Ulisse Barbieri
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Capitolo XXVI «ORLANDO» ABBAIA....

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Capitolo XXVI
«ORLANDO» ABBAIA....

Da due giorni Bianca poteva dirsi contenta.

In quella modesta casetta, la mancanza di un'agiatezza sardanapalesca era sostituita dalla quiete serena di quell'angolo remoto di terra.

Pensava che il suo Arturo saprebbe presto dov'era, pregustava coll'immaginazione quel momento in cui avrebbe avuto tante cose da dirgli, e pensava fors'anche, che nella piena di tanto affetto sarebbe stata molto imbarazzata a dirgliele tutte.

Ma che importa?... gliele avrebbe dette con un bacio, con uno sguardo...., ed il primo giorno era passato abbastanza rapidamente, assorta come era nei tanti sogni accarezzati dal pensiero.

Tita e sua moglie, benchè si potesse indovinare che avessero avuto col Guercio qualche piccolo affaruccio, nel quale ci si potevano immischiare i signori della nera presi a modo loro, erano due bravissime persone, e prodigarono alla fanciulla un'infinità di cure.

Del Guercio poi.... ne dissero il bene che meritava, ed aggiunsero, per tranquillare Bianca, che dove ci si metteva lui, tutto andava a gonfie vele!...

Quando ci si metteva lui per far andar tutto a gonfie vele!... e col buon accordo di compar Tita, si trattava forse di altre faccende.... Ma in ogni modo, se quelle andavano bene, perchè non doveva andar bene anche questa.... dal momento che c'entrava lui?...

Il buon Tita ragionava dunque da brav'uomo com'era, e Bianca sperava.

La casetta era rustica, ma pulita - i vignaioli le cedettero la loro stanza da letto, e s'accomodarono alla meglio in altra stanza - e dopo le quattro notti passate nella grotta, da dove era appena uscita, quella stanza e quel letto le parvero una vera provvidenza.

Era stanca, e s'addormentò tanto profondamente, che al suo svegliarsi il sole era già ben alto.

Tita potava le viti dell'orto, sua moglie preparava il desinare del mezzogiorno, mentre un marmocchio di circa cinque anni si avvoltolava sull'erba giocando col cane.

C'è qualcosa di nuovo?... - avrebbe voluto chiedere Bianca, che si era affacciata alla finestra. Non sapeva però come fare - presentiva un no, e sperava nello stesso tempo una parola che il vignaiolo non poteva al certo ancora poter dirle.

Si vestì dunque in fretta e scese nel cortile.

Tita le diede il buon giorno dagli piuoli di una scala che aveva appoggiata al pergolato.

Bianca vi corrispose appena e l'interrogò con un nuovo sguardo, ma il vignaiolo sorrise allegramente.

– Ne avremo!... ne avremo presto delle buone nuove - le disse - Diamine!... laggiù.... avranno da fare, e prima che annotti c'è tempo. Vi annoiate già tanto, signorina, a star qui?...

Il modo con cui il contadino aveva accentuate quelle parole era così franco, e si sentì così ben indovinata, che fattasi rossa rossa:

– Oh!... non è già che mi annoi - balbettò.

Il marmocchio che giocava nel prato lasciò il cane appena la vide e corse subito da lei, o, per meglio dire, le furono intorno tutt'e due: il bambino portandole una margherita, il cane complimentandola a modo suo e con tanta espansione, che Tita dovette gridargli dall'alto della scala:

Ohè!... fermo, Orlando, e alla cuccia!...

Orlando era uno di quei grossi cani da pagliaio, dal pelo fulvo, che di notte bastano per tenere in rispetto tutta una banda, e le cui carezze avrebbero finito col gettare per terra la fanciulla, che ne sentiva già una specie di paura.

Il bambino lo prese per il collare e lo trascinò verso la cuccia.

Si scambiò qualche altra parola, fra Tita e Bianca. Gli abiti contadineschi che aveva indossati le stavano a meraviglia. Divise, al desinare, parte della sua zuppa con Orlando, parte del pollo col bimbo, tornò nell'orto, rientrò, ed il sole stava per tramontare, che da Roma non si era avuta alcuna notizia.

La sera fu triste, la notte più triste ancora; la povera fanciulla ebbe un bel cercare sull'origliere il posto più comodo per posarvi il capo: lo alzava ad ogni tratto, ad ogni istante le pareva che in mezzo al silenzio solenne della campagna si sentissero dei rumori - vedeva nelle tenebre delle ombre che venivano verso di lei - ma tutto, invece, intorno alla casa era silenzio, e quel silenzio stesso le pesava sull'animo come un incubo.

Tutto a un tratto trasalì però.

Il cane latrò furiosamente dal cortile.

Bianca sentì involontariamente come una stretta al cuore.

Quell'abbaiamento lasciava supporre che qualcheduno si avvicinasse a quella casa - ma chi?... - amico o nemico?... uno de' suoi.... o uno degli altri?...

Non poteva essere il Guercio, poichè essa ben se lo ricordava con quali feste il cane di Tita aveva accolto il vecchio, riconoscendolo al certo per uno di casa....

La fanciulla levò il capo dall'origliere ed ascoltò.

– Alla cuccia, Orlando - strillava Tita, dalla cucina.

Invano però.

Il cane latrava più forte e dava tali strappate alla catena, da mettere in dubbio che la sua solidità potesse resistere per molto tempo.

Tita si affacciò alla soglia dell'uscio e si guardò d'intorno.

– Che ci sia qualche cosa di nuovo? - mormorò.

Il cane cessò dall'abbaiare, ma brontolò a modo suo e rivolse sul vignaiolo i suoi occhioni neri e scintillanti.

Tita gli andò vicino.

– E così?... - disse egli parlando al cane - che c'è, eh?... si può sapere con chi l'hai?...

Il cane latrò, diede un'altra strappata alla catena e volse lo sguardo verso la boscaglia, arruffando il pelo e strisciandosi ai piedi del padrone coll'atto supplice di chi implora una grazia.

Lasciami andare - pareva che volesse dirgli - e vedrai; ho io mai sbagliato?... chi è potuto entrar qui ed avvicinarsi alla tua casa, da tanti anni che vi faccio io la guardia?... Tu non puoi vedere che cosa c'è fuori, ma io lo sento.... ho buon naso io, ed una pesta la fiuto anche quando è lontana.

*

Bianca si affacciò alla finestra. Era pallida pallida, e la mano colla quale aperse le imposte tremava.

– Niente paura, signorina - le diceva Tita - niente paura, e vivaddio!... che se ci si gironza d'intorno, peggio per chi tocca.

Egli staccò il gancio che univa la catena all'anello del collare d'Orlando.

Il cane mandò un latrato più furioso ancora.

Non aspettò neppure che Tita gli aprisse il cancello.... saltò per di sopra alla siepe, si gettò nel fosso, lo attraversò a nuoto, e si diresse a tutta corsa verso il bosco.

Tita lo seguiva collo sguardo inquieto, rizzandosi sulla punta dei piedi, e Bianca, dalla finestra alla quale si era appoggiata, sporgendo in fuori la sua vaga testolina, lo vide sparire dietro una siepe.

Era scesa nel cortile anche la moglie del vignaiolo, e il bambino le si era attaccato alle gonnelle.

Trascorsero alcuni minuti d'impazienza, d'ansietà per tutti.

Tita, per ogni buon conto, aveva staccato dal chiodo al quale stava appeso il suo bravo fucile a due canne, pensando fra :

– Di qualunque genere sia la selvaggina, è meglio avere qualche cosa in pronto.

*

I latrati d'Orlando risonarono così spaventevoli, che fecero fremere gli spettatori di quella scena, cagionando in essi una penosa apprensione.

Ai latrati era seguito un gemito, e dopo quel gemito s'intese da lontano una voce umana che gridava lamentevolmente:

Aiuto, aiuto!

Per alcuni istanti ancora non s'udì più nulla, poscia un altro strido, poi silenzio assoluto.

Tita passò il ponticello che divideva il fossato dalla strada, e si slanciò a corsa dalla parte da cui partivano quelle grida e dove si sentivano distinti i latrati di Orlando.

Il cane teneva afferrata coi denti qualche cosa che sembrava un mucchio di cenci, e voleva che quella cosa, diventata sua, passasse attraverso ai pruni della siepe.

Orlando, lascia!... - gridava Tita al cane.

L'animale ringhiava sordamente, levando sul vignaiolo i suoi occhi neri e lucenti, senza abbandonare la propria preda.

Sotto quei cenci che Orlando aveva ridotti irriconoscibili, Tita non tardò a ravvisare la vecchia della grotta di Terracina.

Egli doveva al certo saperne qualche cosa su quella grotta, e.... qualche altra.... sul conto di quella vecchia.

S'avvicinò a lei, e guardò con un sogghigno quella sua fronte tutta grinze e quelle sue labbra livide, agitate ancora da un lieve tremito.

– Ce l'ha inchiodata, l'anima, in questo suo corpaccio.... - mormorò egli - e non morirà per così poco.

I pruni della siepe, attraverso ai quali era passata trascinata per forza da Orlando che aveva a quanto pare la lodevole voglia di procurarle un nuovo genere di locomozione, avevanle graffiato discretamente il viso, e quelle righe sanguinolenti lorde di fango le davano un aspetto ancora più orrido.

Ohè! comare.... - esclamò Tita, scotendola - comare!... - ripetè egli.

La vecchia cercò di alzare una mano - il cane glie l'addentò prima che il vignaiolo avesse potuto trattenerlo con un gesto con una parola.

La vecchia mandò un altro gemito.

Deve avergliene fatta qualcuna di grossa - borbottò il vignaiolo, al cui comando il cane obbedì, benchè a malincuore, lasciando la mano che aveva addentata, ma sulla cui pelle floscia e gialla aveva però già lasciata l'impronta poco delicata de' suoi denti.

– Una morsicatura, quattro strappi alla faccia e qualche segno alle gambe, non è poi gran che - continuava a borbottare il vignaiolo, preoccupato mediocremente dai gemiti della vecchia. - Ti rinfreschi la rugiada - concluse egli - che quando vorrai andartene, non sarò io quello che ti riterrò.

– Qua, Orlando!... - gridò al cane - a rifar la strada ci penserà lei, poichè pare che l'abbia saputa trovare per venir qui; ma ci sei venuta in mal punto, vecchia carcassa maledetta.

Egli afferrò Orlando pel collare e si dispose a ritornarsene verso la casa.

L'erba del prato, come la pensava lui, aveva abbastanza stille di rugiada per lavare la faccia insanguinata della vecchia, e l'aria della notte era abbastanza fresca per farla rinvenire.

Orlando.... vecchio com'è, ha ancora buone gambe e denti tali da non fargliene augurare l'incontro una seconda volta; l'ha lasciata mezza morta laggiù in fondo. Che cosa veniva a fare?... il diavolo solo potrebbe saperlo, che deve essere con lei in buone relazioni.... ma qualche brutto affaraccio ci deve essere sotto: egli l'ha sentita da lontano, e tra lui e lei avevano al certo qualche vecchio conto da regolare; in ogni modo li hanno accomodati; ho avuto un bel gridargli dalla finestra mentre urlava come un ossesso: sta' zitto, Orlando!... fermo .... Che!... Se non lo scioglievo io, addio catena.... avrei dovuto fargliela riaccomodare per saldarne gli anelli.

Così ciarlando, mentre il Guercio stava aspettandolo senza ribatter parola, i due uomini si erano avvicinati alla siepe.

To'!... - esclamò Tita, improvvisamente...., spalancando tanto d'occhi per la sorpresa.

– Che c'è?... - chiese il Guercio.

Era qui.

E gli accennò colla mano un posto dove il terreno era calpestato e messo sottosopra.

Il Guercio vi gettò uno sguardo e comprese subito che quello doveva essere stato il campo di battaglia sul quale Orlando aveva compiuto le sue gesta.

Ebbero un bel cercare però, un bel farsi largo attraverso alla siepe; Orlando l'aveva pur fatto passare di il corpo di quella carcassa, come aveva detto Tita, nelle cui membra il diavolo doveva averci inchiodato l'anima col martello.

La vecchia non c'era più.

Sparita.... - mormorò Tita.

Sicuro - affermò il Guercio.

Egli stette muto guardandosi d'intorno, ma non cercava la vecchia; di lei, poco gliene importava.

Che se ne fosse andata, o l'avessero trovata, come credeva Tita, certo come era che i denti di Orlando le dovevano aver lasciato più d'un segno sulla pelle, la questione non stava in ciò.

Se non era morta, potevano, è vero, sapere qualche cosa sui fatti suoi, e, per amore o per forza, il mezzo di farla cantare l'avrebbero trovato; ma per sapere quello che avrebbe potuto dire, non c'era neanche bisogno d'interrogarla.

Per il Guercio era evidente che aveva fiutato le peste della fanciulla, e che il suo scudo, come le sue minacce, innanzi alle quali aveva mostrato tanto spavento, era stata roba sprecata, come si spreca col somaro ranno e sapone, che tanto resta sempre com'è.

Egli era stato un imbecille e niente altro, perchè avrebbe dovuto prender meglio le sue precauzioni, agevolandole la maniera di tirare il fiato con una fattura da beccaio.

Ora ciò che era fatto era fatto; restava soltanto da sapere se l'affare avesse delle complicazioni, e se quella vecchia strega avesse fatto ciò dopo essersi messa in relazione cogli altri.

Il Guercio pensava a questo ed a tante altre cose, ritornando con Tita verso la casa.

A Tita era passata la voglia di ciarlare, e lo seguiva di cattivo umore, masticando dei mannaggia a li mortacci tui.... all'indirizzo della vecchia, e confermandosi sempre più nell'idea che tra il diavolo e lei ci dovesse essere qualche patto.

*

Bianca ed Arturo avevano intanto dato pieno sfogo alle loro confidenze.

Avevano ancora tante altre cose da dirsi, ma ne facevano economia per non sprecare tutto in una volta il loro tesoro.

 

Per fare economia di parole avevano abbondato di baci, e Bianca sentiva tale un bisogno di darne, che cercava cogli occhi il monello.

Non l'aveva anche lui forse un po' di diritto alla sua parte?

Il nostro piccino, tutt'altro che umile in tanta gloria, aveva trovato che ai piedi del faggio, sotto cui si era sdraiato, era in una posizione troppo bassa.

– Si deve star meglio, lassù.... pensò egli: dominiamo la posizione! laggiù mi hanno cacciato in cantina, qui montiamo in alto!...

Egli si arrampicò sull'albero, senza pensarci sopra due volte, e si pose a cavalcioni del più grosso dei suoi rami.

Aveva così qualche cosa dell'uccello e dello scoiattolo e vedeva tutto di lassù; vedeva Tita ed il Guercio che tornavano verso la casa, il cane sdraiato davanti alla sua cuccia, col muso per aria, intento forse a meditare sulla ingratitudine umana che ricompensava così male i suoi servizi prestati, e vedeva Bianca ed Arturo, sempre ritti dinanzi al cancello, assorti nei loro chiacchierii e nei loro silenzi.

Il suo nome non poteva sentirlo pronunciare, ma quando Bianca sorrideva, era così certo che si parlava di lui, che batteva le mani, applaudendo stesso, e non potendo star più nella pelle, si sarebbe permessa una capriola persino sul ramo di cui trovavasi in legittimo possesso. Era però troppo in alto, e la smania acrobatica di Peppe era tenuta a freno, per questa volta, dalla stessa altezza in cui erasi collocato.

Bianca ed Arturo lo videro.

Ohè!... che fai ?... - gli disse ridendo Arturo.

Egli avrebbe risposto volentieri: - Passeggio.... - tanto per dirne una delle sue, ma visto che le posizioni alte impongono una certa dignità e che non per nulla si devono occupare certi posti:

– Faccio la guardia.... - rispose.

*

Strane intuizioni dell'anima!... o, per essere più realisti, strane bizzarrie del caso, che si diverte qualche volta a dare una forma alle manifestazioni di quel lavorìo misterioso che ha dato vita a tante superstizioni, a tante credenze!

Peppe aveva appena terminato di pronunciare quelle parole, che trasalì improvvisamente, e rizzatosi in piedi sul ramo, tese la mano accennando un punto lontano della campagna.

– Un cavallo.... - gridò.

Stette quindi , ritto, coll'orecchio teso e l'occhio attento.

– Un cavallo - ripetè.

Bianca ed Arturo si guardarono in viso e si strinsero istintivamente l'una contro l'altro, come si sentissero minacciati da un nuovo pericolo.

Un uomo a cavallo correva infatti a briglia sciolta sulla strada già percorsa, sul barroccio, da Peppe, da Arturo e dal Guercio.

Peppe si fece visiera agli occhi colle mani per appuntar meglio lo sguardo su quella specie di apparizione, ma una nube di polvere ravvolgeva cavallo e cavaliere.

Sul volto di Bianca e d'Arturo riflettevasi come in uno specchio tutta la inquieta agitazione della loro anima.

Essere ... l'uno fra le braccia dell'altra, appressare avidi le labbra all'orlo di quella coppa incantata, di quel calice dorato, in fondo al quale vedevano splendere l'Eden; l'Eden sognato con tutti i suoi fascini, con tutte le ebbrezze ripromessesi nei deliri della mente.... e vedere, tra essi ed il sogno, sorgere dall'abisso, dal vuoto, un mostricciuolo beffardo che vi strappa quel calice dalle labbra, che vi guarda ridendo, e che vi dice colla più impertinente delle sue smorfie da satiro:

– Non ancora!...

Parve ad essi di vederla, quella bizzarra figura, a cui le leggende dell'Oriente hanno dato il nome fantastico di Eblis.... l'angelo delle tenebre.

Che abbiano proprio veduto lui, l'Eblis orientale, non saprei, vorrei assicurarlo, ma qualche cosa di simile la videro.

Che strane idee!... mi par di sentire esclamare da più d'una delle mie lettrici; che bisogno c'era di tirar fuori la coppa dall'orlo dorato, in fondo al quale si vede l'Eden?... - e il satiro?... come c'entra?...

Ebbene, l'idea non è neppur mia; l'ho avuta da un quadro di non so quale Induno persiano, che mi colpì di stupore e d'ammirazione.

Eccovi il quadro.

Un giardino fra i cui boschetti di rose del Bengala e di leandri cantano gli usignoli ed i ciptos, un vago uccellino dalle penne multicolori, delizia delle fanciulle di quei paesi, dove il sole è più ardente, gli alberi son più verdi, i prati un sol fiore.

Un giovane ed una fanciulla stanno, come Bianca ed Arturo, abbracciati sotto una specie di padiglione formato dalle bizzarre ramificazioni di due enormi cactus, i cui rami lunghi e contorti, come le spire d'un serpente, si sono insieme avviticchiati.

Quelle spire sono coperte di spine e di fiori rossi, i leandri e le rose olezzano, i ciptos cantano, ed i due giovani, che si sono già letti negli occhi tutto quello che avevano da esprimere le loro anime, col capo chinato leggiadramente, hanno in mano un calice dorato e pare che stiano per berne insieme il contenuto; ma no.... vi guardano invece nel fondo lucente e vi cercano tutto ciò che può dar loro, di voluttà desiderate, di sogni intravveduti, di estasi nuove; ed il fondo di quel calice si apre compiacente.... e lampeggia dinanzi ai loro occhi abbagliati il paradiso orientale, colle sue onde di luce, co' suoi fiori, più belli di quelli del loro giardino, colle sue uris che s'avvolgono in mezzo a quella luce, che si cercano, che si baciano, che danzano.

È quella la felicità sognata!... È quello il regno fatato che si offre al loro sguardo: un bacio a quella coppa.... ed il paradiso è .

Mi pareva che le labbra dei due amanti fremessero eccitate da quel pensiero; ma in mezzo a quelle ninfe, a quei veli, a quella luce, a quei fiori, sbuca fuori non visto un mostriciattolo deforme, strappa loro il calice dalle mani, e fugge, lasciandoli istupiditi per terrore e per sorpresa.

Bisognava far più presto.... - mi pareva che egli gridasse loro fuggendo - sono tiri che ci tengo io.... a giocarli, se me ne lasciano il tempo.

Perchè pensarci tanto?... era meglio bere subito!... Quello che c'era in fondo.... l'avreste gustato dopo....

Bianca ed Arturo, però, l'avevano intravveduta con spavento quella tal sorpresa.

Il cavaliere non venne direttamente verso la casa. Peppe dal suo faggio lo vide fermarsi ad un tratto, poi spingere il cavallo attraverso all'immensa pianura e slanciarsi verso il bosco.

Egli scese dall'albero colla sua agilità da scoiattolo, e mentre i due innamorati si chiedevano che cosa dovessero fare:

Per fianco destr.... marsh!.... - esclamò il monello, suggerendo loro, con quelle parole, la sola risoluzione logica che potessero prendere.

Il barroccio era pronto, il cavallo vi era ancora attaccato.

Il Guercio, informato di tutto, indovinò subito di che potesse trattarsi, e cinque minuti dopo, Bianca, Arturo, Peppe ed il Guercio correvano a rotta di collo.... Dove?

Non lo sapevano.

Il Guercio forse.... sì.

A Bianca e ad Arturo bastava fuggire.

*

Come parve deserta quella casa e quella campagna, a Tita stesso ed alla sua nerboruta metà!

L'arrivo di quel barroccio, quel demonietto che vi era saltato su, i chiacchierii di Bianca e d'Arturo, l'affannarsi inquieto del Guercio, tutto ciò vi aveva comunicato un movimento insolito.

C'era del pittoresco in quel quadro.

Perfino sul largo camino scoppiettava più viva la fiamma, ed un'anitra, dopo essersi fatto correr dietro per un quarto d'ora il marmocchio del vignaiolo, erasi rassegnata a lasciarsi prendere, offrendo il suo lungo collo al piccolo coltello dalla punta bene aguzza di Tita, che la sacrificava, vittima espiatoria di quel giorno di festa.

In un momento tutti i personaggi di quel quadro si erano staccati dalla tela ed erano spariti.

E sì che Peppe dall'alto del suo faggio se ne era ripromesse delle monellate.

Del posto ce n'era, .... per scarrozzarvi a capriccio - con Orlando e col piccino; egli ne avrebbe fatte di tutti i colori - e per quanto si fosse sentito, agli occhi della fanciulla, nella pelle di un piccolo eroe, egli non era tale da darsene molto pensiero.

Bianca avrebbe sorriso alle sue smorfie, ed Arturo le avrebbe susurrato intanto all'orecchio, mentre essa gioiva della sua gaia spensieratezza: «È stato lui che mi ha posto sulle tue tracce - è un po' per lui che ci troviamo riuniti ora.... - ha un cuore d'angiolo.... quel ragazzaccio insatanassato

La fanciulla un bacio o due non glieli avrebbe rifiutati, e tra una carezza di Arturo ed uno scappellotto del Guercio, che aveva un modo tutto suo per esprimere i suoi trasporti, tutto sarebbe andato a gonfie vele nella migliore delle occasioni possibili.

Dal dire al fare c'è però di mezzo il mare, come dice il proverbio, e certe cose non basta pensarle perchè succedano.

Il mare era abbastanza lontano, è vero.... ma nell'impiccio in cui si trovavano, c'erano da fare invece dei seri conti, precisamente con quel certo mostricciuolo della leggenda persiana - un guasta uova nel paniere, che salta fuori come nella leggenda, quando meno si aspetta, disposto sempre a buttare tutto per aria. - Toglietelo alla sua allegorica fantasticità, ed in quel mostricciuolo avrete Ester.

Il cavaliere sparito nel bosco era lei.

*

– Che farne di tutta questa grazia di Dio?... - pensarono Tita e sua moglie, guardando la tavola preparata, da cui toglievano tutto, lasciandovi soli due posti.

Mangiarcela - rispose la donna - ci servirà per più d'un giorno ed è roba pagata.

– Tutto il male non vien per nuocere - deve aver pensato Tita da buon filosofo, perchè sedette, brandì un enorme coltellaccio, ed incominciò dall'anitra, che fece a quarti.

*

Erano a metà circa del loro pasto luculliano, quando dal cortile intesero prima un latrato d'Orlando, poi una voce.

Ohè!... ... non c'è nessuno qui?... - chiedeva la voce.

– Alla cuccia, Orlando - gridò Tita, affacciandosi alla soglia.

Egli vide a pochi passi da lui un elegante e gentil damerino, e lo salutò con una tale aria da galantuomo, sorpreso sì, ma niente affatto inquieto, che Ester non potè frenare la stizza mal celata dalla quale si sentiva rodere.

– Se V. S. ha dei comandi - gli disse il vignaiolo, girando e rigirando fra le dita il suo cappello.

Ester si trovava impacciata. Aveva creduto d'arrivar , e di trovarsi dinanzi a dei volti atterriti - aveva ideato un dramma con tutte le sue peripezie patetiche, erasi sentita o creduta una specie di Nemesi innanzi a cui tutto doveva tremare; e l'aria ebete e sorridente di quel paesano che le veniva dinanzi come ad una persona qualunque alla quale si può rendere un servizio, distruggeva tutta la fantasticheria tragica di cui erasi compiaciuta.

Quando, per evitare d'essere veduta.... e credendosi anzi, se non veduta, non riconosciuta, attraversò la campagna gettandosi a briglia sciolta verso il bosco, Ester aveva legato colle briglie il suo cavallo ad un albero, ed era venuta in giù a piedi verso la campagna, per vedere che cosa succedeva nella casa dalla quale trovavasi distante al più un tiro di fucile.

Vi aveva intravveduto un gruppo di gente: suppose chi fossero.

Dal bosco gli alberi fitti le impedivano di vedere, bisognava poter avvicinarsi non veduta alla casa.

Dall'interno del bosco intese un gemito.

Ester s'arrestò sorpresa, si guardò intorno, ma nulla vide.

– Mi sarò ingannata - pensò, e riprese la sua via.

Il gemito si rinnovò.

– Per l'inferno!... - mormorò essa - che è successo?...

Tornò indietro, tese l'orecchio, e vide, dietro il tronco di un grosso albero, una forma umana che si agitava.

Quella forma umana era la vecchia della grotta.

La vecchia dibattevasi agonizzante, si strisciava carponi, cercava aggrapparsi all'albero contro il cui tronco appoggiò il capo - le usciva dalla gola un rantolo soffocato, s'era strappato colla mano convulsa e raggrinzita il davanti del vestito, e mostrava al collo una profonda morsicatura, uno strappo sanguinoso.

Ester impallidì.

La faccia della vecchia, già orrida, era resa più orrida dal sangue e dal fango che le impiastricciavano tutto il viso.

La parola non usciva già più intelligibile dalle sue labbra; i suoi piccoli occhietti soltanto conservavano ancora un'espressione d'odio e di ferocia selvaggia.

Saprò qualche cosa - pensò Ester; ed essa, l'elegante damerino, si chinò su quell'immondo cencio e fissò in volto la vecchia, chiedendo a quelle labbra, sformate più ancora dagli spasimi dell'agonia, una parola; a quella mano sudicia e sanguinolenta, un gesto.

La mano si stese verso la casa - i piccoli occhietti della vecchia accompagnarono quel gesto colla loro espressione feroce.

– Chi c'era ?... - chiese Ester.

La donna fece uno sforzo per parlare, ma non le uscì dalla bocca che una bava sanguigna.

!... - ripetè essa - !...

Provò un ultimo sussulto, le si arrovesciarono le pupille, agitò le braccia, e ricadde.

Era morta.

*

Quando Ester uscì dal bosco, dove era stata trattenuta provvidenzialmente da quella agonia a cui fu costretta ad assistere, mentre Bianca, Arturo, Peppe ed il Guercio se la svignavano, ella aveva tutto il diritto di intravvederlo il dramma; non l'aveva forse ancora innanzi agli occhi in quella vecchia agonizzante? quale prologo per una catastrofe che avrebbe forse provocata lei!...

Ester si sentì defraudata.

Dal dramma ideato ed intravvisto, si passava alla commedia più piana; una scena alla Goldoni invece d'un finale alla Dennery - laggiù una morta mezzo sbranata - qui un campagnuolo a tavola colla sua metà, col suo berretto in mano, colla faccia sorridente, e che null'altro pareva chiedere tranne il permesso di tornare a sbocconcellare il resto dell'anitra già attaccata.

Tutt'intorno, una calma serena - un bimbo che tirava le gonnelle alla mamma, chiedendo la sua parte.

Orlando, soltanto, incatenato nella sua cuccia, stonava, in mezzo a quel sereno quadro d'una placidezza tutt'affatto pastorale.

Egli ringhiava cupamente dal fondo della cuccia, e parve ad Ester che sulle sue zampe, come sulle grosse sue labbra, avesse del sangue.

              


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