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Arturo aveva lasciato il Guercio dopo il rapimento di Peppe, colla mente esaltata da quel contrattempo che rovesciava tutte le sue speranze o che per lo meno incagliava l'effettuazione dei suoi voti, e, col cuore oppresso, andò vagando per le vie di Roma senza direzione alcuna, senza uno scopo, ingolfandosi in un turbine di pensieri che sembrava lo trasportassero come tanti demoni beffardi, intrecciando intorno a lui una ridda satanica.
Di quale fatalità era egli giuoco?... Egli riandava tutto il passato, rivedeva Bianca nella sua cameretta ed intorno a lei quella vecchia brontolona della nonna, incontentabile come tutte le nonne e, come le nonne, pronta a dare tutto il resto del suo sangue per un sorriso della cara fanciulla.
Tutto era calma intorno a lei, la miseria aveva battuto, è vero, a quella porta, ma non aveva spento il lampo di quegli sguardi tutto amore!...
Avevano deposto insieme un fiore sulla tomba della povera madre, l'avevano bagnata con una lagrima, rugiada vivificante, ed avevano sperato.
E poi?...
Come mai era stata ordita intorno a lei quella trama?...
Aveva fatto tanto per ridarle l'eredità perduta, aveva trovato il mezzo di riuscire, ne era quasi certo, e l'opera sua non aveva servito ad altro, invece, che a fare scendere la sventura sul suo capo, farla scopo d'un ricatto, farla cadere nelle mani d'un'orda di miserabili che si erano audacemente impadroniti di quell'esistenza a lui sì cara.
*
Quella sua visita al commissario, le strane parole che aveva intese, quelle del marchese più strane ancora, quella fanciulla ritolta a coloro che l'avevano rapita ad altri.... quel monello, quel ladro a cui erasi avvicinato, e che il caso o la provvidenza avevagli fatto incontrare.... riandava col pensiero tutto ciò, e tutto questo quadro gli si affacciava con delle forme così bizzarre e fantastiche da indurlo a chiedere a sè stesso se non sognasse.
Non sognava pur troppo, e ci volle poco a persuadersene.
Egli soggiaceva ad un ultimo colpo di quella strana fatalità, e mentre si trovava lì.... solo, errante alla cieca per le vie di Roma, senza un'idea di quello che potesse succedere, senza poter far nulla, alla sua Bianca sovrastavano forse altri pericoli.
Quella inattività a cui era costretto, era ciò che gli pesava di più.
Aver un pericolo da sfidare, essere impegnato in una lotta, sarebbe stato almeno qualche cosa!...
Il Guercio non l'avrebbe riveduto che il giorno dopo; s'eran dato appuntamento in un bugigattolo nei dintorni della Rotonda.
I minuti scorrevano eternamente lunghi; gli sembrava quasi di non riconoscersi più, gli sembrava che in quelle strane gite di taverna in taverna, a cui erasi dovuto abituare, ci fosse in lui qualche cosa che si trasformava; si sarebbe, come il Nemorino di Walter Scott, trovato nel caso di fissare la sua immagine riprodotta da uno specchio, e chiederle:
– Chi sei?
*
Le vie erano silenziose, i fanali spenti, sul suo capo il cielo era grigio, non pioveva, ma spirava un'aria di scirocco e la pioggia non doveva tardar molto a cadere; non già però uno di quegli acquazzoni a cui si unisce il rombo del tuono, il baleno dei lampi ed il fischio del vento, ma una di quelle pioggerelle sottili, lente, noiose.
Un'aria tempestosa, satura di elettricità, egli l'avrebbe respirata voluttuosamente.
Negli schianti dei tuoni, nel baleno dei lampi, avrebbe trovato almeno qualche cosa che potesse armonizzare col tumulto della sua anima.
Tutto invece intorno a lui era assopito in una calma letargica; nelle case si dormiva e dalle finestre chiuse non traspariva un raggio di luce.
Camminò così, come trasognato, per molto tempo ancora, senza neppur pensare a recarsi alla sua abitazione, certo che il sonno non ve lo avrebbe trovato.
Pensò alla vecchia Anna, ma riflettè che era meglio lasciarla alle sue illusioni, poichè le aveva data qualche speranza e l'aveva fatta sorridere fra le lagrime, la povera vecchia, al pensiero soltanto di poter rivedere la sua Bianca.
Senza saper come, andando in su, fiancheggiando il Pantheon, egli ristette in mezzo alla strada, sprofondandosi sempre più in quel suo fantastico vaneggiamento.
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Fu scosso tutto ad un tratto da una voce che lo fece trasalire, e gli saltò nello stesso tempo, quasi sulle spalle, qualche cosa che poteva essere una scimmia, o qualche animale del genere, caratterizzato dall'acrobaticità ginnastica di quello slancio.
Un grido di gioia uscì però dalle labbra d'Arturo ed il cuore gli battè con sussulto febbrile, mentre Peppe in carne ed ossa, dopo averlo così investito, gli si gettò al collo permettendosi un.... enfoncé!... espressione incommentabile.... che sbalordì lui stesso....
– Io, mio protettore.... Ah! quelle canaglie - soggiunse poi - me lo volevano far vedere nell'ampolla il diavolo!... ma a me non la si fa, e ne ho mostrato loro le corna! ma andiamo via e svelti, che questo non è posto sicuro, la ciarliera ho una voglia matta di farla cantare, tanto più che me l'hanno messa in quarantena, ma per ora acqua in bocca.... corpo di.... come dice il vecchio Guercio. Sapete che avrei fatto monete false per trovarvi?... Ah se sapeste da dove esco! Canaglia!...gran canaglia.... quella gente là.... ma non ci pensano ai buchi.... ed in certi casi anche quello dell'inferno sarebbe un buco come un altro.... non è vero, mio principe?...
Come si vede, ad onta della sua pretensiosa dichiarazione sulla necessità di abolire le ciarle, Peppe ne faceva per conto suo fin troppe, e tutto quell'affastellamento di apostrofi, di se, di no, di diavoli, di ampolle, di corna e di buchi, in fatto di chiarezza, lasciava molto da desiderare.
La parola però sulle labbra del monello era così viva, e l'abitudine non ancora smessa d'intercalarla colle frasi del suo gergo furbesco vi dava una espressione così bizzarramente strana, che Arturo lo stava ad ascoltare, soggetto ad una specie di fascino.
Da dove fosse saltato fuori, come mai gli era capitato così tra i piedi, come avesse fatto a far veder le corna a qualcuno, e come a lui si fosse cercato di far vedere il diavolo nell'ampolla, come diceva lui, non sapeva spiegarselo.
– Piccino mio.... - esclamò egli - sai che mi caschi proprio dalle nuvole!...
Peppe pensò alla cantina, e se avesse voluto permettersi il lusso d'una risposta, avrebbe trovato che la frase d'Arturo non era esatta, ma tacque invece; pensava al Guercio.
*
Albeggiava. Anche Arturo pensava a lui.
Eransi dato un appuntamento e bisognava non mancare, tanto più ora, che aveva ritrovato Peppe. Egli stesso stava forse cercandolo.
– Andiamo da lui - disse Arturo.
– Da chi?...
– Dal Guercio.
– Ci pensavo.
– Dov'è?...
– Lo so io.
– Benissimo!... ha un occhio che vale per quattro - esclamò giulivamente il monello - scommetto che non m'aspetta, e ho tante cose da dire, ma le diremo là. Un buco lo troveremo, ho una fame indiavolata. Quando penso - continuava egli a borbottare - che alla Stella c'era già tutto preparato, canaglia d'un Gigante! quel suo maledetto tabarro m'impicciava orribilmente, e se l'aveste sentito lui, il colonnello, con quella sua vociaccia!... furbo il colonnello, non saprebbe neppure far cantare un orbo, e voleva sonare; ma.... baie!... oh che!... sono un piffero forse?...
*
S'erano messi la via fra le gambe, come diceva Peppe, e cammin facendo egli abbandonavasi a quel suo chiacchierìo che tradiva in lui una smania irresistibile di raccontare le sue gesta notturne, serbandone i particolari pel Guercio, innanzi al quale si sarebbe posto completamente sul suo piedistallo da eroe.
Egli parlava, come un uccello canta, s'interrompeva per prorompere in una allegra risatina, faceva quattro salti, e via....
L'appuntamento era in piazza Navona.
Peppe sbirciò un viottolo, uno fra quei tanti che vi intrecciano una specie di laberinto.
– Conosco.... - disse egli ad Arturo, che lo interrogava con uno sguardo.
– Strana creatura - pensò Arturo.
Sulla porta d'un'osteria si affacciò un uomo; era il Guercio.
– Tu!... - esclamò egli, abbrancando Peppe pel colletto e traendolo nell'interno dell'osteria.
– Presente!... - rispose il monello, portando militarmente la mano al berretto. - Io.... ed ho fame.
Arturo era entrato dietro lui.
Il Guercio se l'era fatto sedere sulle ginocchia e fissava col suo unico occhio quella specie di apparizione semi-fantastica.
– Tanto meglio!... - ripetè, abbandonandosi al lusso espansivo d'una seconda espansione. - Corpo di...., non l'aspettava questa canaglia!... ma questo è un miracolo!...
– Una zuppa - ordinò egli all'oste.
– Coll'uovo - ripetè il Guercio - diamogli anche l'uovo a questo scimmiotto; deve averne fatta qualcuna delle sue; e porta quello che hai, pane, vino, tutto quello che c'è.
Fra una cucchiaiata di zuppa, che divorava a quattro ganasce, ed un sorso di vino che assaporava colla voluttà colla quale Tantalo avrebbe tuffate le labbra nell'onda mitologica che formava il suo supplizio, Peppe si abbandonò alla più loquace delle espansioni e raccontò tutto.
– Bel colpo!... - esclamò il Guercio - l'avrei scommesso, io, che non ne cavavano una parola.... Duro come un mulo!... bravo ragazzo eh!... che ne dite, signor Arturo?
– Ed ora.... - consigliò il Guercio - chi ha gambe disponibili le adoperi, perchè qui ci fa caldo...; per Gennaraccio è questione di denari.... e garantisco io che saprò aver la merce a prezzi ribassati; bisogna però che egli non vi veda che un impiccio da cui togliersi alla meglio. Volete lasciare che ci pensi io?... Voi ve ne state qui bene appiattato. Vi consiglio di non rientrare neppure in casa vostra. Due nottate si passano presto in una casa qualunque, anche fuori di Roma.... meglio ancora, sulla strada che faremo noi. S'egli s'accorge che c'è di mezzo un terzo, non se ne fa nulla; il posto per metterla al sicuro lo conosco io: un po' di pazienza dunque e tutto andrà bene; che ne dite?
Arturo lo ascoltava preoccupato.
Al punto in cui erano le cose, un atto di diffidenza avrebbe tutto rovinato, e non ne aveva.
La parola del Guercio era franca.
Non compromettevasi anch'egli coi terribili soci del puntarolo? Non s'era già compromesso?...
Egli trasse il portafogli e lo porse al Guercio.
Il portafogli conteneva un buon numero di biglietti di banca.
– Sta bene - gli disse il Guercio - c'è anche troppo, e vi renderò i conti esatti. Partiamo io e Peppe, il secondo viaggio sarà un po' più allegro di questo, e vi do parola.... - stava per sfuggirgli - d'onore... - ma disse: - da vecchio, - che lo faremo in tre.
La voce del Guercio tremava infatti. Quell'atto di confidenza cieca, quel sentirsi un ladro a cui si consegnava una somma abbastanza enorme, e nelle cui mani si affidava la vita d'una fanciulla, tutto ciò era tal cosa da spiegare il sentimento da cui sentivasi dominato.
Arturo, non disse una parola di più; si era alzato e gli porse la mano.
Il Guercio provò una stretta al cuore, uno di quei sussulti infrenabili, che trasformano un essere umano, che redimono tutta un'esistenza, e nell'unico suo occhio brillò una lagrima.
Quella lagrima irrigò le sue guance, e scese giù, giù finchè cadde su quelle mani, quella del ladro e quella del giovane, che si tenevano strette, comunicandosi un uguale pensiero, una muta promessa.
*
Un'ora dopo, un barroccio da campagna, che nulla aveva di principesco, ma sotto al quale era attaccato un vispo cavallino grigio dalla chioma svolazzante, ed i cui garetti erano in perfetto buono stato per fare all'occorrenza una diecina di miglia l'ora, correva verso Terracina.
Vi stavano sopra il Guercio che lo guidava da esperto auriga come se in vita sua non avesse mai fatto altro, e accanto a lui, sullo stesso sedile, Peppe.
Il Guercio avrebbe voluto che la strada si accorciasse sotto le zampe ferrate del cavallo per arrivare più presto.
Peppe beavasi invece, allettato dal traballamento del legno, e per conto suo desiderava quasi, che non si arrivasse mai!