Ulisse Barbieri
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Capitolo XI BUON SEGUGIO

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Capitolo XI
BUON SEGUGIO

Siamo in un modesto quartierino al secondo piano di una casa in via Macel de' Corvi.

Il quartierino non aveva più di tre stanze, una delle quali serve da studio - una da camera da letto - alla terza era stato dato il nome pomposo di.... sala da ricevimento.

Vi abita Arturo, e ve lo troviamo a scartabellare con aria abbastanza distratta un voluminoso in-foglio.

È un processo che sta esaminando, e sono le faticose cure del dovere che lo inchiodano allo scrittoio mentre nella sua mente vanno e vengono e s'affollano pensieri sopra pensieri che nulla hanno a che fare colle carte che ha ammonticchiate dinanzi.

Il nostro giovane innamorato fissa lo sguardo, è vero, su quegli sgorbi inqualificabili contro cui protesterebbe tutta la scienza calligrafica, colla quale egli stesso è però in aperta ribellione, ma il suo pensiero, al di di quei geroglifici che rappresentano la realtà, vede ben altro.... ed è il pallido volto d'una fanciulla; sono due grandi occhioni celesti che sfavillerebbero di gioia se potessero incontrarsi ne' suoi.

Egli lo sa - ne è certo - ed a quest'idea le sue tempie battono convulse - il cuore ha dei sussulti, e la mano sfogliando quelle carte trema.

Dove sarà, essa?... quando potrò rivederla?... - come?... - sono queste le domande che ansioso egli volge a stesso - sono tali i pensieri che tumultuano nella sua mente.

Egli è solo - fissa di tratto in tratto lo sguardo sulla porta semichiusa del suo studio e pare che aspetti ansiosamente qualcuno. - Questo qualcuno.... però, ammesso che lo attenda davvero, si fa aspettare, e la febbrile impazienza che si rivela in ogni suo atto, cresce collo scorrere di ogni minuto.

Ne sono vittime passive, è vero, i fogli di carta che egli spiegazza - i libri che riapre per gettarli di nuovo sullo scrittoio non letti - la penna di cui strappa coi denti le piume, ed i paragrafi del codice che lo invitano a studiare le tesi giudiziarie numerizzate con una cifra, colla quale si qualifica un fatto.... come si bolla una merce.

Egli finisce col dare un pugno sullo scrittoio, un'occhiata fulminante a quelle carte, insulta con un sorriso di disprezzo quei paragrafi, logogrifi strani in faccia ai quali il filosofo medita sulle follìe umane che hanno creduto di poter mettere un contatore ai passi dell'umanità per sapere quanti battiti abbia, ed alzandosi percorre la piccola stanza a passi concitati.

*

Lasciamolo in preda a' suoi pensieri ed alle sue inquietudini, ben legittime d'altra parte.

C'è una domanda non meno impaziente, forse.... che io indovino sulle labbra di qualcuna delle mie belle lettrici, e se potessi trovarmi a tu per tu.... come lo desidererei, del resto, tanto volentieri e.... con una di esse.... una di quelle testoline pensose i cui begli occhi intelligenti scorrono le modeste pagine di questo libro, cercandovi qualche cosa che faccia battere il suo coricino, scommetto che press'a poco mi direbbe così:

Sa che ne fa delle belle lei!... ci lascia in mano ad un poco di buono come Gennaraccio quella povera Bianca, ci fa passare dinanzi tutta una banda di ladri da farci venire i brividi soltanto a pensarci, e dopo di averci fatto vedere quel bravo giovinotto di Arturo in una bettolaccia nella quale si doveva stare male e bere peggio.... pel solo scopo di scambiare quattro parole con quel monellaccio di Peppe che incomincia già a rubarci un po' delle nostre simpatie.... oh che!... crede forse di poter piantarci qui con tanto di curiosità addosso.... per tornar da capo a non farcene saper nulla?...

*

Rispondo subito a questa supposta sfuriata per dire alla mia bella lettrice, che Arturo non poteva fare un migliore incontro; che non la lascio niente affatto sulle spine.... e che non toglierò niente alla sua incipiente simpatia per quel birichino d'un Peppetto, un monellaccio che si è permesso, sì, qualche scappata…. ma che infin dei conti poi.... non è stoffa da buttar via.

Non era buffo forse…. con quel suo famoso frak colle maniche accorciate troppo, coi pantaloni troppo lunghi, e col cilindro sulle ventitrè?...

 

Scommetto che alla mia lettrice sarebbe venuta la volontà di dargli lei una bella blouse di tela, una sciarpettina rossa, un bel berretto, e le scarpe nuove, dicendogli con una tiratina di orecchi:

– Fai giudizio.... e non ti immischiare più in certi imbrogli; il cuore non l'hai cattivo.... sei furbo più del bisogno, allegro sempre come un fringuello.... dunque?...!...

Quel dunque.... con tanto di punto interrogativo ed ammirativo, glielo rivolse il nostro Arturo; la tiratina d'orecchi gliela diede lui, gli ha data la blouse, la sciarpetta rossa e le scarpe nuove.... e tra lui ed Arturo si è firmato nientemeno che un trattato d'alleanza.

Volete vederlo?... Uno!... due!... tre!... come nei giuochi di bussolotti, eccolo.

*

L'uscio dello studio si aperse, ed il monello vi fece la sua entrata con una capriola.

Era il volteggiamento che si permetteva nelle grandi occasioni, e se era stato incaricato d'una missione era la prova più certa che doveva essergli andata a gonfie vele.

– E così?... - gli chiese Arturo, a cui era cascato tra i piedi, e che lo trattenne prima che si rompesse la testa contro la scrivania.

Magnificamente!... mio benefattore!... mio principe!... - esclamò Peppe.

Peppe si era trovato davanti ad uno specchio e non aveva potuto a meno di farsi un inchino, un inchino non privo di grazia, ma che deformò subito con una smorfia da scimmiotto.

Arturo capì che, lasciandogli continuare il giuoco, le spiegazioni che desiderava avere, prendevano una strada troppo lunga.

Lo trasse dunque a e lo fece sedere un po' per amore ed un po'per forza sopra una poltrona, di cui egli provò subito l'elasticità con tre o quattro trabalzamenti che l'avrebbero sfondata.

– Vuoi star fermo?... - gli disse pacatamente il giovane.

Il monello si permise un ultimo moto sussultorio, poi gli fissò in faccia arditamente i suoi piccoli occhietti neri.

Pronto!... - gli rispose, portando militarmente la mano al berretto.

– Che hai fatto?...

– Sono andato laggiù.

Dove?...

Dove dovevo andare - non siamo rimasti intesi che fiuterei l'aria senza che i miei amici.... potessero scapitarci?...

– Difatti, sì - rispose Arturo - ma sentiamo, e presto - te l'ho detto, che non comprometterò alcuno, ma sai bene che, se m'inganni, non ho da far altro che condurti per un orecchio....

– Ho capito!... - affermò Peppe.

– Mi dicesti già che la fanciulla, portata via mentre usciva dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, era stata messa in una carrozza.

Conosco!... - rispose sfacciatamente il monello.

Ad Arturo era già venuta la voglia di stritolarlo con un pugno, ma non si abbandonò ad alcun atto compromettente.

– Ebbene, quello che ho saputo - continuò Peppe - è.... è.... che non è più dove l'avevano portata.

– Da chi lo sai? - chiese il giovane, a cui il cuore batteva violentemente.

– Dal Gigante - rispose il monello.

– Il Gigante!... - ripetè Arturo - non è un nome.

– È il nome che gli dànno tutti - rispose Peppe. - Noi non lo chiamiamo che così.

– Sei certo che insieme con la fanciulla ci fosse una vecchia?...

– Sì. - La ragazza doveva essere consegnata a certe persone. – C'era invece, a quanto pare, una barca che l'aspettava sul Tevere.

Arturo, pallido ed ansante, percorreva lo studio a passi concitati.

– Nulla!... ancora nulla!... - ripeteva egli fra .

– No, nulla.... - gli disse Peppe, che s'era messo in piedi sulla poltrona e che aveva a quanto pare, la manìa di andare in alto....

Arturo si volse.

Sai qualche altra cosa?... - gli chiese.

– Una cosa sola.

– Ed è?...

– Che i nostri sono su tutte le furie e che lo dicono un colpo fallito....

– Oh - proruppe Arturo. - Metterò sottosopra tutta Roma, e l'autorità ci si dovrà pure immischiare.

Il monello lo guardava, ed a quelle parole si strinse nelle spalle, accompagnando l'atto con una smorfia.

– La nera?... - disse - baie!... farina del sacco.

A quelle parole successe un momento di silenzio.

Peppe non giocava più, ed appoggiato alla spalliera della sedia, andava arruffandosi i capelli colla mano, come se volesse far saltar fuori qualche idea da quella sua testolina che di cattive ne aveva già avute tante.

Una buona del tutto non l'aveva ancora trovata, ma il dolore del suo giovine protettore, come lo chiamava lui, lo impressionava.

– Ci sono!... - esclamò improvvisamente.

Arturo trasalì e lo interrogò con uno sguardo.

La sua fisonomia esprimeva una vera gioia.

Saprò dov'è! - esclamò Peppe - rispondendo a quello sguardo.

– In qual modo? - chiese ansiosamente il giovane.

– Lo so io. Ho un amico che non vedo da tre giorni.... e non è come il Gigante, quello .... e poi l'ho capito da certe parole.... ci dev'essere impasticciato.

– Ed è?....

Peppe si pose un dito sulle labbra, saltò giù dalla poltrona, e fatta una seconda capriola sul tappeto dello studio: - Ci sono!... - esclamò di nuovo come se la sua speranza si fosse trovata rinvigorita da quello slancio acrobatico; - ci sono!... - ripetè - sa tutto lui....

Egli non lasciò ad Arturo neppure il tempo di alzarsi ed infilata la porta dello studio si slanciò fuori a corsa.

Arturo si avvicinò alla finestra e lo vide già sulla via che saltava come un capriolo.

Un istante dopo era scomparso.

Strano ragazzo!... - pensò Arturo.

Eppure, senza potere spiegarlo a stesso, sentiva in lui un interno presentimento che parve far cessare i battiti violenti del suo cuore.

Il monello correva sulla via; non lo vedeva più, ma seguiva col pensiero quello svelto e ardito birichino - ricordava quel suo strano incontro nella taverna, quell'esservisi trattenuto, mentre stava per andarsene - le prime parole scambiate con lui - l'ispirazione che ebbe di condurlo seco - e poi?...

Poi nella sua voce gli parve di trovarvi qualche cosa di sentito. L'aveva veduto trastullarsi co' suoi abiti nuovi, uscire in certe scappate che lo avevano fatto sorridere, poi rifarsi quasi uomo innanzi al suo dolore, e quelle parole: - Ci sono!... - gli parvero dette colla convinzione che viene dal cuore.

Di lui.... non dubitava.

In ogni modo, qualche notizia glie la aveva data. Qualche cosa del mistero che ravvolgeva la sua scomparsa, eraglisi pur rivelata: perchè non saprebbe il resto?...

La fiducia rinasceva a poco a poco in lui così ferma, e così serena, che se si fosse trovato .... l'avrebbe baciato, quel ragazzaccio impertinente che lo chiamava già suo amico... e che in cinque minuti aveva messi sottosopra tutti gli in-folio.... che ingombravano il suo scrittoio.

Andiamo dalla vecchia Anna - pensò egli, e si dispose ad uscire.

*

Rivedere la vecchia, sulla cui fronte la povera Bianca soleva imprimere tanti baci, rivedere quella casa, trovarsi in quella cameretta dove tutto gli parlava di lei, dove avrebbe trovata l'esile pianticella inaffiata da lei, il libro che soleva leggere con una pieghettina alla pagina, sulla quale erasi fissato il suo ultimo sguardo, il lavoro non compiuto.... tutto ciò era ben poco, ma gliela avrebbe richiamata al pensiero.

Era diviso da lei da tre giorni, eppure quei tre giorni gli sembravano tre secoli, e ad un amico che gli avesse chiesto da quanto tempo non l'avesse veduta, avrebbe risposto con un sospiro.

Quanta infinità di spazio!... ci sarebbe stata per lui.... tra quel sospiro ed il ricordo dell'ultimo suo bacio!...

              


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