Ulisse Barbieri
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Capitolo XV DIO?...

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Capitolo XV
DIO?...

Arturo era inquietissimo da due giorni. Peppe l'aveva lasciato verso le 8, sonava la mezzanotte e non era ancora tornato. Non si era coricato; dalla finestra del suo studio fissava ansioso lo sguardo sulla strada, e lo sentì arrivare canticchiando una delle sue canzonacce favorite.

Il monello era allegro, ed egli provò un sussulto di gioia.

Un istante dopo, infatti, Peppe cascava come un petardo nello studio, rovesciando la prima sedia che si trovò dinanzi, come se fosse un nemico che gli sbarrasse la strada, e non ci mise più di cinque minuti per raccontargli tutto.

Prima però d'abbandonarsi a quei cinque minuti d'una vera irruzione di parole che gli uscivano dalle labbra vive e scoppiettanti come un fuoco d'artificio e che erano veri raggi di luce pel cuore del nostro innamorato, il quale le accoglieva con dei gridi di gioia, il monello si era permesso qualche saltellamento sulla sua poltrona favorita ed aveva voluto darsi una certa importanza premettendo che voleva essere ascoltato colla più grave delle serietà.

Aveva insomma voluto tenere un po' sulle spine il povero Arturo, con certi artifici che egli doveva aver imparati, scimiottandoli, da qualche giocoliere di piazza, i quali sanno così bene girare intorno a quello che devono dire, arte anche quella che serve meravigliosamente ad attirare l'attenzione della folla, alla quale, per essere creduti, bisogna sempre far capire meno che si può.

Ai cinque minuti.... successero però altri cinque, agli altri cinque altri dieci, e le cose che raccontava Peppe, benchè a modo suo.... erano tali.... e tanto interessanti, che Arturo lo lasciava cantare a sua voglia.

Peppe s'abbandonava al suo cicalìo da fringuello; gli raccontò persino la famosa scrollata datagli dal Guercio, i sospetti che ne furono la causa, la sua apparizione dietro le colonne del Foro.... e finalmente come alla sua volta gli avesse confidato d'essere presentemente sotto l'alta protezione d'un principe interessato a ritrovare la fanciulla.

Arturo sorrise.

– Ah!... gli hai detto che sei al servizio d'un principe? - soggiunse egli.

Diamine!... - esclamò il monello - il Guercio ha delle idee tutte sue; il perchè l'abbia coi soci non lo so, ma se ha dei progetti, è bene che entri un principe; un principe.... fa sempre effetto; in ogni modo l'appuntamento è per domani notte. Dopo d'aver voluto strangolarmi mi soffocò quasi a furia di baci quando gli dissi che una brava persona s'interessava per la piccina.

Arturo ridivenne pensoso.

Sai.... che è uno strano uomo, questo tuo Guercio!...

– Ha le sue idee.... - sentenziò il monello.

– Sta bene - affermò Arturo. - Domani dunque.

*

Peppe si era gettato sopra il divano d'Arturo.

Il giovane erasi posto allo scrittoio, aveva tracciate alcune note colla matita sovra un foglio di carta, ed alzatosi per recarsi nella sua camera da letto, passò accanto al monello.

Le leggi della convenienza non erano quelle che potevano imbarazzare Peppe; egli si era messo un cuscino sotto alla testa e dormiva.

Arturo lo guardò commosso, staccò un mantello da un attaccapanni, ve lo ravvolse leggermente per non svegliarlo, e ristette innanzi a lui, col lume in mano, che ne rischiarava i delicati lineamenti.

Col sonno era sparito dal volto di Peppe quel risolino beffardo che contraeva spesso le sue labbra; i suoi occhietti chiusi non avevano più quella loro espressione spesso maligna, qualche volta diffidente; al raggio che proiettava su lui la lucerna, i suoi capelli, più arruffati.... che ricci, avevano una tinta dorata, e quella bella testolina che riposava su quel cuscino di lana ricamata ed adorna di frange era tale che un pittore l'avrebbe potuta ritrarre, per invitare più d'una madre a coprirla di baci.

Strana cosa - pensava Arturo - sarei io sulle tracce di Bianca?... starei io forse per rivederla?... per stringerla fra le mie braccia?... per ripeterle quelle parole che mi fremono ardenti sulle labbra?... senza quello strano incontro in quella taverna, senza questo monello che trovai per caso.... che potrei io fare?...

Si chinò su di lui, lo baciò sulla fronte e s'avviò verso la sua camera.

Passava dinanzi alla finestra; le imposte esterne non erano state chiuse, e dai vetri vedevasi il cielo, il cielo rifattosi sereno ed in mezzo al cui bell'azzurro scintillavano, ignoti mondi vaganti nello spazio, gli astri che ne ingemmano la vôlta.

Arturo guardò il cielo, poi ancora quel fanciullo che dormiva.

Egli chiedevasi al certo da quale catena misteriosa erano collegati quegli avvenimenti, qual mano gli aveva guidati. Perchè?...

Strani perchè.... che dobbiamo volgere e rivolgere tante volte, a tutto ciò che ne circonda.

Chi vi risponde?... nessuno.... eppure dall'ignoto, pare che esca una voce, e che mille echi lontani, ripetano.... Io!...

– Io?... chi?...

Dio?... il destino?... il fato?... nomi vaghi.... parole che nulla dicono, convenzioni create perchè le labbra possano pronunciare una parola.

Eppure ad Arturo pareva di sentire una voce che rispondesse alle inquiete domande del suo pensiero:

Io.... che ti condussi a quella taverna - Io.... che ti feci incontrare quel fanciullo - Io.... che ti avvicinai a lui!... - Io.... per cui egli è ora tornato a te colla parola del conforto sulle labbra. E quando, domani, avrà forse tutto concertato per rivederla, da quell'arcano sviluppo di cose in cui il possibile si unisce all'impossibile, il bene al male, la fola alla verità, alle affannose investigazioni della mente che si sforza a voler strappare all'arcano mistero della vita il segreto per cui tutto si agita, una voce ancora.... quella stessa.... sempre quella.... ripeterà ancora: Io!...

Io.... il tutto, che noi, nulla.... abbiamo voluto impiccolire facendone una cosa.... ed a cui abbiamo messo dinanzi un D, come si mette il bollo ad una merce per poterla sfruttare.

              


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