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Siamo alla notte nella quale Arturo ed il Guercio, aventi per intermediario Peppe, devono trovarsi insieme.
Il taverniere della Stella, che i nostri lettori conoscono già, deve essere stato informato che qualche gran personaggio onorerà la sua stamberga, perchè ha fatto tutto ciò che è possibile per darvi un po' d'ordine.
Sulle due tavole, cosa insolita (e che avrebbe colpito d'alta meraviglia tutti i suoi avventori), erano state distese due tovaglie. Non gareggiavano, è vero, colla bianchezza della neve, ma, tra l'una e l'altra macchia di vino, qualche cosa di bianco vi si poteva ancora discernere.
Ai sedili che zoppicavano maledettamente, abbandonandosi a traballamenti piuttosto pericolosi, erano state sostituite delle seggiole; la zuppa, che fumava sul fornello, mandava un odore meno nauseante del solito, ed arrostiva, in una casseruola, nientemeno.... che un quarto di capretto.
Vi si era fatto insomma un tale sfoggio di lusso.... che se qualcuno della nera vi avesse cacciato dentro il naso, avrebbe incominciato dall'arrestare il taverniere ritenendolo complice della celebrazione d'un qualche ardito colpo di mano.
In quelle tovaglie, in quelle tre seggiole ed in quell'arrosto c'era da intravedere tutto quello che si voleva: la vittima pronta, la banda che si apposta, il delitto che si commette, ed infine.... il banchetto sardanapalesco, che ne solennizza la celebrazione.
Eppure la faccia stessa del taverniere, una faccia da mastino, resa più truce da un largo taglio al labbro inferiore, taglio che egli doveva ad una buona coltellata favoritagli da uno de' suoi avventori, aveva in quella notte un'espressione insospettabile!...
Egli ci teneva con tutta l'anima a quello sfoggio che trasformava la Stella!
C'erano preparate sulla tavola, già pronte per essere accese, persino quattro candele di sego, che spiccavano pomposamente, nei loro candelieri di stagno, uno stagno, che se fosse stato lucido, poteva essere preso per argento.
Arturo ed il Guercio stavano insomma per avervi un'accoglienza principesca.
Ma chi se n'era curato?... chi aveva fatti fare tutti quei sontuosi preparativi?...
Il Guercio no, perchè non era tale da comprendere certe cose.... e per lui, tanto serviva una panca rotta, come una poltrona di velluto.
Arturo vi sarebbe andato per la prima volta ed aveva ben altri pensieri per il capo.
Chi aveva improvvisato tutto quello splendore era Peppe, è il nostro monello che ha preseduto a tutti quei preparativi, perchè il suo principe ne restasse sbalordito.... e per fargli vedere che anche loro.... sapevano abbastanza uniformarsi alle leggi del rispetto e della convenienza.
Le tovaglie, egli le aveva tirate fuori da un cassone dove ci stavano da più d'un mese.... in attesa d'essere consegnate alla lavandaia; ma egli trovò che potevano fare ancora per una volta un magnifico servizio, e ci si rotolò sopra per stirarle alla meglio.
I sedili rotti li fece gettare nel cortile e le tre sedie se le fece prestare da un caffettiere di sua conoscenza; lo conosceva anzi tanto.... che non voleva dargliele.... ma Peppe giurò sulla sua parola d'onore che alla prima occasione gli avrebbe venduto qualche morto.... a prezzo ribassato.
Il caffettiere accettò e la Stella se ne permise il lusso.
L'oste aveva promesso una zuppa eccezionale, l'arrosto, un arrosto come non aveva mai fatto, ed un vino, come non ne aveva mai avuto.
Il monello accolse con una smorfia tutti quei mai troppo pomposi e tanto promettenti, che parevano una canzonatura.... ma se ne accontentò, poichè, in mancanza d'altro.... una promessa era già qualche cosa.
Come era stato il primo a recarvisi per dare gli ordini opportuni, fu naturalmente anche il primo a ritornarvi, precedendo il Guercio ed Arturo.
Fiutò l'odore delizioso che usciva dalla casseruola - sbirciò la tavola, e vistala adornata coi quattro candelieri a cui egli non aveva pensato, fece una capriola nel bel mezzo della taverna e fu accolto fra le braccia dell'oste che si era messo in pompa magna, con una berretta da cuoco.
Il monello in un trasporto d'entusiasmo l'avrebbe baciato, se non avesse avuto paura di farsi morsicare.
Si accontentò dunque di tributargli le sue congratulazioni - accese le candele, e si persuase che entrando nella taverna in mezzo a tanto splendore.... Arturo avrebbe dovuto chiudere gli occhi per non restarne abbagliato.
*
Arturo e il Guercio entrarono nella taverna. - Avevano al certo molte cose da dirsi, ma dovevano essersi già intesi su molte, perchè dai modi del giovane non traspariva verun atto di diffidenza.
L'occhio del Guercio era sereno e nessuna ruga increspava la sua fronte.
Peppe, che vi sapeva leggere come sopra un libro stampato, anzi meglio, perchè di libri non ne aveva mai letti, gettò uno sguardo sulla tavola, un altro verso il fornello, e si pavoneggiò per tanta sua opera con tutto il suo slancio abituale.
– Che ne dite, eh?... - esclamò egli - si sanno, o non si sanno fare le cose? - festa completa, e prima che spunti il sole.... in viaggio.
– Vuoi star zitto?... - gli gridò il Guercio - con questo signore con cui ci siamo trovati da qualche ora, abbiamo ben altro da fare!... - non sono per le luminarie io!... troppa luce lascia veder troppo e attira troppi sguardi.... - si sta meglio al buio - aggiunse egli filosoficamente e da uomo pratico delle sue faccende.
La romanzina del Guercio ed il modo serio con cui gliela diede, fu per lui come il colpo di vento che atterra i castelli di carte ai bimbi che vi si dilettano.
Per compire le sue disillusioni, il Guercio si avvivicinò alla tavola e spense due delle famose candele accese dal monello.
Peppe, da gigantesco come si credeva d'essere divenuto, si fece piccino, e si rincantucciò contro il muro come un cagnolino a cui abbiano tagliata la coda.
Una carezza d'Arturo lo trasse però da quel suo momentaneo inebetimento.
– Va' là.... - gli borbottava intanto dietro le spalle il Guercio; - per compensarti della diminuzione dei lumi, aggiungeremo un bicchiere di più.... sta bene?... e verrai a farci compagnia quando avremo finito d'accomodare le cose nostre: ma ora.... oh!... occhio attento e fa' buona guardia.
Peppe, rimesso nel più completo buon umore dalla promessa del Guercio, portò la mano al berretto e salutò militarmente.
Era un'altra delle sue abitudini, e ne aveva troppe.... quella canaglia!...
Egli si slanciò con due salti verso la porta, quando il Guercio, presolo per la giubba, lo trattenne.
– Una carrozza.... - diss'egli.
– Ebbene?...
Il Guercio, gli accennò di star zitto, ed accostatosi alla porta della taverna tese attentamente l'orecchio.
– Non l'hai intesa anche tu?... - chiese al monello.
– Mi pare.... ma che importa?...
Il Guercio non rispose, ma avvicinatosi alla tavola, spense anche le altre due candele rimaste accese.
Arturo era agitatissimo alla sua volta, e non aveva tutti i torti.
Egli si trovava in una di quelle posizioni eccezionali che esaminata freddamente non era delle più belle, nè delle meno pericolose.
Ritrovare Bianca, mettersi in contatto colle persone dalle quali poteva essere messo sulle sue tracce, concertare il da farsi, giocare tutto per tutto.... fu questo il suo pensiero.
Avrebbe patteggiato anche col diavolo.... che, in certi casi, dicono essere la più compita delle persone.
Invece del diavolo, invece d'un brigante con tanto di barba e di pistoloni alla cintola, aveva trovati sul suo sentiere quei due esseri, uno più bizzarro dell'altro: Peppe ed il Guercio; e conosciuto l'uno, bisognava conoscere l'altro; avvicinato l'uno, bisognava avvicinare l'altro.
Quella specie di sorpresa, sospettata, intravveduta dal Guercio, in quella carrozza che, secondo lui, doveva essersi fermata nei paraggi della Stella, lo ricondusse alla realtà.
Con chi si trovava egli?...
Con un borsaiuolo e con un ladro!...
In una visita della polizia a quella taverna, poteva essere preso per uno del mestiere, e non avrebbe passato al certo un brillante quarto d'ora.
Sta bene che avrebbe potuto dare degli schiarimenti e dire il perchè.... ed il per come.... si trovasse là.... ma la cosa non sarebbe stata per questo meno imbarazzante.
A questo pensiero il giovane impallidì, ed a quello ne seguì un altro più affannoso: se fossero sorpresi da coloro che erano interessati a rimettere le mani sulla fanciulla?
Gli balenò persino il sospetto d'essere caduto in un tranello; ma la fisonomia di quel vecchio ladro, che origliava agitatissimo alla sua volta, aveva un'espressione così onesta, che il sospetto se ne andò come venne.
Il pericolo, in ogni modo, poteva esserci però, e siccome non si va in certi posti e con certa gente.... senza avere qualche cosa di preparato in una delle proprie tasche, così la sua mano vi si cacciò dentro e ne trasse fuori una corta pistola a due colpi.
*
– Più nulla!... - mormorò il Guercio - eppure.... per l'inferno!... se mi manca un occhio, gli orecchi li ho tutti e due e ci sento bene, si è fermata poco distante da qui una carrozza, e non ci sono dei palazzi perchè possa essere entrata in un portone.
– Sapremo dov'è - disse Peppe.
Egli fece un cenno al Guercio e ad Arturo, e mise fuori la testa dall'uscio semichiuso della taverna.
– Eppure era una carrozza - mormorò - dove diavolo sarà entrata? guardiamo.
Il Guercio non si era ingannato: una carrozza, guidata da un abile cocchiere, si era cacciata per quel laberinto di viuzze e si era fermata ad un crocicchio.
Lo sportello si aperse e ne scese un uomo.
– Resta qui - disse al cocchiere - e sta' pronto.
Il cocchiere assentì al cenno.
L'uomo era ravvolto in un mantello, ed alla taglia erculea delle sue forme, al suo sguardo torvo, alla fronte bassa e più alle grosse manacce, con una delle quali girò la maniglia dello sportello, il lettore non durerà fatica a riconoscere colui che i soci del puntarolo chiamavano il Gigante.
Egli scese col suo passo da sciacallo e s'appostò alla cantonata.
Di là.... dominava tre strade: era a posto.
La taverna era ancora illuminata, sulla porta non c'era alcuno: in due salti lesti lesti, ad onta della sua corpulenza colossale, ei si cacciò nel vano di una porta che pareva messa là apposta per servire ai fatti suoi.
*
Dalla taverna si fece in quel momento minore la luce.
– Che sia tutto finito?... - pensò il Gigante - e che arrivassi troppo tardi?...
Se escono tutt'e tre, avrò un bel da fare.... a salvar la pelle.
Cacciò anch'egli una mano nelle fonde, come chiamava lui le enormi tasche della sua giacca, orribili bocche spalancate sempre per ricevere tutto ciò che vi entrava di non suo; e qualche cosa di necessario ce lo trovò.
Egli indovinò subito, però, una precauzione e nulla più, in quella diminuzione improvvisa di luce, e per ogni buon conto si tenne sull'avvisato, colla mano sul manico del coltello, il tabarro arrotolato intorno al braccio, e l'occhio attento.
Nessun segno allarmante convalidò i suoi primi sospetti.
– Dopo tutto.... - riflettè egli - delle carrozze ne passano dappertutto e non so perchè non ne debbano passare di qui....
La riflessione era abbastanza logica.
*
Peppe, dopo aver messo fuori la testa, mise fuori tutto il corpo, ed esclamò fra sè:
– Per sant'Antonio!... come dice il maestro, quando resta a mani vuote.... una carrozza non è un guscio di noce, e se c'è la vedrò - e presa la sua brava risoluzione, s'avviò a corsa verso la cantonata, per poter dare, come la pensava lui, una sbirciata al posto.
Fece soltanto pochi passi e si senti afferrato.
Egli tentò di gettare un grido, ma il Gigante gli ravvolse intorno alla testa il suo tabarro e lo prese fra le braccia, mentre il povero Peppe, mezzo soffocato, tirava calci al vento e cercava invano di dibattersi, ravvolto com'era in una specie di camicia di forza dal mantello del Gigante.
Doveva esser quello il solo scopo di quell'appostamento, perchè il Gigante corse subito alla carrozza, ne aperse lo sportello, vi cacciò dentro quella specie d'involto, entrò egli pure ed ordinò al cocchiere:
Un buon colpo di frusta fece impennare il cavallo, che non aspettò il secondo.
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Per quanto leggero, perchè soffocato istantaneamente sulle sue labbra, il grido gettato da Peppe non sfuggì all'acuto orecchio del Guercio.
Quando arrivò alla cantonata non sentì che il lontano rimbalzare delle ruote del legno sul selciato della via.
Quello che era successo egli lo intravvide, lo indovinò, eppure girò a sè d'intorno lo sguardo per cercare Peppe.
Credette quasi che potesse saltar fuori da una parte o dall'altra, dietro un muro, da una porta, da una finestra, cader giù da un tetto od anche dalle nuvole, tanto era abituato ai tiri stravaganti di quello scimmiotto che gliene faceva vedere di tutti i colori.
Ma che!... a quell'occhiata seguì un sospiro. Peppe non c'era più.
– Sparito!... - mormorò egli - me lo hanno portato via sotto il naso.... canaglie!...
Una voce lo scosse; era quella d'Arturo.
– Ebbene?... - chiese egli.... - che è successo?...
In due parole lo mise al fatto di tutto, come se avesse visto ogni cosa.
Erano spiati, si giocava loro un tiro, e si erano impadroniti di Peppe per farlo cantare.
Il primo pensiero d'Arturo fu per Bianca. Un nuovo pericolo la minacciava forse: che fare?
– Non bisogna perdere un istante - disse al Guercio - voi sapete dov'è, andiamoci.
– Per far che?... - borbottò il Guercio.
– Per difenderla!... - esclamò il giovane - per riaverla.
– Per perderla!... - gli disse il Guercio freddamente - noi siamo qui ora, credete che siamo soli?... no…. ci vedono.
– Da dove?...
– Chi lo sa?... dalla via, da una finestra - dappertutto - mettiamoci in via per andar là - ci saranno prima essi - quel ragazzaccio là.... lo conosco - è duro come un osso quando ci si mette - e darà loro da torcer lana invece di filo - io posso sapere molte cose - ma non è momento questo da pigliar tordi - dritti, ognuno per la sua strada, e quello che ha da nascere nasca - su quella per la quale si va da lei.... ci penso io a far buona guardia - e se l’altro.... parla, saprò anche quello.
Arturo, ad onta della sua impazienza febbrile, dovette convenire che il vecchio aveva ragione.... e che altro non poteva far di meglio, che dar retta a' suoi consigli.
Rientrarono dunque nella taverna, ma la voglia d'approfittare della lauta cena era loro passata.
Arturo chiese il conto, pagò, ed il taverniere con una sberrettata diede loro la buona notte, augurandosi di avere un bis giornaliero che avrebbe fatti camminare, a gonfie vele, i suoi affari discretamente imbrogliati.