, erano proprietà assoluta del Guercio, che a quanto pare si credeva in diritto di reclamare, come sua proprietà convenzionale, la sopraveste del monello.
Al sentirsi chiamare Peppe, il monello a cui tutti davano il nomignolo di Peppetto, intuì quasi, che l'abito fa il monaco.... ad onta dell'inversione che s'è data alla frase.
Egli si raddrizzò in faccia al Guercio, fiero del metro e più d'altezza concessogli dalla tavola su cui era salito.
– Vecchio mio - gli disse - ragioniamo. Perchè ti derubo?...
– Perchè - gli rispose il Guercio - il vestito che tu indossi mi è toccato come parte di diritto nella divisione, diritto tanto più acquistato, perchè mentre gli altri se ne sono andati pei fatti loro, io stava di là mettendo in ordine il magazzino; della roba da prendere ce n'è, non l'ho presa; io dunque lavoravo - tu rubavi - chi ha ragione?...
Il monello si cacciò cinque dita nei capelli arruffati e si grattò il capo colla presunzione, forse, di cercarvi un'idea.
Pare che non ne trovasse, poichè, per tutta risposta, si dispose, con un sospiro di rammarico, a togliersi il soprabito.
La mano del Guercio lo trattenne una seconda volta.
– Tienlo - gli disse - farò di più, t'accorcerò le maniche perchè t'impaccerebbero negli affari.... Eri qui, hai fatto qualche cosa, non t'han dato nulla, prendi quello che trovi, è giusto. Quello che volevo farti comprendere, ragazzo mio - continuò il vecchio - è questo soltanto: facevi male a rubarlo a me. Si devono avere dei diritti.... in tutto ciò che si fa. Chi ha un guardarobe, ha degli altri abiti.... - Prenderlo a me che me lo sono guadagnato.... sta male!... Il mio diritto d'averlo, me lo sono acquistato, tu lo prendevi.... senza sapere a chi, ecco l'errore.... Abbi dunque questo sempre in mente; avere il diritto di fare quello che si fa; se si ha fame bisogna pur mangiare, se si ha freddo, bisogna pur vestirsi, il furto non è che un lavoro d'un altro genere; perchè sono un ladro io?... Perchè non ho potuto essere onesto. Lo puoi essere?... Siilo. Si può essere onesti anche rubando. Tu non capirai niente, ma non importa, dovrei spiegarti troppe cose per farti capire quello che voglio dire io!...
Lo strano discorso del Guercio fece spalancare tanto d'occhi a Peppe.
– Deve essere matto.... - pensò tra sè, mentre il vecchio trattolo giù dalla tavola gli rivoltava in dentro le maniche del soprabito.
– Hai fame?... - gli chiese il Guercio.
Il monello gli rispose col più eloquente degli sbadigli.
– Basta.... - gli disse il vecchio chiudendogli la bocca con una delle sue larghe mani. - Meglio così, parlando si dice troppo, spesso niente, meglio così, mangerai, sei nel tuo diritto. Spegni la lampada e guarda fuori.... bisogna fare qualche cosa per averne un'altra.
Egli aperse cautamente l'uscio con una piccolissima chiave.
Scesero quattro gradini, si trovarono in un corridoio, risalirono altri gradini d'una piccola scala, trovarono un altro uscio, che dava sopra un cortile; il cortile aveva due porte; il Guercio si avvicinò a quella di destra, l'aperse, il monello uscì solo, tornò subito.
– Posto dappertutto... - gli disse sottovoce.
– Andiamo - gli rispose il vecchio.