Ulisse Barbieri
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Capitolo XXIV AI MONTI

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Capitolo XXIV
AI MONTI

– Gli è venuta al certo

– Che cosa?...

– La voglia di parlare.

– Lo credi?...

– Per l'inferno, se lo credo. Scommetto che bastava essere tornato a fargli una visita mezz'ora dopo.... egli stesso non avrebbe chiesto di meglio.

– Chi ci va?...

– Ci andiamo noi - rispose il Gigante, accennando il paino.

– Sta bene - rispose il colonnello, parlando al Gigante - mi verrai a raggiungere da Ester; ho qualche cosa da dirle, e dovrebbe saperne qualche altra per un certo.... affare....

Le parole di questo dialogo erano scambiate tra il colonnello e gli altri due onorevoli soci, nella taverna stessa nella quale si erano data la posta Peppe, Arturo ed il Guercio.

Avevano interrogato il taverniere, ma il taverniere nulla sapeva, non li aveva veduti che due o tre volte, se n'erano andati pei fatti loro. Egli, di quelli degli altri.... non se ne immischiava; conosceva, è vero, Peppetto per uno della lega, ma non aveva più riveduto alcuno, e quella notte ci aveva rimessa la consumazione.

 

Il Gigante ed il paino, che sostituiva il colonnello in quell'escursione, s'avviarono dunque verso il deposito, entrarono nella cameraccia del pian terreno, e cavate dalle tasche della giacca le chiavi della cantina che aveva portate con , il Gigante aperse la prima porta.

Scommetto - disse al compagno - che lo troviamo più morto che vivo.

Il paino non rispose: gli andava dietro dondolante e svogliato; per lui quello non era il suo genere, e gli affari suoi non sapeva farli che nella bisca di Ester o nelle galanti riunioni nelle quali pescava i tordi per il paretajo.

Accendi la lanterna - ordinò al Gigante - laggiù non c'è pericolo che ci si veda, e, al buio, ci potrebbe essere per me quello di rompermi l'osso del collo.

Il Gigante obbedì brontolando.

Avevano scesi i sei gradini della scala, e la seconda porta fu aperta come la prima.

– Quando ne avrà detto quello che sa - soggiunse il Gigante - lo lasceremo qui sino a stasera e verrò poi io a dargli aria; per l'inferno!... ne deve aver bisogno.

Ohè!... marmotta!... - gridò egli, mentre entrava nella cantina.

Nessuno gli rispose.

Scimmiotto!... stupido!... - seguitò a strillare il Gigante - dove sei?...

– O è morto o è - pensò fra - e andò direttamente verso l'angolo della cantina dove ricordavasi d'averlo deposto, borbottando più stizzito di prima: - Eppure non si deve neanche essere mosso, questo mascalzone!...

– Lo credo io - affermò il paino.

*

Una di quelle sonore bestemmie di cui egli solo aveva il privilegio nelle grandi occasioni, tenne dietro a quelle parole.

– Che c'è?... - chiese il paino.

C'è.... che non c'è più - rispose il Gigante.

Al paino sarebbe venuta la voglia di prorompere in una risata, se la faccia sconvolta del Gigante non gli avesse fatto comprendere che poteva costargli troppo cara.

Egli s'accontentò di prendere la lanterna da terra, dove l'aveva posata il Gigante, e fatto un passo innanzi, ne proiettò la luce sull'angolo su cui il Gigante fissava istupidito i suoi occhiacci da gufo.

Una seconda esclamazione dello stesso genere, benchè non così sonoramente maschia come l'altra, uscì pure dalle sue labbra.

Per terra c'erano delle corde, che il paino raccolse.

Tagliate - mormorò.

– No, rosicchiate - osservò il Gigante - il colonnello aveva ragione, bisognava legargliele di dietro.

Egli non stette pensoso che un istante, ed un sorriso contrasse subito dopo le sue grosse labbra. – Faccenda da ricominciare - borbottò - la legatura non ha fatto effetto, ma in cantina ci deve essere, e se ci rimetto sopra le mani....

Il suo occhio feroce scintillò, e le sue grosse dita si chiusero rabbiosamente, come se avessero sentito il bisogno di stritolare qualche cosa....

Ohè!... scimmia!... canaglia!... animale!... - urlava egli.

E quei due uomini gettarono sottosopra in un attimo stracci, cassoni, assi, cavalletti, frugando ogni angolo della cantina, con una furia indescrivibile.

Non un gemito, non un grido, non un alito rispose a tutto quel tramestìo indiavolato.

Non sentivasi in quella cantina che l'ansare affannoso dei loro petti.

Il Gigante si arrestò spossato.

– Non c'è più - disse - sparito, ma per dove?...

Il paino si era fermato in quel momento dinanzi allo spiraglio, a cui nessuno aveva mai fatto attenzione, nascosto com'era dai diversi oggetti che Peppe stesso vi aveva ammonticchiati contro perchè non lo vedessero, e che aveva poi rimossi.

– Per di qui - esclamò egli, accennando lo spiraglio al Gigante.

Il Gigante fissò alla sua volta, sul buco accennatogli, il suo sguardo da belva, inebetito dalla sorpresa.

Vi si scorgevano infatti tutte le tracce che egli aveva lasciate sul suo passaggio, unica cosa che trovarono di lui.... e che attestavano solamente la realtà del suo svignamento.

Sicuro!... - mormorò il Gigante - che fare ora?...

Il paino si strinse nelle spalle.

– Dal momento che ha preso il volo - rispose - che vuoi che ci facciamo noi?... chi ha avuto ha avuto!...

Il Gigante andò innanzi, ed uscì dalla cantina a testa bassa, sentendo tutto il peso d'una umiliazione che lo rendeva feroce.

Era stato canzonato da un fanciullo.... lui!...

– Se lo prendo!... Se mi capita ancora fra le unghie!... - mormorava il Gigante.

Non restava loro a far altro che ritornare dal colonnello, di cui paventavano le furie.

L'atteso era il Gigante.

Il paino se n'era andato per i fatti suoi.

*

La rabbia provata dal colonnello alla notizia datagli, è facile a indovinarsi.

Aver fatto tanto e trovarsi con un pugno di mosche in mano.... mentre quel ragazzaccio, che volevano far cantare ad ogni costo, sfuggiva loro in un modo quasi miracoloso, e se la rideva della loro cantina, delle loro corde, del loro rapimento e delle loro minacce!

Era troppo!... e mentalmente, per non menomare la sua autorità al cospetto de' suoi subalterni, si diede dell'imbecille, sbuffando e strepitando come un ossesso.

– Se lo riagguanto!... se ci rimetto sopra le unghie! - ripeteva anch'egli come il Gigante.

*

Da qualche giorno tutto andava male nelle file dell'associazione.

Gennaraccio faceva affari per conto proprio, il Guercio voltava faccia, Peppetto giocava loro dei tiri a cui essi avrebbero risposto, se lo avessero potuto, dandogli il di più di ciò che gli veniva.

E quale era la causa per la quale succedevano nelle fila della loro associazione questi screzi che potevano riuscire fatali?...

Una fanciulla.

Tutto andava così bene!... ed ecco che per una pupattola.... come diceva Ester, presa così, per essere consegnata ad un bellimbusto, per uno di quegli affarucci.... che non valeva la pena neppure di fare, Gennaraccio tradisce, il Guercio si abbandona a del sentimentalismo, Peppe si crede qualche cosa di diverso d'un semplice tiraborse, egli, tenuto da loro come un cane che si metteva di guardia alle cantonate. Il marchesino stesso si era squagliato ed aveva disertato il gabinetto di Ester.

– Col marchesino Giulio faremo i nostri conti - mormorava stizzita Ester - ma questa fanciulla la odio!...

Essa rientrava nel suo gabinetto dopo aver parlato col colonnello, e vi entrava fremente, lacerando colle sue unghie rosee uno de' suoi guanti che si era tolti.

– Fatemi attaccare un cavallo da sella - ordinava Ester dopo alcuni istanti al colonnello.

Il colonnello s'inchinò.

– Per donna?... - chiese.

– No, per uomo.

– Non è per voi dunque?

– È per me.

– È pazza - pensò il colonnello, che ad un altro suo cenno stava per uscire.

Fate che sia pronto fra un quarto d'ora - aggiunse Ester.

– Qui?... - chiese il colonnello.

– Sì.

Il colonnello, ad un nuovo cenno della donna, infilò la porta e non disse altro.

Il Gigante l'avrebbe seguìto con tutta l'anima, ma uno sguardo di Ester lo inchiodò al suo posto colla sua berretta fra le dita, la cui ala era già ridotta alla più miserevole delle condizioni, e si accontentò di accompagnarlo con un sospiro.

Ester si rovesciò contro la spalliera d'un divano e stettero così l'uno in faccia all'altro; il Gigante terminando di compiere lo stracciamento del suo berretto, Ester slacciandosi l'altro guanto, che stracciò come il primo, non togliendone, ma strappandone fuori la mano.

*

– È vero, tutto ciò che è successo?... - chiese ella.

Il Gigante s' inchinò.

Sparito, dunque.

– Già.

– Da un buco.

Precisamente.

– Come i sorci.

– Già....

– Ed era legato?

– In piena regola.

Pare.... non tanto.

Pare....

– E il Guercio?...

– Non si vede più.

– Un disertore!...

Era con lui quando l'abbiamo preso.... c'era con loro anche un altro.

– Ah!... quel tal giovinotto!... A quello , avrebbe dovuto pensarci il marchesino, quell'imbecille.... - proruppe Ester, alzandosi irritatissima. - Così che - continuò essa - non ne sapete nulla voi; vi ci mettete in tre per impadronirvi d'un ragazzo, lo legate, fate da aguzzini, vi preparate a farla da tormentatori, lo chiudete in una cantina, ve lo lasciate, dicendo a voi stessi: ecco una buona idea, quando sarà stanco di soffrire parlerà, ha bazzicato con loro, e qualche cosa ne deve sapere, egli è ben accomodato, si va a berne una bottiglia e torneremo domani: imbecilli!...

Il Gigante curvò il capo sotto quella sfuriata.

Si era già rassegnato a sentirsela scatenare sulle spalle, ed era un affare preveduto.

Ester gli si era fermata dinanzi, guardandolo in faccia.

So io - gli disse - come farla finita. Impadronirvi d'un fanciullo?... - continuò essa - bell'affare, egli non ha voluto parlare e se l'è svignata.... Sta bene, che cosa avreste saputo?... quello che sappiamo già, che il Guercio ha delle velleità filantropiche per uno spasimante e del tenerume arcadico per la piccina!... avrebbe potuto dirvi dov'era.... e poi....

Di sotto alle finestre, s'intese lo scalpitare d'un cavallo.

Gli ordini dati da Ester al colonnello erano dunque già eseguiti; il colonnello entrava infatti nel salotto, annunciandole che tutto era pronto.

– Sta bene - rispose Ester.

Sonò il campanello, e la cameriera accorse.

– È preparato tutto? - chiese ella.

– Tutto - rispose la cameriera.

Ester la invitò con un cenno a precederla e la seguì nel suo spogliatoio ………………………………….......

…………………………………………………………..

Il colonnello ed il Gigante rimasero soli.

– Ci capisci qualche cosa tu? - chiese il colonnello al Gigante.

– Io?...- rispose il Gigante - no.

– Che t'ha detto?...

– Me n'ha dette una d'ogni colore.

– Che cosa credi che voglia farne del cavallo che mi ha mandato a far sellare?...

– Oh, che vuoi che sappia io!

– Mi pareva però....

– A me.... non pare più niente.... Ha detto che ci pensa lei.... Ci pensi....

– Ah!... - esclamò il colonnello - dunque ha detto?...

Ester, meravigliosamente bella sotto gli abiti maschili che aveva indossati, e compiutamente trasformata in un elegante giovinotto, interruppe il dialogo dei due uomini, entrando nel salotto.

Essa si fermò sulla soglia, battendo sulle risvolte dei suoi stivaloni colla punta del frustino.

Signori.... a domani - disse loro Ester, degnandosi appena di ricambiare un saluto, ed uscì.

              


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