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Terreni acquitrinosi, vaste paludi che furono prosciugate da papa Leone X, poi da Pio VI e da Pio VII, perchè ritornate dopo i prosciugamenti al loro stato primitivo.
Butteri a cavallo, col lungo loro pungolo che sembra una lancia, e che attraversano solitari, oppure guidando le loro mandrie; immense pianure che sembrano un deserto; contadini sparuti, dal viso giallo-verdastro, gonfi come rospi, dalle labbra tumide, colle membra coperte di pelli tanto nell'inverno come nell'estate; un'aria pesante, pregna di miasmi; bufali che pascolano o dormono fra i canneti.
Di tratto in tratto, nell'inverno, l'ululato del lupo; d'autunno, i gemiti dei pivieri, lo strido della folaga, il latrato dei cani dei pastori.
Immensi voli d'allodole, che sembrano nubi cineree, rasentano le vaste brughiere; foreste di querce e di faggi secolari, canneti, fossati, immensi campi coltivati a granoturco e a lupini, un sole che abbrucia, nebbie assideranti - eccovi, in poche parole, il desolante quadro di questa infelice regione dello Stato romano denominata Ciociaria, ricovero di banditi e di pezzenti, le cui paurose tradizioni vi additano la grotta di Circe, scavata nel masso che s'eleva alto e maestoso in mezzo alle paludi pontine.
Qualche paese a larghi tratti di distanza, strade deserte che non sembrano strade, qualche misera capanna di paglia, qualche casolare qua e là; insomma un quadro alla Rembrandt, di uno squallore tale da mettervi i brividi. Riandando colla mente quei fantastici racconti di streghe e folletti, vi potreste figurare essere questo il luogo ove quelle maliarde celebravano i loro riti infernali; e, in epoca a noi più prossima, il luogo più acconcio alle imboscate.
*
È dinanzi ad una specie di casupola, che sembra piuttosto un antro, che noi ci fermeremo.
La casupola era di creta impastata con della paglia, a forma oblunga.
Incomincia appena ad annottare, e tutto è silenzio. C'è in vicinanza il bosco, ed il cuculo dagli alti faggi dove sta appollaiato manda di tratto in tratto il suo gemito lamentoso, monotono e continuo.
Qualche uccellaccio attraversa rapidamente lo spazio e si caccia nella boscaglia; in alto, passano, facendo sentire il rapido battere delle ali, degli stormi di anitre; e sulla porta della bicocca, se può chiamarsi porta un'asse tarlata uscita fuori per metà dai cardini arrugginiti, si muove una figura umana.
È qualche cosa di ributtante e di pauroso; è una vecchia dagli occhietti piccoli, dal volto tutto grinze, sulle cui guance sembra incollata una pelle gialla.
Ha le braccia lunghe, stecchite, le mani ossee, eppure non è curva. C'è della vitalità nervosa in quelle sue membra spolpate, i suoi movimenti hanno ancora della elasticità, e con quelle sue mani che sembrano artigli sta infatti rimettendo a posto l'asse che essa chiama porta.
– Ohe!... strega!... - gli grida una voce che viene dalla boscaglia.
– Oh! sei tu, Gennaraccio? - borbottò la vecchia.
Gennaraccio era cupo, aveva gettato ad armacollo il suo fucile, un fucile a due canne.
Uscì dal bosco e mosse verso la casupola della vecchia.
– Ohe! strega - ripetè egli - non hai veduto nessuno a venire da laggiù?...
La vecchia guardò prima verso la grotta di Circe, fiancheggiata da un sentiero, poi Gennaraccio.
– No - rispose.
– Che fa?... - chiese il bandito.
– Chi?...
– La piccina.
– Ha strillato.
– Guai a te se le torci un capello.... - le disse Gennaraccio.
– Oh oh!... - borbottò la vecchia - siamo teneri per quella pupattola!
E si diede a ridere, mettendo così in mostra le gengive nere e sguernite di denti.
– Deve forse venire qualcuno di là? - chiese poi.
– No.
– Hai forse paura? - gli domandò ghignando la vecchia. - Tu, Gennaraccio!...
– T'ho già detto - ripigliò il bandito - che la vedrò più tardi.... ora no.... e ti ripeto che se le farai del male, l'avrai a fare con me.
– O perchè l'hai portata qui, allora? - borbottò essa. - Dovevi lasciarla a casa sua, se ti preme tanto che non le piglino attacchi di nervi.... Non ci sta troppo bene, laggiù, e se vedesse anche la tua faccia in cambio della mia, va' là, che non ci troverebbe gran differenza!
*
Dal bosco s'intese un fischio.
Gennaraccio appuntò subito il facile verso la direzione da cui era partito quel fischio.
– Famiglia! - rispose una voce.
– Avanti.
Dalla boscaglia uscì un uomo, e Gennaraccio andò verso lui. Si avvicinarono così l'uno all'altro, tenendosi entrambi appuntate le canne dei loro fucili, finchè furono alla portata di riconoscersi.
La vecchia era rientrata nella capanna e metteva fuori di tratto in tratto la testa guardando verso la boscaglia.
Vedeva però soltanto, a circa un centinaio di passi da lei, due ombre immobili. I due banditi stavano al certo trattando i loro affari e dovevano essere in ciò ben preoccupati, poichè in fondo all'orizzonte, dietro monte Circello, che spiccava nereggiando fra le tenebre, agglomeravansi dei grossi nuvoloni neri.
Bizzarri e fantastici serpeggiamenti di fuoco rompevano di tratto in tratto quella nera cortina che invadeva lo spazio a poco a poco ma allargandosi sempre più.
Scrosciò prima il tuono con una intermittenza misurata, poi uno scroscio seguitò l'altro, più vivo, più rapido, più secco.
I lampi si susseguirono, guizzando come tanti razzi accesi dietro la nube da qualche mano invisibile; non pioveva ancora, ma l'aria pregna d'elettricità si era fatta soffocante; un soffio di vento passò fischiando sugli alti faggi.
*
– Brutta notte - borbottò la vecchia.
Si era seduta sopra una piccola panca dinanzi ad un fornello su cui ardevano delle brage.
Qualche cosa.... che friggeva in una padella di ferro, mandava un odore nauseante e riempiva di fumo quell'orrido antro.
Nell'interno della capanna null'altro vedevasi, tranne quella panca, quel fornello, ed un pagliericcio sul quale era arrotolata una coperta di lana.
- Tirati in là, vecchia - disse dalla soglia la voce di Gennaraccio - andiamo giù.
– Ah!... ti risolvi?... - borbottò.
– Bisogna bene che esamini la mercanzia.... - rispose Gennaraccio, accennando il Guercio che stava ritto sulla soglia della capanna. Il Guercio sembrava preoccupato, e guardava fuori, mentre Gennaraccio parlava colla vecchia.
La pioggia, che aveva incominciato a cadere a grossi goccioloni, diluviava ora; egli si tirò dietro l'asse tarlato che serviva di porta, ed aspettò.
– È sempre giù?... - aveva chiesto il bandito alla vecchia.
Quella capanna doveva dunque nascondere la bocca d'un sotterraneo, una di quelle grotte, che dovevano aver servito spesso a Gennaraccio per sparirvi colle sue bande raccogliticce, ogni qual volta prendeva il largo per fare qualche colpo fuori di città.
Per entrarvi non c'è da far altro che tirare da parte il pagliericcio, e si scopre una specie di botola la cui buca è turata da una grossa pietra.
Serviva di rialzo all'estremità del pagliericcio e formava una specie di guanciale per chi vi si fosse coricato.
Non c'è bisogno d'alcuna scala per scendervi, non ci sono gradini, pare un enorme buco da talpe. Il piano s'inclina, chi vuol passarvi si curva, ma dopo un breve tratto si può starci in piedi comodamente; si rasenta una specie di corridoio stretto, stretto, che va però gradatamente allargandosi, e si entra in una sala sotterranea tanto larga da poterci stare una ventina di persone.
Sarebbe poco adatta per darvi un ballo, ma con un po' di buona voglia si rimedia a tutto, e non giurerei che in una notte tempestosa non vi sia stata intrecciata qualche ridda intorno alla fiamma rossa di qualche tizzone scoppiettante che avrà rischiarato delle orride facce e delle mani lorde di sangue.
Il bottino vi sarà stato diviso fra un bicchiere ed una bestemmia, e poi, abbrutiti dall'orgia, un'orda di banditi si sarà addormentata sotto quelle vôlte cupe, sognando un nuovo appostamento per la domane.
Il suolo umido della caverna è coperto da uno strato di fieno che, rinnovato più volte, ha formato insieme alla terra una specie di crosta molle; c'è in un angolo un barile vuoto, qua e là delle bottiglie, vuote pur esse, avanzi di orgie d'una volta....
L'aria vi è calda…. soffocante; dal fondo della spelonca si ode un gemito fioco, in mezzo alle tenebre si vede biancheggiare una faccia umana, e curvandosi su quella forma che giace sovra un materasso al cui colore primitivo si è sostituito quello della terra sulla quale fu voltato e rivoltato tante volte, riconosceremmo a stento i delicati lineamenti di Bianca.
La fanciulla dorme, o, almeno, sfinita dal dolore e dai patimenti, dai deliri dell'anima, come dagli strazi del corpo, dalle inutili lacrime versate, come dai gemiti invano emessi dal petto sussultante, giace là.... assopita, ed in preda ad una spece di sonno letargico.
Sogna forse.... e dalle labbra manda un gemito leggero, un singulto debole debole, mentre il suo esile corpicino si agita, scosso da brividi febbrili.
Quella caverna larga, umida, quasi immensa.... quella fanciulla sdraiata su quel sacco.... incolore, quel corridoio angusto, quella bocca chiusa da una pietra, come si chiude un sepolcro; poi, al di là, quella vecchia che somigliava più ad una strega del Macbet che ad una donna, tutto ciò desta nell'animo un senso di raccapriccio.
I due banditi - il Guercio e Gennaraccio - entrarono nel sotterraneo.
Si erano però fermati ad una certa distanza dalla fanciulla, e pareva quasi che avessero paura.... di farsi vedere.
– Non val la pena di svegliarla - borbottò il Guercio.
– Difatti.... - assentì Gennaraccio.
– Che cosa devo dire laggiù?...
– Che è al sicuro.
– Lo vedo - e poi?...
– Patti chiari, - a metà dell'affare....
– Sei disposto a consegnarla?...
– Con un anticipo.
– Sta bene.
*
Bianca giaceva là.... sempre assopita, mentre i due uomini risalivano l'angusto declivio della grotta.
Vedendoli ritornare così subito, la vecchia sogghignò crollando le spalle.
L'acquazzone era cessato - il fondo dell'orizzonte era però ancor tutto nero - lampeggiava di tratto in tratto ed il tuono lasciava sentire da lontano dei brontolamenti dispettosi.
Il Guercio e Gennaraccio si scambiarono poche parole - suggellarono il patto con una bevuta e poco dopo si separarono, e Gennaraccio rientrava nel bosco - il Guercio riprendeva la via già percorsa, a passi lenti, preoccupato da una strana sensazione.
Attraversando la campagna, solo, non attorniato che dal silenzio solenne di quella calma che era succeduta alla bufera, gli passavano per la testa un'infinità di pensieri. - Forse a farveli nascere non erano estranee certe pulsazioni di quel muscolo che si chiama cuore, pulsazioni forti, vibratissime, a cui voleva non abbadare, ma che, insistenti come erano, finivano col provargli che dopo tutto una sensazione l'aveva provata.
Era lui che aveva detto a Gennaraccio, che non valeva la pena di svegliarla; - quando uscì di là, gli parve di essersi sottratto ad un incubo.
Quella faccia pallida, quella fanciulla vestita di nero, gettata là.... su quel canile.... quell'androne cupo, quella lanterna, quella megera - tutto ciò che aveva veduto gli stava ancora dinanzi agli occhi, e ci pensava involontariamente.
Gennaraccio stesso aveva, gli parve, una voglia indiavolata di sbarazzarsene. Gli dava soltanto fastidio?... o lo preoccupava per mezzo di un altro sentimento?...
Il fatto è che quando rientrò in Roma non andò direttamente nè da Ester nè alla casa delle riunioni.
– Gennaraccio l'ha fatta ai puntarolisti - fantasticava egli - e se si potesse....
Un pensiero non ancora ben formato, un'idea vaga qualunque.... conseguenza più d'impressione che di calcolo, gli frullava nel cervello. La cacciava via dicendo a sè stesso che, in fin de' conti, c'era entrato anche lui nell'affare, e che il dovere.... era dovere; ma non c'era verso.... quel pensiero ritornava più insistente. Eppure l'aveva vinta tante volte l'inopportunità del sentimento, con un'alzata di spalle.
Alla fine, anche questa volta la scrollata gliela diede, e colla più forte delle risoluzioni.
Il Guercio veniva in giù verso i Monti, da via Macel de' Corvi, e sentendo più forte di lui quel bisogno di fantasticare, invece d'andar verso le carceri Mamertine, per infilare poi a destra il laberinto dei viottoli che conducono al centro del vasto quartiere, girò intorno al Foro Traiano.