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Nella posizione in cui si trovava Peppe, essersi sbarazzato da quegli incomodi legami, voleva dire esser libero.
Dallo spiraglio non traspariva nessuna luce; potevano essere le due dopo la mezzanotte, ed intorno a lui tutto era buio.
Per mettere le mani sul suo buco dovette orizzontarsi alla meglio, rasentando il muro a sinistra della cantina, e quando inciampò nei cavalletti e nelle assi che lo coprivano, mandò dal petto un sospiro di soddisfazione.
– Ci siamo!...- esclamò.
Rimosse le assi, tolse di là i cavalletti, si chinò e sentì sotto il tocco delle sue dita la grata di fil di ferro.
Dopo tre o quattro strappate, per le quali egli trovò nelle sue gracili membra una forza di cui non si sarebbe supposto capace, la grata cedette, ed egli che tirava troppo forte, andò ruzzoloni a battere la testa contro uno dei cavalletti.
– Bravo!...- pensò Peppe - me la romperei in un momento così poco opportuno?... Piccola.... ma dura.... - borbottò poi con un sorriso di soddisfazione, toccando con la mano la parte che aveva ricevuto il colpo. - Ed ora.... ecco fatto!...
Si rimise ventre a terra, introdusse il capo, poi le spalle, nello spiraglio, e stava già per entrarvi con tutto il corpo, ma invece si tirò indietro improvvisamente.
Erasi risovvenuto della sua idea fissa.
Egli realizzava, è vero, il suo famoso piano in forza di circostanze indipendenti dalla sua volontà, ma in ogni modo lo realizzava, e giacchè si trovava chiuso in quella cantina, giacchè stava per uscirne, facendola in barba ai due omacci che sarebbero rimasti al loro ritorno con tanto di naso, trovando vuota la gabbia, ripensò a quella pistola, scopo di tanti suoi sogni, e gli parve persino di rivederla, benchè il buio fosse completo, col suo bel calcio intarsiato e luccicante, appesa al suo chiodo, come se attendesse soltanto una mano che sapesse staccanela.
– Ci sarebbe ancora?...
Fu questa la domanda che egli rivolse a sè stesso.
La premura d'uscir presto da quella situazione abbastanza pericolosa, fu controminata da quella voglia impadronitasi di lui, e pei ragazzi le voglie sono indiscutibili.
E poi.... gli sembrava che il colpo non fosse completo.
Ci vedeva una burla riuscita a tutto suo profitto, e non badò ad altro.
Egli si alzò, tasteggiò il muro, giunse al posto.... salì sopra una cassa che era ancor là.....come se ce l'avessero lasciata apposta, ed i suoi vispi occhietti dovettero lampeggiare di gioia, poichè la sentì attaccata sempre al solito chiodo, mentre se ne impadroniva con tutto l'entusiasmo di cui sentivasi capace.
– Ed ora.... filiamo!... - esclamò.
Saltò giù dalla cassa, a rischio di rompersi il collo - ritrovò il buco, e vi si cacciò dentro, tenendo salda in pugno la sua arma sognata.
Il buco era stretto, ma il suo corpicino era sottile - le ragnatele gli distesero sulla faccia una specie di velo - ma con una mano egli le tolse via - si spinse in fuori aggrappandosi alle pareti opposte dello spiraglio, si contorse come un serpentello, e sentì finalmente che la sua testa usciva dall'altra parte.
Ebbe però una strana sorpresa.
*
Gli sfiorò il volto un'aria fredda ed umida, che non era nè l'aria libera della strada nè quella d'una corte.... come aveva pensato lui.
A lui d'intorno invece era tutto buio, tutto freddo, come nella cantina dalla quale usciva.
– Dove diavolo sono?... - pensò egli - in ogni modo usciamo.
Una volta sbucato fuori colla testa, vi passò con tutto il corpo, ed un istante dopo era in piedi.
Egli guardò in alto; ma, strana cosa - o, per meglio dire - cosa che a lui parve strana.... il cielo non c'era!
Fece qualche passo tentoni ed urtò in qualche cosa.... era una tavola; voltò a destra, trovò un altro muro e rimase lì, pensoso, agitato da uno sgomento che era ben naturale.
Era uscito dalla cantina del deposito per entrare in un'altra.
Una seconda prigione, dove gli si potevano mettere addosso le mani un'altra volta.
Eppure, la cosa non avrebbe dovuto meravigliarlo.
Dal momento che dalla cameraccia del deposito bisognava scendere sei gradini per arrivare alla cantina dove l'avevano rinchiuso, dallo spiraglio che aveva attirata la sua attenzione era impossibile che si potesse passare nella corte di quella o d'altra casa, poichè la corte doveva essere sopra il suo capo e non al livello stesso della cantina.
Era ancora troppo ragazzo, troppo inesperto, per potersi permettere certi calcoli.
Quel buco era per lui una via di salvezza; aveva creduto che bastasse potervisi cacciar dentro per esser libero, senza pensare ad altro.
Si trovava quindi colpito dal massimo stupore a quell'inatteso disinganno; ma quel suo momentaneo sbigottimento non affievolì però il suo coraggio. Si era trovato in ben altri impicci, e con un mezzo o con un altro se n'era sempre sbrigato.
– Dopo tutto - pensava egli - nè il Gigante nè il colonnello potranno passare dal buco dove son passato io, e le muraglie non le potranno abbattere tanto facilmente!... Qui mi devo trovare in un'altra casa, e se in un modo qualunque non potrò uscirne da me, farò del baccano, chiamerò gente, e qualche cosa succederà.
Queste riflessioni, abbastanza logiche, lo fecero sorridere.
Pensò che pochi momenti prima era là.... in balìa dei suoi carcerieri, torturato da quegli spasimi che avrebbe dovuto sopportare, chi sa ancora per quante ore.... e fremette, ma di gioia.
Tralla... trallà.... la rà....
Sarà quel che sarà!....
canticchiò egli, adattando quella sua improvvisazione poco poetica ad una delle tante canzoni popolari da cui sentivasi rintronare le orecchie nelle taverne dove solevano radunarsi i suoi amici d'una volta.
Dovette anzi imporre il freno più assoluto alla sua manìa acrobatica per non permettersi una capriola su quel terreno ignoto.... capriola che poteva essere troppo pericolosa.
Il fatto è che, superata la prima impressione di quella sorpresa inaspettata, egli sentivasi pieno di vita e di speranza ed aveva in sè stesso e nella sua buona stella la più illimitata delle fiducie.