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Della memoria.
Abbiam detto, che l'anima si ricorda delle cose o apprese col mezzo de i sensi, o da lei stessa osservate col meditare. Andiamo ora a vedere ciò che significhi il nome di memoria, di cui sì sovente ci serviamo. Se vogliam credere a i peripatetici, tre sono le essenziali facoltà dell'anima ragionevole, cioè l'intelletto, la memoria, e la volontà, tutte e tre una dall'altra realmente definite, perché altro è l'intendere, altro il ricordarsi, altro il volere. Ma se noi vogliam immaginar nell'anima tante diverse facoltà, quanta è la diversità delle sue azioni: non tre sole, ma molte altre, siccome già accennammo, converrà supporre. L'apprendere, il riflettere, l'astraere, il giudicare, il raziocinare, l'immaginare, e simili altri atti dell'anima, si dovranno attribuire a diverse facoltà e potenze della medesima, il che farà moltiplicare gli enti senza ragione. Ritenendo dunque per nostro modo d'intender le due facoltà e potenze, che noi immaginiamo, come cose chiaramente distinte nell'anima, cioè l'intelletto e la volontà, perché giova all'uso di tal distinzione ravvisar meglio le differenti azioni, e i principali diversi oggetti dell'anima: diciamo; che se il ricettacolo delle idee o specie delle cose fosse nell'anima stessa, allora potrebbe dirsi, che la memoria è una real facoltà distinta dall'altre due nell'anima stessa. Ma si è veduto, e in ciò conviene il coro dei filosofi, che le immagini o specie delle cose si vanno ad imprimere nel cerebro, e nell'unione di queste immagini consiste la fantasia. Perciò fisicamente la memoria, o sia la ritentiva, ha la sua sede in essa fantasia. Contuttociò impropriamente noi siam soliti a dare il nome di memoria alla stessa fantasia. Perciocché propriamente l'azione del ricordarsi è della mente; il campo nondimeno, che serve a tale azione, consiste nella fantasia, la quale abbiamo appellata facoltà, ma facoltà passiva. L'anima è una sostanza, che non ha parti, come il corpo. Perciò si potrà, e si dovrà ben dire, che essa anima si ricorda, ed essere questo ricordarsi un'azione di essa anima; ma non perciò si avrà da prendere, che alla medesima si abbia da attribuire la memoria con esclusione della fantasia. Osservate, in che consista veramente il nostro ricordarsi. Altro esso non è, che un atto dell'anima, la quale cerca e truova nella fantasia le immagini altra volta da lei apprese, o formate, o scoperte, e quivi custodite. Se la fantasia non le ha mai ricevute, o se ne ha perduto le traccie, le specie, o le impressioni, l'anima non ha forza di ricordarsene. Per conseguente il ricordarsi può dirsi un pensiero, un guardo dell'anima, che scuopre nell'emporio della fantasia, o che si mette a cercare nel vasto libro di essa quelle idee, di cui ella ha bisogno, e che dianzi furono ivi impresse; ed infine si risolve in un pensare, ed in una azione della mente o sia dell'intelletto nostro, che torna ad apprendere e considerare oggetti non nuovi, perché altra volta da essa mente appresi e considerati. E così essendo, resta superfluo l'immaginar nell'anima una terza facoltà distinta dalla volontà e dall'intelletto nostro. A chiarir poi meglio, che la stanza materiale di essa memoria non si ha da cercare se non nella fantasia, può servire un fenomo, di cui ciascuno sovente è testimonio a sé stesso. Noi ci mettiamo a recitare l'orazion domenicale, o pure un salmo, che sappiamo, come suol dirsi, a memoria. A tutto un tempo l'anima vien distratta da un diverso fantasma, riguardante un negozio di molta dilettazione, utilità, o paura. A questo ella rivolge tutta l'applicazione, e fissa in esso i suoi sguardi, cioè il pensiero. E pure noi seguitiamo a recitar da capo a piedi quella orazione, ed altre se occorre, ovvero il salmo suddetto. Se l'anima non bada a quelle parole, segno è che da essa non viene la continuazion di essa parola, ma bensì dalla fantasia, perché nel cerebro stanno impresse e fitte l'una appresso all'altra coll'ordine loro esse parole; e da che le prime son pronunziate, l'altre a guisa di una catena, pendenti dal primo anello, seguitano ad uscir fuori, senza che l'anima altrove occupata se ne avvegga. Certo è, che allora essa anima non si ricorda, né esercita atto alcuno di memoria. Ma questo fa ben conoscere, che nella fantasia e nella parte materiale stanno le immagini, delle quali poi la parte spirituale si serve, allorché vuol ricordarsi. Aggiungasi, poter noi argomentare lo stesso dalla osservazione della dimenticanza. Suol accadere a i vecchi, (e perciò anch'io lo pruovo), che al bisogno non si ricordano né pure del nome o cognome di qualche lontano amico. Ed alcuni arrivano a dimenticare infin quello de i proprj servitori. Cercano e ricercano colla mente, e nol truovano. Poscia da lì a qualche giorno torna loro davanti quel nome o cognome. Se le idee fossero fitte nell'anima, sembra pure, che se ne avesse ella tosto a ricordare, sul supposto che le abbia ritenute; perciocché l'anima sostanza semplicissima non ha parti; e però né pur nascondigli, dove si sia potuta intanare quell'idea o sia nome, di cui si va in traccia. Ma questo sì noi lo spieghiamo col riconoscere nella fantasia la sede delle cose imparate. Perde questa material potenza il suo vigore ne i vecchi tanto per ritener l'imparato, quanto per rappresentarlo alla mente, quando l'ha ritenuto. Sarà ivi conficcato quel nome; ma manca la prontezza in farlo ravvisare all'occhio dell'anima. Quel che oggi non si può ottenere da essa, forse un altro dì si otterrà, se pur la desiderata idea non è ivi affatto cancellata e smarrita.
Si è detto di sopra, essere stato di parere Elia Camerario, che le idee delle cose vadano ad imprimersi nell'anima a dirittura, di modo che secondo lui la fantasia o sia l'immaginazione riesce una facoltà da noi vanamente immaginata e sognata. Aggiungo io ora, che il famoso filosofo inglese Locke nel secondo libro al capitolo decimo dell'Intendimento umano, dopo avere insegnato, che la prima facoltà dell'anima è la percezion delle idee, vien poi dicendo, che la seconda facoltà è la ritenzion di queste idee; di modo che noi abbiam nell'intendimento, o sia intelletto tutto l'apparato di tali idee. Perciò al dire di lui in questa ritenzione consiste la memoria, con soggiungere appresso, che il dire, aver noi delle idee riserbate nella memoria, altro in sostanza non vuol significare se non che l'anima ha in molte occorrenze la possanza di risvegliar le percezioni, ch'ella ha di già avuto, con un sentimento, che in quel tempo la convince di aver ella avuto prima queste tali percezioni. E però in questo senso si può dire, che le nostre idee sono nella memoria, benché a parlar propriamente elle non sieno in parte alcuna. Forse volle dire, che essendo le nostre percezioni & idee impresse nell'anima nostra, sostanza indivisibile, perciò propriamente non sono in parte alcuna. Se noi dunque chiediamo al Locke, se si dia la fantasia, o vogliam dire l'immaginazione fin qui da noi descritta, egli non risponde, egli non ne parla. Solamente scrive, che l'incumbenza della memoria è di somministrare all'anima le idee dormigliose, di cui essa è depositaria, allorché essa anima ne abbisogna; e che nell'aver la memoria pronte al bisogno tali idee, consiste ciò, che noi appelliamo invenzione, immaginazione, e vivacità di spirito, o sia di anima. Sicché avendo egli già situato il serbatojo delle idee nell'anima, non dovette per conseguente riconoscere nella parte corporea, o sia nel cerebro nostro alcuna facoltà immaginatrice, da noi appellata fantasia, la qual serva alla mente per raccogliere secondo il bisogno le idee ivi riposte. E pure in dicendo, che la memoria somministra all'anima le idee dormigliose, egli sembra distinguere sostanzialmente l'una dall'altra. Quanto a me non ho preso in questa operetta ad entrare in dispute ex professo di cose peraltro scure, e delle quali non è da sperar mai un'idea tanto chiara, che appaghi, e convinca, con rimuovere tutte le tenebre e difficultà di chi può opporre un neo ad ogni nostra ragione. Il supporre, come io faccio, la fantasia un luogo, che ritiene le idee, posto nella parte corporea del capo nostro, e non già nell'anima stessa, o vogliam dire nell'intelletto, questa è sentenza comune oggidì, proposta ed approvata da i più sperti ed insigni filosofi. Questo basta all'assunto mio. Poiché quanto all'opinion del Camerario, ho brevemente accennato di sopra, il perché non si possa o debba aderirle. La sola considerazion de i sogni la distrugge; e il non poter noi negare la fantasia e qualche specie di memoria a una parte almeno de i bruti, ci fa assai intendere, non essere in ciò diversa la condizione dell'uomo, dotato poi di uno spirito immortale, al cui servigio è fabbricato quell'interno magazzino, e conservatorio d'idee. Per quello poi, che riguarda il Locke, chieggo io perdono, se vo sospettando dell'oscurità affettata in quella sua supposizione od opinione. Da che sanno gli eruditi, e l'ho anch'io ricordato nel precedente trattato Delle forze dell'intelletto umano, aver egli creduto, non potersi provare, che Dio non abbia dato a qualche massa di materia disposta, come egli crede a proposito, la possanza di conoscere e pensare: giusto fondamento a noi si porge di dubitare, ch'egli tenesse l'anima nostra per corporea, e in ciò seguitasse Epicuro, ed alcun altro degli antichi, che insegnarono un dogma tale, sì riprovato dalla ragione stessa, e molto più per le sue perverse conseguenze da chiunque professa la santa religione di Cristo. Notoria è in oltre la setta de i materialisti in quei paesi, dove ognun si fa lecito di distruggere e di fabbricare a modo suo in materia di religione, in guisa che non si fa torto al Locke con sospettarlo di quella scuola. E tanto più, perché di altre perverse dottrine fu egli accusato da i suoi stessi nazionali, benché, come avvertì l'Holsworth uno di essi inglesi, egli non mai chiaramente proponesse le sue opinioni, per avere uno scampo, qualora gli occorresse di difendere sé stesso dalla taccia dell'empietà. Così Roberto Green, ed altri suoi compatrioti, han rivelato varj suoi eccessi, ed impugnati ancora molti principj ed argomenti da lui adoperati. Posto poi, che il Locke pretenda materiale l'anima nostra, non ha egli più bisogno di mettere la fantasia come una facoltà della materia, distinta realmente dalla sostanza da noi ritenuta per incorporea e spirituale; perché secondo lui: l'intelletto fa la funzione della fantasia, né altro è che materia, dove si vanno a fissar le immagini o idee delle cose. A questo fine esalta egli a mio credere l'esempio di molti altri animali, come egli dice, e nei quali si osserva in alto grado questa facoltà di unire e conservar le idee nella forma stessa che succede nell'uomo: parole, che sembrano maggiormente indicar la mente di un filosofo, da cui non vien riconosciuta, se non la materia nell'emporio della natura; e parole, che non si accordano coll'aver di sopra detto, essere le nostre idee fitte nella memoria, e che ciò non ostante non sono in parte alcuna. Che il Locke abbia dato luogo di sospettare, ch'egli non credesse diverso l'uomo da i bruti, l'hanno anche osservato e detestato gli stessi inglesi. All'assunto mio non appartiene di dirne di più, cioè di confutar questi empj sentimenti, caso che il Locke li nudrisse. Parlo ora a i lettori lontani da sì fatte chimere, e persuasi della spiritualità dell'anima nostra, e che meco ammettono nel cerebro, o sia nell'immaginazione, il serbatojo delle idee, per suggerirlo di mano in mano alla mente secondo i suoi bisogni.
E ciò sia detto, per quanto può il corto nostro intendimento immaginare, e con tutta probabilità concepire dell'intero sistema, e dell'operare dell'anima umana, finché sta unita al corpo. Poiché qualora si vuol considerare questa incorporea sostanza separata da esso corpo, noi entriamo in un maggior bujo, mancando qui più che mai alla filosofia sensazioni, sperienze, e mezzi per conoscere, come ella operi, cioè come si ricordi. Abbiam fortissime ragioni prese dalla filosofia, per provare l'anima umana immortale, o sia incorruttibile; e di ciò poi ci assicura l'infallibil rivelazione di Dio. Ma questa rivelazione, dopo averci insegnato, che le anime de' buoni vanno a godere un'immensa felicità nella vista di Dio amico, e quelle de' cattivi a provare una somma infelicità, loro destinata da Dio, per così dire, irato, e giusto punitore: non ci spiega poi, come le anime sciolte dal corpo, e giunte al loro termine, o pure ritenute in uno stato di mezzo, si ricordino, e quali idee portino seco all'altra vita. Giusto nondimeno è, anzi sembra necessario il credere, che l'anima separata ritenga le idee intellettuali: cioè, che sempre in lei duri l'idea acquisita di Dio, e de' suoi ineffabili attributi, e de i doveri d'una creatura verso del suo creatore, e della bellezza della virtù, e della deformità del vizio. Potendo essa anima sempre pensare, e raziocinare, questo a lei basta per rinnovare in sé la cognizione, o sia l'idea del supremo suo artefice e padrone, coll'altre idee dipendenti da questo primo principio, senza ch'ella abbia bisogno del soccorso della fantasia. E se talun volesse da ciò inferire, che anche l'anima congiunta col corpo può ricordarsi di tali idee, senza ricorrere alla fantasia; si torna a ripetere, che questo ricordarsi sempre si risolve in pensare, cioè in una azione propria dell'intelletto, e perciò essere superfluo, il mettere la memoria per una facoltà realmente distinta dall'intelletto e dalla volontà. Finalmente se un'anima sciolta giugne a veder Dio, in lui può essa vedere tutto quanto a lei occorre per essere sommamente felice, e sapere infinite cose.
Ritornando ora ad essa memoria, il cui magazzino dicemmo riposto nella fantasia, possiam di qui apprendere, perché tanta diversità di essa si osservi negli uomini. Nasce questa dalla nobil differenza della struttura delle teste umane, e dalla qualità varia de' cerebri, cioè di quel serbatojo, dove abbiam preteso conservasi ora più, ora meno le idee delle cose. Gran regalo della natura è l'aver sortito una forte ritentiva, e una pronta reminescenza: due doti, che costituiscono la felicità della memoria. La prima si riferisce alla fantasia stessa; l'altra alla mente, che facilmente ritruova, e scorge le idee ritenute dal cerebro. Perché ne' fanciulli ordinariamente la massa d'esso cerebro è troppo umida, ne' vecchi troppo essiccata; perciò non sogliono lungamente conservare nel lor gabinetto le cose, che allora odono, veggono, e imparano, se pur queste per qualche ragione non vi fanno una gagliarda impressione. Due e tre volte bisogna picchiar in capo a questa gente, e ad ogni altro di duro cervello, un'ambasciata da portare, una cosa, che s'ha a fare. Quando abbiamo gran pratica del mondo, o pure molta lettura, costoro faran buona figura nelle conversazioni, se pur sapranno a tempo e con moderazione spacciar la loro mercatanzia. Il medico col ricordarsi di tanti casi da lui veduti o letti; il giurisconsulto coll'aver pronte tante conclusioni e dottrine legali, già da esso apprese: certo è, che potran farsi largo nelle occasioni. E così gli altri di altre scienze e professioni. Ma convien bene avvertire, quanto sia più prezzabile, l'aver portato dall'utero materno un buon intelletto, che una buona memoria. Il difetto o la povertà di questa si può in qualche maniera riparare col molto leggere, ed anche rileggere le stesse cose. Il vigore dell'intelletto, che ingegno suol nomarsi, nol dà se non la natura, quantunque vero sia, che il coltivar collo studio quella dosa, che n'è a cadauno toccata, può non meno a noi, che ad altri riuscire d'utilità. Per applicarsi poi alle scienze, all'arti, al politico governo &c. né pur basta il buon intelletto, se questo non si affina in maniera, che produca il retto giudizio, di cui abbisogniamo in tutte le operazioni, che riguardano tanto lo studio delle lettere, che l'uso della nostra vita. Che anche si dia l'arte di accrescere la memoria, l'ha asserito Cicerone, con altri antichi, e Giulio Camillo si pretende, che la sapesse ed insegnasse. Ma son io persuaso che senza il fondamento d'una gran memoria naturale non possa sussistere l'artificiale. E che quest'ultima sia atta solamente a far de' ciarlatani, e non già degli uomini veramente scienziati, si potrebbe provar colla sperienza alla mano. Lo stesso è da dire dell'arte lulliana, risuscitata nel secolo prossimo passato dal padre Kirchero. Chi ha voglia di leggere molto, e d'imparar nulla, cioè di perdere il tempo, vada a conversare con sì fatti libri.