Ulisse Barbieri
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Capitolo XVII PEPPE

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Capitolo XVII
PEPPE

– Sarà riuscito?...

Speriamolo.

– Sei certo che ne sappia qualche cosa?...

Sa tutto.

– E parlerà?...

– Ci penseremo noi: una volta qui, saprà che si trova in buone mani e che la ciarliera.... gliela sapremo sciogliere.

…………………………………………………………..

Questo il dialogo.

Due uomini se ne scambiavano le frasi, guardando verso la strada da una delle finestre della tana.

Il lettore la conosce già, è il deposito. Non abbiamo cambiato che di località, perchè allora.... la scena aveva luogo al pianterreno ed ora siamo invece al quinto piano della casa, aeree regioni dalle quali si è in più diretta comunicazione col cielo.

Uno di essi è il colonnello – l'altro.... un altro.... intendo dire un altro come lui - roba del genere - fantasmi della notte - soci del puntarolo e della bisca di Ester.

È inutile dar loro un nome poichè non ne hanno. Erano di vedetta, a quel quinto piano; guardavano sulla via, aspettavano qualcuno.

L'atteso era il Gigante e doveva portare .... qualche cosa; Peppe - e per strappare dalle sue labbra le rivelazioni che riguardano la fanciulla sottratta alle loro unghie e per saper che cosa si stesse architettando per non farvela ricadere, volevano farlo cantare.

Erano disposti a tutto.... pur d'ottenere il loro scopo.... e ci contavano.

*

La carrozza arrivò; trasalirono; la porta della casa si aperse.

Dalla carrozza scese un uomo che non poterono vedere, perchè la notte era buia, ma indovinarono che era lui.... perchè il legno ripartì subito.

Un uomo saliva difatti le scale strette e sudice della casa.

– Sei tu?... - chiese una voce dall'alto.

– Sì.

– Sta bene.

Il Gigante saliva le scale e gli sembrava d'avere fra le braccia una pupattola infagottata, tenendo Peppe tutto ravviluppato nelle pieghe del suo largo tabarro.

Gli turava la bocca colla pressione poco garbata della sua mano colossale, ed il poveretto cercava invano dibattersi per liberarsi da quell'inviluppo soffocante e maledettamente incomodo.

Nella posizione in cui si trovava, bisognava però essere filosofi ed aspettare lo scioglimento.

Egli si rassegnò dunque.... e non avrebbe chiesto che un po' d'aria se gli fosse stato possibile il chiederla; ma ad ogni sussulto, mentre nulla poteva vedere d'intorno a lui, sentiva la voce del Gigante che gli ripeteva un'antifona che finì col trovare orribilmente noiosa:

– Se ti muovi, sei morto!...

L'antifona variava soltanto quand'egli si permetteva qualche gemito; ma la conclusione era la stessa.

– Se gridi.... sei morto!...

– Stiamo zitti - pensò Peppe - si andrà pure in qualche posto, e me lo leveranno di dosso questo sacco.

– Ci siamo... - pensò egli - stiamo a vedere che cosa succede.

Il Gigante, ricevuto infatti dal colonnello e dall'altro.... fu introdotto nell'abbaino dal quale i soci spiavano il suo arrivo.

Il monello sentì rallentarsi intorno al corpo le pieghe del tabarro ed uscì fuori da quella specie d'imbuto, a guisa dei diavoletti che saltan fuori dalle scatole.

La prima cosa che fece, e di cui sentì il supremo bisogno, fu di respirare una boccata d'aria.

La finestra dell'abbaino era ancora aperta, e quel quinto piano non poteva essere più adatto per respirarla in tutta la sua purezza.

Ne ebbe però appena il tempo, poichè il colonnello disse al Gigante: - Chiudi.

Il Gigante chiuse.

– Siamo in tre - disse mentalmente Peppe, che gettò a d'intorno uno sguardo abbastanza inquieto.

Stava per abbandonarsi ad altre riflessioni, ma furono troncate da una tirata d'orecchi, pochissimo rispettosa, colla quale il colonnello si permetteva di richiamarlo alla realtà dei fatti.

– E così?... - gli disse il colonnello - ti abbiamo acchiappato, mi sembra.... e credo che avrai molte cose da dirci; che ne pensi?...

Penso - rispose sfacciatamente Peppe - che abbiate una mania per le carrozze, massime il Gigante; non gli do tutti i torti, però.

Sbarazzato dal soffocamento del mantello, ridestatosi come da un brutto sogno dopo quella corsa, in una stanza qualunque.... al quinto piano d'una casa, dove non c'era nulla di spaventevole, il piccolo eroe riprendeva la sua impertinenza abituale.

Il colonnello seguitava però a tenerlo per un orecchio.

– Mi fate male.... - strillò Peppe - e non so che cosa vogliate da me.

Il colonnello sorrise.

Piccino mio.... - gli disse dopo un istante - tu ti lamenti per poco.... ed hai torto.... ne avrai tutto il tempo in seguito....

L'esordio non era troppo rassicurante, ed il sorriso col quale il colonnello accompagnò quelle parole lo era meno ancora.

Il colonnello volle però dargli una prova di magnanimità prima di passare a vie di fatto e lasciò andare l'orecchio di Peppe, il cui rosso prima infocato incominciava già a divenire violaceo.

Peppe respirò.

Piccino mio, tu giuochi col fuoco - riprese il colonnello.

– Non ho mai giocato che alla trottola.... - rispose Peppe - e l'avevo rubata.

– Tu hai strette relazioni con un giovane che vuol far andare a monte un nostro colpo, e con un imbecille di vecchio che diserta le nostre file.... - continuò il colonnello.

– Non ne so nulla.... - rispose Peppe.

– Sei stato da mamma Teresa la straccivendola, per scavar terreno.

– Non la conosco - ripetè Peppe.

– Quel giovane l'hai voluto conoscere.

– È lui che ha conosciuto me.

– L'hai veduto questa notte.

– Sono stato invitato a cena - rispose Peppe pavoneggiandosi.

Cena sospetta!... - replicò il colonnello con aria di minaccia.

– Tutt'altro.... - affermò Peppe - un quarto di capretto con patate.

– Ti ripeto di non scherzare.

– Sono serissimo.

Ascoltami.

Ascolto.

Sai di che affare si tratta?

– Non bene.

Dietro la carrozza che faceva il colpo c'eri tu?

C'ero.

Gennaraccio se la prese....

Magnificamente bene!... - esclamò Peppe.

– Per te, forse....

Perchè?

Perchè è a lui come a noi ch'ei vuol riprenderla ora, e tu hai fatto lega coi nostri nemici.

– Potrei avere il piacere di conoscerli?

– Il Guercio e colui che tu chiami il tuo protettore.

– Ne siete certo? - chiese sfacciatamente Peppe.

La mano del Gigante lo afferrò pel collo.

– Non mi fare lo gnorri, carino mio - esclamò egli irritato dalla freddezza canzonatoria di Peppe.

Peppe atteggiò il suo viso ad un'aria tale di sorpresa, che il colonnello ed il Gigante s'interrogarono con uno sguardo esprimente la più assoluta delle diffidenze.

– Alle corte! - concluse il colonnello - tu hai servito ai loro disegni.... conosci quelli da essi ideati.... sai dov'è il morto in questione, e devi dircelo.

Peppe aveva ascoltata l'intemerata del colonnello colla più assoluta impassibilità. Si poteva però notare sulle sue labbra una contrazione che stava tra la smorfia ed il sorriso, ma non era sorriso.

La voglia di ridere l'avrebbe avuta.... essa traspariva da quegli occhietti vispi, da quella specie di beffarda impertinenza colla quale fissava il suo sguardo in quelli da sparviero de' suoi interlocutori.

– Oh! come mai - pareva dicesse fra - la fa da giudice costui?... E sì che coi giudici avrebbe molte cose da regolare!

Qualche cosa però lo imbarazzava, ed anzi, diremo meglio, lo assoggettava ad un senso di sbigottimento reale, ed era la faccia del Gigante.

C'era su quel suo volto un non so che di così cupo, da far venire i brividi a ben altri che ad un ragazzo.

Egli era , ritto, immobile, ascoltava tutto senza batter ciglia - aveva incrociate l'una sull'altra le sue gambe - aveva acceso un mozzicone e pareva non preoccuparsi neppure di quell'interrogatorio, certo che sarebbe andato a finire come la pensava lui.

Non aspettava che un ordine.

Quale?...

Peppe ebbe un istante di paura e si sarebbe gettato ai piedi del colonnello e del Gigante chiedendo grazia e dichiarandosi pronto a confessare tutto quello che sapeva, pur d'uscire da quella soffitta dove l'aria gli pareva più irrespirabile di quando non la respirava del tutto, fra le pieghe del tabarro dove era stato ravvolto.

In buon punto, tra quelle apprensioni paurose, gli si affacciò alla mente Arturo.... - Arturo, quel bel giovane dai modi gentili, dalla parola franca - Arturo, che lo aveva accarezzato come si accarezza un fratello - che l'aveva fatto dormire sotto il suo tetto senza la menoma diffidenza - che l'aveva fatto sedere vicino a lui, alla sua tavola....

Era per lui.... che egli potè pavoneggiarsi dinanzi ad uno specchio con una blouse nuova - per lui.... che aveva gettati i suoi cenci, e con quei cenci.... roba da immondezzaio che ve lo tenevano ravvolto, gli parve ancora d'aver gettata via parte di stesso, quasi inconsciamente, senza saperselo spiegare, ma pur sentendolo!....

Egli si era inebriato di quei palpiti nuovi!...

A quella povera fanciulla, si era tanto interessato, che gli pareva quasi di conoscerla.

Erasi svegliata in lui una indefinita intuizione del male che aveva fatto, e che poteva ancor fare.... ed un'altra intuizione.... quella di poter essere diverso.

Egli.... il borsaiuolo, si era sentito qualche cosa. - Perchè tornerebbe ad essere ciò che era prima?...

Egli, un monello, era stato atteso impazientemente da quei due uomini, uno dei quali si chiamava il colonnello, l'altro il Gigante.

Uno rassomigliava ad un gendarme, l'altro ad un aguzzino.

Che avevano fatto?

Si erano impadroniti di un fanciullo!

Avevano avuto bisogno di una carrozza, di un complice, del mistero! E tutto ciò per chi?... Per lui!

Gli avevano dunque eretto un piedistallo.... ed egli, il piccino, vi montava sopra e si sentiva grande.

*

Quel gigante di carne diventava un pigmeo!

Che cosa avrebbe potuto su lui, con tutta la sua ferocia da manigoldo?

Nulla!

Che cos'era il colonnello col suo piglio inquisitoriale?

Nulla affatto!

Egli solo era qualche cosa.... egli era tutto!

*

Le comprendeva egli tutte codeste cose?

La sua piccola mente riusciva ad abbracciare la grandezza di questa situazione reale?

Non lo possiamo affermare.

Ciò che possiamo accertare è, che l'importanza di questa situazione, egli la intravvedeva vagamente.

E poi, aveva detto ad Arturo che sarebbe andato anche nel fuoco per lui; il suo piccolo cuore batteva, ed il momento era giunto.

– E così?... - chiese brutalmente il colonnello.

Peppe lo fissò in faccia colla più impertinente delle sue occhiate, e gli rispose:

– Non so nulla.

– Per l'inferno!... parlerai! - proruppe il colonnello, a cui pareva strano d'essere canzonato da quello scimiotto che avrebbe potuto stritolare con un pugno.

– Ah, ah! - seguitò egli - ti hanno dunque stregato, eh, i tuoi bellimbusti? Ah, ti hanno regalato delle blouses nuove.... delle scarpette!... T'hanno impinzato il ventre con degli arrosti?... Ti hanno fatto bere dell'Orvieto?... Ma te li rimetterai presto i tuoi cenci!... Sappiamo come fartela ammuffire questa tua blouse.... e, in quanto agli arrosti, avrai da lamentargli per un buon pezzo, te lo accerto io!

Egli si accorse che andava terribilmente in collera, e la cosa gli parve tanto buffa, che si fermò in faccia al monello, cercando di atteggiare le sue labbra ad un sorriso che attestasse tutta la sua superiorità assoluta.

Piccino mio - riprese poscia - tu hai fatto male i tuoi conti; hai detto che non ne sai nulla.... e sta bene. Io non ho fiato da sciupare inutilmente, e le partite si accomodano facilmente.... basta saper fare, e poi si rimedia a tutto. Vedi, qui siamo al quinto piano.... potrei prenderti per un orecchio e farti fare un volo, che non sarebbe pindarico, ma sarebbe però sempre un bel volo. Domattina ti raccoglierebbero insieme alla spazzatura, e tutto sarebbe finito anche per te, che già, alla lunga, riescirai a fare una fine peggiore. Invece, sai che cosa penso io di fare? La cameraccia del deposito la conosci.... a sinistra c'è una porta; dopo la porta, una scala; scesi sei gradini di questa scala, un'altra porta, la quale mette ad una cantina. Ebbene, una volta che tu sia laggiù, puoi gridare con quanto fiato hai ne' polmoni, ma puoi esser ben sicuro che nessuno al mondo ti potrà sentire. L'abbiamo scelta per i nostri affari, e non c'è un buco che dia sulla strada. Battendo contro la porta, si può fare del rumore, è vero.... ma l'amico Gigante ha delle buone corde.... e, una volta legate ben bene le tue piccole manine, si fa altrettanto co' tuoi piedini, perchè potrebbero tirare dei calci, e ciò ti stancherebbe. Ti si prepara un cantuccio fra gli stracci, che non mancano, e tu te ne stai , tranquillo e pacifico, senza aver bisogno di procurarti un altro alloggio.

Si fermò un istante per vedere quale effetto producevano su Peppe le sue parole, poscia proseguì:

Domani, poi, ti veniamo a trovare, perchè una visita la si deve pur fare agli amici.... Hai tempo quanto te ne occorre per digerire la cena di questa sera.... se pure hai avuto il tempo di farla.... ed in quanto alla colazione che potresti desiderare, se parli, mangi.... e se ti ostini a tacere.... non avrai neppure l'incomodo di far uso di queste tue manine, che ti sono diventate tanto bianche da meritare d'esser trattate con ogni riguardo.

Il Gigante trasse dalle tasche della sua giacca di fustagno un rotolo di corde e si avvicinò a Peppe.

– Qua, piccino.... - gli disse - e non facciamo chiasso, perchè se anche non lo volessi, ti si legano lo stesso.

Peppe porse le mani e le sovrappose l'una sull'altra colla massima indifferenza.

Un ignobile sorriso deformò le labbra del Gigante.

Sai come si fa.... eh?... - gli disse - e si vede che non è la prima volta che te le accomodano. Dopo tutto, tanto meglio!... è bene essere abituati a certe cose.

Così dicendo, egli girava la corda intorno ai polsi di Peppe, e nell'enfasi dell'operazione strinse in modo da strappargli un grido di dolore.

Il colonnello gli volse uno sguardo, che esprimeva quasi un rimprovero.

– Nulla!... nulla!... - rispose il Gigante - si adattano poi.... - me lo diceva uno della nera mentre adattava intorno a' miei polsi un cerchio di ferro largo due dita - questa è corda e la corda cede.... da ; ora.... ai piedi, carino.... - continuò egli, rovesciandolo a terra per poter terminare la faccenda.

Peppe cercò di tirargli un calcio.... tanto per provarsi a fare qualche cosa, ma le mani del Gigante sembravano morse.

– E così?... - gli chiese il colonnello quando lo vide nella assoluta impossibilità di fare un atto - mentre guardava freddamente le corde che tracciavano un solco livido sulle sue carni - vuoi dirci quello che sai?...

– No - rispose Peppe.

*

Ad un cenno del colonnello, il Gigante lo sollevò da terra, lo avvolse nel tabarro, gli premè con una mano sulla bocca, uscirono dall'abbaino e ridiscesero i cinque piani.

Quando le cose si vogliono fare, si devono fare completamente, ed ogni precauzione era ben presa.

Come disse poco prima il colonnello, entrarono infatti nella cameraccia del deposito; - a sinistra c'era una porta che fu aperta, una porticina bassa ma abbastanza forte, chiusa a doppio chiavistello; scesero i gradini di una angusta scala - apersero una seconda porta e si trovarono in quel locale della casa che il colonnello chiamava la cantina.

La sarà stata infatti una volta, ma ora non l'era più.

Era una specie d'androne, basso, umido, lungo, ingombro da una infinità di oggetti.

Grandi ceste - cassoni - spranghe di ferro - zappe -picconi - arnesi che erano destinati al certo ad un uso particolare e che facevano parte degli attrezzi di cui si serviva quell'onorevole corpo sociale, quando si trovava nel pieno adempimento delle sue funzioni.

Qua e .... eranvi ancora degli abiti giacenti per terra - altri attaccati a dei chiodi alle pareti, qualche mobile rotto - qualche oggetto d'arte.... reso inservibile - un Napoleone colla testa rotta - una Venere senza braccia - una croce senza Cristo - una chitarra senza corde - san Bartolomeo, oltre ad essere stato scorticato, era spaccato - sembrava che gli scorticatori in un impeto d'entusiasmo.... avessero tirato troppo, e fosse loro restato in mano, ad uno il costato, all'altro una gamba.

Era infine il magazzino del deposito - un gran ventre che ingoiava la sua parte delle spoglie inservibili alla vendita minuta e particolare, e che erano tenute .... per farne poi all'occasione un blocco generale.

Al povero Peppe fu tolto di dosso il mantello, pel quale doveva aver provata la più terribile delle avversioni, e venne deposto nel suo stato d'assoluta immobilità sopra un mucchio di stracci che gli poteva servire da giaciglio, poco soffice e molto umido.

Dopo una terza intimazione, a cui rispose col silenzio, egli fu lasciato , liberissimo.... di abbandonarsi a tutte le riflessioni che potevano essergli suggerite dalla sua abbastanza strana ed assolutamente incomoda posizione.

Ciò che era fatto era fatto. Egli erasi intestato a non voler parlare, essi.... avevano ricevuti i loro ordini…. e non dovevano far altro che ritornare al domani.

*

Giunti sulla porta della cantina, mentre il Gigante stava chiudendone il chiavistello, colui che chiamavano il colonnello gli posò una mano sulla spalla.

Sai.... - gli disse - gliele hai legate dinanzi le mani?

– Ebbene?... - replicò egli.

– In certi casi.... - borbottò il colonnello - dietro le spalle, danno più noia, ma si è più al sicuro.

Il Gigante crollò con atto di sprezzo la sua grossa testa.

– Quando le lego io, sono ben legate, tanto davanti come di dietro - rispose - ho fatto il nodo di fianco, se tuttavia vogliamo rifare la faccenda si fa presto, garantisco però che fra un quarto d'ora non saranno i suoi polsi che si adatteranno alla corda, ma la corda che entrerà nelle carni: ho stretto bene, ve lo assicuro.

Scambiatasi qualche altra parola, i due uomini richiusero la seconda porta come avevano chiusa la prima, ed uscirono dalla casa, non senza essersi prima accertati che non li aspettasse qualche importuna sorpresa.

              


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