Ulisse Barbieri
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Capitolo XXVII ALLA «COLOMBA BIANCA»

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Capitolo XXVII
ALLA «COLOMBA BIANCA»

Quest'insegna spicca alla porta d'un modesto albergo, in una di quelle vie che fiancheggiano il lungo muraglione della villa reale di cui va superba Caserta.

La colomba c'è, anzi ce ne sono due, tantochè potevano anche chiamarlo: l'Albergo delle due Colombe.... molto più che sono dipinte abbastanza bene, sull'insegna, in atto di prodigarsi le più dolci carezze.

Sembra quasi che le loro ali siano agitate da un fremito - pare che si becchino, che si bacino - mentre alle due finestre da cui si vede il parco colla sua cascata, co' suoi viali ombrosi, colle sue aiuole di fiori, adorne di statue, fanno spesso capolino e appaiono e scompaiono per riapparire, due.... anzi quattro affascinanti occhioni neri, proprietà assoluta e naturale delle due figlie dell'ostessa, rispettabile proprietaria dell'albergo.

Gli avventori ed i forestieri che, all'ora della colazione o del pranzo, ne affollano le modeste sale, vi trovano quasi del lusso, i giovanotti casertani trovano che, oltre al pranzo od alle mezzette, gli occhi delle due colombe sono anch'essi qualche cosa di più, e trovano che il pittore dell'insegna non poteva avere avuta migliore ispirazione. Alle fanciulle non costa alcuna fatica il sorridere - la mamma non va in collera - e si è infine beati e felici nel migliore degli alberghi.

*

Siamo in piena fiera - la piazza è ingombra di baracche - un cavadenti arringa il popolo dall'alto del suo carrozzone a due cavalli - vende per 15 centesimi un toccasana per tutti i mali possibili - fa raddrizzare i gobbi, correndo loro dietro con un enorme spadone - unge le gambe ai rachitici, che vanno via svelti come se non lo fossero mai stati - ed opera miracoli tali da sbalordire san Gennaro, che in fatto di miracoli continua a farne anche dopo morto, per non perderne l'abito.

Si vendono scialli di Persia per due lire, e fazzoletti che sembrano lenzuoli per dieci soldi - i bimbi soffiano a perdifiato nelle trombettine e negli zufoli e ne traggono di quelle armonie che farebbero impazzire un sordo - si grida da ogni parte - si urla - si strepita, e la folla ride, guarda, mercanteggia e compra, poichè è un'occasione che capita una volta l'anno e le buone occasioni non bisogna lasciarle scappare.

Innanzi ad un baraccone di saltimbanchi c'è schierata un'infinità di gente; un pierrot, sul cui volto la terra rossa colla quale si è imbrattato impedisce di scorgere il macilento pallore, ha steso a dinanzi un tappeto, e per dare un'idea, al popolo, di quello che saprà compiere nell'interno della baracca, giuoca con un piccolo marmocchio, che egli qualifica per la meraviglia delle meraviglie in fatto di acrobatismo.

Egli è sdraiato colla pancia in su sovra il tappeto, servibile a tutt'altro che ad impedire l'ammaccatura delle ossa sul ciottolato della strada, prende il bambino coi piedi sotto le ascelle e gli dice:

Attento!...

Volgendosi quindi alla folla, nella strana ed abbastanza incomoda posizione in cui si trova, rivolge ai presenti questo discorso:

Signori.... la scimmia è una scimmia!... si sa.... e le scimmie hanno una speciale elasticità nelle membra, che le rende atte a qualsiasi slancio. I jaguari delle foreste americane sono capaci di appostarsi sopra un albero alto più di cento piedi per aspettare la preda e gettarsi poi sulla suddetta.... che afferrano per il collo e sbranano coi loro denti, come colle loro unghie.

La folla freme all'idea di quel salto a cento piedi di altezza, con relativo squartamento, specialità selvaggia dei jaguari, ed il pierrot, approfittando del prodotto effetto, continua:

– Ma un bambino non è una scimmia.... o signori.... - e non è neppure un jaguaro delle foreste americane!...

Uno scroscio di risa accoglie queste parole.

Sapete che cos'è questo bambino?... - prosegue il pierrot, imprimendo qualche lieve sobbalzo a quel povero corpicino esile e malaticcio: - è la meraviglia delle meraviglie, o signori, rivale nientemeno.... che del celebre Sbalatoff! Lo conoscete voi Sbalatoff?... No.... mi risponderete, ma che importa? A Pietroburgo, Sbalatoff è soprannominato l'aquila del Mississipì!... Sapete voi che cosa sia l'aquila del Mississipì? - No.... mi risponderete.

La folla spalanca tanto d'occhi, abbagliata da quello sfoggio di erudizione inqualificabile.

– Che cosa sarà l'aquila del Mississipì?... - pare che ciascuno si chiegga.

– Essa non è... ciò che è questo fanciullo…. - conchiude il pierrot.

Delusi nella loro aspettativa, tutti i componenti quel gruppo che attorniava il pagliaccio si guardano in faccia e sembra loro che la definizione dell'aquila del Mississipì non sia molto chiara troppo persuadente.

Quello che sembra chiaro a qualcuno è una cosa sola.... - ed è, che quella meraviglia delle meraviglie, il celebre e grande Sbalatoff, non sa far altro che starsene da un quarto d'ora sospeso per aria col piede del pierrot sotto le ascelle, e si persuadono, che in fatto di esercizi ginnastici egli non sia quella tale aquila di cui parlava il pagliaccio.

Del Mississipì non se ne curavano, e poco premeva loro di sapere, che cosa fosse; ma, come aquila, avrebbe pur dovuto fare qualche cosa.

Il pagliaccio, dal canto suo, nella posizione in cui si trovava, così poco adatta per fare un discorso e per tenerlo così lungo, ansava penosamente.

Grosse stille di sudore gli gocciolavano dalla fronte, e lo sguardo che volgeva sulla folla, in attesa che a qualcuno fosse venuta la buona idea di gittare qualche soldo sul tappeto, aveva qualche cosa di straziante.

Tutti invece aspettavansi d'assistere alle prodezze del rivale di Sbalatoff; quel preambolo a nulla aveva servito, e visto che le prodezze suaccennate si facevano troppo aspettare, stavano già per andarsene.

Da comica.... come era incominciata, la scena stava per diventare drammatica.

Il volto del pagliaccio, anzi, diremo meglio, del povero padre di quel fanciullo, impallidiva sempre più sotto alla truccatura rossa e gialla che lo mascherava; la parola usciva a fatica dalle sue labbra contratte, e dopo aver rivolto alla folla quell'ultimo suo sguardo supplice, lo fissò sul bambino, che, sebbene sostenuto dai piedi del pagliaccio, non poteva più reggersi e si era lasciato ricadere sul petto la bella testolina.

Non aveva mandato neppure un gemito, la povera creaturina, ma era certo che da un momento all'altro sarebbe caduta sul tappeto, e null'altro poteva forse desiderare se non che quell'estremo intorpidimento, per essere sottratta ad uno strazio che sorpassava le sue forze.

L'uno e l'altro avevano fame!...

Eppure nessuno indovinava l'angoscia di quei due esseri, a cui sarebbe bastato un po' di forza, un salto, od una capriola, per strappare dall'ammirazione popolare pochi soldi da potere sfamarsi.

Che cos'era invece per essi quel marmocchio mezzo morto.... colle sue maglie sdrucite e col suo giubbettino stellato?...

Una cosa.... floscia, che pareva uno straccio.

Che cos'era quel pagliaccio disteso da un quarto d'ora su quel tappeto, colle reni ammaccate, e che parlava loro di meraviglie, di aquile e di Sbalatoff?

Era qualche cosa di grottesco, fino a cui non arrivava la pietà.

Essi erano per ridere e per vedere dei giuochi.... e.... tanto peggio per lui, se non manteneva le sue promesse.

Bisognava dunque risolversi, finirla; ed il pagliaccio, con supremo sforzo, sollevatosi a metà del corpo, si riaccomodò il bambino sui piedi come meglio potè, e colse quel momento per susurrargli all'orecchio a bassa voce, mentre egli rivolgeva sopra lui i suoi occhi languidi:

Coraggio.... fa' un salto.... attento, mangeremo poi.

Signori….- disse subito dopo, volgendosi alla folla - sapete che cosa fa l'aquila del Mississipì?...

Il bambino battè l'una contro l'altra le sue due manine e sorrise.

Il pierrot si atteggiò in modo da poter imprimergli un vigoroso slancio.

Attento!... - gridò il pagliaccio.

Pronto!... - rispose il bimbo.

Il bimbo fu lanciato in aria, l'uomo fece per rizzarsi, sdrucciolò; dalla folla si levò un grido di spavento.

Mentre l'uomo sdrucciolava, aveva veduto il bimbo ripiegarsi su stesso, e sarebbe caduto malamente sul selciato della piazza, se un monello, fattosi strada fra quella massa, non si fosse slanciato innanzi e non l'avesse ricevuto fra le sue braccia.

*

Il colpo di scena era imprevisto, la folla applaudì.

Il monello deponeva il bimbo fra le braccia del pagliaccio, e dopo averlo accarezzato, trattosi dalle tasche della giubba un piccolo pane, glielo spezzò e glielo diede, noncurante del mormorìo che facevasi intorno a lui.

Era una scena strana, bizzarra; non si rideva più: ma il monello doveva avere un programma ben più completo da mettere in esecuzione, poichè, rivoltosi alla folla con un risolino canzonatorio:

– Volete sapere che cosa fa l'Aquila? - esclamò egli, riprendendo, per così dire, la scena dal punto stesso in cui l'aveva interrotta: - Prima di volare, mangia.

Egli accennò il bambino, che divorava il suo pane, mentre il pierrot se lo stringeva al petto coprendolo di baci.

– E sapete che cosa faceva Sbalatoff? - continuò il monello.

Egli si tolse la giubba, e sullo stesso tappeto che doveva essere il campo d'azione delle gesta del pagliaccio, spiccò tali salti, e d'una tale acrobaticità, che la folla, commossa, si abbandonò ad uno di quegli entusiasmi che non si possono descrivere.

Al programma del monello mancava però ancora la coda.

Egli accennò il piatto di stagno, su cui lo sguardo supplice del pagliaccio aveva cercato invano di attirare l'attenzione degli spettatori, e disse loro con un inchino pieno di grazia:

Signori, per l'Aquila che ha fame, se volete che voli più tardi!

Sul tappeto come sul piatto cadde una vera tempesta di monete.

Le donne ed i vecchi piangevano. Si fece tale un chiasso, che la piazza si gremì di popolo.

*

Il saltimbanco era così sbalordito da quanto succedeva intorno a lui, che sul suo volto scorgevasi una specie di inebetimento.

Egli volgeva lo sguardo ora sulla folla, ora sul suo piccino, occupato esclusivamente a divorare il suo pane, e non sembrava neppure impressionato da quel monello che, rimessasi la giubba, raccoglieva le monete gettate nel suo berretto che minacciava d'esserne sfondato, mentre con un'occhiataccia furba, che faceva sorridere gli astanti, li induceva a dargliene delle altre.

Egli aveva forse salvata la vita al suo piccino; erasi improvvisato acrobata, erasi fatto provvidenza.... e sembrava non accorgersi neppure d'aver fatte tutte queste belle cose, occupato com'era da quel suo affaccendamento. Si pavoneggiava un po', sì…. dinanzi alle mamme che lo divoravano cogli occhi, ed alle fanciulle che gli sorridevano, ma lo faceva però con tanta grazia, ed in quella sua spavalderia birichinesca c'era tanta semplicità, che a più d'uno veniva la voglia di saltargli al collo.

– Ecco per l'aquila! - esclamò egli, presentando al pierrot l'enorme cumulo di monete che aveva raccolte nel berretto.

Il pover uomo si sentì come scosso improvvisamente da un sogno al suono di quella voce; la commozione a cui era soggetto gli fece groppo alla gola, mentre avrebbe voluto pur dire qualche cosa.... - fissò il monello, gli si empirono gli occhi di lagrime, dal petto gli eruppe un singhiozzo, si gettò su lui con una specie di slancio selvaggio, e lo coperse di baci con una frenesia delirante.

Le monete ricascarono sul tappeto, la folla battè le mani.

Si era improvvisata sotto a' suoi occhi una di quelle scene da gran dramma, col suo bravo Deus ex machina che accomoda tutto, colla sua brava mano di Dio.... nel momento della catastrofe.

E questa scena, prima straziante in ogni suo particolare, ora resa stupenda dall'imprevisto.... era reale.

Vi avevano preso parte tutti.

Ne erano protagonisti quel bambino e quel padre che avevano fame, quel ragazzaccio.... saltato fuori Dio sa da dove, e quegli spettatori che eransi fatti attori, poichè avevano concorso coll'opera loro a compirne lo scioglimento.

Viva!... bravo!... bene! - si gridava da tutte le parti - e quello che naturalmente doveva succedere, successe.

Una brava donna, dalla faccia rubiconda, si prese fra le braccia quel bel fanciullo che pareva un amorino, ad onta delle sue magliettine sdrucite e della sua giubbettina a stelle.

Un vecchio contadino vestito da festa, con una coda di rondine di fustagno, con tanto di cilindro e col suo bravo panciotto a quadrettoni rossi e neri, diede braccio al pierrot - il monello ebbe un da fare indiavolato per non essere portato in trionfo da quella brava gente, che nel suo entusiasmo avrebbe compromesse le sue ossa, stritolandogliele a forza di espansivi soffocamenti.

Si fece un involto delle monete, che furono consegnate al pagliaccio, e si cercò un'osteria.

Che cosa non finisce all'osteria?...

I trionfatori romani si potevano permettere il triclinio; per quella brava gente, invece, ad onta che .... sotto il loro naso.... sfolgorassero le magnificenze del palazzo di Ferdinando di Napoli, Caserta non poteva offrir loro che le modeste sale d'una locanda, e le colombe della Colomba bianca sembrava che battessero le ali per chiamarveli.

– Alla Colomba bianca.... - gridò il contadino.

– Alla Colomba bianca!... - ripetè il monello, e vi aggiunse un....

Corpo di!... - come dice il Guercio - ce lo troveremo anche lui.

              


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